Galanda: 'Sono tornato per Varese e per la sua gente'
04/08/2006 12:24
- La Provincia di Varese -
"Sono contento, mamma mia come sono contento". Non sono le prime, scontate parole di Giacomo Galanda tornato biancorosso. Ma è l’esternazione di gioia genuina e sincera di Gianfranco Castiglioni, felice per aver fatto questo regalo alla sua Varese, che si culla nell’entusiasmo rinnovato di tutti i tifosi. Una città che non vede l’ora di riabbracciare il suo eroe, uno di quelli che sette anni fa aveva consegnato a questa gente il sogno più bello: una Stella.
Certo, i tempi sono cambiati e le persone pure, ma tutti, nell’apprendere del ritorno a Varese di Galanda, hanno ripensato a
quell’11 maggio 1999. Anche lui: "Il ricordo di quella stagione con i Roosters – dice “Gek” - rimarrà sempre impresso nella mente e nel
cuore: sono cose che non si cancelleranno mai. Una banda di ragazzini terribili ha insegnato a tutta Italia che si poteva vincere con una buona dose di entusiasmo e di faccia tosta. Un anno perfetto, che ricorderò come il più bello della mia carriera: mi ha lanciato nel grande basket e verso una serie di successi e soddisfazioni che non osavo nemmeno immaginare. Vincere a Varese è stata una soddisfazione unica e particolare".
Cosa ha avuto di speciale quell’anno?
Come la città ha festeggiato la vittoria, una gioia che non posso descrivere e che ancora mette i brividi. I festeggiamenti durati settimane, mesi, anzi: che durano ancora. Ogni volta che sono tornato a giocare a Varese da avversario guardavo lassù, verso il soffittto, e vedevo ancora le stelline che erano state lanciate quella sera sulla folla in festa. Alcune non erano cadute e sono rimaste lì.
Guardarle ogni volta era un piccolo orgoglio personale.
Ora il ritorno a Varese: certo, i tempi e le persone sono cambiate.
Cosa si aspetta da questa stagione?
Torno con grande, grandissimo entusiasmo. Ma è importante che la mia immagine non resti legata a quella del 1999. Sono un giocatore diverso, così come è diverso tutto il basket italiano. L’obiettivo sarà quello di creare un bel gruppo, dalla forte personalità, in grado di esaltarsi nei momenti positivi e di affrontare a testa alta quelli difficili. Vogliamo costruire una squadra vera: l’ambiente è quello giusto, i tifosi ci aiuteranno, sono fiducioso.
Che idea si è fatto della squadra?
So che devono arrivare altri giocatori, ma l’ossatura è quella dello scorso anno. Nell’ultima stagione ho visto che la Whirlpool ha patito qualche alto e basso di troppo: è partita bene, ma poi si è persa un po’ per strada, pur avendo delle ottime potenzialità. Errori da non ripetere.
Cosa l’ha convinta ad accettare l’offerta di Varese?
Il grande entusiasmo con cui la società mi ha cercato e voluto: con questa premessa è sempre più facile far bene.
Sapeva che, prima o poi, sarebbe tornato?
Solitamente quando lascio una squadra non mi guardo mai indietro. Mi concentro sul futuro, sulla nuova realtà in cui sto per andare. Ma con Varese è stato diverso: Varese non l’ho proprio mai cancellata dal cuore.
La trattativa è stata piuttosto breve: ha deciso in un attimo?
Varese mi aveva già cercato tempo fa, ma io avevo un contratto con Milano da rispettare e una stagione da finire. Ci siamo lasciati con la promessa di risentirci a stagione finita. Una volta che la mia strada e quella di Milano si sono divise, ho scelto Varese in un attimo.
A Varese ritroverà luoghi e persone ancora cari. Quali ricorda con più affetto?
Senz’altro la birreria La Botte, luogo unico, che non è mai cambiato negli anni e che ritroverò identico. Come persona non posso che citare capitan De Pol e il grande Sandro Galleani: lui è davvero un’istituzione a Varese. E poi tanti posti che ho amato e che non vedo l’ora di tornare a frequentare, amici che ho lasciato e che
ritroverò. Anche se il mio distacco con la città di Varese non è
stato traumatico: appena potevo tornavo a fare un giro, sono capitato spesso da queste parti. Quello che invece mi è mancato è ciò che era legato alla pallacanestro: il mio posto in spogliatoio, l’odore del palazzetto. Alla prima partita, finalmente, andrò a fare riscaldamento dalla parte giusta.
A Varese troverà Ruben Magnano. Ha già avuto modo di conoscerlo?
Lo conosco perché ci ha battuti nella finale olimpica ad Atene. E poi l’ho incontrato sui campi in Italia. Certo, è difficile parlare di un allenatore prima di avere lavorato un po’ con lui. Tra coach e giocatore si instaurano ogni volta dei rapporti particolari, sempre diversi. Vedremo. La mia conoscenza si limita a quanto mi ha detto De Pol, ma avrò modo di approfondirla. So che è un vincente, uno molto bravo a gestire gruppi di giocatori forti. Di sicuro posso dire che io gli allenatori li odio tutti, perché mi fanno sgobbare. E da quanto mi hanno detto, Magnano è uno che in palestra ci dà dentro parecchio…
Francesco Caielli