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VareseFansBasketNews

  • simon89
    Non è sempre stato facile in questi anni conoscere e capire davvero i pensieri del nuovo proprietario della Pallacanestro Varese. Fino a oggi: VareseNoi ha ascoltato e tradotto per voi la lunga intervista che "El General" ha rilasciato a un podcast spagnolo. Dalla quale emergono tutta la complessità del "viaggio" che l'ex campione argentino sta compiendo con Varese - compresi i momenti no, le polemiche e i misunderstanding - e le spiegazioni più esaustive possibili delle idee che oggi come oggi governano il biancorosso.
    Gli inizi con Varese: «A Toto Bulgheroni ho detto: «Farò tutto l’opposto di ciò che fate voi adesso. Se non ti piace questa idea, non sarai contento». Le difficoltà incontrate: «Una delle cose più difficili è stata la resistenza al cambiamento: l’ho sottovalutata e mi ha fatto soffrire». I momenti duri - «mi sono chiesto: perché sono qui? Perché sto facendo tutto questo? Potrei fare tutt’altro? Chi vuole cambiare attraversa sempre quattro fasi: oggi qui siamo ancora in quella della rabbia…» - e le polemiche - «dicevano anche che avessi un algoritmo segreto…» - ma anche la consapevolezza - «Siamo riusciti a cambiare paradigma: non siamo andati in giro a chiedere soldi, ma a raccontare ciò che volevamo fare e che poi abbiamo fatto. E i soldi ci hanno raggiunto» - fino ai sogni: «NBA arriverà in Europa e sostituirà l’Eurolega. E il mio obiettivo è che Varese sia lì…».
    E poi i giovani, con i quattro - mai spiegati prima - pilastri di investimento, la sua trasformazione in imprenditore, gli esempi copiati dalla NBA, le differenze tra essere giocatore e CEO, le sue passioni, i suoi tormenti («mi sveglio alle tre di notte perché non riesco a pensare ad altro…»)  la sua ammirazione per Elon Musk, il metodo di interpretazione delle statistiche avanzate a Varese e tanto altro… Davvero tanto.
    No, non è sempre stato facile in questi quasi sei anni qui a Varese (compreso quello da giocatore) conoscere e capire davvero il pensiero di Luis Scola. Il suo carattere, la sua forma mentis, le poche dichiarazioni pubbliche, la decisione di non concedersi a interviste singole con i giornalisti locali, gli alti e bassi vissuti (con annessa più di qualche polemica) che hanno portato il CEO argentino a "zittirsi" anche più di quello che avrebbe forse pensato all’inizio… : le chiusure sono state più delle aperture, il freno delle parole è stato morso ben più dell’acceleratore…
    È per questo che spunta quasi come una gemma rara la chiacchierata di oltre un’ora che il proprietario della Pallacanestro Varese ha fatto con l’imprenditore spagnolo Borja Mera finita nel podcast “En modo avion” (“In modalità aereo”), pubblicata integralmente su YouTube una decina di giorni fa. Eccolo il “vero” Luis: pienamente a suo agio, nell’intervista “El General” ha fatto emergere non solo la complessità della sua anima e del suo vissuto varesino, ma anche spiegato in modo esaustivo alcuni concetti che nel loro mondo di applicazione - quello varesino - non sono probabilmente mai stati chiariti così bene.
    VareseNoi ha ascoltato e tradotto il podcast per voi e nelle prossime righe cercherà di riportarvelo, rispettando la formula “botta e risposta” utilizzata in trasmissione. Sarà una lettura molto lunga - abbiamo cercato di tagliare il meno possibile e dove lo abbiamo fatto ve lo abbiamo segnalato - ma speriamo interessante.
    In che momento, mentre eri a Varese, ti è venuta l'idea di fare l'imprenditore e di metterti a dirigere un club?
    «(…) Quando firmo per Varese c'è un imprenditore molto importante, Antonio Bulgheroni, Toto Bulgheroni, che è colui che mi chiama. (…) Mi racconta la sua storia e mi sembra una storia affascinante. E io gli chiedo: «Ma a cosa ti servo? Ho 41 anni, state lottando per non retrocedere. Cosa posso fare? Farti vincere una partita in più? A cosa ti servo?». E lui mi risponde: «Guarda, voglio che mi aiuti a salvarmi dalla retrocessione quest'anno, ma poi voglio che ci sediamo a parlare perché mi aiuterai in qualcosa che va molto oltre il basket». Allora gli dico: «Facciamo così. Io vengo e gioco per te. Ma quando gioco, gioco. Quando finirà la stagione, vedremo». E così è stato. Abbiamo giocato, ci siamo salvati dalla retrocessione soffrendo. È stata una stagione difficile. (…)Nel frattempo, mentre giocavo, ho iniziato a prendermi un po' di tempo per osservare il club. E mi è successa la stessa cosa che mi era successa in Cina. Guardavo e pensavo: «Questa cosa non la fanno. Nemmeno quest'altra. Qui si potrebbe fare questo. E anche quest’altro». Allora ho pensato: qui si possono fare delle cose. Mi piaceva il progetto e, quando la stagione è finita, ci siamo seduti a parlare. Gli ho detto: «Se vuoi posso aiutarti, ma io credo in questo». E l'ho tenuto lì per due ore a spiegargli: «Farei questo, questo, questo, questo e quest’altro». E gli ho anche detto: «È l'opposto di quello che fate voi adesso. Questo è ciò che fate oggi. Io farei esattamente il contrario». In sostanza gli ho mostrato tutto. Gli ho detto: «Devi sapere che, se non ti piace questa idea, non sarai contento».
    Quindi volevi entrare per cambiare le cose?
    Era quello che io pensavo si dovesse fare. Non lo facevo per dire che gli altri stavano sbagliando. Era semplicemente la mia convinzione. Io credo che una società professionistica debba essere gestita in questo modo. Era molto diverso da quello che si stava facendo fino a quel momento. Allora mi chiesero: «Come ti senti rispetto a questo?». E io risposi: «Partiamo». Per questo mi ci sono buttato completamente dentro. La profondità dei cambiamenti era tale che, se fossi andato a metà strada, non sarei mai riuscito a realizzarli. Era difficile conciliare questi cambiamenti. Alcuni potevano essere condivisi e concordati. Altri, inevitabilmente, erano quasi imposti, perché si trattava di un vero cambio di paradigma.
    Hai applicato quello che avevi imparato e visto nelle varie leghe e nei vari Paesi? Hai preso qualcosa da qui, qualcosa da lì e hai costruito il progetto?
    Esattamente. È proprio quello che abbiamo fatto. In realtà abbiamo copiato una quantità enorme di cose. Per esempio, volevamo fare la campagna abbonamenti. Allora chiamavamo un amico degli Indiana Pacers e gli chiedevamo: «Come fate voi? Avete qualche documento?» E lui rispondeva: «Sì, certo, abbiamo fatto una riunione ieri». Allora me lo mandava via email. Io lo stampavo, toglievo il logo degli Indiana Pacers, mettevo quello di Varese, cambiavo il giallo in rosso, traducevo tutto in italiano e lo mandavo. Consiglio per gli imprenditori: copiare va benissimo. Come faccio a fare una cosa migliore di chi la fa meglio di tutti? Prima copio. Poi miglioro. Poi adatto. E così abbiamo fatto per tantissime cose. Ovviamente molte erano impossibili da realizzare (…).
    Qual è stata la cosa più difficile quando hai iniziato a dirigere il club?
    Due cose. La prima, a livello personale, è stata il ritmo. Giocare a basket è velocissimo. Tutto succede in una settimana, in una partita, in un giorno, in un tiro. Un giocatore ha la possibilità, con una palla in mano, di cambiare la storia di una squadra, di una società, di milioni di persone. (…) Un allenatore ne ha un po' meno, ma comunque ne ha. Un dirigente, molto meno. E le cose accadono molto più lentamente. Succedono da un mese all'altro, non da un giorno all'altro. Non da un minuto all’altro. Io ho passato 27 anni da professionista e sono abituato a quella velocità. Giocavamo male una partita e perdevamo. Quello stesso giorno stavamo due ore nello spogliatoio a parlarne. Magari la sera stessa riguardavi già il video. Nel club invece succede un problema e qualcuno dice: «Dobbiamo fare una riunione». «Va bene. Facciamola il 15 giugno».«Ma oggi è il 2 giugno! Mancano tredici giorni!».
    Avevi nel DNA l'idea che le cose si cambiassero andando in campo. Negli uffici è diverso, vero?
    Molto diverso. La velocità è molto più lenta e questa è stata la cosa che mi è costata di più. Volevo che tutto succedesse più in fretta. Mi sembrava che non succedesse mai nulla. (…)Mi sembrava una noia mortale. E, a dire il vero, lo soffro ancora oggi. Lo soffro io e lo soffrono anche i miei collaboratori. L'altro giorno uno di loro mi ha detto: «Luis, so che stiamo andando molto più lentamente di quanto tu creda che dovremmo andare. Ma stiamo andando molto più velocemente di quanto noi crediamo che dovremmo andare». E la seconda cosa che mi ha colpito di più, a livello generale, è stata l'idiosincrasia, il cambiamento, o meglio la resistenza al cambiamento. Di default la risposta era sempre “no". In italiano, la prima frase che ho imparato è stata: «Abbiamo sempre fatto così». E io rispondevo: «Ok, e cosa significa? Non significa niente. Magari si fa così da vent'anni, ma può comunque essere sbagliato». Spiegami perché è giusto. Questa resistenza al cambiamento l'ho sottovalutata. Pensavo che bastasse portare un argomento razionale e che tutti lo avrebbero capito, accettato e che quindi si sarebbe cambiato. Non funziona così. E non riguarda l'Italia. Succede in tutte le aziende del mondo. L'essere umano resiste sempre al cambiamento. Quando vuoi cambiare le cose, la comodità delle persone è difficile da scalfire. È normale. Io l'ho imparato nel modo più duro possibile. Perché soffrivo. Dicevo: «Ma ascolta, ti ho appena dimostrato che questa soluzione è migliore. È evidente che è migliore». Eppure non c'era verso. Io ragionavo così: ti mostro la logica, ti mostro le ragioni, le leggiamo insieme, è evidente, la discussione è finita. Invece no. Non funziona in questo modo e ho dovuto impararlo. Credo di essere migliorato molto sotto questo aspetto. Anche sul primo punto sono migliorato, anche se forse meno. Sono comunque le due cose che mi hanno fatto soffrire di più e che continuano a farmi soffrire.
    Credi che il denaro, nell'imprenditoria e nella gestione di una squadra, sia alla fine una conseguenza del lavoro che fai?
    Ne sono convintissimo. Sono assolutamente convinto che il denaro sia una conseguenza. Infatti, quando abbiamo iniziato a Varese, il discorso era sempre lo stesso: «Dobbiamo trovare soldi. Dobbiamo trovare soldi. Dobbiamo trovare soldi». Era l'unico argomento. Tutto ruotava attorno al trovare uno sponsor da un milione di euro, andare a parlare con qualcuno che aveva molti soldi e chiedergli un contributo. A un certo punto ho detto: «Fermi tutti». Non stiamo offrendo niente. Perché qualcuno dovrebbe darci un milione di euro? Prima bisogna creare valore. Da lì è iniziata una vera battaglia interna, quasi epica. Dicevo: «Non cerchiamo più soldi. I soldi saranno la conseguenza del prodotto che svilupperemo e del valore che sapremo generare per qualcuno». Per i giocatori. Per gli imprenditori che vogliono sponsorizzarci. Per i tifosi che vogliono venire a vedere le partite. Questi sono i nostri tre pilastri. Lo sviluppo dei giocatori, l'intrattenimento e l'area commerciale legata a biglietti e sponsor. Sono le tre verticali più forti che abbiamo. Creiamo valore. I soldi arriveranno. Ed è andata esattamente così. Detto questo, c'è comunque una componente...
    Che cosa avete fatto concretamente per creare valore?
    Abbiamo iniziato da tutto. Prima di tutto abbiamo costruito un vero progetto di sviluppo dei giocatori. Abbiamo creato un settore giovanile. Non ne avevamo uno: era completamente esternalizzato. Lo abbiamo riportato all'interno del club e siamo passati da zero a 450 ragazzi. Poi abbiamo iniziato un lavoro capillare sul territorio. (…)Andavamo a spiegare chi eravamo, cosa volevamo fare e dove volevamo arrivare nel tempo. E quando arrivavamo, spesso ci sentivamo dire: «No, io non ho soldi». E io rispondevo: «Non voglio i tuoi soldi». Prima o poi qualcuno del mio team parlerà con qualcuno del tuo team e vedremo se possiamo costruire qualcosa insieme. Oggi sono qui per raccontarti chi siamo e che cosa stiamo facendo. E questo ci ha portato molto lontano. Molte di quelle persone ci hanno richiamato due anni dopo dicendoci: «Avete fatto quello che avevate detto che avreste fatto. Ecco i miei soldi». E io rispondevo: «Ma io non te li ho nemmeno chiesti». E loro: «Non importa. Voglio far parte del progetto». Paradossalmente ha funzionato meglio così. Abbiamo raccolto più soldi di quando andavamo in giro a chiedere soldi. Poi abbiamo cercato di migliorare molto l'esperienza dello spettacolo. Abbiamo costruito skybox, migliorato il campo, creato un'area VIP, sistemato i parcheggi. In sostanza abbiamo cercato di dare alle persone la possibilità di stare bene, di passare un bel momento, di mangiare qualcosa, di vivere un'esperienza confortevole. Anche questo ci ha portato molto lontano. E poi abbiamo avuto un ottimo primo anno dal punto di vista sportivo, che a sua volta ci ha aiutato tantissimo. Questi sono stati i tre pilastri fondamentali della prima fase del progetto.
    Certo, però c'è un'equazione per cui il denaro accelera tutto il processo, no?
    Sì, accelera. Però guarda gli esempi del calcio. Guarda il PSG, guarda il Manchester City. Puoi mettere milioni e milioni e comunque avere difficoltà. Deve esserci un equilibrio tra soldi, squadra e management. Una cosa senza l'altra non funziona. Quello che dicevamo prima resta valido. I soldi ti permettono di andare più veloce. Ma senza il resto non servono. Ed è proprio quello che dicevo allora: se qualcuno ti dà un milione di euro, cosa ne fai se non sei preparato? Dove li investi? Se li spendi tutti in giocatori, l'anno successivo sei di nuovo a zero. (…). Con molto lavoro, molto tempo e tantissime riunioni siamo riusciti a far passare questo cambio di paradigma. Oggi investiamo in una residenza per i giocatori, investiamo in un centro di allenamento e in tante altre cose che hanno portato molto più denaro. Ma soprattutto hanno portato partnership. E le partnership generano potenziale. Certo, poi il valore si riflette anche nei soldi, ma il vero valore non è il denaro. Il vero valore è avere persone che vogliono essere associate al nostro progetto.
    Luis Scola parla davvero bene di imprenditoria. Hai studiato per questo oppure ti sei semplicemente buttato a capofitto a Varese, dalle otto del mattino alle dieci di sera come mi raccontavi?
    Ho un professore molto famoso. Molto famoso. Il professor Google.
    Davvero?
    Davvero. Non ho studiato in nessun posto. Non ho mai frequentato un’università. Beh, in realtà in qualche università ci sono entrato, ma non per studiare.
    Quindi tutta questa parte di leadership, di idee, di costruzione della squadra e del progetto è nata da autodidatta?
    Sì. Leggendo, osservando, stando sul campo. Dopo aver smesso di giocare ho frequentato la Università Bocconi e ho seguito un master. (…). Ma, con tutta umiltà, non credo che sia stata quella l'esperienza che mi ha influenzato di più. È un programma eccellente, ma non penso che sia stato il fattore determinante.
    E allora quale è stato?
    Il campo. Essere lì. Fare quelle riunioni. Sbagliare dieci volte per riuscire a farne una bene all’undicesima. E poi c'è una cosa che considero fondamentale. (…). È una caratteristica comune alle persone che riescono a fare impresa con successo. È la passione per quello che fanno. La passione di per sé non ti dà niente. Quello che ti dà è il fatto che stai camminando per strada e continui a pensarci. (…). Io penso al club, ai giocatori, al progetto. Continuamente. Quando oggi ti parlo di queste cose, in realtà ne ho già parlato decine di volte. Da solo. Davanti allo specchio. Camminando. Correndo.Con le cuffie. In aereo. Ho già fatto questa conversazione dentro la mia testa. E quando hai questo dialogo interno continuo, poi le cose escono in maniera diversa.E quando escono con quella convinzione, convincono gli altri. Il problema è quando esageri. Perché il mio problema è proprio quello. Esagerare. Ti svegli con quella passione e vai a dormire con quella passione.E quando vai avanti così per vent'anni, diventa difficile gestirla. (…).
    (….)
    Hai un imprenditore di riferimento che ti ispira?
    Sono un grandissimo ammiratore di Elon Musk. So che è una persona molto controversa. Perché si è messo in politica. Io ho le mie chiacchiere da bar, le mie discussioni, le mie idee politiche, che sono molto amatoriali, diciamo così. Si è messo in politica ed è diventato una figura controversa. Però quello che a me sembra incredibile è un'altra cosa. Prima di tutto è una persona dirompente. Ho una fascinazione enorme per tutte quelle persone che hanno fatto cose che hanno cambiato il mondo. Puoi dire quello che vuoi di Elon Musk, puoi dire quello che vuoi di Jeff Bezos o di Steve Jobs. Ma hanno cambiato il mondo. (…).
    Parlando di cambiamenti: l'altro giorno mi raccontavi dove pensi che stia andando il basket europeo e del progetto che hai per Varese, soprattutto adesso che la NBA sembra voler entrare in Europa.
    Io credo che il basket europeo stia andando nella direzione della NBA. È molto semplice. Perché i club perdono soldi? Perdono soldi perché qualcuno spende più di quanto incassa. (…) Ma il concetto è semplice: basta spendere un euro in meno di quello che si incassa e non si perderebbero soldi. Il problema è la competizione. È un problema mondiale. Tant'è che la NBA ha dovuto introdurre il salary cap. Quando entra in gioco la competizione, le persone perdono la testa. Gli stessi dirigenti che hanno costruito aziende di successo prendono decisioni che nelle loro imprese non prenderebbero mai. Perché vogliono vincere. Vogliono competere. Ed è qui che la NBA è stata molto intelligente. Ha capito che i proprietari non erano in grado di autolimitarsi. E quindi ha deciso di imporre delle regole. Ha creato un sistema di controllo. (…) Io credo che il basket europeo stia andando verso questo modello. Verso un sistema in cui viene stabilito con precisione dove possono andare le tue risorse. La NBA ha un accordo collettivo che prevede che il 51% dei ricavi vada ai giocatori. Resta il 49%. Per marketing.Per gli impianti. Per i viaggi. Per la struttura. Per tutto il resto. Ed è una quantità enorme di denaro. In Europa le squadre spendono l'80%, il 90% e in alcuni casi addirittura il 110% dei loro ricavi per i giocatori. Quindi non solo perdono soldi, ma non hanno neppure risorse per far crescere il prodotto. Io credo che, prima o poi, si arriverà lì. Non necessariamente subito. Ma quella è la direzione. E penso che sarà una trasformazione imposta dall'alto, non una scelta spontanea dei club. Arriverà qualcuno a dire: «Da oggi si fa così». La seconda cosa che dovrà succedere, e che in NBA esiste già, è questa: i giocatori giocano. Gli allenatori si affrontano. Sul campo si combatte. Ma poi i proprietari si chiudono in una stanza e ragionano come soci. Pensano a come far crescere l'intera industria. Poi tornano fuori e fanno finta di odiarsi. Ma in realtà collaborano. Questo deve succedere anche in Europa. Perché molte iniziative generano un ritorno molto più grande se vengono fatte insieme piuttosto che individualmente. Tutto quel 49% di cui parlavamo prima serve proprio a questo: marketing, strutture, eventi, esperienza, crescita del prodotto. E quando il prodotto cresce, cresce anche quel 51% destinato ai giocatori. Perché il 51% di una torta più grande vale molto di più.
    Pensi che nascerà una conference NBA in Europa? Una lega separata?
    (…) Io penso che la NBA arriverà in Europa e sostituirà l’Eurolega. L'Eurolega continuerà a esistere, ma si chiamerà NBA Europe oppure NBA EuroLeague o qualcosa del genere. Credo che in Europa ci sarà una lega NBA con i migliori club del continente, con regole economiche NBA e con tutto il modello di spettacolo della NBA. Questo è quello che penso succederà. E da lì si creerà una piramide che influenzerà tutto il sistema.
    Il tuo obiettivo è portare Varese lì dentro?
    Il mio obiettivo è che Varese sia lì. Oggi siamo molto lontani. Ma è per questo che siamo qui. Sappiamo di essere lontani.
    State già cercando di applicare alcune di quelle regole?
    Esattamente. Uno dei ragionamenti che facciamo è questo: Tutti i club europei stanno andando in una direzione. La NBA è già molto più avanti, ma va in una direzione diversa. Noi pensiamo che, prima o poi, tutti gli altri si sposteranno verso quel modello. Quindi perché non iniziare subito? Cominciamo a pensare e a comportarci come una franchigia NBA. Quando tutti arriveranno lì, noi avremo già cinque o sei anni di vantaggio. È una finestra di opportunità che oggi esiste. Non durerà per sempre. Ed è per questo che stiamo cercando di sfruttarla. Certo, questo comporta dei problemi. Se noi ci imponiamo di non spendere più di quanto incassiamo e il nostro avversario invece non lo fa, lui avrà giocatori migliori e probabilmente ci batterà. E questo genera tensioni. È il problema dello sport europeo in generale. Alcuni spendono quanto vogliono. Altri no. E si crea una forte disuguaglianza. (…).
    Questa residenza che state costruendo per i giocatori mi è sembrata molto interessante.
    Abbiamo acquistato un intero piano di un edificio e poi anche altri appartamenti ai piani superiori. Li abbiamo comprati sulla carta, prima che venissero completati. Invece di realizzare appartamenti tradizionali, abbiamo aperto gli spazi e creato 15 camere, più un piccolo appartamento per il responsabile della struttura. Le camere possono essere singole, doppie e in alcuni casi anche triple. Successivamente abbiamo acquistato altri due piani sopra questi, questa volta con appartamenti indipendenti. Li abbiamo collegati con un ascensore centrale e lì abbiamo ricavato altre dieci camere.
    Che tipo di giocatori portate e perché?
    Abbiamo essenzialmente tre programmi principali e ne stiamo sviluppando altri. Il primo è il programma Elite. Abbiamo spazio per sei o sette giocatori, ma crediamo che già quest'anno potremo arrivare a dieci. Li cerchiamo in tutto il mondo. Sono ragazzi di talento che riteniamo possano diventare giocatori importanti. Li individuiamo quando hanno 14 o 15 anni, li portiamo a Varese e li facciamo vivere nella struttura. Hanno uno chef, una sala giochi e tutti i servizi necessari. Questo è il primo gruppo. Poi abbiamo un sistema pay-to-play. Cioè ragazzi che vogliono venire a giocare a Varese.
    Quindi è un modello di business?
    Esattamente. Sono giocatori che noi non reclutiamo direttamente e che non fanno parte del gruppo Elite, ma che desiderano vivere l'esperienza di giocare a Varese. Vogliono vivere in città, frequentare la scuola, allenarsi, mangiare e crescere all'interno del nostro ambiente. Noi offriamo un pacchetto completo e loro vivono nella struttura. Il terzo modello è una sorta di borsa di studio. Ci rivolgiamo alle aziende del territorio che vogliono dare una mano. Loro forniscono una sponsorizzazione e noi costruiamo una narrazione attorno al ragazzo. Ad esempio: «Questo giocatore arriva da Napoli, si chiama così, il suo sogno è arrivare in NBA». L'azienda lo sostiene economicamente e gli permette di inseguire il suo sogno in un club professionistico. Questo è il terzo modello. Poi c'è un quarto modello che stiamo sviluppando. È un modello basato sugli investitori. In pratica un investitore può decidere di investire su un giocatore specifico, coprendone i costi. Successivamente dividiamo i ricavi che quel giocatore sarà in grado di generare. Questo quarto modello è ancora in fase di sviluppo. Abbiamo già alcuni investitori coinvolti, ma stiamo ancora costruendo la struttura definitiva. Gli altri tre modelli invece sono già operativi. Anzi, proprio oggi abbiamo chiuso l'accordo con due giocatori e stiamo finalizzando un'altra operazione legata a una borsa di studio.
    (…)
    Parliamo un po' di basket. Il tema delle statistiche. (…). Ti ho sentito dire in alcune interviste che utilizzate molto l'analisi dei dati per scegliere i giocatori. Raccontami un po' come la vedi rispetto a tutta questa enorme quantità di statistiche.
    "Enorme" è proprio la parola giusta. Ed è sempre di più. Continuano ad aumentare. Ti ritrovi davanti una quantità di dati impressionante. Noi abbiamo sofferto molto per questo aspetto. Perché a un certo punto abbiamo cercato di essere molto orientati alle statistiche e, quando lo fai male, finisci per essere peggio di chi non capisce nulla di statistiche. Adesso invece abbiamo sviluppato un metodo. Abbiamo diversi livelli di analisi. C'è una prima parte che riguarda i dati grezzi. Tutti quei fogli interminabili pieni di numeri. Quella parte viene gestita da un gruppo di persone specializzate in analisi.
    Chi sono questi analisti? Dove lavorano?
    Abbiamo un consulente esterno. Non fa parte dello staff tecnico. Non lavora nemmeno a Varese. Gestisce un database, una piattaforma online e lavora per noi.
    Questo serve per il mercato o anche per l'attività quotidiana?
    Per tutto. Ti spiego come funziona il processo. Tutto parte da lui. È lui che controlla e gestisce tutta la banca dati grezza. Tutti quei numeri infiniti passano da lui. Per esempio, diciamo che vogliamo prendere un pivot. Partiamo dalla base della piramide e andiamo dall’allenatore. Gli chiediamo: «Che cosa vuoi?» E lui non risponde con i numeri. Dice: Voglio una bestia. Un gorilla. Uno che protegga il ferro, che possa fare questo e quest’altro». A quel punto noi traduciamo queste richieste. Questo è il lavoro del management. Traduciamo quei concetti in numeri. In KPI, cioè indicatori chiave di prestazione. Poi li passiamo al dipartimento Analytics. Gli Analytics costruiscono una query basata su quei parametri e la inviano al database. Il database elabora tutto e restituisce una lista di giocatori. A quel punto il processo ricomincia a scendere. L'analista prende quella lista, che magari contiene 200 nomi, e inizia una prima scrematura. Molti vengono eliminati subito per ragioni evidenti. Alla fine magari ne restano 100. Quei 100 tornano agli Analytics interni del club. Loro modificano alcuni parametri, affinano i KPI e riducono la lista a circa 50 nomi. Da lì la lista passa al management. E il management la porta a circa 20 giocatori. A quel punto iniziano le telefonate. E da quei 20 ne rimangono 5. Perché uno ha già firmato. Perché un altro è infortunato. Perché un altro non vuole venire in Italia. Perché un altro vuole giocare in Eurolega. E quei cinque nomi arrivano infine all’allenatore. Quindi il processo parte dal basso, sale, si costruisce, e poi torna giù progressivamente fino alla decisione finale.
    Mi vengono in mente mille domande. Come si trova l'equilibrio tra analisi statistica e decisione umana?
    (…) Quella tradizionale non spiegava davvero il gioco. Punti, rimbalzi, assist. Non raccontavano realmente quello che succedeva. Le statistiche avanzate di oggi invece raccontano molte più cose. Per esempio prendiamo alcuni aspetti che normalmente consideriamo soggettivi: la chimica dello spogliatoio, l'essere un buon compagno, il rendere migliori gli altri. Oggi possiamo misurare anche queste cose. Possiamo analizzare un giocatore negli ultimi dieci anni e vedere se le sue squadre hanno vinto più di quanto ci si aspettasse. Possiamo verificare se i compagni di squadra sono migliorati o peggiorati giocando con lui. Se davvero rende migliori gli altri, in qualche modo questo emerge dai dati. Esistono moltissime metriche.
    E quando un giocatore cambia campionato o Paese? Date dei correttivi?
    Certo. Applichiamo dei coefficienti alle varie leghe. Anche quello può essere misurato. Ovviamente continuiamo a commettere un'infinità di errori. Tantissimi. Perché se io ti dico che ho dieci carte, sei rosse e quattro nere, e ti chiedo di scegliere un colore, tu sceglierai il rosso. Ma il nero uscirà comunque quattro volte. Hai sbagliato? No. Hai preso la decisione corretta. Però hai perso. Questo succede continuamente. L'analisi aumenta le probabilità di fare la scelta giusta. Non garantisce il successo. Ti migliora le probabilità. Non ti garantisce il risultato.
    L'altro giorno mi parlavi anche delle quattro fasi che attraversano gli imprenditori o le persone che cercano di cambiare le cose, soprattutto quando arrivano le critiche. E immagino che a te sia successo, visto che oggi guidi tante persone e hai tante responsabilità. Come l'hai vissuta?
    Abbiamo attraversato momenti difficili. Ieri parlavamo delle quattro fasi che attraversano le persone che vengono percepite come disruptive. Non che noi siamo davvero dei rivoluzionari, perché per esserlo bisogna arrivare molto più in alto di dove siamo oggi. Però le persone che hanno cambiato il mondo passano quasi sempre attraverso quattro fasi. La prima è la derisione. Ti prendono in giro. «Che cosa sta facendo?» «Questo è l'America, qui siamo in Europa». «Ma cosa vuole insegnarci?» Quando superi quella fase arriva la seconda: la rabbia. Le persone iniziano ad arrabbiarsi. «Questa cosa non si deve fare». «Qui siamo in Europa». «Ti stai sbagliando». E la gente si confonde. Se superi anche quella fase arrivi alla terza: la paura. Le persone iniziano a chiedersi: «Aspetta un attimo... e se non fosse pazzo?» «E se non stesse sbagliando?» «Che cosa sta facendo davvero?» «Forse non capisco quello che sta facendo». E infine arriva la quarta fase: l’ammirazione. A quel punto la gente dice: «Non era pazzo». «Non dovevo arrabbiarmi». «Dovevo preoccuparmi».«Aveva ragione». E iniziano ad arrivare i risultati. Noi oggi siamo più o meno nella seconda fase. C'è molta gente che si arrabbia per quello che facciamo. Persone interne ed esterne. Molte persone provano fastidio o rabbia verso le nostre scelte. Non perché siamo davvero dei rivoluzionari, ma perché stiamo cercando di fare qualcosa di diverso.
    C'è anche una componente legata al fatto che non sei locale, immagino. Che per qualcuno sia difficile accettare che uno straniero venga a gestire la propria squadra.
    Assolutamente. E poi c'è anche un altro aspetto. Ci sono persone che erano lì da prima e che sostenevano che certe cose fossero impossibili. Che il basket a Varese fosse spacciato. Che non ci fosse soluzione. Se poi arriva qualcuno e riesce a fare qualcosa che veniva considerato impossibile, inevitabilmente qualcuno resta in cattiva luce. E questo genera resistenze.
    Ti ha colpito molto questa cosa?
    Sì. Mi ha colpito. È stata una delle parti più difficili di questa esperienza. Ho avuto momenti davvero brutti. Perché c'è molta esposizione pubblica. E ci sono stati momenti in cui mi sono chiesto se ne valesse davvero la pena. (…). Mi vengono i brividi perché mi ricordo perfettamente quei momenti. Ti chiedi: «Perché sono qui?» «Perché sto facendo tutto questo?» «Che cosa ci faccio qui?» «Potrei stare facendo tutt'altro».
    Ma poi cresci, capisci perché è successo e impari qualcosa.
    Esatto. E alla fine è anche per questo che ti alzi alle sette del mattino. O alle tre di notte. Perché non riesci a fare altro. E quella parte è stata molto difficile. Molto. E abbiamo attraversato tanti momenti del genere. Inoltre il tema dell'analisi statistica è diventato uno dei bersagli principali delle critiche. Addirittura si è diffusa una voce, chiaramente malintenzionata, secondo cui noi avremmo un algoritmo segreto che prende le decisioni. Come se andassimo dal computer e gli chiedessimo chi deve giocare e chi no.
    L'algoritmo segreto di Luis Scola.
    Esatto. E io continuavo a dire: «Ragazzi, non esiste nessun algoritmo segreto». «Siamo qui dalle sette del mattino a cercare di capire come vincere una partita». Perché poi, se davvero esistesse un algoritmo del genere, io sarei ai Lakers a guadagnare centinaia di milioni di dollari. Non sarei a Varese a lottare per non retrocedere. Se quell'algoritmo esistesse davvero, e credetemi che mi piacerebbe moltissimo che esistesse, non ce l'avrei io. E vinceremmo tutte le partite.
    È curioso che la critica principale sia stata proprio quella legata all'analisi dei dati.
    Sì. In realtà si collega perfettamente alle prime due fasi: la derisione e la rabbia. «Questi hanno un computer che gli dice cosa fare». È una critica molto tipica di quella fase. Ma non è quello che facciamo. Se guardi il processo di cui parlavamo prima, alla fine tutto torna all’allenatore. Gli arrivano gli ultimi cinque nomi. E noi gli diciamo: «Coach, devi essere contento del giocatore che scegli». «Devi fidarti che chi arriva è stato filtrato sulla base delle tue richieste». Questa è la chiave. Capire cosa vuole l’allenatore. Tradurlo in criteri. Portarlo verso l’alto. E poi riportarlo giù. Così il coach si trova davanti tre o cinque nomi sapendo che sono davvero i migliori per ciò che ha chiesto. E l'allenatore che abbiamo oggi capisce molto bene questo processo. Siamo molto contenti. Non solo lo capisce. Lo utilizza lui stesso con i giocatori. Perché succede la stessa cosa quando prepari una partita. L'allenatore e gli assistenti guardano cinquanta ore di video dell’avversario. Li riguardano. Si confrontano. Cambiano idea. Tornano a guardarli. E poi arrivano in palestra e dicono: «Oggi difendiamo in switch». E il giocatore risponde: «No, secondo me è meglio fare un'altra cosa». A quel punto l'allenatore gli dice: «Ascolta. Ho guardato duecento ore di video in due settimane». «Fidati che siamo già passati attraverso tutte queste discussioni e che questa è la soluzione migliore». Ecco, noi chiediamo all'allenatore lo stesso tipo di fiducia. Quel rapporto che lui ha con i giocatori, noi lo abbiamo con lui. Gli diciamo: «Fidati. Noi mettiamo venti o trenta ore di lavoro per ogni giocatore e per ogni ruolo». Sono tante ore. Lui non può dedicarci tutto quel tempo perché deve allenare la squadra.
    Fabio Gandini

  • simon89
    La ECA, l’ente che organizza sia l’Eurolega sia la Eurocup di pallacanestro, ha diramato l’elenco delle partecipanti alla prossima Eurocup. Una lista che comprende ben cinque club italiani, il che fa del nostro Paese il più presente in questa competizione.
    Tre squadre hanno in tasca una licenza quinquennale: si tratta di Trento e Venezia che sono da anni protagoniste in questo torneo, e di Tortona che ha scelto questa strada dopo aver partecipato l’anno scorso alla Champions della Fiba. Le altre due “azzurre” sono Napoli e Roma che vogliono testare le proprie ambizioni per il futuro: i campani arrivano da un brutto campionato ma hanno comunque alle spalle una struttura ben definita. Diverse la situazione dei capitolini, la società che ha acquisito i diritti sportivi di Cremona ma che attualmente non hanno annunciato alcun organigramma.
    Se a queste cinque formazioni aggiungiamo le due italiane in Eurolega, l’Olimpia Milano e la Virtus Bologna, arriviamo a un totale di sette. Questo per dire che Varese rimane alla finestra per capire quale potrà essere il proprio futuro europeo. Nona in campionato, la Openjobmetis ha davanti tre squadre a livello di risultati (se escludiamo quelle già accasate nell’ECA): Brescia, Reggio Emilia e Trieste. Di queste, lombardi e giuliani non dovrebbero iscriversi a una coppa mentre la Unahotels è destinata a partecipare alla Basketball Champions League organizzata dalla Fiba, lo stesso “ambiente” nel quale si muove la Pallacanestro Varese diretta da Luis Scola.
    Purtroppo però l’Italia non ha un secondo posto assicurato in BCL, anche per via dell’esclusione di Trapani nella scorsa stagione. Se Fiba dovesse concederlo, allora per Varese si aprirebbero le porte di questa competizione, in caso contrario i biancorossi dovrebbero per lo meno partecipare ai preliminari (come avvenne, senza esito positivo, nel 2023-24). Se così fosse, e se Varese non riuscisse a qualificarsi in quel modo, per la squadra di Kastritis ci sarebbe la garanzia di prendere parte alla Fiba Europe Cup. Un torneo in cui i biancorossi vantano una finale (2016) e due semifinali (2019 e 2024). Per un verdetto definitivo però, bisognerà attendere ancora un po’ di tempo: probabilmente intorno alla fine di giugno.
    LIBRIZZI CONFERMA: RIMANE BIANCOROSSO – «Non vedo l’ora di rivedervi tutti a Masnago». Con poche parole a commento di un filmato pubblicato sui social dalla Pallacanestro Varese, Matteo Librizzi dà l’appuntamento ai tifosi per la prossima stagione togliendo così ogni residuo dubbio sulla sua permanenza in biancorosso. Una  conferma che ormai era nell’aria da tempo: “Libro” aveva sondato la possibilità di trasferirsi per un anno in NCAA ma la mancanza di offerte di un certo livello unita all’incertezza sull’eleggibilità (sono state introdotti alcuni “paletti” dopo la dergulation dei mesi scorsi) hanno in pratica tolto la possibilità concreta di un trasferimento negli USA.
    Damiano Franzetti

  • simon89
    Matteo Librizzi resterà capitano della sua Varese. Sciolta definitivamente la riserva sulla prosecuzione del rapporto tra il team biancorosso e il play del 2002 in partenza per il raduno dell’Italbasket. Nella giornata odierna, giovedì 11 giugno, il cestista varesino ha avuto un colloquio con Ioannis Kastritis, esprimendo al coach greco la volontà di vestire ancora la maglia dell’unica società nelle cui file sia mai stato tesserato per i campionati FIP (“Original” Pallacanestro Varese sin dall’Under 13 dopo il Minibasket svolto alla Robur et Fides).
    E se il tecnico ellenico lo riterrà opportuno proseguire come capitano di un gruppo ancora in fase di completamento, ma già ben assortito sul fronte italiano con il rinnovo 2+1 di Davide Alviti e l’ingaggio biennale di Iris Ikangi. Il sogno NCAA era l’unica prospettiva in grado di mutare il suo rapporto “viscerale” con i colori biancorossi, e ad un certo punto pareva molto concreta la prospettiva – scartata 12 mesi fa – di spostarsi negli Stati Uniti per un anno di basket universitario nel quale giocare da protagonista assoluto e leader di una squadra. Ma le normative in evoluzione nel mondo NCAA, con restrizioni regolamentari in divenire a rendere meno appetibili i professionisti europei entrati sul mercato a primavera inoltrata, hanno di fatto chiuso questa finestra di opportunità che non potrà più ripresentarsi in futuro per motivi anagrafici.
    Dunque Varese può considerare a tutti gli effetti Matteo Librizzi un membro del roster in fase di costruzione, con soddisfazione condivisa da parte di società, staff tecnico e giocatore. E pertanto è il caso di affermare “tutto è bene quel che finisce bene”...
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    Davide Alviti vestirà la maglia di Varese almeno fino al 2028. Due per due farà quattro anche sotto le Prealpi: il tiratore ciociaro che vestiva la maglia numero 2 ha firmato un rinnovo biennale, e dunque saranno quattro i suoi campionati in maglia OJM dal suo arrivo in città nell’estate del 2024.
    IL RINNOVO
    Come anticipato stamattina – domenica 7 giugno – sulle colonne di Prealpina, l’ultima tappa di ieri con il colloquio finale alla Ghirada di Treviso fra il dirigente biancorosso Maxsim Horowitz e il suo nuovo agente Nemanja Zivanovic ha formalizzato i dettagli di un rinnovo che Varese aveva messo sul piatto da qualche settimana. Un accordo con ritocco al rialzo del salario (attorno al 35% rispetto ai 180mila euro del 2025/26) che dimostra quanto l’OJM tenesse a trattenere un giocatore particolarmente stimato – e particolarmente legato – a coach Ioannis Kastritis.
    IL FUTURO
    La conferma di Dado permette al team biancorosso di proseguire nella strategia di mercato impostata inizialmente: due ali italiane (Alviti e Ikangi) con tre piccoli stranieri (uno auspicabilmente sarà Carlos Stewart, la prossima settimana dialogo diretto con l’agenzia per valutare la proposta di rinnovo quadriennale sottoposta dall’OJM) e tre lunghi stranieri (verosimilmente resterà Nate Renfro, entro il 15 giugno Varese può uscire dal suo contratto ma non sembra esserci intenzione di esercitare l’uscita). Mentre bolle in pentola la vicenda NBA Europe che potrebbe cambiare notevolmente gli scenari; ma Alviti con Stewart e Renfro, è considerato un pezzo egualmente valido sia in caso di budget analogo a quello del 2025/26 che in caso di upgrade.
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    C’è profumo di riconferma nell’aria: Davide Alviti è molto vicino a restare un giocatore della Pallacanestro Varese per i prossimi due anni: l’ala di Alatri ha valutato come valida l’offerta – corposa – avanzata dalla società biancorossa e potrebbe presto firmare il contratto che lo renderà – alla scadenza del 30 giugno 2028 – una vera e propria bandiera, seconda (in anni recenti) per permanenza ai soli Giancarlo Ferrero e Matteo Librizzi.
    Il 29enne azzurro sta trascorrendo un periodo di ferie all’estero, quindi la trattativa non si è conclusa ma la Openjobmetis è a un passo dall’assicurarsi il classico “italiano da quintetto”, al netto delle decisioni tattiche e tecniche su di lui da parte di Ioannis Kastritis. Ma piazzare un giocatore “sicuro” nel roster degli azzurri accanto a Iris Ikangi (messo al posto di Assui), a Ladurner e probabilmente di Librizzi significherebbe arrivare ai primi di giugno con quattro caselle tricolori già riempite con una qualità più che soddisfacente.
    Varese ha messo sul piatto della riconferma un contratto pesante per gli standard biancorossi (si parla di 250mila euro all’anno netti, non ci saranno eventuali conferme ufficiali in merito) ma comunque in linea con un giocatore della sua esperienza, del suo curriculum e delle sue statistiche. E in linea con una società che dopo anni di fatiche economiche sta innalzando la quota delle ambizioni e degli obiettivi. In attesa di conoscere il destino europeo della Openjobmetis, che punta alla partecipazione alla Champions ma che comunque ha un posto pressoché certo in Fiba Europe Cup. Sempre con un orecchio teso alla futura NBA Europe, ma questo è un discorso troppo complicato per il breve periodo.
    La presenza di Alviti nello scacchiere sarebbe fortemente gradita da coach Ioannis Kastritis (che sul dossier-mercato lavora a stretto contatto con la coppia Sogolow-Horowitz) e potrebbe avere un’ulteriore logica se, come sembra, la società fosse orientata a ingaggiare un playmaker puro o comunque più “distributore” rispetto a un bomber come Iroegbu. Del resto Kastritis ha sempre mostrato la volontà di avere un uomo di regia: al suo arrivò portò a Varese Elijah Mitrou-Long, l’estate scorsa venne scelto Stefan Moody, che poi si rivelò inadeguato ma era profilo diverso da Iroegbu e Stewart, aggiunti in corsa.
    Con un uomo a dettare i ritmi e a cesellare passaggi al bacio anche sul perimetro, un tiratore di vaglia come Alviti potrebbe accrescere una produttività che, in biancorosso, dice 12,3 punti con il 41,2% nel tiro pesante. Ora, quindi, resta una firma o poco più per mettere nero su bianco il prosieguo dell’esperienza biancorossa, un auspicio anche di tanti tifosi che gradirebbero rivedere a Masnago il numero 2 biancorosso.
    Damiano Franzetti

  • simon89
    “Prima gli italiani” non è solo uno slogan politico. Nel mondo del basket, tra maggio e giugno, è una necessità: chiudere le caselle tricolori nel modo più competitivo possibile prima di procedere con rinnovi o ingaggi dei giocatori stranieri. Uno scenario logico: il mercato local è decisamente più ridotto di quello internazionale e le regole attuali danno un vantaggio competitivo a chi incastra azzurri di valore nel roster.
    La Openjobmetis, in questo senso, resta alla finestra come un po’ tutte le altre realtà di LBA: l’acquisto di Iris Ikangi è chiaramente orientato a sostituire per ruolo e compiti il partente Elisee Assui. Per il resto è necessario fare due cose: avere la pazienza di attendere e intanto muoversi tra atleti e procuratori così da avere il più ampio quadro possibile per intervenire al momento giusto.
    L’impressione attuale e che si attendano i primi movimenti rilevanti: quando si aprirà il mercato dei “big” (il livello superiore rispetto a Ikangi o a Bucarelli, preso da Udine) nascerà una sorta di onda che a cascata interesserà tutte le società del massimo campionato. In quel momento si vedrà chi ha preparato meglio le mosse: per questo anche Varese ha preso informazioni su tantissimi giocatori, anche quelli fuori portata economica, per capire se potranno aprirsi strade a oggi impreviste. Per questo circolano anche nomi altisonanti (come quello di Mannion per cui è in pole position Napoli): conoscere le esigenze e le richieste di tutti è un modo per intavolare il futuro, ma ciò non significa che siano state formulato offerte.
    ALVITI, PROPOSTA BIENNALE
    Detto questo, la mossa principale effettuata dai dirigenti biancorossi è quella “casalinga”, ovvero l’offerta per Davide Alviti. L’ala laziale ha sul tavolo una proposta di rinnovo per due anni a cifre decisamente superiori rispetto al suo stipendio attuale (si parla di 250 mila euro a stagione: ovviamente la società si tappa la bocca a riguardo). Tanti soldi uniti all’apprezzamento di allenatore e società, alla certezza di minutaggi alti e alla possibilità di tornare a giocare una coppa.
    Le alternative per Alviti sono (al momento) meno attraenti: Venezia è in pieno playoff e di offerte reali non ne ha fatte, la pista romana è tutt’ora nebuolosa (la Roma-Cremona o la Roma di Matiasic? E nel caso, quali saranno le loro collocazioni?), quella estera idem. Detto questo, non si può escludere che Dado possa ricevere presto qualche alternativa, ma la sensazione che la Openjobmetis stia facendo la sua parte.
    LIBRIZZI SI ALLENA
    L’altro punto di domanda – che potrebbe sbloccarsi nel giro di pochi giorni – riguarda Matteo Librizzi. Il capitano si sta allenando regolarmente a Varese e al momento non sembra avere offerte NCAA da cogliere al volo. Insomma, rispetto a quanto detto – da lui stesso – nella sera del “rompete le righe” non ci sono novità: senza la possibilità di una forte esperienza di vita e di basket in America, Libro non si muoverà da Varese. Al momento le quotazioni per rivederlo a Masnago restano abbastanza alte: in quel caso perderebbero quota gli altri nomi italiani in posizione di playmaker in uscita dalla panchina.
    STRANIERI: TUTTO TACE, ANCHE LE SUGGESTIONI
    Come spiegato in avvio, il capitolo stranieri resta ancor più in attesa rispetto a quello tricolore. I nomi più vicini paiono essere quelli di Stewart e Renfro: Carlos aveva ricevuto proposte a stagione in corso, ma giocatore, procuratore e società le avevano respinte. Varese è contenta di lui come del pivot, considerato giocatore in grado di garantire forte intensità in difesa. Renfro però andrà “protetto” e affiancato da un altro lungo: dipendesse da noi, faremmo una telefonata a Milano per capire le intenzioni di un signore che proprio oggi – 28 maggio – compie 40 anni. Si chiama Bryant Dunston ma, a quanto ci risulta, non è nell’elenco degli osservati speciali.
    Damiano Franzetti

  • simon89
    Il primo giocatore accostato – da alcune settimane – alla prossima Openjobmetis si è rivelato anche il primo ad avere effettivamente firmato per la società biancorossa. Iris Ikangi giocherà il prossimo campionato con la maglia della Pallacanestro Varese per quella che sarà la sua quarta esperienza in Serie A dopo quelle di Brindisi, Scafati e Udine.
    L’ala di origini congolesi nata a Voghera, 32 anni, arriva proprio dalla formazione friulana dove ha giocato agli ordini di coach Adriano Vertemati. Non porta in dote cifre abbaglianti (5,4 punti, 2,7 rimbalzi, il 43,9% da 2 punti, il 30,3% da 3 e un cattivo 59,1% ai liberi) ma è stato scelto per le sue qualità difensive. Piedi rapidi, braccia lunghe, corpo da spendere, Ikangi ha le caratteristiche giuste per sostituire Elisee Assui nello scacchiere biancorosso e per applicare i dettami di Ioannis Kastritis.
    Varese lo ha capito sulla propria pelle quando – era lo scorso 23 novembre a Masnago – Ikangi imbrigliò Ike Iroegbu (12 punti con 3/9 al tiro), marcato stretto nonostante le differenze di ruolo e di statura, contribuendo in maniera pesante al successo ottenuto a Masnago dalla Old Wild West. Anche per questo motivo la società biancorossa – da tempo certa dell’addio di Assui – si era mossa in anticipo e dopo qualche rallentamento della trattativa è arrivata al dunque.
    Ikangi, che è alto 2 metri per circa 88 chili di peso, ha firmato un contratto biennale (quindi sino al 30 giugno 2028) di cui, come da prassi, non sono state comunicate le cifre. L’acquisto dell’ala pavese è importante anche per via della sua eleggibilità da italiano: con le tante partenze verso la NCAA, accaparrarsi giocatori “sicuri” e con passaporto tricolore è una mossa importante, in attesa di capire quale sarà il futuro di Matteo Librizzi e Davide Alviti.
    Damiano Franzetti

  • simon89
    L'OJM entra nel vivo per i primi due obiettivi del mercato italiano. La risposta definitiva di Iris Ikangi slitta ancora verso il weekend, ma la mossa importante del club biancorosso riguarda Davide Alviti, al quale è stata formulata una proposta pluriennale. E poi si registra attivismo su giocatori di alta fascia che conferma la fiducia del club biancorosso riguardo un possibile upgrade del budget in corso d'opera. Anche le tempistiche potrebbero non coinvolgere le operazioni italiane; ma Sogolow e Horowtitz hanno fatto i "compiti a casa" chiedendo prezzi e disponibilità per ogni evenienza.
    RESTA LA FIDUCIA SU IRIS - Entro fine settimana Ikangi (foto in alto a sinistra) scioglierà la riserva sulla proposta biennale recapitatagli da Varese. Il giocatore del 1994 avrebbe un'alterna tiva in serie A2, dove la tassazione più bassa e l'importanza degli italiani gli consentirebbe di guadagnare un salario più elevato (gli indizi portano all'ambiziosa Livorno che aveva provato l'as salto al play Cappelletti prima del rinnovo a Treviso). L'OJM resta in pole position per assicurarsi le prestazioni dell'ala nativa di Voghera, sostituto naturale di Elisèe Assui nello scacchiere tattico di Ioannis Kastritis, che ha spinto fortemente per un profilo da specialista difensivo e uomo-squadra come il 32enne italo-congolese. Al momento non ci sono piste alternative, confermando la fiducia che l'accordo possa andare in porto. E nella serata di ieri ci sarebbe stato un ulteriore passo avanti.
    LA MOSSA SU DADO - Varese ha fatto una mossa importante per convincere Davide Alviti a legarsi a lungo termine al club biancorosso. La società ha formalizzato al giocatore di Alatri una proposta pluriennale (2+1?) per convincerlo a togliersi dal mercato senza aspettare evoluzioni della situazione di Roma. Dove l'unica operazione avviata dal nuovo corso, in attesa di definire manager italiano e allenatore straniero, riguarda Nico Mannion con maxi-offerta triennale da "uo mo-franchigia". L'OJM ritiene di aver fatto il massimo per convincere Dado a sposare la causa di Varese ancora a lungo: anche qui entra in gioco il feeling elevato con Kastritis e la prospettiva di essere un giocatore importante qualunque saranno le ambizioni biancorosse già nel 2026/27. Non è detto che la proposta colpirà nel segno, ma il clan varesino è convinta che ci siano buone possibilità.
    I SONDAGGI E L'ALTERNATIVA - L'attivismo OJM sul fronte mercato ha coinvolto italiani di ogni fascia di prezzo: dagli impossibili (Mannion e Tonut) ai promessi altrove (Calzavara e Cappelletti), fino a elementi di profilo medio-alto che potrebbero invece rientrare nel radar biancorosso. Nel caso in cui la fumata con Alviti fosse nera, oppure come upgrade rispetto alla stagione 2025/26 se i segnali positivi sul fronte budget dovessero materializzarsi prima di fine giugno. Tra le ipotesi sondate quella più plausibile, per costi e incastri di mercato, sarebbe quella di Stefan Nikolic (foto in alto a destra), 29enne ala serba ma di formazione italiana tra Stella Azzurra Roma e Virtus Bologna. Il giocatore del 1997 è un'ala decisamente più interna rispetto ad Alviti, un "4/3"molto meno tiratore ma più stazzato e fisicato. Il suo utilizzo ridotto nei playoff con Venezia indica la possibilità che cerchi collocazione altrove sfruttando una escape dal contratto 1+1 firmato la scorsa estate. Per ora c'è interesse ma non proposta economica: le priorità sono Ikangi e Alviti, a seconda degli sviluppi di queste situazioni, e di eventuali iniezioni di risorse in tempi rapidi, se l'ex Cantù e Cremona potrà entrare tra gli obiettivi dell'OJM.
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    Terminati i colloqui di fine stagione con giocatori e staff, è stata la volta dei giornalisti che seguono la squadra e – di riflesso – dei lettori e dei tifosi. Max Horowitz e Zach Sogolow, i general manager della Pallacanestro Varese, e coach Ioannis Kastritis, hanno tracciato il proprio bilancio di fine stagione provando anche a disegnare l’estate e accennando alla squadra che verrà.
    Un’estate che inizierà presto – prima di Ferragosto – perché quel brutto avvio di campionato non è stato dimenticato, e perché la partecipazione a una coppa europea (vedremo quale sarà) dovrà essere preparata al meglio, con l’obiettivo di fare bene anche a livello internazionale. Per questo ci sarà la necessità di migliorare una Openjobmetis 2025-26 considerata già positiva («Siamo orgogliosi dei passi avanti e lo abbiamo detto a giocatori e staff») anche se con un esito che non era quello sperato.
    Una Openjobmetis che dovrebbe partire fin da subito con la formula del 6+6 e che – parola di GM – lavorerà per ritoccare quegli aspetti che non hanno funzionato. I rimbalzi, certo («anche se le squadre di Kastritis hanno sempre guardato di più a recuperi e stoppate che non a questo aspetto») ma anche l’assenza di un playmaker puro, in grado di passare e muovere meglio la palla.
    ITALIAN FIRST
    Le decisioni sul blocco italiano sono una priorità immediata, con la necessità e l’obiettivo di avere quattro giocatori pronti a dare un contributo reale. In attesa di capire quale sarà la direzione presa da Librizzi (non ci sono novità: dovesse andare in NCAA si lavora per il ritorno tra un anno), si prosegue a lavorare per provare a tenere Alviti: «Rimaniamo positivi su Davide, ha talento, è cresciuto molto qui – spiega Horowitz – ha giocato bene in questi due anni e ci sono passi avanti che vogliamo fare». Tra le ali prende sempre più corpo l’ipotesi dell’udinese Iris Ikangi ma i gm restano abbottonati a riguardo. Chi potrebbe essere confermato è Max Ladurner, specie con una partecipazione alla coppa che garantisce maggiori minuti di gioco a tutti. «Se qualche giocatore ha già giocato a Varese – spiegano i gm  – non c’è problema a riprenderlo perché chi conosce già il nostro ambiente ci può aiutare anche per iniziare bene la stagione, come non è avvenuto quest’anno. Vale per gli italiani e vale per gli stranieri».
    RENFRO, IL ROSTER E L’EUROPA
    Uno degli stranieri più vicini alla permanenza è probabilmente Nate Renfro che ha espresso la sua volontà di restare (la palla è in mano al club). «Su Renfro ci pendiamo il nostro tempo, abbiamo già parlato con lui – dice Sogolow – e siamo contenti del suo lavoro ma vogliamo che lui metta in campo la stessa aggressività senza preoccuparsi dei falli commessi. Questo dipende anche dal roster che gli metteremo eventualmente attorno e il fatto che parteciperemo alle coppe è senza dubbio un vantaggio perché è la prima cosa che giocatori e agenti ci chiedono».
    Paradossalmente, partecipare alla Champions (più difficile) può essere una soluzione migliore per Varese rispetto alla Fiba Europe Cup (più facile) proprio per la raccolta di fondi e la qualità degli ingaggi. «E comunque – sottolinea Horowitz – la nostra volontà è di prendere parte alla Coppa non solo per partecipare ma anche per provare a fare strada. Lo diciamo fin da subito anche ai tifosi: Varese in Europa vuole recitare una parte seria e dare importanza al torneo cui sarà ammessa».
    LA ROTTA DI KASTRITIS
    A livello tecnico comunque, più di tutto comanderanno le scelte di Ioannis Kastritis: «Il nostro allenatore ha sempre lavorato per creare una squadra che difenda forte – dice Sogolow – Abbiamo fiducia nel suo sistema e ci confrontiamo per il tipo di giocatori che vuole prendere. La priorità restano le sue scelte: quello che è importante per lui, è importante per noi». Dal canto suo il tecnico greco respinge la domanda sulla “inutilità” di Freeman: «Non credo che Allerik sia stato “un giocatore in meno” e sapevamo bene che veniva da un infortunio. Però non è questo il modo che abbiamo noi di fare le cose. Io non guardo a stranieri o italiani, il gruppo è unico, è un “essere vivente” e ogni giorni migliora, peggiora, cambia. Allerik ha fatto parte delle rotazioni, ha lavorato tanto in allenamento e anche questo è servito per fare sì che avvenissero risultati buoni».
    LA PROMESSA DI IOANNIS
    «Il nostro – conclude Kastritis – è un processo a lungo termine: non importa quali saranno le risorse a disposizione, quel che conta sono cultura, organizzazione e strutture e ciò è molto più importante. Vi garantiamo che i miglioramenti saranno fatti e voi ne sarete orgogliosi. Vogliamo giocare un basket che sia il più completo possibile».
    Damiano Franzetti

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