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"Carissima Varese, pensavo di darti molto di più"


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di Samuele Giardina

Gregor Hafnar, definire confusa questa Varese è corretto?

No, non è corretto, non siamo confusi ma solo abbattuti da una sconfitta brutta come quella di Udine: brutta perché è maturata dopo che avevamo recuperato dieci punti di svantaggio e messo il naso avanti a pochi secondi dalla fine. Inoltre, fa molto male anche scoprire che la convinzione che per vincere sarebbe stato sufficiente tenere Udine sotto gli 80 punti era sbagliata; infatti, abbiamo perso 73-71.

E’ possibile fare chiarezza sui diversi finali in cui, a volte, siete parsi in balia degli eventi.

E’ facile parlare adesso, a mente fredda; la verità è che non si può dire “abbiamo sicuramente sbagliato questa cosa oppure ha sbagliato la tal persona”. Sì, è capitato che siamo usciti da un time-out con l’idea di fare un qualcosa che poi non si è verificato ma, sarà banale dirlo, in campo ci sono anche gli avversari. Bisogna infine considerare che diverse delle partite perse sulla sirena in verità ci sono sfuggite ben prima quando sarebbe bastato poco per segnare qualche canestro in più evitando così un finale punto a punto.

Per carità, si può perdere e vincere, ma sembra si siano smarrite quella coesione e cattiveria agonistica che parevano il vostro marchio di fabbrica.

Non lo so davvero, qualcosa che non va c’è e non si può negare. Onestamente, parlo per me, ma a questo punto della stagione mi sento di dire che scendiamo in campo o ci alleniamo con la stessa intensità e voglia di sempre; l’errore che non dobbiamo fare ora è iniziare a pensare solo a quello che non funziona, perché così facendo i problemi si creano anche se non ci sono. Non dobbiamo vivere a testa bassa.

Domanda secca, si è rotto qualcosa?

Rispetto all’inizio dell’anno?

Sì.

No, non è successo niente di irreparabile; chiaro, accadono sempre fatti negativi con cui bisogna convivere ma una squadra, se vuole essere forte, è obbligata a capire che è più importante dimenticare piuttosto che ricordare.

Alessandro De Pol, con sconsolato fatalismo, a Udine ha parlato di una Varese che, nonostante i nomi dicano il contrario, “sembra non matura e composta da gente che non ha mai disputato partite importanti”.

Forse ha esagerato, ma comprendo le sue parole considerando il momento in cui sono state dette: a Udine, lui come tutti noi, era molto molto arrabbiato. Comunque, credo di capire cosa abbia voluto intendere.

Ovvero?

Che alla fine sono i giocatori a decidere, siamo quindi noi a doverci rendere conto che, tutte le volte in cui anche a fin di bene qualcuno dice “qui ci penso io a risolvere la situazione”, regolarmente succede che le cose peggiorano. Gli eroi, in una squadra, fanno casino; come già detto prima, un gruppo forte deve essere in grado di leggere dalle stesse pagine. Queste cose, le deve sapere.

Andiamo all’anno scorso quando, dopo 27 partite, una Whirlpool riconosciuta da tutti inferiore aveva un record migliore (15 vinte e 12 perse a fronte degli attuali 14 successi contro 13 sconfitte).

Confermo ancora una volta che questa squadra è più completa ed equilibrata rispetto alla Varese dello scorso torneo. Ma lo siamo solo se sfruttiamo tutti assieme il meglio di ognuno di noi; lo siamo se ragioniamo come abbiamo dimostrato di saper fare sino a non molto tempo fa.

La sua stagione, invece?

Non sono molto contento di quanto ho fatto perché pensavo e penso di poter dare molto di più alla squadra: ora come ora non mi sento sfruttato abbastanza ma, essendo decisioni dell’allenatore e della società, io le devo rispettare. Preferisco pensare che, tornando all’anno scorso, in questa stagione abbiamo la concreta e reale possibilità di fare finalmente i play-off; molto meglio questo che qualunque soddisfazione o pensiero esclusivamente personale. Da soli, si fa ben poco, questo non è tennis.

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