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VARESE Nessuna voglia di rivalsa, nessuna polemica, nessun dente avvelenato. Una chiacchierata con Giacomo Galanda può andare oltre a quanto successo qualche mese fa e a un divorzio tra lui e Varese che ha lasciato un po' di amaro nella bocca del lungo friulano. Già, perché oggi Gek è insieme un uomo e un giocatore felice: padre di due bimbi, uomo chiave nella Pistoia che sta guidando la classifica del campionato di LegaDue.

Gek: ma non è che l'anno prossimo la ritroviamo come avversario di Varese in serie A?

Di certo sarebbe bello, ma per il momento non ci voglio pensare.

Siete in testa...

Sì, ma siamo anche una squadra particolare, e per particolare intendo molto corta: ruotiamo sei o sette giocatori, non di più. E sinceramente non so come reggeremmo, dal punto di vista fisico, in un'eventuale serie playoff. Non dica che non ci pensate.

Siamo garibaldini: affrontiamo tutti con il nostro spirito battagliero e viviamo partita dopo partita. La nostra forza, quella che ci ha portato fin qui, è la nostra capacità di non pensare troppo in là.

Che spazio si è ritagliato, Galanda, a Pistoia?

Mi sono dovuto mettere a fare il playmaker aggiunto, ci credereste?

No.

E invece è proprio così. Purtroppo il nostro play titolare, Mathis, si è rotto un ginocchio: era l'unico giocatore della squadra in grado di ricoprire quel ruolo quindi ci siamo dovuti adattare. Hardy, la nostra guardia, porta su la palla. E io cerco di affiancarlo in veste di regista occulto.

Galanda play non l'avevamo ancora visto. La schiena regge o continua a fare le bizze?

Regge, anche se al mio fisico non posso chiedere più di tanto: diciamo che mi gestisco. Coach Moretti sa che non posso allenarmi tutti i giorni come fanno i miei compagni e che ogni tanto mi devo fermare. Diciamo che ho trovato il mio equilibrio.

Lei un campionato di LegaDue l'ha già giocato (e vinto) con Varese. Che differenze sta trovando?

Tante. Innanzitutto l'età media delle squadre, rispetto a tre anni fa, si è notevolmente abbassata: ci sono tanti ragazzi giovani e si corre terribilmente di più. Poi, qui a Pistoia, il mio compito è quello di mettere al servizio della squadra la mia esperienza. E infine un conto è giocare per una realtà come Varese, un altro farlo per Pistoia.

Perché?

Perché sono due approcci differenti. Qui tutto è molto più piccolo, misurato, familiare. È diverso l'ambiente ed è diversa la struttura societaria. A Varese ogni cosa deve funzionare alla perfezione, qui ci si affida a tante persone che danno una mano: ma questo, forse, è un punto di forza.

In che senso?

Nel senso che si è più rilassati e quindi si è portati a fare tutto con il sorriso sulle labbra, e a vivere meglio anche le sconfitte. Abbiamo costruito un bel gruppo con la forza delle piccole cose: il dirigente che passa a casa mia e mi porta alla festa del paese, coach Moretti che prende lo spazzolone e si mette a pulire il palazzetto, tifosi che qualunque cosa facciamo sono contenti.

Insomma, contento della scelta fatta in estate?

Diciamo che dopo Varese, sono nel posto migliore che potessi trovare: per me, e per la mia famiglia.

La sua felicità è riuscita a lavare via quel pizzico di delusione?

Non c'era nulla da lavare via. Quest'estate ci sono rimasto male per come sono andate le cose, non certo per la legittima scelta di Varese che ha deciso di puntare su altri giocatori. Semplicemente, avrei preferito che questa scelta mi venisse comunicata faccia a faccia e nei tempi utili per consentirmi di trovare un'altra squadra. Ma sia chiaro: io sarò sempre legato a Varese e a tutte le persone che ruotano attorno a squadra e città. L'ho raccontato anche qui, in una recente intervista.

Cosa ha raccontato?

Prima della partita che abbiamo giocato a Bologna contro la Fortitudo mi hanno fatto alcune domande sul mio passato e sulle piazze cui sono più legato. Varese è Varese, e per me quella di giocare lì è stata una scelta di vita: dopo aver giocato e vinto per la Fortitudo non sarei mai andato a giocare per la Virtus, che pure mi aveva cercato. E dopo essere stato per tanti anni a Varese, non sarei mai andato a Cantù.

Non dica che l'hanno cercata pure loro...

No. Ma avrei rifiutato, se l'avessero fatto.

Segue ancora i risultati di Varese?

Sì, ovvio.

Che idea si è fatto?

È una squadra molto perimetrale che non può prescindere da un Rannikko in salute: sta facendo quello che è nelle sue corde: niente di più, niente di meno. Per scalare qualche posizione in classifica, dovrebbe centrare qualche risultato sopra le righe.

Francesco Caielli

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