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DiVarese, quella squadra che tutti amano ancora


Lucaweb

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di Francesco Caielli

VARESE Ci sono storie che non muoiono mai. Come quella di dieci ragazzi terribili, una maglia biancoblù, un pallacanestro bellissima. Erano gli anni della Divarese, e Massimo Ferraiuolo era uno dei varesini che hanno fatto innamorare una città intera. Una carriera lunga e silenziosa, la sua. Che è bello e giusto tornare a raccontare.

GLI INIZI «Come spesso succede è iniziato tutto per caso. Avevo sei anni e un fisico debole e gracilino: il medico di famiglia consigliò ai miei genitori di farmi fare dello sport, preferibilmente nuoto o, al limite, pallacanestro. Ancora oggi non so nuotare, potete immaginare quale fu la mia scelta. All'inizio non mi piaceva, e ogni volta che la mia mamma mi accompagnava in palestra mi mettevo regolarmente a piangere. Era Carlo Colombo, il mio primo allenatore, che con enorme pazienza mi prendeva per mano e mi convinceva a rimanere a giocare. Poi, poco a poco, la pallacanestro mi è piaciuta sempre di più: dopo un anno era già diventata una malattia, e piangevo come una fontana quando la mamma veniva a prendermi».

Quando la pallacanestro ha smesso di essere un gioco ed è diventata

una cosa seria? «Mai. Da un lato perché io mi sono sempre divertito: nelle giovanili, all'oratorio, al campetto come in serie A. Dall'altro perché per me è sempre stata una cosa seria: fin da quando ho iniziato, ho sempre giocato al massimo». Ci sarà stato però

un momento in cui hai capito che qual gioco si sarebbe potuto trasformare in una professione: «Inizialmente era soltanto un sogno: guardavo la prima squadra che giocava alla domenica e li invidiavo, volevo arrivare anch'io a quei livelli».

SI FA SUL SERIO «Ho incominciato ad assaggiare la serie A grazie a Riccardo Sales, che mi aggregò alla prima squadra e qualche volta mi portava in panchina. Poco alla volta, sbattendomi come un indemoniato in allenamento, mi sono conquistato qualche minuto: per me era come toccare il cielo come un dito». Max Ferraiuolo, alto "un metro e un'aspirina", playmaker di serie A: all'inizio sembrava uno scherzo: «Ricordo una partita a Roma, nella quale giocai qualche minuto contro il grande Larry Wright. Alla fine Sales dichiarò ai giornalisti "Sentirete parlare di Ferraiuolo: per lui giocare contro un campione come Wright o contro i suoi compagni tra gli juniores è la stessa cosa". Risero tutti quanti, tanto che quella dichiarazione fu riportata su Superbasket nella rubrica "Hanno detto". Invece il povero Sales aveva ragione: io ero proprio così».

LA DIVARESE Poi arrivò Joe Isaac, ed ebbe inizio quel periodo indimenticabile targato Divarese. Una squadra entrata nel mito, pur senza aver mai vinto nulla: «Eravamo un gruppo incredibile, guidato da un grande come Isaac. La sua grinta, la sua carica, la sua capacità di motivare tutti ci ha spinto a dare più di quanto avremmo potuto». Tante volte siete arrivati a sfiorare traguardi e vittorie, fermandovi sempre sul più bello: rimpianti? «Tanti,

perché troppe volte la sfortuna ci ha voltato le spalle proprio sul più bello. Però se ripenso alle squadre che ci hanno sconfitto, dico che in fondo è stato giusto così, perché erano più forti di noi. Il nostro essere gruppo, i nostri attributi ci spingevano a mascherare i nostri difetti, che però a lungo andare emergevano». Eppure quella Divarese è rimasta nel cuore di tutti i varesini. «Dico con orgoglio che noi siamo stati capaci di creare una nuova generazione di tifosi: quelli che oggi riempiono il palazzetto e portano a Masnago i loro figli, si sono innamorati del basket e di Varese grazie a noi».

LA PARTITA «La partita che ricordo con più affetto è la stessa che ricordo con più rabbia. Gara 3 della finale scudetto a Pesaro: giocai benissimo, feci un incredibile 5 su 6 da tre punti che per molto tempo restò il record in una finale. Ma perdemmo lo scudetto». '•

IL COMPAGNO Chiedete a Max il nome del compagno che più gli è rimasto nel cuore, e lui risponderà senza pensarci un attimo: «Cecco Vescovi. Siamo stati insieme una vita, abbiamo condiviso tutto, è stato il mio punto di riferimento: abbiamo condotto insieme anche una trasmissione televisiva: "Cecco e Max", ricordate? E poi, sinceramente, faccio fatica a ricordare un altro giocatore con la sua classe e il suo talento».

Francesco Caielli

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