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I cartoni che non ci son più...


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Puffiamo con Georgie & co.

Viaggio animato tra i cartoni cult

A Proust bastava una madeleine per viaggiare a ritroso nel tempo ed essere inghiottito dai ricordi. Succede a molti di essere catapultati altrove nello spazio e nel tempo grazie a un odore, un sapore, una foto e, molto spesso, grazie a un cartone animato.

Come testimonia la rimessa in onda dei Puffi, ci sono capisaldi dell'animazione insostituibili, capaci di piacere ai piccoli di ieri e di oggi. E dato che tutti noi siamo stati bambini una volta, ma pochi se lo ricordano ("Toutes les grandes personnes ont d'abord été des enfants, mais peu d'entre elles s'en souviennent", scriveva Antoine de Saint-Exupery), ecco dei piccoli confetti di spensieratezza: un revival dei cartoni animati che hanno fatto epoca e che, grazie al tocco della famosa bacchetta magica, ci riporteranno indietro. Diamo il via, dunque, alle nostre madeleines.

Partiamo proprio coi piccoli ometti blu alti due mele o poco più. Nati in Francia nel 1958, vivono in un villaggio nascosto ("Nella foresta c'è un così bel villaggio nessuno sa dov'è, devi scoprirlo da te") e cercano perennemente di sfuggire al terribile Gargamella, con tanto di gatta odiosa al seguito (Birba). Sono una piccola comunità guidata dal saggio Grande Puffo, in cui ogni personaggio è stereotipato: il bello (Puffo Forzuto), il saputello (Puffo Quattrocchi), la bella (Puffetta), il cuoco (Puffo Golosone), il lagnoso (Puffo Brontolone), il genio (Puffo Inventore), l'effemminato (Puffo Vanitoso), il buontempone (Puffo Burlone) e lo sbadato (Puffo Tontolone). Mangiano le puff-bacche e amano puffare, il cui significato è a oggi un mistero per i linguisti. "Puffare", infatti, può sostituire tutti verbi del mondo. Roba che De Saussure si rivolta ancora nella tomba. Secondo molti sarebbero un'allegoria del comunismo (Grande Puffo, vestito di rosso, sarebbe Stalin e Quattrocchi, Trotsky)

Prima ancora di diventare Baggio o Maldini, ogni bambino italiano ha sognato di diventare come Oliver Hutton o Benjamin Price. E tutte le bambine, in tempi non sospetti e al di là di ogni ambizione velinistica, si sono innamorate perdutamente di Julian Ross o Mark Lenders. Le partite duravano mediamento trecentododici puntate, ma la cosa più sconcertante è che col senno di poi qualche ex bambino amante della trigonometria, che proprio non capiva perché il suo campetto dell'oratorio (circa 50 metri) fosse tanto diverso da quello della New Team, ha scoperto che i piccoli giapponesi giocavano su un campo di 18 km.

La storia la conoscono tutti: la crescita calcistica di due personaggi centrali e molti comprimari, con un susseguirsi di figure folkloristiche. Dal talent scout brasiliano (Roberto Sedinho), all'allenatore alcolista (Jeff Turner), fino ai gemelli con dentoni, capelli psichedelici e capaci di fare acrobazie da circo prima di fare un gol (i gemelli Derrik e la loro catapulta infernale). Fior di generazioni di "pulcini" si sono dannati affinché i loro tiri assumessero quel movimento a spirale in grado di stordire il portiere (e trascinarlo dentro la porta). Forse il non riuscire a essere bravi come Holly, ha scoraggiato quelli che oggi avrebbero potuto essere campioni.

La Piccinini ha fatto outing: "Non potevo perdere una puntata di Mila e Shiro". Mila dai capelli color carota è la cugina (ma solo nella versione italiana) di Mimì Ayuara, la pallavolista protagonista di un'altra pietra miliare dell'animazione e vittima suo malgrado di un allenatore ubriaco e sadico che le fa seguire una disciplina degna di un gulag. Ha un fratellastro piattola e appiccicoso, Danny, tante amiche-nemiche (Kaori Takigawa, Nami Ayase) e è innamorata di un'altro astro nascente del volley, Shiro. Piccolo dettaglio: la più grande pallavolista giapponese, ora cronista sportiva, è sua madre. Ma lei non lo sa...

Arsenico Lupin è il prototipo della "adorabile canaglia": è un delinquente, ma risulta simpatico, uccide, ma non ci si fa caso, è un donnaiolo incallito, ma fa tenerezza. Per fortuna c'è Fujiko (che, nella serie italiana con più successo, assunse di punto in bianco il nome di Margot): l'unica in grado di mettergli i piedi in testa. Nei misfatti si fa aiutare da Jigen, il pistolero nicotinomane, e Goemon, samurai dal sangue freddo. Il suo contraltare è Zenigata, l'ispettore che dà vita a esilaranti gag nel tentativo di catturarlo.

Se le api fanno paura, ce n'è una che non solo piace, ma la cui visione induce a cantare, a costo di sembrare vittime di un precoce rimbambimento senile: "Vola, vola, vola, volaa l'Ape Maia, gialla nera nera, gialla e tanto gaiaa". L'ape in questione è una giovane ribelle che di punto in bianco decide di mollare l'alveare per conoscere il mondo. Ad accompagnarla c'è l'amichetto Willy, un po' stolto. Dopo un lungo peregrinare si accorge che il mondo fuori dall'alveare non è poi "sto granché" e torna a casa. Qualcosa di molto equiparabile, insomma, all'inter-rail post maturità con l'amico tardo, che fa capire quanto il mondo sia bello ma si stia decisamente meglio a casa.

Sempre sulla scia della zoofilia, come dimenticare Hello Spank? Un cagnolino di razza ignota, bipede, parlante e morbosamente attaccato alla padroncina Aika, praticamente orfana (il tòpos che torna spesso nei manga giapponesi), che vive con uno zio strambo e una governante che almeno una volta a episodio ha attacchi cardiaci plateali perché non sopporta la vista del cane. Spank (e qui sfioriamo l'intrigo alla Beautiful) ama la gatta di Serina, spocchiosa nemica giurata di Aika, nonché rivale in amore. Ma anche Spank deve gareggiare per fare breccia nel cuore di Micia: Torakiki, un gattaccio con cerotti e accento tedesco, è sempre in agguato.

E' grazie a Pollon che molti giovani che non hanno frequentato il liceo classico, masticano un po' di mitologia greca. Perché la figlia di Apollo, ha una nonna che si chiama Era e un nonno di nome Zeus. Ha per amichetto del cuore un certo Eros e, soprattutto, vive sulla cima dell'Olimpo. La "nanerottola" sogna di diventare una vera dea e, per farlo, deve riempire il salvadanaio regalatole dal bisavolo. Ogni buona azione vale una monetina. Così la nostra eroina mette sempre lo zampino in tutto ciò che la circonda: convince Cassandra a diventare una profetessa, ripulisce la Terra dai mali sprigionati dal vaso della curiosa Pandora e obbliga il padre fannullone ad alzarsi tutte le mattine per portare in alto il carro del sole.

Un altro grazie, orde di giovani lo devono a Lady Oscar: una damigella battezzata con un nome maschile ed educata come fosse un uomo, che ha introdotto tutti a quel marasma storico della Rivoluzione Francese. Mademoiselle Oscar diventa la bodyguard di Maria Antonietta, l'aiuta a nascondere a Luigi XVI la tresca col Conte di Fersen (che lei stessa ama) e, in punto di morte, si concede all'amico di una vita, André. Il suo personaggio è degno della tradizione letteraria francese che dal seicento in poi elegge a motivo principe l'androginia e l'ermafroditismo (si vedano "Les aventures de l'Abbé de Choisy habillé en femme", 1737, di François Timoléon de Choisy, o Sarrasine, 1830, di Honoré de Balzac)

Parlando di giovincelle belle, bionde, rubacuori e sfortunate, non si può fare a meno di citare Georgie e Candy Candy.

La prima vive in Australia, è stata adottata e ha due fratellastri bellissimi di cui tutte le bambine sono state innamorate. Abel e Arthur finiscono con l'innamorarsi della sorella putativa che, una volta scoperti i loro sentimenti (e pazza di un terzo uomo, Lowell) fugge in Inghilterra. Qui, adeguatasi al libertinismo anglosassone, si concede a entrambi i "fratelli", resta incinta di Abel, che muore e, tornata in Australia, si mette con Arthur. Insomma un vero elogio dell'incesto (anche se involontario).

La collega Candy Candy, fisicamente identica se non per il vezzo di portare due mega code laterali a forma di nuvoletta, è un'altra piantagrane. E' orfana e tutti gli uomini che punta e che la puntano muoiono in maniera drammatica, eccezion fatta per Albert, il capostipite della famiglia Andrews (che l'aveva adottata). Come la compare australiana è mielosa e naif, ma sotto sotto concede le sua grazie a destra e manca. Tanto di cappello, però, per una delle sue innumerevoli conquiste (di cui la morte non è pervenuta): Terence Granchester, il Johnny Depp della situazione che, tanto per cambiare, perde la testa per lei. Crescendo un dubbio incalza: non è che la malandrina orfanella oltre a "un sorriso che non si spegne mai... a tutti porterai" avesse ben altre doti nascoste di cui beneficiare tutti sti ometti?!?

Altri drammi, fratellini melensi e storie strappalacrime, caratterizzano Là sui monti con Annette. Annette è una sorta di Heidi. Anche lei svizzera (ma bionda), anche lei circondata da bovini, suini, caprini e caproni: nella fattispecie l'amico fidato Lucien, che per fare il mattacchione getta in un burrone il giochino preferito di Dany, il fratellino flemmatico e furbo come una faina che, di tutta risposta, si getta nel dirupo e resta paralizzato. E, da copione, miracolosamente tutto si sistema.

Chiudiamo in bellezza con Kiss Me Licia: un cartone animato di tale successo da dare vita a un sequel seguitissimo (il telefilm interpretato da Cristina D'Avena). Licia è orfana di madre (!), ha un padre burbero di nome Marrabbio, che non sopporta il rockettaro biondo dal ciuffo rosso di cui la sua piccola si innamora, Mirko. La love story le regala un cognatino-palla al piede (Andrea) e un gatto obeso e scroccone (Giuliano). Ma alla fine il gruppo del fidanzato, i mitici Beehive, sfonda negli Usa e Licia diventa ricca, mantenuta, ma le toccherà sorbirsi a vita il bimbo petulante.

Rossella Martinelli

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