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Posted (edited)

Scritto da: Francesco Caielli

Due generazioni a confronto, quattro mani d´oro. Padre e figlio, due

vite spese al servizio dei muscoli degli altri. Sandro e Claudio

Galleani, massaggiatori, massofisioterapisti, personaggi unici e

insostituibili negli spogliatoi di Varese e della Nazionale italiana.

Guardarli mentre lavorano è esempio lampante di cosa significhi amare

il proprio lavoro. Ed è affascinante stare ad ascoltare le loro storie.

Come avete iniziato a fare questo lavoro?

Sandro: torno indietro con la memoria, e mi viene in mente che i

primi rudimenti del massaggio li ho acquisiti da bambino. Facevo il

garzone nella bottega di mio zio, macellaio. Quando si ammazzava il

maiale e si preparavano gli insaccati, il mio compito era quello di

impastare la pasta del salame. Ore a lavorare e massaggiare con le

mani quel pastone, per amalgamare alla perfezione tutti gli

ingredienti. E ancora: io ho origini contadine, e la mia famiglia

aveva tre mucche. Fin da piccolo avevo il compito di mungerle. La

manovra della mungitura, i movimenti giusti da fare con le mani sono

gli stessi che adesso faccio sui muscoli dei giocatori. Ecco come è

iniziato tutto. Il massaggiatore vero e proprio ho incominciato a

farlo dando degli schiaffi sulle gambe del mio compagno di squadra,

il ciclista Gianni Motta.

Claudio: è iniziato tutto per caso. Io avevo altri interessi,

studiavo informatica e quella era la mia passione. Un giorno mio

padre mi invitò ad accompagnarlo a uno stage a Milano. Il caso volle

che quella mattina, a scuola, avessi un compito in classe per il

quale non avevo studiato un tubo. L´occasione era ghiotta e colsi la

palla al balzo: "Vengo anch´io!". Da quel giorno ho iniziato ad

appassionarmi sempre più, al punto che decisi di abbandonare gli

studi e seguirlo nel suo lavoro. Mi fece entrare nello spogliatoio di

Varese, e ho passato degli anni a guardarlo lavorare.

Chi è stato il suo maestro?

S: dico Gianni Motta, che mi spiegava quello di cui avevano bisogno i

suoi muscoli. Un atleta, dunque. Poi tante persone che mi hanno

insegnato molto: Bertocci, il professor Menarini. E poi Marino

Cappellini, lui mi ha spinto in questo lavoro, è stato il mio secondo

padre.

C: ovviamente mio padre. Lui mi ha fatto crescere due volte: come

uomo e come professionista. A lui devo tutto.

La soddisfazione più bella nella carriera.

S: non c´è una vittoria più bella dell´altra, perché vincere è sempre

bellissimo. Ma se devo sceglierne una dico la conquista della Coppa

dei Campioni nel `72 con la Jugoplastika a Tel Aviv. Ero un novellino

e non capivo niente di pallacanestro, ma mi trovai a gioire come il

primo dei tifosi.

C: la mia soddisfazione più grande in ambito professionale risale ai

tempi in cui lavoravo per il Messaggero Roma. Giocammo in casa contro

Varese e mio padre si fermò da me qualche giorno. Dopo la partita

venne a cena anche lui con tutta la squadra di Roma, e quella sera

c´era pure Raul Gardini. Un dirigente del Messaggero gli presentò mio

papà Sandro come "Il padre di Claudio". Di solito era il contrario.

Per la prima volta non ero soltanto il figlio di Galleani. Dal punto

di vista sportivo dico la medaglia che la FIP ha deciso di regalarmi

in occasione del secondo posto conquistato dalla Nazionale alle

Olimpiadi di Atene. Io avevo partecipato solo a qualche raduno, e

non mi aspettavo un riconoscimento simile. E´ stato bellissimo, come

se fossi salito sul podio.

E la sconfitta più brutta?

S: l´anno dopo lo scudetto fu terribile. Scelte azzardate e sbagliate

fecero andare tutto "a ramengo". Siamo stati male tutti: Chiapparo,

Zambelli e il pure sottoscritto, che ha preso l´angina.

C: penso a tre partite. La sconfitta in finale di Coppa Italia contro

Caserta, con la DiVarese. La finale scudetto persa con Pesaro, quando

Sacchetti si fece male al ginocchio. Quella fu la prima volta in cui

mi trovai in panchina da solo, perché mio padre era in spogliatoio

con Meo. Ma resta un brutto ricordo. E poi la combattutissima

semifinale persa quando ero a Roma contro la Benetton Treviso di

Kukoc e Rusconi.

Il giocatore che porta ancora nel cuore?

S: un solo nome, Dino Meneghin. Siamo stati padre e figlio, fratelli,

sposi. Non aggiungo altro.

C: con tanti giocatori ho mantenuto un buon rapporto. Penso a Pol

Bodetto, Thompson, Callahan. Ma un nome su tutti è quello di Cecco

Vescovi. Per me è stato un fratello maggiore, e insieme siamo

cresciuti e maturati. Se non fosse stato per lui, che mi ha accettato

nello spogliatoio, non avrei fatto questo mestiere.

Questa Whirlpool farà i playoff?

S: vedremo, possiamo farli, anche se sarà difficile. Ma una cosa deve

essere chiara: si continui con questo gruppo e con questo progetto,

comunque vada. La storia lo insegna: Varese è diventata grande quando

ha avuto la pazienza di costruire un gruppo solido e duraturo.

C: dovremmo chiederlo a Roma e Milano! Io sbaglio sempre i

pronostici, quindi dico che non abbiamo nessuna possibilità di fare i

playoff...

Francesco Caielli

Edited by Lucaweb
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