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“Più Varese in campo e così nascerà una nuova Stella”


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di Samuele Giardina

Martedì 11 maggio 1999, venerdì 11 maggio 2007: la Stella della Varese di Edoardo Bulgheroni, 8 anni dopo, com’è?

E’ un giorno che mi sono segnato sull’agenda perché è il compleanno di mio fratello Tony, di un caro amico e, come ho detto ieri mattina incrociando Andra Meneghin in macchina: “Va che domani vinciamo lo scudetto!”.

Reazione?

Abbiamo urlato dal finestrino; dimenticavo, è anche il giorno in cui sicuramente arriverà l’sms celebrativo a invio multiplo di Gianni Chiapparo.

Giusto festeggiare ancora?

Sicuramente, perché mi sento e come me credo tutti quanti protagonista di un’impresa e di un ricordo che rimarranno unici. Chiaro, spero che la Pallacanestro Varese vinca altri titoli perché non ci tengo a passare alla storia come il presidente detentore di un triste primato, ovvero lo scudetto di millanta anni fa.

Riccardo Cocciante cantava chiara celeste nostalgia, è così?

E’ nostalgia ma non è un rimpianto perché le fasi della vita si susseguono veloci e i 20 anni di pallacanestro vissuti con mio padre e mio fratello sono stati di un’intensità fantastica. Ora gioco in promozione con lo Sporting Varese insieme ad Aldo Ossola (2 punti in classifica, ma vabbé), ho un figlio di 4 anni che fa la Scuola Calcio al Varese, uno di 2 e il basket, alla fine, rimane nel sangue; me ne sono accorto alla festa di addio di Cecco Vescovi o quando incontro per strada i giocatori del presente. Piuttosto, posso ritrattare dicendo che forse il termine nostalgia non è così appropriato?

Perché no. Passiamo oltre: il gioco la emoziona come una volta o adesso è un rapporto più maturo?

Molto più maturo, direi quasi invecchiato o forse solo in attesa di una scintilla; come dicevo prima, è anche il periodo storico a dettare i sentimenti: ho ufficio a Varese ma sono spesso in giro per l’Italia, quasi normale un rapportarsi piuttosto freddo alla pallacanestro; freddo, ma più che mai sereno.

A parte lo stendardo sulla volta, cosa rimane della Stella?

Posso parlare di quello che le mie sensazioni dicono non sia rimasto: il legame con la città e il territorio. La pallacanestro si respirava di più e non credo sia colpa di qualche allenamento a porte chiuse; ora non si parla di basket tutti i giorni e le nostre esperienze passate suggeriscono che per farlo non serve un contesto vincente ma basta una squadra di A2 fatta da ragazzi che danno tutto come la Cagiva del 1993/94 la quale si è fatta volere bene prima di divenire vincente. So che sono cose che possono sembrare impalpabili, ma credo tutti i tifosi vadano alla partita più coinvolti se vedono persone veramente motivate e, se possibile, magari anche un po’ più italiane (sarebbe perfetto dire varesine) di adesso.

Che insegnamento lascia o potrebbe lasciare il vostro successo.

Insegnamento è una parola che non voglio né mi sento in grado di usare.

Mettiamola così, Gianni Chiapparo c’era allora e c’è adesso: esiste qualcosa di ancora valido e attuale che possa copiare?

Mi riallaccio a quanto accennato poco fa, un gruppo di italiani che vadano a costituire un nucleo in grado di trascinare l’intero ambiente compresi i professionisti di passaggio intesi come gli stranieri in modo da, circolo vizioso, far diventare essi stessi non di passaggio. Aggiungo una cosa per fare ulteriore chiarezza: ciò che hanno dato i ragazzi dello scudetto è irripetibile, pur con tutto il bene che posso volere a loro non percorrerei la strada di costruire un nuovo inizio passando da Galanda, De Pol, Pozzecco o, seppur essendo il suo un caso diverso, Meneghin. Credo che Gianni Chiapparo questa idea l’abbia ben compresa e sia conscio della necessità di muoversi in tal senso.

Un po’ di stretta attualità?

Ci mancherebbe.

Sembrerebbe che i playoff siano finalmente tornati di casa: cosa diciamo di questa Whirlpool?

Prima di tutto che non l’ho mai vista dal vivo ma solo qualche volta alla televisione. Posso parlare per sensazioni avute parlando con amici o persone del mondo del basket: credo sia una squadra in grado di intendere un playoff per quella che è la reale essenza del termine, ovvero un mondo a sé dove tutti ripartono da zero.

Un paio di trucchi del mestiere?

Tenere ben nascosti i biglietti aerei per gli Stati Uniti, così si può pensare di giocarsela sul serio.

Martina Colombari? Sempre la numero uno?

Ora c’è Elisabetta Canalis.

Allora, qualcosa è veramente cambiato.

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