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Una genocidio sconosciuto, un Popolo che ha bisogno di aiuto...


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Attaccati i villaggi attorno alla clinica "Carlo Terracciano" Emergenza: 600 Karen hanno dovuto lasciare i loro villaggi dopo gli attacchi dell'esercito birmano dell'8 marzo.

"Popoli" fornirà generi di prima necessità.

Chi volesse contribuire con una donazione:

c/c 57192 Banco Popolare di Verona e Novara Abi 5188 Cab 11703 oppure c/c postale n° 27183326 Intestati a Comunità Solidarista Popoli.

I villaggi Karen che fanno riferimento alla clinica “Carlo Terracciano” hanno subito un pesante attacco da parte dell’esercito birmano, coadiuvato da truppe del DKBA (una fazione di Karen che dal 1995 collaborano con la giunta militare di Rangoon contro il loro popolo).Il villaggio di Maw Khee, nel quale lo scorso 26 febbraio i volontari di Popoli avevano distribuito zanzariere per le famiglie e i nostri medici avevano curato la popolazione, è stato occupato all’alba dell’8 marzo da miliziani del DKBA. Nelle stesse ore, truppe birmane attaccavano il villaggio di K’Lar Gaw (dove Popoli ha una scuola elementare frequentata da 103 bambini) costringendo l’intera popolazione alla fuga verso il confine tailandese. Il campo militare dell’Esercito di Liberazione Karen, posto a difesa del villaggio, è stato distrutto dall’artiglieria birmana. La tensione era già palpabile durante la missione di Popoli che si è svolta dal 18 febbraio al 4 marzo: le visite ai villaggi che circondano la clinica dedicata a Carlo avevano subito drastiche limitazioni a causa di un conflitto a fuoco che in quei giorni ha coinvolto volontari dell’Esercito di Liberazione Karen e miliziani del DKBA lasciando sul terreno morti e feriti da entrambe le parti. Popoli, pur tra rafforzate misure di sicurezza, aveva svolto ugualmente la visita al villaggio di Maw Khee, collocato in un’area particolarmente sensibile del confuso fronte di questa lunghissima guerra. Maw Khee si trova infatti soltanto a mezz’ora di marcia dalla base militare birmana da cui è partito l’attacco dell’8 marzo, e spesso il villaggio viene “visitato” a sorpresa da pattuglie delle diverse formazioni impegnate nel conflitto. La prevista visita al villaggio di K’Lar Gaw era invece stata annullata, poiché informazioni raccolte dall’Esercito di Liberazione Karen, davano come imminente un tentativo di attacco da parte delle truppe birmane.

Per chi volesse conoscere la storia del Popolo Karen e le attività della "Comunità Popoli", qui trovate il collegamento al sito:

http://www.comunitapopoli.org/

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  • 6 months later...

URGENTEMENTE SU!!!!!!!!

BIRMANIA: GIUNTA MILITARE MINACCIA "AZIONI ESTREME"

(AGI) - Roma, 27 set. - La giunta militare di Myanmar e' pronta ad "azioni estreme". E' la minaccia si sta concretizzando nell'ex capitale Yangon. La polizia ha aperto il fuoco ad altezza d'uomo sui manifestanti nel decimo giorno consecutivo di protesta contro la giunta. Un fotografo giapponese e' stato ucciso nei pressi nei pressi della pagoda di Sule, uno dei fronti della protesta. Nella stessa zona i militari hanno fatto irruzione nell'hotel Traders per smascherare giornalisti stranieri entrati con visto turistico. Ieri due giornalisti giapponesi erano stati espulsi dal Paese Un cooperante italiano a Yangon, contattato dall'Agi via email, ha affermato: "Il massacro pare sia cominciato. I militari hanno aperto il fuoco sui manifestanti, stavolta ad altezza d'uomo. Non sappiamo quanti siano rimasti per terra, ma chi ha potuto vedere dall'alto di alcuni palazzi del centro parla di decine e decine di persone".

Spari sono stati uditi anche nelle vicinanze della stazione ferroviaria della ex capitale mentre le reti televisive controllate dalla giunta trasmettono soltanto musica, inframezzate da proclami sull'illegalita' della protesta.

Tra ieri e la scorsa notte a Yangon sono stati arrestati 850 monaci buddhisti, diventati i protagonisti delle proteste.

Ma oggi non sono stati visti sacerdoti nelle strade.

Testimoni hanno riferito che gli agenti hanno sparato almeno dieci colpi d'avvertimento per disperdere un'altra manifestazione di circa diecimila persone nelle vicinanze del centro di Yangon.

L'agenzia missionaria Misna ha riferito anche di soldati che disobbediscono all'ordine di aprire il fuoco sulla folla.

La Farnesina ha reso noto che "in occasione della riunione del Consiglio di Sicurezza (Onu) a livello di ambasciatori tenutasi" la scorsa notte a New York "sui gravi eventi verificatisi in Myanmar", il ministro degli Esteri Massimo D'Alema ha incaricato il rappresentante permanente italiano di manifestare "la piu' viva preoccupazione per la crescente tensione" in Birmania e di dare assicurazioni che "l'Italia cooperera' strettamente con la comunita' internazionale" per ogni iniziativa "a sostegno del desiderio di liberta' del popolo birmano e per incoraggiare il dialogo tra la giunta militare e l'opposizione democratica".

Cina e Russia in sede Onu si oppongono a nuove sanzioni contro il regime del Myanmar e questa posizione ostacola la convocazione di una riunione formale del Consiglio di Sicurezza. Una denuncia di questo stallo e' stata espressa dal senatore Alfredo Mantica (An), vice presidente della commissione Esteri, attualmente a New York per i lavori della sessantaduesima Assemblea generale delle Nazioni Unite. (AGI)

In strada con loro trecentomila civili

I militari: «Adotteremo provvedimenti»

DILAGA la protesta in Myanmar e la giunta militare, per la prima volta dall'inizio delle manifestazioni, reagisce, per ora solo a parole. Ieri, mentre centinaia di migliaia di persone sfilavano nelle strade di Yangon e di altre 25 città del Paese (si calcola circa 300 mila persone), il regime ha minacciato provvedimenti contro i monaci buddisti che guidano le marce, le più imponenti negli ultimi vent’anni. A Yangon (ex Rangoon), ex capitale birmana, oltre centomila persone hanno marciato assieme ai bonzi. Secondo il sito internet degli esuli birmani, Mizzima News, i manifestanti erano dispiegati su vari cortei in diverse zone della città. Uno dei cortei, lungo più di un chilometro, occupava un vialone di otto corsie. Al settimo giorno consecutivo di protesta, la mobilitazione della popolazione ha assunto dimensioni senza precedenti, raccogliendo anche migliaia di studenti, cittadini comuni, celebrità del mondo dello spettacolo e anche parlamentari eletti con il voto del 1990, non riconosciuto dalla giunta. Le strade erano gremite di gente che applaudiva e sosteneva i manifestanti e che si è poi unita a sua volta al corteo. I monaci hanno sfilato, nelle loro tradizionali vesti rosso scuro e muniti di megafono per ricordare alla popolazione che «noi marciamo per il popolo», chiedendo di non utilizzare slogan politici e di recitare solamente preghiere per la pace. Il regime del generale Than Shwe abitualmente non tollera contestazioni, ma finora aveva tenuto un profilo basso, anche in considerazione del rispetto e della popolarità di cui godono i monaci. Oggi però, dopo cinque settimane di marce e raduni e di fronte alle dimensioni della protesta, ha convocato i vertici del clero buddista e li ha severamente redarguiti. «Se i monaci non rispetteranno le regole e i regolamenti di obbedienza agli insegnamenti buddisti, adotteremo alcuni provvedimenti in base alla legge in vigore», ha minacciato durante l’incontro il ministro degli Affari religiosi, il generale Thura Myint Maung. In un messaggio diffuso a Parigi, il Dalai Lama, guida spirituale tibetana e massima autorità morale del buddismo, ha dato «pieno sostegno» ai monaci birmani e ha chiesto ai generali al potere di non far ricorso alla forza. Ieri le misure di sicurezza adottate dal regime erano nella norma, anche se la casa di Aung San Suu Kyi, la leader dell’opposizione e premio Nobel per la pace da anni agli arresti domiciliari, è sempre circondata dalla polizia e dai militari. Non vi sarebbero stati, nel corso delle manifestazioni, arresti o interventi repressivi. Altre manifestazioni si sono svolte in 25 città, fra cui Pakokku, Sittwe e Mandalay, il più importante centro religioso del Paese buddista. Il movimento di protesta è stato innescato cinque settimane ne fa dall’aumento dei prezzi dei carburanti, che ha fatto raddoppiare il costo dei mezzi pubblici e del cibo, in un Paese ricco di riserve energetiche, ma dove un quarto della popolazione vive nella povertà. Quelle dell’ultima settimana sono le più imponenti manifestazioni dal 1988, quando una sollevazione di studenti fu soffocata nel sangue dal regime militare, al potere da 45 anni. Fin da domenica gli Stati Uniti hanno espresso preoccupazione per il «brutale» regime del Myanmar, affermando di seguire attentamente l’andamento delle proteste e incoraggiando i generali al dialogo. Altre reazioni sono arrivate dalla Germania che ha espresso «simpatia» per i manifestanti, e dalla Francia che si è detta a sua volta preoccupata per la situazione e ha aggiunto che il regime militare sarà «ritenuto responsabile» della sicurezza dei manifestanti. Londra ha chiesto al regime di astenersi da qualsiasi repressione violenta che potrebbe solo aggravare la situazione.

martedì 25 settembre 2007

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I Karen pronti alla battaglia

Ore decisive per la Birmania. Quello che avverrà poi, lo vedremo in seguito

Il mondo si accorge che esiste la Birmania. Uno dei meriti della protesta sacrosanta dei monaci della capitale e delle principali città del Myanmar è innanzitutto questo. L’attenzione del mondo si concentra su questo angolo del sud est asiatico, scosso dalla più imponente manifestazione degli ultimi venti anni. E per tutti gli attori, diventa così più difficile agire senza dare nell’occhio, senza scatenare reazioni nelle coscienze delle “pubbliche opinioni” delle nazioni democratiche.

Fare pronostici su chi vincerà questo pericoloso braccio di ferro (i rigorosi monaci interpreti dell’esasperazione di un intero popolo o i paranoici gerontocrati in stellette rinchiusi nella finta capitale Naypidaw) è difficile.

C’è chi sostiene che vinceranno i generali, soffocando la rivolta nel sangue, nella repressione di cui sono maestri, o semplicemente facendo valere il peso delle minacce nei confronti di gente che conosce la brutalità e la capillare efficienza della macchina poliziesca del regime. C’è chi è invece certo della vittoria dei manifestanti, forti appunto di una solidarietà ideale del resto del mondo e dello spettro di nuove sanzioni economiche prospettate dall’Occidente al regime.

“Popoli” guarda con attenzione all’evolversi della situazione. E’ normale che chi si occupa da qualche anno di portare aiuti umanitari ad una etnia perseguitata dalla giunta militare speri che l’aggressore venga indebolito, messo in crisi, ridimensionato dalla dissidenza interna. A “Popoli” interessa innanzitutto la sicurezza e la libertà per i Karen, che in questo momento sono ancora negate dai generali birmani.

Ma siamo consci del fatto che questa sfida, chiunque ne sia il vincitore, porterà probabilmente nuovi drammi per le orgogliose genti delle colline dell’est.

Personalmente, e forse troppo ottimisticamente, ho la sensazione che il regime abbia il tempo contato. Ci sono due motivi per cui mi lascio andare a tale speranza (conscio però di poter essere smentito nelle prossime ore da qualche decisione forsennata dei vecchi di Naypidaw). Il primo è l’atteggiamento dell’esercito in questa fase della protesta. Straordinariamente pacato negli interventi. Cinque, dieci morti, forse venti e qualche centinaio di arresti dopo diversi giorni di agitazioni sono un bilancio incredibile, in un paese in cui quotidianamente le forze armate investono i villaggi dell’est incendiando, stuprando e uccidendo.

La grande manifestazione del 1988, alla quale parteciparono soprattutto studenti universitari e lavoratori di Rangoon, venne stroncata immediatamente dai fucili dei soldati: allora non si sparò in aria per disperdere i manifestanti. Si mirò alle teste dei birmani che osavano chiedere maggiore libertà. Diverse centinaia di vittime, c’è chi parla addirittura di 3000 morti. L’ odierna cautela dell’esercito potrebbe essere il prezzo pattuito per un passaggio di potere che risulti indolore per i vecchi generali.

L’altro elemento che mi fa sperare in un non lontano cambiamento ai vertici dello stato è la presa di posizione della Cina, principale e indispensabile angelo custode della giunta militare.

Pechino ha auspicato una ragionevole soluzione della crisi, invitando di fatto il governo di Rangoon ad evitare eccessive violenze. Non credo che la raccomandazione sia scaturita dal fastidio della leadership cinese per la vista del sangue (chiedete ai tibetani o ai dissidenti interni), quanto dalla considerazione che la Birmania, rappresentando un buon partner commerciale e un alleato strategico importante, va resa “presentabile” agli occhi delle altre potenze, USA in testa, con cui Pechino ha interesse a dialogare. Non va scordato che le Olimpiadi sono alle porte, e che l’ormai capitalista Cina cura molto il “look”.

Il business, credo, vincerà la sfida. India, Cina, Tailandia, Singapore, Israele, più alcune importanti multinazionali occidentali hanno grandi interessi nel “paese delle mille pagode”.

Il rischio di incontrare ostacoli di carattere diplomatico, problemi di immagine e legali (sanzioni) è forte, d’ora in avanti. Prima della marcia dei monaci tutti facevano quel che volevano, all’ombra del potente “Tatmadaw”, l’esercito birmano.

La Unocal (l’azienda californiana amica dei Talebani durante la guerra che le milizie filo pachistane, foraggiate dal Dipartimento di Stato USA, conducevano contro il comandante Massoud) è da molti anni socia dei generali birmani. Il gasdotto di Yadana, costruito in partnership con la Total, attraversa territori “ripuliti” dalla presenza dei legittimi abitanti (Karen e altre etnie) grazie a violente azioni dei soldati di Rangoon.

Israele da circa venti anni vende armi e “servizi” a esercito e sbirri birmani: si vede che la solidarietà, tra massacratori di popoli originari, è d’obbligo.

New Delhi sta riempiendo gli arsenali del Myanmar in cambio del gas birmano, di cui la frenetica economia indiana ha estremo bisogno.

Singapore ha stipato le sue banche di narcodollari provenienti dalle tasche dei trafficanti birmani e dei loro protettori in divisa. E la Tailandia (fedele alleato degli Stati Uniti) firma con Rangoon accordi milionari per costruire dighe e impianti idroelettrici sui fiumi che attraversano le terre dei Karen, destinate ad essere sommerse dalle acque.

Non è escluso quindi che tutte le componenti della ambigua economia birmana premano sul governo perché questo inizi a considerare la possibilità di un negoziato con le forze democratiche. Per evitare danni alle loro redditizie imprese. E per continuare, in regime liberale, a rapinare le ricchezze del Myanmar, questa volta con altri complici.

Infatti, i monaci stanno forse porgendo (più o meno inconsciamente) su di un piatto d’argento il Paese alle fameliche oligarchie britanniche, statunitensi e apolidi. C’è un forte legame che unisce la principale figura della dissidenza, Aung San Suu Kyi, alla Gran Bretagna. I circoli influenti, quelli della “esportazione della democrazia” a tutti i costi, sono particolarmente eccitati, in queste ore.

E anche questo ci piace poco. Non ci pare infatti che le democrazie occidentali siano istituzioni particolarmente attente alle istanze fondamentali dei popoli che desiderano vivere preservando la propria specificità culturale.

Se la piazza dovesse vincere, se il regime si dichiarasse disponibile a trattare con l’opposizione, se si preparasse un graduale cambiamento degli assetti politici, probabilmente nel giro di alcuni mesi verrebbe disegnata una “road map” verso la democrazia. Immaginiamo folle di “esperti” occidentali indaffarati a ristrutturare il sistema giudiziario, legislativo, economico del Paese. Sarebbero molto probabilmente ex dipendenti della Unocal e della Total, ex funzionari dell’antidroga statunitense impiegati per molti anni in Birmania in finte campagne di distruzione dell’oppio. O magari vecchi importatori svizzeri di rubini color “sangue di piccione”.

Cosa succederebbe ai Karen in cerca di autonomia ? Verrebbero forse bloccati i progetti milionari che violentano la loro terra ? Verrebbero forse chiuse le fabbriche di eroina e di anfetamine contro le quali si sono così coraggiosamente battuti per tanti anni ? Verrebbe riconosciuto loro il diritto di chiamarsi “nazione” ?

Temo che se dovessero continuare ad avanzare le loro legittime rivendicazioni, rifiutandosi magari di deporre le armi, da “combattenti della libertà”, come vengono ora definiti poiché si oppongono ad una dittatura, diventerebbero, per il baraccone mediatico internazionale governato dai soliti sovrani senza patria ne’ etica, dei “signori della guerra”, ovvero elementi terroristici che incomprensibilmente rifiutano le allettanti promesse della democrazia. Autodeterminazione, identità, tradizione: cosa sono per i freddi burocrati del parlamentarismo d’assalto ?

Ma lasciamo la dimensione dei pronostici fantasiosi e torniamo ad oggi.

I Karen, dimostrando ancora una volta una indole saggia e poco incline allo sciacallaggio, sono fermi, nella giungla, in attesa dello sviluppo della situazione. Agire subito con le armi avrebbe significato provocare i generali, costringere il regime ad una risposta violenta, avrebbe esposto i manifestanti al rischio di un bagno di sangue. Hanno invece fatto sapere che sono pronti (l’ordine è già arrivato ai comandanti operativi del KNLA), assieme alle truppe di altri gruppi etnici, a scatenare una grande offensiva contro il Tatmadaw in caso di repressione violenta della protesta dei monaci, nelle prossime ore.

Non resta, per il momento, che attendere. Da parte nostra auspicando intanto la fine di una casta di macellai, trafficanti di droga, avidi affaristi senza scrupoli che ha affamato il suo popolo. La democrazia non c’entra. Vi sono stati nella storia regimi non democratici che hanno goduto del reale consenso popolare. Che hanno creato stati etici. Che hanno messo al primo posto il bene della nazione. Che hanno sfidato e combattuto le oligarchie criminali. Non è certo il caso della giunta birmana. Ne’ delle nazioni che in queste ore alla giunta stanno facendo la ramanzina, fingendo di non vedere quanto in fondo le assomiglino.

Quel che verrà poi, è un’altra pagina di storia. Che “Popoli” spera verrà scritta dai Karen con lo stesso rigore, la stessa onestà e chiarezza di ideali che hanno accompagnato durante gli ultimi sessant’anni la loro lotta per la libertà.

Franco Nerozzi

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Lo scandalo nello scandalo è l'ipocrisia occidentale nei confronti di Cina e Russia, una dittatura e una semi-dittatura, entrambe vergognose, ma si tace in nome del dio $.

S-C-A-N-D-A-L-O-S-O!!!

Mettici che, insieme all'Afghanistan (...), la Birmania è il principale produttore/esportatore di droga nel mondo...

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Sbaglio, oppure la Cina ha in mano l'economia USA e i debiti delle banche Stars&Stripes...?

se la cina passasse all'incasso di tutti i crediti che ha in obbligazioni e titoli in dollari usa, non basterebbero la carta e l'inchiostro per stampare tutti i dollari necessari. ovviamente, una tale massa di dollari si trasformerebbe automaticamente in carta straccia, gettando sul lastrico l'intero popolo americano e compromettendo tutte le economie dollarobasate(il neologismo è mio).

insomma, partirebbero i missili nucleari...

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