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ciao ciao boban.....


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Addio Campione!

Nea Smirne, 5 marzo 2002, intervallo di Panionios Smirne – Turk Telekom Ankara, coppa Saporta. Lo speaker annuncia Boban Jankovic, che fa il suo ingresso in campo spinto sulla sua carrozzella. Tutti si alzano in piedi per applaudire in un’atmosfera surreale, un’ovazione durata cinque minuti scanditi da lacrime e dal coro “Boban! Boban!”. Lo stesso Jankovic piange, così come sono visibilmente commossi i giocatori del Panionios e rispettosi di questo intenso momento i ragazzi del Turk Telekom. Lo sfortunatissimo giocatore serbo riceve una targa dal direttore sportivo del Panionios, Nikos Exarhos, e un mazzo di fiori da un emozionatissimo Giorgos Diamantopoulos, capitano della squadra, e poi saluta quel pubblico che mai lo ha dimenticato e che ancora oggi, ad ogni incontro, non gli nega un coro durante le partite che si giocano a Nea Smirne.

Nea Smirne, 28 aprile 1993, Panionios e Panathinaikos si giocano l’accesso alla finale del campionato greco. Boban Jankovic realizza l’ultimo canestro della sua carriera, da sotto canestro, appoggiando la palla al tabellone e toccando il difensore Myriounis. E’ fallo in attacco, Jankovic perde il controllo e si getta con la testa contro la struttura del canestro. L’impatto è violentissimo, Boban crolla al suolo, là dove doveva esserci una protezione c’era una sbarra di ferro. Il primo piano televisivo mostra il volto del giocatore ricoperto di sangue, ma ancora non si pensa al dramma. L’unico a rendersi conto della gravità della situazione è il medico del Panionios: “non sento più le mie mani” è la prima frase che Jankovic, devastato dal dolore, pronuncia. Frattura della terza vertebra cervicale, lesioni al midollo spinale, Boban Jankovic non camminerà più. “Forse sarebbe stato meglio se fosse morto subito” sono le parole di Giorgos Katsifarakis, il medico sociale.

Recentemente Rai Tre ha ricordato la storia di Jankovic raccontandola nella trasmissione “Sfide”, descrivendo come vive oggi Boban nella “sua” Atene, città che oramai lo ha adottato. Immagini strazianti, il quasi 40enne ex giocatore ha bisogno di assistenza 24 ore su 24, la tetraplegia gli impedisce di fumare una sigaretta da solo, per coricarsi deve essere imbragato e sollevato con un paranco. “E’ molto difficile andare a letto e cercare di addormentarsi quando sai che il giorno dopo dovrai alzarti, cioè svegliarti, per provare ancora una volta il dolore e sai che sarà così giorno dopo giorno. Non posso sfuggire e non saprei neppure come farlo. Ero come una macchina, che qualcun altro stava guidando. Ancora oggi non riesco a capire…” sono le parole dello stesso Boban. “E’ mio figlio che mi dà la forza per andare avanti, anche se purtroppo non posso stargli vicino. Per me è l’unica cosa che conta. L’unica cosa per cui vale la pena combattere, è lui”.

Jankovic non si è mai arreso in tutti questi anni, nonostante la solitudine in cui spesso si è trovato (anche la moglie, poche settimane dopo l’incidente, lo ha lasciato). Ha sempre avuto vicino personaggi della pallacanestro greca e jugoslava, lo stesso Group7 si è mosso giocando alcune partite per aiutarlo a pagare le costosissime spese che le sue cure comportano, ed è riuscito a realizzare il suo sogno di continuare ad essere membro attivo della comunità cestistica.

Oggi allena una squadra, l’Olympiada Petroupoli, che milita nelle serie minori: “sono un guerriero, non un mendicante. Io amo il basket, lo adoro, e nonostante io sia su una carrozzella non mi sento escluso dalla vita. L’offerta di questa squadra (giunta l’anno scorso n.d.r.) è un passo importante, la prova che posso offrire qualcosa” ha detto Jankovic.

“Io sono un allenatore, mi sono diplomato alla scuola di Belgrado. L’unica differenza tra me e i miei colleghi e che io non posso stare in piedi e correre lungo la linea laterale. Per il resto posso fare tutto quello fanno gli altri coach, dare istruzioni, guidare la mia squadra e condurla a nuove vittorie, senza dimenticare il fatto che accanto a me ho ottimi assistenti in grado aiutarmi”. E ha un altro progetto, Jankovic, quello di creare una sezione di basket in carrozzina nel club che allena: “voglio dare una mano alle persone disabili. E’ un mio desiderio, e penso che possa diventare realtà, io potrò capire loro come loro potranno capire me.”

Il rapporto umano con chi cammina è sempre difficile, “c’è timore nel vedere una persona in carrozzella, molta ansia e commozione, e non si sa come reagire. Posso capirlo, io stesso prima di trovarmi in questa situazione reagivo nello stesso modo”.

Infine, l’amatissimo figlio, che forse giocherà nell’Olympiada. Appena saputo che il padre avrebbe guidato una squadra ha chiesto di potersi allenare con lui. Un tema rimasto aperto, ma ci sono pochi dubbi che prima o poi succederà.

Gianfranco Bina

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