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Magnano vuole restare......


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L’altro ieri è diventato italiano: «Come Velasco. E vorrei rimanere a Varese per riportarla in alto»

Ha giurato davanti al sindaco di Varese e da due giorni Ruben Magnano è anche cittadino italiano: «È stata un’emozione, mi sono sentito di nuovo a fianco i nonni, coloro ai quali devo il doppio passaporto, coloro che partirono per il Sud America in cerca della fortuna. Spero di essere degno del riconoscimento. In realtà mi manca ancora un dettaglio al quale tengo: devo imparare la lingua».

Italiano come Julio Velasco, che in questi mesi ha sentito solo al telefono e che spera di conoscere di persona «perché lui è stato un ambasciatore dell’Argentina nel mondo». Intanto il destino ha unito il vate del volley e l’allenatore di basket che ha conquistato l’oro olimpico ad Atene e che per primo ha sconfitto il Dream Team Usa (al Mondiale 2002, dove fu secondo alle spalle della Jugoslavia): Velasco ha fatto flop con Modena, Magnano, chiamato a novembre al posto di Giulio Cadeo, non ha portato Varese ai playoff e si è salvato per il rotto della cuffia. «Ma è stata un’esperienza pure questa, non meno importante dell’aver vinto i Giochi», dice sgranando gli occhi vispi e lisciandosi i baffetti. Sì, Magnano è un tipo che, al di là del simpatico esperanto, uno spagnolo con volonterosi accenni di italiano, parla con il volto: tempra inquieta e da duro, la sua. Del resto è noto che non risparmia allenamenti perfino alla mattina delle partite, che divora videotape di notte per studiare gli avversari, che il suo cervello è in perenne elaborazione. Forse in cuor suo, anzi ne siamo certi, medita già la grande rivincita. Ovviamente a Varese, anche se il Valencia fa carte false per sedurlo e non manca - sembra - l’offerta di una nazionale di prima fascia. Non l’Argentina, comunque, che lo rivoleva e che lui considera invece un capitolo chiuso. «A me piacerebbe riprovare qui. Quando non ero ancora nessuno, a Buenos Aires mi capitò di seguire Varese in una Coppa Intercontinentale: certi ricordi segnano e portano a delle scelte di campo. L’altra sera è stato emozionante vedere la gente incitarci e applaudirci come se avessimo vinto: invece era l’epilogo di una stagione non degna del club».

Il contratto ce l’avrebbe e siamo pronti a scommettere che rimarrà. Perché è giusto che uno come lui venga giudicato nell’arco di una stagione intera, con una squadra voluta e assemblata di pugno suo. Ma entro metà maggio la società potrebbe passare di mano (dai Castiglioni a una «public company») «e allora io devo doverosamente presentare una relazione, dire la mia e mettermi a disposizione». Nell’attesa andrà alla ricerca delle radici piemontesi, «a Cavour, sì, la località della quale era conte il famoso statista; nell’elenco ci sono tanti Magnano, magari scopro dei parenti». Farà così a ritroso il viaggio dei familiari, per agganciare le esperienze degli avi al percorso compiuto da lui. Una vita di sacrifici, all’inizio: ha guidato anche i taxi per mantenersi agli studi e per tentare di diventare qualcuno nello sport. Alla fine c’è riuscito, alla grande, e la domanda è: se avesse saputo le difficoltà che avrebbe incontrato a Varese, sarebbe salito su quell’aereo? «Ci sarei salito ugualmente. Perché un allenatore che non accetta una sfida non è un allenatore. Perché tutto comincia con un sogno: prima ho sognato di prendere una medaglia olimpica, poi ho sognato di riportare in alto Varese».

In mesi di su e giù, dapprima bene, poi male, infine aggrappato al minimo necessario per la salvezza, è stato più psicologo e fratello maggiore che allenatore. Timore di retrocedere - giura - non ne ha avuto, «perché un tecnico non può permettersi la paura: la trasmetterebbe alla squadra». Però quando l’aritmetica «gli ha sbattuto sotto il naso l’ipotesi peggiore, ecco, a quel punto ho dovuto vivere ogni incontro come se fosse una finale». Ha arginato momenti nemmeno immaginabili («La sconfitta interna contro Avellino ha lasciato difficoltà pesanti, anche di ordine umano»), la mannaia degli infortuni («Non li ho mai invocati a mo’ di alibi e non lo faccio ora; ma se parti contando su Meneghin e Becirovic e ti ritrovi senza l’uno e con l’altro a metà, non è la stessa cosa»), le stroncature che non l’hanno risparmiato: «Qui ho conosciuto tanti "professori" di basket, ma lo dico con simpatia e rispetto perché a Varese non si scherza. Dico solo che la necessità di un risultato urgente è un pericolo; Varese deve avere pazienza e trovare continuità».

Morale? «Come diceva Nietzsche, ciò che non ti uccide ti rafforza: Ruben Magnano oggi è un allenatore più completo». E si considera anche un oriundo integrato, «perché non è vero che non ho capito l’Italia: è così simile all’Argentina nello stile di vita...». Col passaporto in tasca, ad ogni modo, sarà stimolato a comprenderla a fondo: «Leggerò i giornali, mi soffermerò sugli aspetti sociali ed educativi, che per me sono i pilastri della vita civile. E qui, signori, per tanti aspetti siamo in paradiso». Anche se nel paradiso - dice qualcuno - c’è il governo Berlusconi? «La situazione è più degna che in Argentina... Voi non avete idea che cosa abbiamo passato laggiù...».

Flavio Vanetti

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L’altro ieri è diventato italiano: «Come Velasco. E vorrei rimanere a Varese per riportarla in alto»

Ha giurato davanti al sindaco di Varese e da due giorni Ruben Magnano è anche cittadino italiano: «È stata un’emozione, mi sono sentito di nuovo a fianco i nonni, coloro ai quali devo il doppio passaporto, coloro che partirono per il Sud America in cerca della fortuna. Spero di essere degno del riconoscimento. In realtà mi manca ancora un dettaglio al quale tengo: devo imparare la lingua».

Italiano come Julio Velasco, che in questi mesi ha sentito solo al telefono e che spera di conoscere di persona «perché lui è stato un ambasciatore dell’Argentina nel mondo». Intanto il destino ha unito il vate del volley e l’allenatore di basket che ha conquistato l’oro olimpico ad Atene e che per primo ha sconfitto il Dream Team Usa (al Mondiale 2002, dove fu secondo alle spalle della Jugoslavia): Velasco ha fatto flop con Modena, Magnano, chiamato a novembre al posto di Giulio Cadeo, non ha portato Varese ai playoff e si è salvato per il rotto della cuffia. «Ma è stata un’esperienza pure questa, non meno importante dell’aver vinto i Giochi», dice sgranando gli occhi vispi e lisciandosi i baffetti. Sì, Magnano è un tipo che, al di là del simpatico esperanto, uno spagnolo con volonterosi accenni di italiano, parla con il volto: tempra inquieta e da duro, la sua. Del resto è noto che non risparmia allenamenti perfino alla mattina delle partite, che divora videotape di notte per studiare gli avversari, che il suo cervello è in perenne elaborazione. Forse in cuor suo, anzi ne siamo certi, medita già la grande rivincita. Ovviamente a Varese, anche se il Valencia fa carte false per sedurlo e non manca - sembra - l’offerta di una nazionale di prima fascia. Non l’Argentina, comunque, che lo rivoleva e che lui considera invece un capitolo chiuso. «A me piacerebbe riprovare qui. Quando non ero ancora nessuno, a Buenos Aires mi capitò di seguire Varese in una Coppa Intercontinentale: certi ricordi segnano e portano a delle scelte di campo. L’altra sera è stato emozionante vedere la gente incitarci e applaudirci come se avessimo vinto: invece era l’epilogo di una stagione non degna del club».

Il contratto ce l’avrebbe e siamo pronti a scommettere che rimarrà. Perché è giusto che uno come lui venga giudicato nell’arco di una stagione intera, con una squadra voluta e assemblata di pugno suo. Ma entro metà maggio la società potrebbe passare di mano (dai Castiglioni a una «public company») «e allora io devo doverosamente presentare una relazione, dire la mia e mettermi a disposizione». Nell’attesa andrà alla ricerca delle radici piemontesi, «a Cavour, sì, la località della quale era conte il famoso statista; nell’elenco ci sono tanti Magnano, magari scopro dei parenti». Farà così a ritroso il viaggio dei familiari, per agganciare le esperienze degli avi al percorso compiuto da lui. Una vita di sacrifici, all’inizio: ha guidato anche i taxi per mantenersi agli studi e per tentare di diventare qualcuno nello sport. Alla fine c’è riuscito, alla grande, e la domanda è: se avesse saputo le difficoltà che avrebbe incontrato a Varese, sarebbe salito su quell’aereo? «Ci sarei salito ugualmente. Perché un allenatore che non accetta una sfida non è un allenatore. Perché tutto comincia con un sogno: prima ho sognato di prendere una medaglia olimpica, poi ho sognato di riportare in alto Varese».

In mesi di su e giù, dapprima bene, poi male, infine aggrappato al minimo necessario per la salvezza, è stato più psicologo e fratello maggiore che allenatore. Timore di retrocedere - giura - non ne ha avuto, «perché un tecnico non può permettersi la paura: la trasmetterebbe alla squadra». Però quando l’aritmetica «gli ha sbattuto sotto il naso l’ipotesi peggiore, ecco, a quel punto ho dovuto vivere ogni incontro come se fosse una finale». Ha arginato momenti nemmeno immaginabili («La sconfitta interna contro Avellino ha lasciato difficoltà pesanti, anche di ordine umano»), la mannaia degli infortuni («Non li ho mai invocati a mo’ di alibi e non lo faccio ora; ma se parti contando su Meneghin e Becirovic e ti ritrovi senza l’uno e con l’altro a metà, non è la stessa cosa»), le stroncature che non l’hanno risparmiato: «Qui ho conosciuto tanti "professori" di basket, ma lo dico con simpatia e rispetto perché a Varese non si scherza. Dico solo che la necessità di un risultato urgente è un pericolo; Varese deve avere pazienza e trovare continuità».

Morale? «Come diceva Nietzsche, ciò che non ti uccide ti rafforza: Ruben Magnano oggi è un allenatore più completo». E si considera anche un oriundo integrato, «perché non è vero che non ho capito l’Italia: è così simile all’Argentina nello stile di vita...». Col passaporto in tasca, ad ogni modo, sarà stimolato a comprenderla a fondo: «Leggerò i giornali, mi soffermerò sugli aspetti sociali ed educativi, che per me sono i pilastri della vita civile. E qui, signori, per tanti aspetti siamo in paradiso». Anche se nel paradiso - dice qualcuno - c’è il governo Berlusconi? «La situazione è più degna che in Argentina... Voi non avete idea che cosa abbiamo passato laggiù...».

Flavio Vanetti

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+ 100 punti !!!!!!

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Si ok pero' vedi di formare una squadra che spacchi il culo oppure ti facciamo tornare argentino!!

2591[/snapback]

:rolleyes:

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L’altro ieri è diventato italiano: «Come Velasco. E vorrei rimanere a Varese per riportarla in alto»

... le stroncature che non l’hanno risparmiato: «Qui ho conosciuto tanti "professori" di basket, ma lo dico con simpatia e rispetto perché a Varese non si scherza. Dico solo che la necessità di un risultato urgente è un pericolo; Varese deve avere pazienza e trovare continuità».

...

Flavio Vanetti

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Qs. mi sembra un punto ed una frase importante...che ne dite?

:rolleyes:

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Si ok pero' vedi di formare una squadra che spacchi il culo oppure ti facciamo tornare argentino!!

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wow che cattivone...prorpio da degno tifoso varesino

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L’altro ieri è diventato italiano: «Come Velasco. E vorrei rimanere a Varese per riportarla in alto»

.......le stroncature che non l’hanno risparmiato: «Qui ho conosciuto tanti "professori" di basket, ma lo dico con simpatia e rispetto perché a Varese non si scherza. Dico solo che la necessità di un risultato urgente è un pericolo; Varese deve avere pazienza e trovare continuità».

....

Flavio Vanetti

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Qs. mi sembra un punto ed una frase importante...che ne dite?

:rolleyes:

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direi che è la parte + importante di tutta l'intervista.

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Qs. mi sembra un punto ed una frase importante...che ne dite?

:rolleyes:

Che è incontestabilmente giusto.

se riesce a convincere di questo anche la maggior parte dei tifosi, bravissimo lui.

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L’altro ieri è diventato italiano: «Come Velasco. E vorrei rimanere a Varese per riportarla in alto»

«A me piacerebbe riprovare qui. Quando non ero ancora nessuno, a Buenos Aires mi capitò di seguire Varese in una Coppa Intercontinentale: certi ricordi segnano e portano a delle scelte di campo. L’altra sera è stato emozionante vedere la gente incitarci e applaudirci come se avessimo vinto: invece era l’epilogo di una stagione non degna del club».

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...e la domanda è: se avesse saputo le difficoltà che avrebbe incontrato a Varese, sarebbe salito su quell’aereo? «Ci sarei salito ugualmente. Perché un allenatore che non accetta una sfida non è un allenatore. Perché tutto comincia con un sogno: prima ho sognato di prendere una medaglia olimpica, poi ho sognato di riportare in alto Varese».

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Ha arginato momenti nemmeno immaginabili («La sconfitta interna contro Avellino ha lasciato difficoltà pesanti, anche di ordine umano»),

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L’altro ieri è diventato italiano: «Come Velasco. E vorrei rimanere a Varese per riportarla in alto»

.... L’altra sera è stato emozionante vedere la gente incitarci e applaudirci come se avessimo vinto: invece era l’epilogo di una stagione non degna del club»...

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.....spero che Magnano abbia capito cosa può davvero dare il tifo di Varese !!! <_<:lol:

Ruben merita una opportunità, alla stragrande !!

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Vedremo cosa accadrà a livello societario, perché da lì discende chi guiderà la squadra. Io mi auguro l'argentino baffuto resti... e possa costruire qualcosa.

Pare che, se dovesse reatare, De Pol sarà il suo "allenatore in campo". Così almeno leggendo l'articolo di Varese News...

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Guest Tornado

Questo Signori miei è un GRANDE ALLENATORE!!!

Speriamo resti con Noi l'anno prossimo e speriamo che decidano al più presto chi gestirà la società Pallacanestro Varese:

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Vedremo cosa accadrà a livello societario, perché da lì discende chi guiderà la squadra. Io mi auguro l'argentino baffuto resti... e possa costruire qualcosa.

Pare che, se dovesse reatare, De Pol sarà il suo "allenatore in campo". Così almeno leggendo l'articolo di Varese News...

2801[/snapback]

Già quest'anno Sandrino dava spesso pareri a Ruben. Spero che l'argentino non sia permaloso come Cadeo!!

:lol::lol:

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Alla fine c’è riuscito, alla grande, e la domanda è: se avesse saputo le difficoltà che avrebbe incontrato a Varese, sarebbe salito su quell’aereo? «Ci sarei salito ugualmente. Perché un allenatore che non accetta una sfida non è un allenatore. Perché tutto comincia con un sogno: prima ho sognato di prendere una medaglia olimpica, poi ho sognato di riportare in alto Varese».

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Magnano TODA LA VIDA!! :lol:

Edited by Toxicity
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Ruben Magnano ha concesso una decina di giorni di riposo ai giocatori biancorossi. Il gruppo si ritroverà in palestra settimana prossima. L`allenatore, insieme al Direttore Sportivo Oioli, sfrutterà questo periodo di sosta per visionare alcune partite all`estero.

Aguzzate la vista!!!

E passate dalle parti dei balcani!!

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