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Varese tra due fuochi per non bruciarsi


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di Giancarlo Pigionatti

Non è malinconica la sera a Masnago dove i vinti chiudono in trionfo. L'abbraccio profondo dei cinquemila, sugli spalti, con la squadra del cuore è segno di un entusiasmo che nasce da una sana cognizione della realtà e che riconosce onore ai vincitori. Per una sera Varese da lezione di grande sportività cancellando vere giornatacce, di balorde ossessioni e perverse aspettative, nei confronti dell'allenatore e della squadra, tutte belle persone. E' imponente il tributo dei tifosi alla squadra e viceversa: Varese chiude al settimo posto con il miglior risultato dal dopo scudetto a oggi, attraverso quarti di nobiltà molto competitivi di fronte a una potente candidata al titolo, persino terrorizzata in tre gare su quattro, complice un basket, quello prealpino, apprezzabile e frizzante.

E' questa la Whirlpool della verità, finalmente spavalda e quotata, dopo molte e infinite incompiute, da recriminazioni e veleni, capace di battere, nel momento più ingrato della stagione, molti tarli e oscuri nemici. Certo, le manca qualche cosa, per pretendere un posto tra le più grandi, lo sa Galanda che parla di basi gettate per il futuro ma è diverso lo stato d'animo di Gianfranco Castiglioni il quale, in pieno festone biancorosso osserva: «A Varese manca solo chi compra questa squadra».

E' cupo il proprietario, come ogni anno, di questi tempi, capibile per un imprenditore a capo di tante aziende e con innumerevoli crucci, in più abbastanza solo a gestire un club che, per ben figurare, pretende dispendiose risorse. Tante pacche sulle spalle, quando si vince, spiacevoli sommosse, quando la squadra perde, le solite promesse del Palazzo quando il grande patron minaccia di abbandonare, salvo poi dover pagare l'affitto per giocare. C'è la strada di un ridimensionamento del budget, consequenziale al potenziale valore della squadra, all'avventura. Ma quanti la gradirebbero? L'altra sera, sicuramente, ogni tifoso s'è sentito onorato della sua appartenenza: ecco un ideale punto di partenza verso il futuro, aspettando certezze in materia di investimenti possibili. Bastano poche mosse ma formidabili di fronte a conferme certe, a contratti scaduti e da confermare (alcuni non rinnovabili) per lasciare spazio a migliori sostituti.

Ma in principio sta il verbo... Quello tecnico. Ebbene Ruben Magnano ha un contratto in tasca, da tenere buono, se saranno d'accordo le parti. Egli ha il solo difetto (si fa per dire) di guadagnare tantissimo in un club che non può scialare per ingaggi, sicché diventa un lusso, rispetto al potenziale d'organico che ci si può permettere. Peraltro non è l'eccezione, non ce ne vogliano De Pol e Hafnar i quali, per presenza in campo, guadagnano molto per quel rapporto che esiste tra costo e rendimento, seppur di spessore in alcune esibizioni. Tutti e due vantano un contratto garantito per un'altra stagione, sicché non si discutono.

Magnano, allora, che fa? Resta, se ne va o lo cacciano? Intoccabile per Gianfranco Castiglioni e per Mario Oioli se spalma i suoi emolumenti in due stagioni, lo è meno per il presidente e per Gianni Chiapparo i quali ne fanno una questione di cassetto e di squadra. Con lui si deve seguire una certa politica, con un altro - di quelli, normali, in circolazione - si può arrischiare qualche mossa audace e di battaglia. Il ragionamento vale sin quando il grande patron deciderà cosa fare per mettere... tutti d'accordo. Magnano, in questo finale di campionato, probabilmente, ha convinto più di uno scettico o di un prevenuto, guidando una squadra molto lucida atleticamente e tecnicamente specchiando in essa la sua etica del lavoro che riconosce Galanda, compiaciuto del campionato suo e del gruppo. La presenza di Ruben collide però con quella dell'unico vero asso della Whirlpool che ha vissuto malissimo la sua convivenza con l'allenatore. Ammesso e concesso quel aut aut "O lui o io", quante reali probabilità avrebbe l'americano di restare? A leggere la sua intervista, qui a fianco, si direbbero comunque pochine, per dire zero con Magnano in panchina. Ecco due verità, grandi come i personaggi. Dunque, varese tra due fuochi, per non bruciarsi ovviamente con entrambi. E'senza rimpianti l'addio a Rolando Howell, per troppa leggerezza dell'essere, sicché cercasi un pivot grosso da paura e con punti nelle mani.

A fare compagnia al "centro", nel viaggio di andata senza ritorno, sarà Keys e non per demerito, puntando il club sul varesino Marco Passera, in coppia con il confermato Capin(sempre che egli accetti) anche per ottemperare i costi in un reparto che, secondo Chiapparo, ha bisogno di pienezza attraverso una guardia super e di almeno due metri. Se così fosse, Carter - non sempre veemente come nell'ultimo mese filato - sarebbe sacrificato a dispetto della sua aspirazione di restare nel rispetto di una clausola del suo contratto. Galanda è già una certezza per altri anni ancora e per Fernandez un nuovo contratto è già pronto, al sicuro, in un cassetto, stavolta il discorso dei giovani tra Varese e Abc si tradurrà in realtà: i promettenti roburini Rosignoli e Padova si aggregheranno alla Whirlpool grazie a un doppio tesseramento. Fra il dottor Corti e Chiapparo c'è accordo, non poteva essere altrimenti dopo lo smacco Martinoni, sfuggito, e sotto gli occhi, alla Benetton. Il futuro di una Varese, già mezza fatta, si giocherà innanzitutto su Magnano e Holland, curiosi di vedere chi dei due resterà. Noi siamo per tutti e due ma sarebbe come mettere insieme un israeliano e un palestinese di Hamas.

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