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"Ogni cosa è illuminata"


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Film bellissimo, commovente, emozionante ed emotivo, assolutamente consigliabile.

Parte con l'ironia lieve delle storie raffinate ed eleganti, diviene man mano ridicolo in modo intelligente e sempre più corposo, quasi fisico, per poi correre vorace sul filo del dramma, della sofferenza, del ricordo struggente, della descrizione e della conservazione quasi maniacale degli oggetti che feticisticamente assumono l'anima ereditata dalle emozioni che li permeano.

Il film percorre un concetto: dobbiamo essere illuminati dal passato, ritrovare le radici e lo spirito di appartenenza, morale e materiale; l' importanza della Memoria, la collezione degli oggetti e degli affetti sia negli aspetti personali e/o "storici", sia nelle emozioni e nel senso magico egocentrico tipico dell'età della fanciullezza.

E' così che il giovane americano Jonathan, miope e imbranato, parte per Odessa alla ricerca di un paesino scomparso e di Augustine, la misteriosa donna che in guerra salvò la vita al nonno ebreo.

Infatti, "Ogni cosa è illuminata", tratto dall’autobiografico esordio-rivelazione del giovanissimo Jonathan Safran Foer (Ed. Guanda), ci porta proprio in Ucraina, dove l'autore/Jonathan incontra un personaggio che è il suo esatto rovescio. Se Jonathan è un giovane ebreo americano sulle tracce della sua famiglia, Alex è un ucraino ipercinetico e dinoccolato con il mito degli Usa e dell’hip-hop («Più di tutto sconfinfero i film americani, le auto forzute e i negri»). Una specie di Turturro giovane, con cui c'è una vaga rassomiglianza, che storpia comicamente l’inglese a ogni frase (eccellente l’edizione italiana); un concentrato di energia e innocenza destinato ad accompagnare Jonathan in un viaggio che invece sarà lento, doloroso, prezioso. Come ogni itinerario di crescita.

Alex e Jonathan (anzi “Jonfen”) però non sono soli. Alla guida della scassatissima pseudo-Trabant che solca le campagne ucraine c’è infatti il nonno di Alex, ufficialmente cieco e decisamente antisemita, mentre sul sedile posteriore ringhia e scodinzola Sammy Davis Jr. Jr., impagabile bastardina battezzata così in onore dei uno dei miti musicali di Alex.

Ricerca-iniziazione ai segreti dell' amicizia e maturazione, viaggiando con una speculare strana coppia nonno-nipote ucraina-usa. Il film parte con brio , stupisce, si fa struggente ricordo del male e del bene, omaggia la Madre terra (memorabile la fotografia che immortala un Paese apparentemente fuori dal tempo, calato in una cultura isolata ed agreste, ma con improvvisi contrasti che riportano lo spettatore alla realtà, tramite immagini di centrali nucleari abbandonate e fatiscenti...), mixa allegria e tristezza, con due ragazzi fantastici a loro volta contrastanti, l' ex hobbit Elijah Wood e Eugene Hutz, irresistibile musicista punk molto noto nel mondo ex-sovietico.

Singolarissimo il mix di comicità e pathos che caratterizza il film, col suo stile indiavolato ed eclettico a cavallo fra i Coen e Kusturica. A differenza di tanti film sulla Shoah, però, mette a fuoco soprattutto il presente, il debito di chi c’è nei confronti di chi non c’è più, la ricchezza inestimabile che ogni memoria, anche la più straziante, racchiude.

Debito che verrà saldato, in modo repentino e totale, assoluto.

Da non perdere la fine del film, inaspettata, che sostiene la tensione emotiva fino al termine.

Ottimo.

Edited by Silver Surfer
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Film bellissimo, commovente, emozionante ed emotivo, assolutamente consigliabile.

Parte con l'ironia lieve delle storie raffinate ed eleganti, diviene man mano ridicolo in modo intelligente e sempre più corposo, quasi fisico, per poi correre vorace sul filo del dramma, della sofferenza, del ricordo struggente, della descrizione e della conservazione quasi maniacale degli oggetti che feticisticamente assumono l'anima ereditata dalle emozioni che li permeano.

Il film percorre un concetto: dobbiamo essere illuminati dal passato, ritrovare le radici e lo spirito di appartenenza, morale e materiale; l' importanza della Memoria, la collezione degli oggetti e degli affetti sia negli aspetti personali e/o "storici", sia nelle emozioni e nel senso magico egocentrico tipico dell'età della fanciullezza.

E' così che il giovane americano Jonathan, miope e imbranato, parte per Odessa alla ricerca di un paesino scomparso e di Augustine, la misteriosa donna che in guerra salvò la vita al nonno ebreo.

Infatti, "Ogni cosa è illuminata", tratto dall’autobiografico esordio-rivelazione del giovanissimo Jonathan Safran Foer (Ed. Guanda), ci porta proprio in Ucraina, dove l'autore/Jonathan incontra un personaggio che è il suo esatto rovescio. Se Jonathan è un giovane ebreo americano sulle tracce della sua famiglia, Alex è un ucraino ipercinetico e dinoccolato con il mito degli Usa e dell’hip-hop («Più di tutto sconfinfero i film americani, le auto forzute e i negri»). Una specie di Turturro giovane, con cui c'è una vaga rassomiglianza, che storpia comicamente l’inglese a ogni frase (eccellente l’edizione italiana); un concentrato di energia e innocenza destinato ad accompagnare Jonathan in un viaggio che invece sarà lento, doloroso, prezioso. Come ogni itinerario di crescita.

Alex e Jonathan (anzi “Jonfen”) però non sono soli. Alla guida della scassatissima pseudo-Trabant che solca le campagne ucraine c’è infatti il nonno di Alex, ufficialmente cieco e decisamente antisemita, mentre sul sedile posteriore ringhia e scodinzola Sammy Davis Jr. Jr., impagabile bastardina battezzata così in onore dei uno dei miti musicali di Alex.

Ricerca-iniziazione ai segreti dell' amicizia e maturazione, viaggiando con una speculare strana coppia nonno-nipote ucraina-usa. Il film parte con brio , stupisce, si fa struggente ricordo del male e del bene, omaggia la Madre terra (memorabile la fotografia che immortala un Paese apparentemente fuori dal tempo, calato in una cultura isolata ed agreste, ma con improvvisi contrasti che riportano lo spettatore alla realtà, tramite immagini di centrali nucleari abbandonate e fatiscenti...), mixa allegria e tristezza, con due ragazzi fantastici a loro volta contrastanti, l' ex hobbit Elijah Wood e Eugene Hutz, irresistibile musicista punk molto noto nel mondo ex-sovietico.

Singolarissimo il mix di comicità e pathos che caratterizza il film, col suo stile indiavolato ed eclettico a cavallo fra i Coen e Kusturica. A differenza di tanti film sulla Shoah, però, mette a fuoco soprattutto il presente, il debito di chi c’è nei confronti di chi non c’è più, la ricchezza inestimabile che ogni memoria, anche la più straziante, racchiude.

Debito che verrà saldato, in modo repentino e totale, assoluto.

Da non perdere la fine del film, inaspettata, che sostiene la tensione emotiva fino al termine.

Ottimo.

55693[/snapback]

Io sono andato a vedere "40 anni vergine" e dopo la Tua relazione me ne vergogno...!!! :lol::D:P

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Film bellissimo, commovente, emozionante ed emotivo, assolutamente consigliabile.

Parte con l'ironia lieve delle storie raffinate ed eleganti, diviene man mano ridicolo in modo intelligente e sempre più corposo, quasi fisico, per poi correre vorace sul filo del dramma, della sofferenza, del ricordo struggente, della descrizione e della conservazione quasi maniacale degli oggetti che feticisticamente assumono l'anima ereditata dalle emozioni che li permeano.

Il film percorre un concetto: dobbiamo essere illuminati dal passato, ritrovare le radici e lo spirito di appartenenza, morale e materiale; l' importanza della Memoria, la collezione degli oggetti e degli affetti sia negli aspetti personali e/o "storici", sia nelle emozioni e nel senso magico egocentrico tipico dell'età della fanciullezza.

E' così che il giovane americano Jonathan, miope e imbranato, parte per Odessa alla ricerca di un paesino scomparso e di Augustine, la misteriosa donna che in guerra salvò la vita al nonno ebreo.

Infatti, "Ogni cosa è illuminata", tratto dall’autobiografico esordio-rivelazione del giovanissimo Jonathan Safran Foer (Ed. Guanda), ci porta proprio in Ucraina, dove l'autore/Jonathan incontra un personaggio che è il suo esatto rovescio. Se Jonathan è un giovane ebreo americano sulle tracce della sua famiglia, Alex è un ucraino ipercinetico e dinoccolato con il mito degli Usa e dell’hip-hop («Più di tutto sconfinfero i film americani, le auto forzute e i negri»). Una specie di Turturro giovane, con cui c'è una vaga rassomiglianza, che storpia comicamente l’inglese a ogni frase (eccellente l’edizione italiana); un concentrato di energia e innocenza destinato ad accompagnare Jonathan in un viaggio che invece sarà lento, doloroso, prezioso. Come ogni itinerario di crescita.

Alex e Jonathan (anzi “Jonfen”) però non sono soli. Alla guida della scassatissima pseudo-Trabant che solca le campagne ucraine c’è infatti il nonno di Alex, ufficialmente cieco e decisamente antisemita, mentre sul sedile posteriore ringhia e scodinzola Sammy Davis Jr. Jr., impagabile bastardina battezzata così in onore dei uno dei miti musicali di Alex.

Ricerca-iniziazione ai segreti dell' amicizia e maturazione, viaggiando con una speculare strana coppia nonno-nipote ucraina-usa. Il film parte con brio , stupisce, si fa struggente ricordo del male e del bene, omaggia la Madre terra (memorabile la fotografia che immortala un Paese apparentemente fuori dal tempo, calato in una cultura isolata ed agreste, ma con improvvisi contrasti che riportano lo spettatore alla realtà, tramite immagini di centrali nucleari abbandonate e fatiscenti...), mixa allegria e tristezza, con due ragazzi fantastici a loro volta contrastanti, l' ex hobbit Elijah Wood e Eugene Hutz, irresistibile musicista punk molto noto nel mondo ex-sovietico.

Singolarissimo il mix di comicità e pathos che caratterizza il film, col suo stile indiavolato ed eclettico a cavallo fra i Coen e Kusturica. A differenza di tanti film sulla Shoah, però, mette a fuoco soprattutto il presente, il debito di chi c’è nei confronti di chi non c’è più, la ricchezza inestimabile che ogni memoria, anche la più straziante, racchiude.

Debito che verrà saldato, in modo repentino e totale, assoluto.

Da non perdere la fine del film, inaspettata, che sostiene la tensione emotiva fino al termine.

Ottimo.

55693[/snapback]

Grazie per lo spunto Silver! Per quanto riguarda Eugene Hultz posso precisare che il suo gruppo si chiama Gogol Bordello e sta spopolando in tutto il mondo. Punk bastardo alla Pogues e Mano Negra, il loro ulitmo lavoro si intitola "Gipsy Punk" e dice già abbastanza sul genere. A causa di un pezzo, "Santa Marinella", cantato anche in italiano sconsiglio vivamente l'ascolto ai credenti del forum....

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