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Posted (edited)

Scritto da:Giancarlo Pigionatti

«Al campionato, ci iscriviamo», aveva rassicurato la proprietà. Se quella dichiarazione, allora, era da interpretare, supponendo gli umori di una famiglia costretta a ingoiare amaro sul campo, nonostante i tanti sacrifici affrontati dietro le scrivanie (soprattutto contabili), a distanza di tempo, significa meno semplicisticamente che i Castiglioni, padre e figli, hanno deciso di stringere i cordoni della borsa.

Se il calcio è un colossale business, tant'è che la borghesia delle tribune d'onore ha affidato le proprie fortune a spregiudicati e disinvolti uomini di potere (tanto per usare un eufemismo), il basket è soltanto un fardellone finanziario, da sopportare fin che ci si diverte e ci si esalta.

Certo, a monte di ogni impegno danaroso, c'è una febbrile passione, non avendolo ordinato il medico di gestire un club, tuttavia anche l'orgoglio di scendere in campo pubblicamente per far risaltare la propria città nello sport, è credibile e stimolante, se non altro per quelle emozioni forti, tipiche di un tifoso, anzi del primo tifoso qual è un presidente.

Quando però i conti salgono e le soddisfazione calano, qualsiasi società, che non zappi denaro dalla terra, si fa un esame di coscienza.

Insomma tira le somme, di cassa e d'entusiasmo, si guarda attorno, soprattutto in famiglia, poi pensa e ripensa per concludere: «Ma qui nessuno è fesso».

Più o meno può essere questo lo scenario in cui si trova la famiglia Castiglioni che, tanto per fare un esempio, s'è accorta d'aver scucito di tasca propria circa tre milioni e mezzo di euro nella stagione appena conclusa e grazie - è il caso di dire - a un buon incasso, vale a dire - tra spettatori paganti e abbonati -750.000 euro circa, per dire di altri 700.000 tra sponsor grandi e

piccoli. Sennò il salasso sarebbe stato superiore.

A questo punto qualsiasi tifoso, anche il più distratto, potrebbe schizzare dalla propria sedia di fronte a un bagno di sangue che vale solo un decimo posto in campionato. Scelte sbagliate o ambizioni disattese a parte, la realtà è un po' più complessa e non riguarda solo la prima squadra: ci sono un drappello di addetti ai lavori da onorare ogni mese e quelle spese generali che un'azienda deve sopportare se non vuoi restare senza luce e telefono, cui bisogna aggiungere il settore giovanile, per dire di affitti di palestre e costi di manutenzione ecc..

Saranno anche conti della serva ma più o meno così costa Varese, dando voce anche alla preoccupazione della famiglia Castiglioni, ben oltre ai risultati, fors'anche inadeguati a tanti sforzi compiuti.

Chiamala, se vuoi, riflessione. Ma, tant'è, è questo l'argomento

sul quale s'incentra l'attenzione della società, ferma e pensosa ai box, per capire come e con chi ripartire.

Un ridimensionamento brutale non sembra nei piani biancorossi e nemmeno quello addolcito o contrabbandato da una linea verde come di un ideale rinnovamento, tanto affascinante negli annunci quanto inquietante nella realtà.

«Così, però, non possiamo continuare per dire che somme del genere, per essere chiari, non possiamo più permettercele. Ci impegneremo ancora e molto ma ci piacerebbe che altri appassionati, che hanno qualche soldo da spendere, ma non a parole, come spesso si sente, si facciano avanti. La società - fa notare Claudio Maria Castiglioni - sarà aperta, sicuramente non riappenderemo il telefono a chi offrirà il proprio sostegno, se lo faremo, sarete autorizzati a bollarci. Questa è l'unica via per mantenere un certo investimento, volendo potenziare la squadra». .

Appello o no, una conta sarà utile per misurare la credibilità di personaggi che, a ogni particolare tornata, fanno supporre un proprio potenziale impegno nell'interesse della Pallacanestro Varese, salvo poi dare d'intendere la grande difficoltà, se non impossibilità, di affacciarsi in una gestione molto personale e familiare.

«Ma, ripeto, questo è il momento di farsi avanti», ribadisce Castiglioni junior, essendoci forme e figure diverse di intervento.

Già, gli sponsor.

La Whirlpool, per esempio, non supererebbe le 400.000 euro di contributo, pure con l'intestazione del palasport, se fosse vero, verrebbe da stupirsi. Ma il mercato, evidentemente, non ha saputo offrire di meglio, mentre, spesso, si evoca la grande passione di una città per il basket, come se essa non ne potesse fare a meno. .

La realtà è un po' diversa, abbonati, spettatori e alcuni enti a parte, per dire dell'Amministrazione provinciale che, proprio ieri mattina, nella persona del presidente Reguzzoni, in un incontro con i dirigenti biancorossi, ha garantito la sua vicinanza.

Nel frattempo che fare? Rassegnarsi a una squadretta, verde di speranza?

«La tentazione è forte ma credo che abbiate ragione nell'evocare sciagure, tant'è che siamo orientati a soli sette, otto giocatori di qualità, mestiere e affidabilità. Gli altri saranno giovani e ragazzini».

Se saranno i "magnifici sette", gli altri basteranno e avanzeranno. Se non lo saranno, staremo freschi. Dunque, non più dieci elementi e con un signor stipendio ma otto, se non sette: una scelta condivisibile e attuabile, anche nell'intento di risultati discreti, scegliendo però bene.

E "capobanda", oggi come oggi, figura Magnano il cui contratto, si sa, parte da ragguardevoli cifre. Come la mettiamo con Ruben?

«Gli parleremo per informarlo delle nostre strategie, quindi di queste variabili, alle voci giocatori e allenatore, al di sotto di un tetto salariale. Se accetterà, sarà ancora il nostro , allenatore. Sennò cercheremo soluzioni diverse».

Il procuratore Sbezzi spinge per Ramagli, noi siamo favorevoli a Magnano o, comunque, tifiamo per Lino Lardo.

Alternative, percorrendo la stessa strada, anche del tecnico, proprio non ce ne sono?

«Certo, che ci sono. Basterebbe a qualcuno farsi avanti, tanto per cominciare... E chissà che non si riesca a mantenere lo stesso budget o addirittura potenziarlo ma, sia chiaro, la mia famiglia non può più esporsi come prima».

Giancarlo Pigionatti

Edited by Lucaweb
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