"E’ uno di quei giorni che ti prende la malinconia…", cantava Ornella Vanoni e, dopo il match-salvezza vinto alla grande dalla Cimberio cancellando dal campo la Vanoli Cremona, "quello" è uno di quei giorni anche per Giacomo Galanda (foto Blitz).
Il capitano della Pallacanestro Varese trasmette la sensazione una gioia velata perchè sospeso, così com’è, tra malinconia e rimpianto. Gek, infatti, all’indomani della bellissima partita giocata contro la formazione cremonese, analizza orgogliosamente il "ventello" tirato a Bell e compagni ma riannoda con vivissimo rimpianto i temi di una stagione per certi versi maledetta.

«Prima di tutto - dice Galanda - in qualità di capitano vorrei fare i complimenti a tutta la squadra per l’ottima prestazione prodotta sabato scorso contro Cremona. Una gara esaltante sotto il profilo tecnico, ma addirittura favoloso sotto il profilo mentale perché abbiamo giocato con straordinaria forza morale, grande determinazione caratteriale e incredibile intensità per tutti i quaranta minuti. Dopo due minuti di gioco mi sono girato verso i compagni che stavano al mio fianco in panchina citando l’esempio di Thomas che, in quel momento, e poi per tutta la partita, stava difendendo con una carica strepitosa. Jobey, a mio avviso di gran lunga l’MVP del match, col suo approccio tanto intenso quanto positivo ha trasmesso a tutta la squadra la scarica d’energia necessaria a farci partire bene. Di fatto, nei primi sette-otto minuti siamo stati inarrestabili incanalando il match sui binari migliori grazie a vantaggi crescenti che, in seguito, abbiamo gestito con attenzione e concentrazione. Una gara ai limiti della perfezione come, peraltro, ci era già capitato nel corso della stagione».

- Prima del match contro Cremona avete vissuto una settimana non facile: la prima, scusi il gioco di parole, da ultimi in classifica. Ha mai temuto che la pressione del risultato ad ogni costo potesse schiacciare la squadra?
«No, per due ragioni. La prima perchè in generale guardo poco la classifica e dopo tanti anni d’esperienza ho imparato che non c’è nulla di più aleatorio e passeggero.
La seconda perché consapevole che la Cimberio stava occupando quella posizione suo malgrado e immeritatamente. Bastava solo dimostrarlo e la partita vinta contro la Vanoli ce ne ha dato la possibilità».

- La Cimberio si lascia alle spalle un campionato che, lei lo ha sottolineato anche in altre occasioni, lascia in bocca un retrogusto amaro: è sempre di questo parere?
«Oggi più che mai perché - risponde la trentacinquenne ala-pivot di Varese - è fuor di dubbio che il nostro, per moltissime ragioni, tutte note e ampiamente dibattute, sia stato un anno particolare inserito nel contesto di una stagione travagliata. Nel settembre scorso, a bocce ferme, dopo un anno di assenza dal massimo torneo, non sapevo esattamente cosa aspettarmi. Oggi, a otto mesi di distanza, corro il rischio di passare per supponente e tranquillamente affermo che mi aspettavo di più perché avevamo le qualità per raggiungere risultati migliori. Non voglio dire al livello di Caserta, Milano o Cantù, ma almeno a quello di Roma, Bologna, Montegranaro. Insomma, sto parlando di una Varese da playoff e, del resto, senza gli infortuni che ci hanno costretto a tanti cambiamenti e ad una serie di partite perse malamente in casa, adesso intavoleremmo discorsi più eccitanti. Purtroppo l’altalenanza di risultati ci ha tenuto sulla corda fino in fondo e, questo è il vero motivo di rammarico, ha fatto soffrire il nostro pubblico che, però, si è dimostrato ancora una volta ammirevole per affetto e sostegno».

- A Pesaro per…?
«Semplicemente per chiudere bene l’annata, con tutto il rispetto che dobbiamo a noi stessi, al nostro lavoro e ai dirigenti. Ma anche per salutare nel migliore dei modi una stagione nella quale, in qualità di capitano, posso dire che la squadra ha tenuto la schiena dritta comportandosi sempre in modo ineccepibile. Il nostro, per tutto l’anno, è stato un gruppo serio, affiatato, coeso e composto da buone persone. Anche per queste ragioni - conclude Gek - il rammarico si fa più pungente».
Massimo Turconi