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Tra certezze e qualche dubbio, biancorossi da quarta fila


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di GIANCARLO PIGIONATTI

Agosto è il mese delle sagre. Basta ritrovarsi dopo le vacanze per rallegrarsi. E’ sagra dappertutto, di grandi speranze, nell’imminenza di nuove fatiche. Nel basket, come nel calcio, per esempio, a campionato ancora lontano non c’è club che tema d’essersi indebolito o d’avere non abbastanza spessore per una competitività che, di questi tempi, è di là da venire. Il primo comandamento è l’ottimismo, innanzitutto di maniera, comprensibile di fronte a una campagna abbonamenti che serve per battere cassa al di là degli affetti che, da soli, dovrebbero bastare per sostenere la propria squadra del cuore. Girando così il mondo, un po’ tutti s’adeguano a questo rito: non importa se il mercato calciatori o cestisti rischia d’assomigliare a quello dell’oppio nello spacciare certezze effimere, quindi illusioni.

A noi piace ben altra realtà, quella del "senno del prima", ardua da intendere ma ammissibile attraverso talune impressioni sul conto d’una squadra, pur in mancanza di un suo compiuto raffronto a concorrenza schierata. Innanzitutto un interrogativo s’impone per tentare le prime valutazioni, riguarda la fisionomia tecnica e fisica della Pall. Varese, chiedendosi un po’ tutti se la squadra, potenzialmente, già scavalca quella dello scorso campionato. L’esercitazione è fattibile balzando agli occhi un primo evidente, seppur teorico, rapporto di forze, semmai non è mai chiaro l’obiettivo che il club persegue, diversamente dal quale, dovrebbe poi definire soddisfacente o fallimentare una stagione. Al di fuori di uno scudetto, che sembra appartenere ai soliti quattro o cinque club, evoca invece solo vaghezza, seppur piacevole, il traguardo dei play off. I quali, francamente, significano tutto e niente. Se la squadra chiude la stagione regolare tra le prime quattro (come Napoli nella scorsa stagione), i play off diventano un’opportunità esaltante ma se la qualificazione è solo risicata con un’imbarazzante uscita di scena al primo turno, essi non mutano le voci tecniche di bilancio.

Distinguo a parte, eccoci alla nuova squadra che ha nelle mani almeno 15 punti potenziali in più rispetto a quelli segnati dalla Whirlpool nella scorsa stagione, il che - secondo le nostre convinzioni - già rivela un certo arricchimento. Dunque, pare congruo il potenziale offensivo tra gli esterni laddove spicca l’americano Holland, sicuramente l’uomo in più, pregi e difetti compresi, rispetto al vecchio organico. La differenza, all’ala, è vistosa: non più Allegretti ma l’ex Teramo che porta in dote 18 e rotti punti a gara, seppur nelle file di una squadra non trascendentale, sicchè la conseguente posizione, di sesto uomo cruciale, dello stimato Hafnar è degna di rilievo. Ci piace pensare all’estrosa imprevedibilità di Holland che non ha certo le caratteristiche di un soldatino nelle mani di Magnano, quindi sarà, quantomeno, curiosa l’altalenante presenza di questo americano.

Crepita di premesse, per segnature, Keith Carter il quale, con i suoi altrettanti 18 punti a gara, che sa produrre con la misura dell’uomo forte e mai timoroso (se non di Dio, data la sua potente religiosità), promette una gragnuola di colpi da una piazzuola che si pretende strategica secondo ogni manuale d’attacco. Sin qui dobbiamo fidarci di sensazioni e referenze, soprattutto rassicura il disinteressato ma eloquente del cittì Recalcati che, avendo avuto Carter, come giocatore, nella pur brevissima esperienza dell’All Star Game, ne tesse elogi sperticati.

Tra Garnett e Carter c’è probabilmente quella differenza che distingue, per volitività e ingegno, un impiegato da un artigiano. Chiaro?

Benedetto dai tifosi è indubbiamente il ritorno di Giacomo Galanda che, pur con solo qualche spicciolo in più, per punti a gara, dello sciagurato Albano (ma sciagurati furono anche coloro che decisero di ingaggiarlo), garantisce una presenza diversa, anni luce. La differenza, per sostanza, sotto i tabelloni, non foss’altro per le misure e tanta fisicità dell’azzurro, è la stessa che passa tra il giorno e la notte. Galanda ha perso, in verità, un po’ di quel suo furore al tiro dal perimetro, che lo fatto diventare una "star", ma Varese ha bisogno di una massiccia presenza laddove, sin qui, solo la durezza di Fernandez (uno tecnicamente squisito) e quella di De Pol ne dissimulavano una specifica fragilità proprio in un reparto che richiede, come marchio di fabbrica, un determinato tonnellaggio. La presenza dell’agile Howell, atteso a un progresso, non consentiva lunghi frombolieri, sicchè l’uomo che è costato di più, seppur Giacomo abbia rinunciato a un mucchietto dei suoi vecchi emolumenti, incarna un’azione di mercato che s’attaglia a certe garanzie e attese, in particolare come italiano e azzurro.

Eccoci a Keys che, francamente, non evoca una grand’impressione, se non addirittura suscita perplessità e pure in quei tifosi che non avrebbero mai più sopportato Collins le cui capacità non sono però sfuggite ai tedeschi del Bamberg che non se lo sono lasciati sfuggire. Prima di liberare Collins si sarebbe dovuto avere sotto mano un’alternativa ma questa è la realtà tra scongiuri e speranze.

Ma tra sensazioni non entusiastiche e valutazioni lapidarie ce ne passa, l’ex Roseto dev’essere scoperto in tutta la sua utilità al servizio della squadra, dopo di che, senza alcuna prevenzione, si potrà giudicarlo. Certo è che c’è differenza in regia, se accostiamo Keys e Gergati (un ragazzo tutto da "esplorare") a Collins, Bolzonella e Farabello, non prefigurando al momento alcuna spalla del play, a parte quella remotissima scommessa, di chi evidentemente aveva poca cognizione della realtà, su un improbabile recupero di Meneghin la cui grande forza di volontà non è bastata a far compiere un miracolo. L’addio di Andrea al grande basket era nell’aria da un paio d’anni e già da allora stringeva il cuore, al di là di un affetto che resta eterno, traducibile - osiamo credere - in una concreta gratificazione societaria per una preziosa azione come guida di giovani talenti. Che mai sarebbero in mani migliori, avendo tanta palestra fatto risaltare Andrea come un vero campione.

Dunque, ci sembra un po’ poco nella "sala macchine" biancorossa, laddove si azionano i motori, pur comprendendo le ragioni di un budget ridotto rispetto a quei due milioni e mezzo di euro (per ingaggi) della scorsa estate che non hanno consentito di tirare la coperta dove si sarebbe voluto. Certo è che non si possono pretendere sacrifici superiori dalla famiglia Castiglioni, già benemerita, ma a questo punto servirebbe un soldino (si fa per dire) per fare un milione, riportando verosimilmente Farabello a casa. Foss’anche un’idea un po’ costosa (pur che Daniel abbassi le sue pretese), ne varrebbe la pena. Morale, tre "più" e un "meno meno", come variabili, distinguono la squadra nuova da quella vecchia, tant’è che, ora come ora, in un’ipotetica griglia di partenza, la possiamo collocare in quarta fila. Eventuali correzioni saranno possibili alle prime verifiche di precampionato, aspettando sin d’ora un piccolo capolavoro di Ruben Magnano il cui trionfo olimpico comincia a perdersi nella notte dei tempi...

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