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Whirlpool davvero unica dall'inizio alla fine


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di Giancarlo Pigionatti

Come prima, più di prima. Diciassette vittorie e altrettante sconfitte come nella scorsa stagione ma Varese scala di posti, finendo dal decimo al settimo, il miglior piazzamento della gestione Castiglioni. Ancora una volta abbiamo centrato la previsione, avendo collocato la squadra, prima del campionato, in quarta fila, intendendo quelle di F1, laddove la ritroviamo oggi, dopo sette mesi e mezzo di confronti, esaltanti e deludenti, gioiosi e tormentati. Certo, la giustezza del nostro pronostico, d'una squadra leggermente migliore di quella della passata stagione, può essere anche riletta attraverso una caterva di incompiute, come lo sono le sette sconfitte, entro i due punti di margine, più una che, se ha registrato un - 8, si è consumata dopo un supplementare, patite da Magnano e dai suoi uomini. Ma questa è la realtà, dei rimpianti, come ne sono piene le fosse. Certo, deve far pensare, a fin di bene, naturalmente non è questo il momento di star lì a pesare pregi e difetti, meriti e colpe di un tecnico e di una squadra che stanno viaggiando in carrozza, con tutto un popolo in calore, verso un derby d'eccellenza con Milano.

A Casalecchio la Whirlpool ha lasciato l'ennesimo malloppo ma ha fatto un figurone per tecnica e stile, degni di un ammirevole gruppo e di un bel club. L'atmosfera, da cafoni, sollecitata da patron Sabatini, non ha minimamente scalfito la tranquillità di Galanda & C., incuranti del "baccano burino" di settemila e oltre bolognesi. Segno di una grande forza morale. Nella polveriera di Casalecchio i biancorossi hanno bagnato le polveri delle "Vu nere", almeno sino a quegli attimi, nei quali, come nelle altre occasioni, hanno perso la presa d'una gara già fra le mani. Paura di vincere, si sarebbe osservato una volta, quando questa definizione bollava una squadra impensierita dalla problematica ansia di non riuscirvi, seppur sin lì, alla pari con i suoi avversari. Si potrebbe chiamarla paura di perdere, d'una soccombente per natura, almeno in finali punto a punto. Colpa di chi? E' ardua la sentenza. Colpa del manico? All'allenatore, si sa, spetta il carisma di una sicurezza impartita, egli però non va in campo. Di Magnano conosciamo peccati e virtù ed ogni allenatore fa quel che può, Markowski, per esempio, si affida ciecamente a Best, il peggiore del campionato, per rapporto rendimento-prezzo. E

muore con lui, PUlastrini, che piace tanto a Chiapparo, ha mancato clamorosamente uno storico play off per una matricola, buscandole in casa da Teramo. Dov'è finita la favoleggiata Montegranaro degù italiani?

Ci si può interrogare anche sulla Whirlpool squadra la quale, di fronte a un pressante verdetto, si è sciolta spesso, come aspirina in un bicchier d'acqua. Colpa, magari, di un episodio galeotto, dopo un match stressante e contro pronostico, bastando un automatismo mancato in difesa per subire il canestraccio che condanna com'è accaduto al PalaMalaguti. In principio v'è però una questione di limiti, di risorse tecniche, da ponderare per ritoccarle, seppur entro un parsimonioso budget di spesa, visto che Varese, dopo aver preso, in questa stagione, le misure di una competitivita, non certo schiacciante ma schiacciata, per dire schizofrenica, può ampliare il suo coefficiente concorrenziale.. Morale, seppur con un libro aperto e zeppo di recriminazioni, Varese ha onorato sin qui il suo progetto rispettando il proprio potenziale tecnico, almeno quello strettamente legato alle sue individualità, tradotte in soldoni, giungendo dietro solo ai club finanziariamente più potenti, come pure davanti a Benetton, Fortitudo e Udine che hanno speso di più. Treviso, se sul campo ha rispettato il suo ruolo, ha però mostrato una penosa approssimazione societaria (come testimonia il caso Lorbek), la Climamio è scoppiata nelle sue contraddizioni fra aspirazioni e scelte di mercato, mentre Udine ha dovuto rimediare ai suoi errori. Solo Biella si fa preferire, da buona sesta, pur appaiata alla Whirlpool, per quella scellerata giornata in Piemonte.

A monte quei venti giorni da paura (per pressanti aspettative), la squadra di Magnano ha chiuso la "regular season" con un'evidente e accresciuta compattezza fra i suoi uomini, dovendo riconoscere alla società il grande merito d'aver retto a ogni turbativa ma, soprattutto, alle emotive tentazioni di disfare e fare, com'è capitato a tutte le sue avversarie, qualcuna ovviamente - come Roma - non senza buon esito. Certo è che Varese risulta l'unica società ad aver creduto nel suo progetto originale, dimostrando - pur tormentata da limiti e risultati avversi - una coerenza più unica che rara. E adesso, come direbbero i ragazzi della curva, tutti a Milano.

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