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«Io da pensione? Capisco chi è deluso»


Lucaweb

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di Massimo Turconi

«In questo momento siamo come i protagonisti del film Waterworld: intorno a noi c’è solo mare, mare e ancora mare. Un mare cupo e terribile che sembra voler respingere ogni tentativo di salvezza. Eppure in questa distesa infinita e disperante, noi dobbiamo ancora mettere sui remi la forza, la tenacia e la cattiveria per cercare di raggiungere il nostro lembo di terra».

Firmato: Valerio Bianchini.

Il tecnico della Cimberio Varese, anche dopo la “tragica” sconfitta casalinga contro Teramo usa parole, similitudini cinematografiche, analogie accattivanti per descrivere il momento vissuto dalla squadra. Respinge con grinta i cori funebri, mette da parte i bilanci. Non è ancora il momento, sussurra, e preferisce concentrarsi sull’analisi, lucida e senza fraintendimenti, dei primi sessanta giorni trascorsi sul “legno” varesino.

«Bisogna partire da una premessa: sono stati due mesi vissuti in modo assolutamente frenetico - dice Bianchini -. Un periodo pieno di avvenimenti, nel quale sono successe tantissime cose, alcune delle quali sotto il nostro controllo, altre decisamente imprevedibili. Un lasso di tempo durante il quale abbiamo lavorato moltissimo, raccolto poco e aperto una linea di credito con la fortuna che, prima o poi, speriamo di poter riscuotere».

- Partiamo dall’inizio: il suo esordio a Cantù.

«Fu una gara dall’andamento strano che, a mio avviso, evidenziò subito i nostri problemi fisici e tecnici in cabina di regia. Mi era sembrato giusto imprimere una svolta a centrocampo, cercando un giocatore USA in possesso di caratteristiche compatibili con Capin».

- Peccato che il giocatore sloveno abbia preso cappello dicendo: "No, grazie, non gioco più…".

«Un vero peccato perché Capin, in possesso di tecnica squisita, oltre ad essere un giocatore che ho molto apprezzato e al quale non ho mai negato fiducia, grazie al suo eccellente tiro da 3 punti, avrebbe rappresentato la spalla ideale per Brown. Invece, l’arrivo dell’americano, lo ha completamente smontato sotto il profilo psicologico: una reazione, la sua, francamente inattesa».

- La “magata” Brown uguale a Darwin Cook non ha funzionato...

«Tierre è un giocatore con grandissime qualità da playground e, a palla in mano, è in grado di scatenare improvvisazioni jazzistiche di primo livello. A lui, però, che potrebbe segnare 30 punti, in ogni partita, abbiamo chiesto di rinunciare alla sua parte solista in favore di un adattamento europeo al ruolo. Brown stava rispondendo molto bene alle sollecitazioni e, altra tegola imprevista, è stato bloccato dal noto guaio muscolare. Non a caso stiamo attendendo il suo rientro e Tierre, senza essere Cook, è comunque un giocatore che dà sostanza al pacchetto delle guardie».

- Dopo i piccoli, i lunghi.

«Anche per questo capitolo dobbiamo tirare in ballo la malasorte che ci ha privato di un giocatore fondamentale come Mate Skelin proprio mentre stava iniziando la fase di decollo. Senza il centro croato, per diverse partite, abbiamo cercato alternative ma l’unica carta disponibile, Fernandez, si è rivelata fragile. L’argentino, oltre ad avere scarsa propensione al rimbalzo, non sembrava granchè interessato a reggere da solo il peso della lotta sotto i tabelloni. Così abbiamo pescato Lloreda che rimbalzista lo è di sicuro ma, di più, ha mostrato mani da ottimo passatore e buon feeling col canestro: tutte caratteristiche positive di un atleta che, come dico io, sa rovistare dentro la sua bisaccia ed è capace di estrarre sempre qualcosa di nuovo o di utile per la squadra».

- Chiudiamo il cerchio con Holland.

«Delonte va a riempire l’ultima casellina del nostro puzzle tecnico: quella relativa all’ala piccola prima occupata da Romel Beck il quale è sostanzialmente un numero “2”. Holland è giocatore con strabilianti qualità fisiche, atletiche e tecniche che sa rendersi utile anche in difesa, a rimbalzo e nel coinvolgimento dei compagni».

- A questo punto, scuserà l’ironia, non si capisce come mai, con tutte queste note positive, Varese sia ancora ultimissima in classifica...

«Una volta sistemate tutte le posizioni sul campo, sapevamo di avere a disposizione una squadra nuova, diversa e finalmente competitiva. A quel punto, la nostra rinascita sarebbe dovuta partire da Treviso ma, dopo l’ottima partita disputata contro la Benetton, il progetto tecnico, complice l’infortunio che ha tolto dal campo Brown, s’è subito fermato».

- Passi per la sconfitta, dopo due supplementari, a Rieti, ma quella in casa contro Teramo è oggettivamente indifendibile.

«Sono totalmente d’accordo e, confermo, non abbiamo alibi, né scusanti per il cattivo atteggiamento messo in mostra contro la Siviglia. Siamo caduti nel “trappolone” di una partita che pensavamo fosse facile, senza valutare che gli abruzzesi, senza Tucker, avrebbero prodotto sicuramente qualcosa in più, mentre noi, con una settimana di brutti allenamenti alle spalle, avremmo sicuramente prodotto di meno sotto il profilo fisico e mentale. Mi viene in mente, al proposito, l’esperimento della rana bollita, quella che messa in acqua bollente reagisce e schizza via, mentre se immersa in acqua tiepida, con una fiammella sotto, finisce cotta. Per noi, è stato uguale: adagiati in un “brodo” fatto di insensibilità e poca attenzione, ci siamo presentati al match teneri e pronti da squartare».

- Adesso, a bara chiusa con il filo di stagno, mancano solo le esequie solenni. Oppure no?

«No, è ovvio. Sarà banale ma finchè c’è vita, c’è speranza. Adesso che ci siamo giocati davanti al nostro pubblico anche l’ultimo brandello di credibilità, siamo sempre più soli e, come dicevo all’inizio, alla ricerca di un pezzo di terra dove approdare. Ma, con due certezze: Teramo è stato solo un episodio sbagliato, gravissimo per la classifica, ma sbagliato. La seconda certezza è che questo gruppo, se al completo, lo ripeto, è competitivo contro chiunque. Speriamo solo di poterlo dimostrare».

- Ultimo appunto: che cosa pensa e cosa risponde a chi la collocherebbe in pensione?

«Non rispondo nulla. So che certi tipi di pensieri e modi di inveire fanno parte del gioco. La vecchiaia, del resto, è una “malattia” che un mondo giovanilista come lo sport non perdona mai. Figurati quando perdi».

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