Leasir Posted June 15, 2007 Posted June 15, 2007 Da qualche anno Marco Calamai ha abbandonato gli impianti affollati del basket professionistico. E allena i ragazzi della Fortitudo Overlimits, ragazzi disabili che hanno svariati problemi ma si divertono con palla e parquet Un giorno come tanti, dopo più di 300 partite di basket in serie A (nel 1982 venne eletto miglior coach dell'anno), Marco Calamai disse basta, poteva finire lì. L'ultima fermata Livorno, cancellata per debiti. Decise di prendersi del tempo per sé, rispolverare la laurea in filosofia e considerandosi un discreto pedagogista sportivo, approfondire il rapporto disabilità e sport. Incontrò Emma Lamacchia, neuropsichiatra della comunità La Lucciola, sull'appennino modenese, dove lavorano molto con i ragazzi speciali : «Andai per chiedere dei libri da studiare. Emma mi rispose gelandomi: lascia perdere i libri, allena, falli divertire, noi ti staremo dietro, osa». Osato. Il risultato è questo «metodo Calamai» che oggi alcune università studiano e altre società sportive sperimentano (Pavia, Milano, Cattolica, Rimini, per dire). La palestra è quella storica della Fortitudo, pieno centro storico di Bologna. Due volte alla settimana arrivano accompagnati da genitori e amici, 40 disabili mentali e non - autistici, psicotici, down, ipercinetici e altri semplicemente «non definibili» -, divisi in due gruppi, sotto l'occhio di volontari e operatori. Racconta Calamai: «Partecipiamo al campionato dell'Anspi, quello degli oratori, dove c'è un doppio tesseramento: significa che magari tu giochi in serie B e durante la settimana se ti va puoi divertirti con i tuoi amici. Noi però abbiamo una particolarità: giochiamo sempre, e sottolineo sempre, con 3 normodotati e 2 disabili. E il bello è che vinciamo pure. L'anno scorso siamo giunti secondi alle finali italiane svoltesi a Bellaria». In tutto il mondo ci sono squadre di disabili che si sfidano. Qui invece una squadra «mista» gioca contro una «normale». E vince, appunto. «Tre contro cinque è una sfida quasi impossibile. Nemmeno Larry Bird, Abdul Jabbar e Michael Jordan insieme a due disabili, vincerebbero contro un qualsiasi quintetto italiano. Cosa significa allora questo? Che i nostri ragazzi disabili hanno capacità sorprendenti (magari falliscono canestri facilissimi o perdono palle scioccamente, ma fanno anche canestri impensati), e che i normodotati decuplicano le proprie forze». La classifica e il risultato, va da sé, vale zero per allenatore, dirigenti, giocatori, genitori e tifosi. Conta più l'idea: fare di una palestra una vera scuola di vita, capovolgendo destini e mentalità comuni, come quello che i disabili debbano fare sport solo per sgranchirsi schiena e gambe. «Da noi vengono a divertirsi non a curarsi, se poi stanno meglio, tanto di guadagnato». Visto da quest'angolazione, anche il mestiere dell'allenatore cambia parecchio: «Ho impiegato un po' di tempo per capire che i principali avversari da superare non erano più le squadre avversarie, ma le paure interne dei miei ragazzi: le angosce, le paure, i blocchi, le patologie, le introversioni. Le combattiamo con la palla, inseguendo il sogno di centrare quel benedetto canestro che sta lassù, lontano. In questo senso il basket è uno sport unico: conta quello di 1,80 come quello di 2,30. Per noi la diversità, anche fisica, è un valore da difendere, e di lì siamo partiti». Tutti i ragazzi «speciali» arrivano alla Overlimits - questo il nome del team, che dice se non tutto, molto - ciascuno con nella tasca il suo bravo certificato, dove specialisti gli hanno garantito l'esistenza di uno o più problemi. Pazienza. Arrivano inviati dalla Asl o da un semplice passa parola. Il più delle volte non hanno mai fatto uno sport prima, e solitamente stanno rintanati dentro le quattro mura, di casa o di scuola. Calamai, quei certificati, neppure li apre. «Chiediamo solo quello di sana e robusta costituzione, un lasciapassare minimo che permetta di muoversi. Non sono adibito a dare medicine o fare diagnosi. Però so giocare con la diversità, con vari tipi di diversità. Tutti questi ragazzi hanno problemi evidenti ma tutti hanno anche delle zolle di risorse mai esplorate, isole che devono essere accuratamente cercate, avvistate, conosciute. Ecco, noi andiamo a cercarle, usando la palla come radar». Non è stata una passeggiata, soprattutto all'inizio. Più di un genitore ha pensato di riportarsi a casa il figliolo vedendo e sentendo ordini e urla nella palestra. Invece no, sono stati gli stessi ragazzi a insistere per tornare. All'inizio qualcuno non capiva nemmeno quale fosse il canestro dove tirare, e soprattutto perché avrebbe dovuto tirarci dentro. Quasi sconosciuto il senso della difesa. «Ci sono ragazzi che anche facendo un canestro in allenamento urlano di gioia. Mi sono ritrovato a dovergli insegnare a perdere. Perché nello sport perdere è una cosa brutta, ma lo è più nella vita e loro hanno già conosciuto sconfitte importanti». Non ci sono cessioni o acquisti, pagelle o panchine vissute con il broncio. Esserci il giorno della partita come dell'allenamento, in campo o ai bordi, è davvero tutto. «Qualcuno ha abbandonato e poi ripreso, altri hanno impiegato cinque anni prima di toccare una palla. Si ritraevano dalla vita che gli veniva incontro. Non si può capire perché lo facessero (e forse non lo sa nemmeno lo specialista). Il nostro impegno è riproporglielo, con insistenza e dolcezza, quasi con un corteggiamento, usando la palla come strumento comunicativo e conoscitivo: ti serve per conoscere i tuoi tempi, le tue capacità, perfino per conoscere il terreno che ti circonda. Ci sono miei ragazzi che non andrebbero mai da soli in una zona libera del campo, non aggredirebbero mai gli spazi, come dicono certi allenatori, hanno paura del vuoto, dello spazio. Ma con la palla in mano, palleggiando come possono e sanno, ci vanno. Ed è una scoperta per loro fondamentale. La palla ti fa conoscere anche l'altro. Fondamentale è capire il valore del passaggio che ti costringe a relazionarti con il tuo compagno. Devi guardarlo negli occhi e capire come vuole la palla: Alta o bassa? Piano o forte? Ciò è molto bello ma è anche molto delicato. Se falliamo noi con la palla poi non possiamo pretendere che ci riescano altri, magari a scuola con materie assolutamente più complicate come storia, geografia o matematica». Un altro basket, ma soprattutto un altro mondo, da decifrare lentamente. «Questa è una lettera scritta da Alessandro, un ragazzo di Pavia: 'Fare capire gente noi speciali, che noi fare cose ma in modo diverso. Mi manchi'. Non c'è contratto o panchina prestigiosa che ti ripaghi di una cosa così». Anche se a volte affiora, la nostalgia del mondo di un tempo, del basket professionistico, dura qualche secondo: «Magari qualche volta vorrei essere in quel momento della partita per fare un cambio o impostare una difesa, ma finisce lì. Lo spirito agonistico è però sempre lo stesso. Per battere gli avversari le provo tutte, voglio vincere a tutti i costi e con tutti i mezzi. Senza venire mai meno alla nostra regola del 3-2, anche nei minuti finali di una partita, quando se giocassi con ragazzi 5 normodotati sarei sicuro di vincere. Una volta ci ho provato, facendone restare in campo 4, i ragazzi sono venuti da me e hanno detto: no, non vogliamo, non ti azzardare. Quella partita l'abbiamo persa, e allo stesso tempo vinta. Riesco a spiegarmi?» di Luca Cardinalini (dal manifesto di oggi,15/6/2007)
slide Posted June 16, 2007 Posted June 16, 2007 Grazie Leasir, ho un groppo in gola, che bellissimo sport è il basket!
MCGRADY Posted June 16, 2007 Posted June 16, 2007 senza parole,giu il capppello davanti a queto progetto......
Guest Paul The Rock Posted June 16, 2007 Posted June 16, 2007 Progetto bellissimo. Poco tempo fa avevano fatto un servizio alla televisione, non ricordo il canale, ed è stata veramente toccante vedere come il basket potesse essere d'aiuto a questi ragazzi.
Roberto Posted June 16, 2007 Posted June 16, 2007 Progetto bellissimo. Poco tempo fa avevano fatto un servizio alla televisione, non ricordo il canale, ed è stata veramente toccante vedere come il basket potesse essere d'aiuto a questi ragazzi. L'avevo visto pure io. Davvero una bella cosa.
Elvis #11 Posted June 17, 2007 Posted June 17, 2007 Bellissimo sì...!!! Ho fatto qualcosa di analogo (i ragazzi con cui avevo a che fare avevano anche difficoltà motorie, in certi casi anche gravi, oltre che psichiche) nelle due passate stagioni con i ragazzi disabili o diversamente abili della "Fondazione Piatti" e la ONLUS "Il Millepiedi"... davvero toccante, non vedevo mai l'ora che arrivasse il giovedì pomeriggio per stare con loro! Purtroppo anche in questi ambienti c'è chi opera solo per motivi "di immagine", chi per specularci su qualche soldo... ma è stato altrettanto emozionante constatare come per lo più ci siano persone che si spaccano veramente in due dedicando gran parte del proprio tempo e delle proprie risorse per vedere un sorriso in più sul volto di questi ragazzi... Mi è piaciuto molto il passaggio che dice "Da noi vengono a divertirsi non a curarsi, se poi stanno meglio, tanto di guadagnato". Lo spirito è esattamente questo, e vi assicuro che se anche di 'tecnico' c'è ben poco, sono davvero impagabili cose come vedere l'innocente stupore e il timore reverenziale che i ragazzi avevano ogni volta entrando al palazzetto... o Lorenzo che ad ogni canestro in un esercizietto si fionda urlando sotto la curva vuota della GBR, ringraziando dell'ovazione i tifosi che solo lui riesce a vedere... o Silvio che va ad abbarcciare Anna ogni volta che segna, anche se il colore della maglietta dice che è sua avversaria... per non dire dei brividi che mi hanno percorso quando Luisa mi ha regalato un mio ritratto fatto da lei coi pastelli con una dedica davvero toccante, o semplicemente il "rituale" di ogni indimenticabile giovedì quando appena arrivavo erano tutti già lì ad aspettarmi "è arrivato l'allenatore! è arrivato l'allenatore!!!" e in pochi secondi mi ritrovavo sommerso di abbracci... Incredibile, davvero
Ponchiaz Posted June 18, 2007 Posted June 18, 2007 A me piace pensare che lo Sport sia e debba essere soprattutto questo. E' per questo motivo che vorrei che per tutte queste polisportive che avviano allo sport atleti di ogni estrazione e tipo venissero creati spazi con fondi pubblici per poter praticare la loro passione. Spazi decenti e dignitosi, non palestre di quarta categoria con docce da lager ed illuminazione da cripta. Finanziare lo sport "dei vecchi" inteso come quello dei pro visto soprattutto da chi lo sport lo ha giá praticato o non lo pratica piú con i soldi di tutti non é una prioritá. Lo dico da abbonato di basket e per anni anche del calcio. Lo sport professionistico oggigiorno deve imparare a prescindere dai soldi pubblici, che devono essere destinati ad iniziative che per altre vie difficilmente riceverebbero finanziamenti.
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