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17 hours ago, Ponchiaz said:

"Oro rosso" Varese, per esempio, suona benissimo

 

15 hours ago, Roberto said:

Ma anche " Marmellata di fichi fioroni Varese".

 

15 hours ago, Roberto said:

" Mercatino Pista Vecchia Varese"..?

:lol:

Qui stiamo per scomparire nonostante l'ottimismo diffuso inognidddddove e voi mi parlate di sponsor?

Dai, ci sta (cit)

Dai ci penso :P

PORKOZIO :angry:

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Colpa della coppa o di roster e fiatone?

Torna in auge il discorso Champions League come (con)causa dei guai di Varese, proprio all'indomani della vittoria di Radom che ha cambiato colore all'umore del clan bianco-rosso. Tra i temi del rendez-vous tra i consorziati e l'area tecnica, si è affrontato proprio il discorso dell'impegno in Europa, considerato tra le ragioni del rendimento inferiore alle attese di Cavaliero e compagni. Innegabile che il livello medio delle squadre di alta classifica di Francia, Lituania, Germania e Grecia - avversarie di Varese nella Champions 2016-17 -sia molto più competitivo rispetto ai campioni di Svezia, Ungheria, Cipro, Austria e Bielorussia incontrate dalla Varese modello FIBA Cup del 2015-16. Però dietro le tre big Villeurbanne, Klaipeda e Oldenburg - forti anche di disponibilità economiche superiori a quelle dell'Openjobmetis - le varie Ventspils, Paok, Usak e Radom, costruite con mezzi uguali o anche inferiori a quelli di Varese, non sono certo parse inarrivabili.

Dunque sarebbe più corretto affermare che il rendimento negativo della squadra è figlio degli errori di composizione del roster, i cui effetti - a parità di squadre sbagliate l'anno scorso e quest'anno - sono stati amplificati dal gradino più elevato salito in Europa. Alla prova del campo, la costruzione di un roster con un assetto stazzato per reggere l'urto del basket internazionale più "fisico" ha pagato dazio a rimbalzo in Champions League, e appesantito l'assetto di Varese in un campionato italiano dove, storicamente, le squadre atletiche rendono più di quelle "muscolari". Ma l'errore più evidente è stato quello di puntare su tre giocatori da gestire sul piano dei carichi di lavoro per motivi legati alla loro storia "infortunistica" come Maynor, Kangur e Campani per affrontare un tour de force da 31 partite in 4 mesi. Per non sovraccaricare eccessivamente gli elementi a rischio, si è impostato un ritmo di lavoro conservativo che non ha fatto rendere al meglio né i tre elementi le cui forze erano da amministrare, né il resto della truppa.

Ora la cura Caja ha decisamente aumentato i carichi in palestra e diminuito i riposi tra una partita e l'altra. Dopo i grandi affanni iniziali nella sorta di "secondo precampionato" impostato dal 23 dicembre, Maynor e Kangur sembrano in crescita. Ma soprattutto è in ascesa lo stato di forma di tutto il gruppo, condizione indispensabile per mettere in pratica l'aggressività difensiva predicata dal coach. Ieri la truppa biancorossa è tornata al gran completo in palestra, recuperando Chris Evenga (assente a Radom per un problema muscolare addominale) ma ancora senza Luca Campani: il lungo di Reggio, fermo dal 20 novembre, continua a svolgere lavoro differenziato senza certezze sui tempi di riattivazione in attesa del responso di un "super-luminare" che lo sta seguendo da qualche tempo.

Giuseppe Sciascia 

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Questa ė colpa maggiore di moretti. Preparazione atletica completamente toppata.. ė sempre così già dai tempi di Pistoia ..partono sempre ad handicap le squadre di moretti .. poi se hai qualche campione magari ti salvi e arrivi ottava per i play off all'ultima giornata.. puoi anche avere lebron James ma se male allenato arrivi mezzo secondo dopo .. e con quel mezzo secondo perdi le partite .. dite quello che volete ma io a parte Caserta e Reggio Emilia ho visto tutte le altre squadre andare sempre più forte di noi .. caja ha rifatto la preparazione atletica con allenamento duri che guarda caso kk e maynor apprezzano .. speriamo che non sia troppo tardi per salvarci

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«Io via da Varese? Ma se la amo...»

Intervista a Eric Maynor: il ritorno, le polemiche, la voglia di riscatto di un giocatore che divide le folle
 

C’è un Eric Maynor sconosciuto ai più e forse anche un po’ alla copertina che lui stesso mostra al mondo, quella fatta di una gamma di espressioni atarassiche e flemmatiche, all’apparenza confermata dal rendimento prodotto sul parquet. Il Maynor inedito è quello che ammiri giungendo al PalA2A alle 17.15 spaccate, puntuale per l’intervista concordata mezz’ora prima dell’inizio dell’allenamento pomeridiano. «Eric è già arrivato da venti minuti, sta tirando - ci annunciano sulla porta del palazzetto, con un sorriso, Davide Minazzi e Max Ferraiuolo - Lui è sempre il primo ad arrivare, sia alle sessioni che alle partite... Stupiti?». Un po’ sì, sinceramente...

Un’altro Maynor, un’altra storia biancorossa, altrettanto diversa e lontana dalle lacrime sportivamente versate per mesi: seduto sulla panchina normalmente riservata alle squadre ospiti, Eric quasi te la grida in faccia la sua voglia di riemergere e di fa riemergere la squadra. Le sue risposte sono secche e si interrompono con uno sguardo fisso al pavimento, prima ancora che con le parole. Solo una volta il playmaker nato a Raeford, North Carolina, l’11 giugno 1987, ti guarda fisso negli occhi. Succede quando gli chiedi se davvero abbia voluto abbandonare Varese qualche giorno fa: il «Who said?» che arriva, quasi sfidandoti, suona come l’ultima ancora di salvezza disponibile a queste lande cestistiche.

Maynor, coach Caja ci ha confidato che voi giocatori avete festeggiato molto il successo ottenuto contro il Rosa Radom: che significato ha avuto per voi questo risultato?

È stata dura, molto dura, però si è vista l’energia che avevamo in campo ed è stato bello ed importante vincere. Dopo la sconfitta contro Torino, il successo in Polonia è come un nuovo inizio per noi. Siamo felici e consci di dover continuare così, prendendo gli aspetti positivi e quelli meno positivi di ogni partita e lavorando per vincere le prossime che ci attendono.

Si aspettava una prima parte di stagione così difficile, onestamente? Quali sono le ragioni, a suo avviso, dei risultati negativi ottenuti in serie dalla Openjobmetis?

È sempre difficile rispondere a una domanda del genere... Posso dire che la Champions League è stata molto dura per noi, mentre in campionato abbiamo lottato in molte gare, perdendole spesso nel finale. Più che pensare a cosa non è andato, voglio concentrarmi affinché la seconda parte di stagione sia totalmente differente.

Come si sente fisicamente rispetto a quest’estate?

Sto molto meglio, sicuramente. Tornare da un infortunio al ginocchio è sempre difficile, non certo una passeggiata, ma ora il mio corpo risponde sempre meglio agli stimoli. Sto cercando di spingere sempre di più, ho buone sensazioni. Poi è chiaro: un giorno vai a mille ed un altro rallenti. Il percorso per me è stato duro, ma ora sono soddisfatto.

Dia un giudizio al suo rendimento.

Alcune volte ho giocato bene, altre al di sotto delle mie possibilità: sto solo cercando di migliorare giorno per giorno, partita dopo partita. Già in Polonia penso di aver fatto bene, di essere sceso in campo con più aggressività. Il mio pensiero ora è fare tutto ciò che posso per aiutare la squadra a vincere ogni partita.

Da Moretti a Caja, allenatore che le i conosce bene: come ha reagito quando è stato richiamato sulla panchina biancorossa e come si sta trovando con lui?

Caja è una brava persona ed un grande allenatore, soprattutto un ottimo motivatore. Già due anni fa lavorai con lui, perdemmo forse qualche partita all’inizio, poi però la gente si ricorda ancora cosa riuscimmo a fare una volta ingranate le marce giuste. Credo che lo stesso possa accadere ora: tutti hanno iniziato a credere e a trovarsi nel suo sistema e nel modo in cui ci vuole far giocare. Guardiamo tantissimi video con lui, ci sottolinea le cose buone e gli errori. Il lavoro sta pagando e credo che vedremo un lato diverso della squadra nella seconda parte della stagione.

Lei ha scelto Varese per riprendere la sua carriera dopo l’infortunio: è ancora contento della decisione presa? È vero che dopo la sconfitta contro Cremona e il confronto con i tifosi ha chiesto alla società di essere ceduto?

Chi ha detto che volevo andarmene? Tutti sono venuti a chiedermelo, ma la realtà è che io non ho mai detto a nessuno che volevo lasciare Varese. Quello con i tifosi è stato un piccolo incidente accaduto dopo la partita, una cosa che non ha nulla a che vedere con il basket perché successa fuori dal campo. Sappiate che sono contento qui, amo giocare qui e non rimpiango la scelta di essere venuto qui. Anzi, ne sono orgoglioso.

All’inizio della stagione si era detto entusiasta di giocare insieme a Melvin Johnson. Per lui non è andata bene, come si trova ora con il nuovo “compagno di reparto”, Dominique Johnson?

Io e Melvin ci conoscevamo già perché abbiamo frequentato lo stesso college: è stato divertente giocare con lui in un altro Paese fuori dagli States. Dominique è molto forte, tira molto bene, credo che la nostra intesa potrà solo che migliorare di domenica in domenica.

Fuori dal campo si trova bene a Varese? Cosa fa?

Sto spesso a casa, mi piace giocare ai videogames insieme ad Aleksa Avramovic e agli altri compagni. Ci scontriamo a Fifa: io sono il più forte della squadra, con gli altri non c’è partita...

Maynor, ha ancora dei sogni per il prosieguo della sua carriera?

Ho giocato per cinque anni in NBA e sono venuto in Europa: ora vorrei finire questa stagione e vedere dove mi porterà...Voglio continuare a lavorare duro perché credo di avere ancora diversi anni davanti e sono entusiasta di ciò che mi aspetta.

Cosa pensa del basket italiano dopo quasi due stagioni passate nel nostro campionato?

Mi piace questa lega, ci sono tantissimi giocatori che ho affrontato al college, negli States. È un campionato molto competitivo.

E della Champions? Il vostro cammino in coppa è stato disastroso...

Certo, però la Champions League non è semplice, soprattutto a causa degli spostamenti. È stato difficile andare a giocare in posti strani, prendere aerei, pullman, avere poco riposo. Cerchiamo di finirla nel modo migliore con i due match che ci mancano contro l’Usak e contro l’Oldenburg. Punto.

La sosta in campionato può aiutarvi?

Assolutamente sì, nella partita vinta in Polonia abbiamo giocato bene di squadra e credo che nella prossima con Usak avremo un’altra possibilità di mettere sul campo i miglioramenti. Le prossime 15 partite saranno totalmente diverse, saremo tutt’altra squadra in questa seconda parte di stagione.

Vi meritate l’ultimo posto in campionato?

No, e non saremo ultimi quando sarà finito. Abbiamo buttato via tante partite, ad esempio l’ultima in casa con Torino e tanti sono stati i match persi nell’ultimo quarto. Ma ora sono cose passate, pensiamo solo a ciò che ci aspetta.

 
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Attilio, il pacificatore. «Pronto a soffrire»

Intervista a coach Caja, l’uomo chiamato a guidare alla salvezza in campionato la Openjobmetis Varese

 

E’ arrivato il “pacificatore”, che nella fredda provincia lombarda del basket è elemento talvolta indispensabile quanto un pivot dotato di movimenti fluidi spalle a canestro o una guardia con il fuoco sacro nei polpastrelli. Nella nobile Varese - causa un dna invidiabile che ha però il difetto di rendere ancora più pesanti le macerie dei terremoti cestistici – le sconfitte hanno il potere di trasformare gli abitanti ammalati di pallacanestro in guelfi e ghibellini sempre pronti a scontrarsi tra loro, armati fino ai denti di idee l’un l’altra contrapposte e di un disfattismo perennemente “bartaliano” («gli è tutto da rifare»).

Attilio Caja, con quel sorriso che fuori dal campo (ma anche sul parquet eh: basta fare come dice lui) si apre spesso e anche volentieri, con quella sicurezza da uomo che ogni giorno si alza dal letto e va a fare la professione che ama, con il magistero di un’esperienza che ha sportivamente conosciuto apoteosi e disgrazie, per un guazzabuglio del genere è semplicemente “nato pronto”. Ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni sua intenzione – tecnica, tattica, umana – tende a ricompattare ciò che è dilaniato dalle divisioni, a restaurare senza pretendere nuovi materiali per farlo, a non dimenticare nessuno sotto un’ala protettiva che prova ad estendersi ben oltre il rettangolo di gioco, aspirando alle anime. Leggete questa intervista: “l’Artiglio” cita tutti (giocatori, staff, tecnico, società, consorziati, tifosi), ma solo perché nella sua missione ci deve essere effettivamente posto per tutti. Altrimenti non funziona. Il “salvare Varese” non è solo una questione di meccanismi tecnici da aggiustare con l’unica ricetta possibile, quella del lavoro: è un’opera di cesello soprattutto psicologico, che richiede entusiasmo, assenza di timore, savoir faire e furbizia.

Varese parte seconda, ventiquattresimo giorno: un bilancio, coach?

L’analisi da fare deve essere di due tipi. Dal punto di vista sportivo sono personalmente rammaricato per non aver ancora ottenuto una vittoria casalinga e per non aver ancora strappato un successo in campionato: i risultati non mi possono quindi soddisfare. E, come ho detto l’altro giorno ai consorziati, il rammarico è anche più grande perché intorno a me ho percepito fiducia e aspettative che mi fanno sentire ancora di più la responsabilità di far bene. Dal punto di vista del lavoro svolto, invece, posso dire che le problematiche da affrontare sono state oggettivamente molte (altrimenti non sarebbe stato necessario un cambio di allenatore) ma che, tutti insieme, non abbiamo perso un minuto, cercando di spingere. Ho trovato enorme aiuto da tutti i collaboratori e, in particolare, dallo staff tecnico. Ho chiesto ai miei assistenti grandi sacrifici, come lavorare durante tutte le vacanze natalizie, e loro ne hanno capito l’esigenza, rispondendo in modo positivo. Lo stesso vale per i miei giocatori: è stato un piacere lavorare con loro, apprezzarne – anche in questo caso – il sacrificio e vivere il clima positivo che si respira in palestra. Le cose non riescono ancora sempre bene? E’ fisiologico.

Lei punta molto sulle sedute video, oltre che al lavoro sul parquet, aspetto sottolineato positivamente anche da Eric Maynor in una nostra recente intervista. Perché sono così importanti per lei?

Il tempo per lavorare non è infinito e io non posso permettermi di “ammazzare” i giocatori con due ore e mezza di ripetizioni sul campo. Con i video, allora, riesco a far capire loro cosa voglio, ciò che fanno bene e ciò che invece sbagliano: si tratta di teoria, indispensabile prima di affrontare la pratica. E poi c’è un altro motivo: reputo molto più importante sottolineare gli aspetti del nostro gioco che non quelli dei nostri avversari. Mi interessa correggere quello che noi facciamo e con il video è possibile, perché davanti all’oggettività delle immagini le chiacchiere stanno a zero. Ho sempre creduto molto in questo sistema, ricavandone ottime risposte. Anche la vittoria in Polonia nasce dai video: contro il Rosa abbiamo giocato anche meglio di quanto mi aspettassi.

Due possono essere – tra gli altri – i grandi temi tecnici della Openjobmetis che si appresta ad affrontare la seconda parte della stagione: la compatibilità Maynor-Anosike, data da più parti come una scommessa ormai persa, e l’utilizzo di Giancarlo Ferrero nel ruolo di ala forte, cercando in tal modo anche di sopperire all’assenza di Luca Campani.

A Ferrero da “4” ho iniziato a credere vent’anni fa, quando presi Alessandro Tonolli da Brescia, dove giocava ala piccola, e lo portai a Roma, trasformandolo in un secondo lungo: mi piacque la possibilità di aggiungere un giocatore che – dalla posizione di “4” – garantisse perimetralità alla squadra, avesse la possibilità di attaccare il canestro dal palleggio in uno contro uno e liberasse l’area per il centro. Con Ferrero vale lo stesso ragionamento, e Giancarlo ha anche delle qualità morali per portare a termine il compito, necessarie perché dovrà giocare contro avversari più alti e più grossi di lui, prendere i rimbalzi, correre… Può farlo, ha cuore e possiede anche una discreta tecnica. E, per salvarsi, la prima caratteristica serve ben più della seconda: io ho bisogno di gente pronta soprattutto dal punto di vista caratteriale.

Maynor-Anosike?

Oderah è un tipo di giocatore ben preciso: in attacco non può essere innescato “in altezza” (come un Pelle o un Jefferson), ma dandogli la possibilità di sfruttare il fisico per tenere dietro di sé il difensore. E per farlo è necessaria una squadra che giri molto la palla e crei delle triangolazioni. Non vedo quindi un discorso di compatibilità tra lui ed Eric, quanto una questione di gioco complessivo, che per il momento non è perfetto. Ma sarei un illuso se pretendessi la perfezione in così poco tempo.

La vittoria conquistata in Polonia ha regalato all’ambiente un sorriso che mancava da tempo, lasciando al contempo aperta anche la speranza di una qualificazione alla seconda fase di Fiba Europe Cup. La piazza si divide: c’è chi – con il pensiero rivolto al cammino fatto in Champions -riterrebbe la qualificazione quasi una “disgrazia”, stante l’esigenza di una salvezza da conquistare in serie A; e chi, invece, vorrebbe proseguire sul terreno continentale. Lei, coach, di che partito è?

Il mio giudizio non può che essere diverso rispetto a quello di chi ha avvallato la scelta di giocare la Champions a inizio stagione e ha vissuto tutte le 13 partite disputate. Non posso dunque permettermi di confutare la loro idea eventualmente negativa sull’argomento, posso solo parlare per me. E dico che la coppa finora mi ha fatto comodo. Faccio un esempio: dopo Cremona ero molto deluso dall’atteggiamento della squadra… Bene: due giorni dopo la stessa mi ha dimostrato, contro il Ventspils, di averlo almeno parzialmente cambiato, pur nella sconfitta. In Polonia, poi, abbiamo vinto ed è stato un successo che mi ha permesso di verificare altri progressi. Pertanto mi auguro di poter giocare altre partite oltre alle due rimaste in calendario, ma ciò non significa che la decisione di fare la Champions a inizio anno non sia stata probabilmente negativa per le sorti di Varese.

Questione Luca Campani, riguardo al quale, da tempo, non ci sono più notizie ufficiali. Come sta il giocatore? Si può ipotizzare una data di rientro?

No, non ancora: Luca deve fare altre visite e altri accertamenti, specifici e approfonditi. Il suo rientro non sarà immediato. A me spiace molto per il ragazzo, che tutti i giorni lavora intensamente per favorire il recupero, ma siamo tutti consapevoli del fatto che il suo ginocchio debba essere in piena salute al momento del ritorno.

Due anni fa, quando si sedette per la prima volta sulla panchina biancorossa, sottolineò quanto per lei fosse un onore una tale investitura e come le fosse sempre mancato allenare Varese in una carriera pur costellata di esperienze da capo-allenatore assai illustri. Lo stesso spirito sembra aver governato dal primo momento anche questa seconda avventura sotto al Sacro Monte…

Sono carico come una molla, effettivamente. Perché qui c’è un ambiente molto bello: esco dalla palestra stanco, ma ci esco contento. Società, staff tecnico e giocatori mi gratificano: dopo le sconfitte c’è ovviamente un po’ di depressione, ma alle nove del mattino dopo siamo tutti pronti a ripartire. La nostra è una sfida difficile, non voglio dire bugie, perché mira a risolvere problemi che si sono protratti per lungo tempo: sono però convinto che sarà una sfida che vinceremo. L’obiettivo è la salvezza, che spero di conquistare prima dell’ultima giornata. Se sarà necessario, tuttavia, sono pronto a soffrire fino all’ultimo.

In settimana ha incontrato, insieme a Coldebella e Bulgheroni, i consorziati di Varese nel Cuore. Come è andata? Come si è trovato a rapportarsi con una proprietà diffusa invece che con il classico uomo solo al comando?

Mi sono trovato bene, anche perché molti consorziati già li conoscevo. E’ tutta gente molto a modo, con grande cultura sportiva. Durante l’incontro non ci sono state parole fuori luogo e le critiche – meglio, le considerazioni fatte – sono state espresse con molto garbo e in modo costruttivo. Averne, di interlocutori così… Questo aumenta il mio rammarico per non aver ancora ottenuto risultati positivi in campionato e il senso di responsabilità che provo davanti a questa situazione: a Varese c’è gente per bene, che merita il meglio. E se mi arrabbio con i giocatori, se cerco di alzare l’asticella, lo faccio per loro. E anche per i tifosi: con me sono gentili, mi ringraziano e io sono contento perché, ringraziando me, è come se ringraziassero tutta la squadra. Per tutti questi motivi il mio impegno da ora in poi sarà solo e soltanto uno: gratificare Varese e la sua gente.

 
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