Flashback doveroso. Novembre 2002, Gainesville, Florida. In allenamento, dopo un rimbalzo, a Drejer, ricadendo sul piede di un compagno, si gira la caviglia. Due giorni dopo, fasciato, il piede s´infetta: operazioni, cure, 15 chili persi in tre settimane inchiodato a letto. Di lì, non è stato più lo stesso. «Ha iniziato a giocare più preoccupato, con l´ansia. E oltre al problema fisico ha forse perso tenuta mentale», dice Allan Foss, da sempre il suo allenatore in Danimarca, passato più volte da Bologna nei due anni in Virtus. «Christian è una brava persona, ha personalità, è un grande atleta: forse ha avuto cattivi consigli, forse non è stato ben curato. Ora ha bisogno di riposare la testa».
«Da quel giorno non ho mai recuperato - riprende Drejer -. E sono cambiato come giocatore. Più esterno, più tiratore, mentre prima attaccavo sempre il ferro, andavo dentro per schiacciare. Già all´epoca, quando temetti di perdere il piede, pensai alla fine della carriera. Ma amavo troppo il basket, e ho sempre trovato situazioni stimolanti che potessero aiutarmi a risolvere il mio problema. Chissà, forse senza quell´infortunio non sarei mai tornato in Europa».
Sfinito da centinaia di controlli medici, Drejer non ha smesso di aver male. Il problema, una condropatia della caviglia, è assimilabile a quello di Van Basten, che si ritirò a 28 anni. Ai guai cartilaginei, Drejer univa poi un´escrescenza ossea, ora rimossa: eppure, il male è rimasto. «Nessuno m´ha mai saputo dire di cosa soffrissi. Ho fatto di tutto per continuare, soprattutto ad allenarmi: non è stato abbastanza». Tanti, qui e altrove, gli rinfacciavano una soglia del dolore infinitesimale: che il male fosse "di testa", più che "di fisico".
«Ma non è stata questa mancanza di fiducia a farmi smettere. Altrimenti, in estate, non sarei andato a Roma. Dopo essere stato al Barcellona, a Bologna non era facile: l´ultimo mese è stato il più esaltante della mia vita, ma solo perché si vinceva. Il resto, complicato. Ho scelto Roma e non vedevo soluzione migliore: amavo il coach, i compagni, la città, l´appartamento. Tutto. Ci ho provato, non ce l´ho fatta: e Repesa e Bodiroga m´han trattato in modo professionale, non da bimbo piccolo. No, non grido al destino: sono triste, perché la pallacanestro continuo ad amarla, e vorrei starci».
Così Foss, che è il ct della nazionale, gli ha ritagliato un ruolo nel programma federale, per sviluppare talenti giovanili. «Vorrei dare una mano a tutti i ragazzi danesi tra i 15 e i 20 anni. No, io non gioco, né voglio allenare, anche se non escludo che, insegnando ai giovani, mi venga voglia di farlo». Non tornerà. «Il dolore c´è ancora, lo sento pure adesso quando cammino. Non riesco a correre normalmente. E poi, per com´è messo il piede, so che un anno di stop non mi farà comunque abbastanza bene per giocare. Vorrei non escludere nulla: trovassi un dottore che mi dice "operati in questo modo e puoi rigiocare", mi opererei per la quinta volta e ci proverei. Anche se, dopo tante illusioni, sarebbe la cosa più difficile». Il suo ultimo canestro, la sua ultima volta sul parquet, rimarrà uno sbiadito golletto in contropiede, due contro due, in una gara strafinita contro Teramo. Assist di Ukic, appoggio al tabellone. Il viso triste, lo sguardo basso, le mani sulla vita. Zoppicava.
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povero. Ma l'unica partita giocata decentemente l'ha fatta contro di noi la prima di campionato.......
