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«Varese si gioca l’orgoglio»


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di Massimo Turconi

Valerio Bianchini, Milano e Varese. Quella del coach della Cimberio Varese con Milano, contro Milano, di fianco a Milano, è una storia che segna, a caratteri indelebili, la storia tutta del basket italiano. Una storia lunga, fatta di incroci pericolosi, a volte esaltanti, altre volte ricchi solo di delusioni. Una vicenda che prende il via già negli anni ’60, ai tempi del primo boom della pallacanestro con la frequentazione del famoso Centro Minibasket voluto da Emilio Tricerri; primi semi di fondamentali con Paolo Viganò; apprendista allenatore nelle file della Candy Brugherio. Al brillantissimo praticantato seguono, inizi anni ’80, gli emozionanti derby Cantù-Milano. Palazzone di San Siro pieno come un uovo, 13.000 spettatori, due tempi supplementari, spettacolo indimenticabile. Continua, anno di grazia 1983, con la supersfida metropolitana Roma-Milano e arriva, ancora accompagnata dai profumi dello scudetto, alla fine della decade: Pesaro-Milano, ennesimo successo per il Vate che infila in borsa il suo terzo triangolino tricolore. Da allora la storia si sfilaccia un po’, si perde in tanti rivoli, alcuni dei quali persino difficili da ricordare, altri aridi e avari di soddisfazioni. Ma il nome Milano fa sempre drizzare le antenne di coach Bianchini che, in un periodo poco felice per lui e poco fortunato per la società, sulla panchina dell’Olimpia si è pure seduto, ottenendo risultati da dimenticare. Forse per quest’ultima ragione Valerio Bianchini, domani alla sua gara n. 800 in serie A (457 vinte) non ha voglia di ricordare, né di raccontare “pagine ammuffite”.

«Non mi interessa aprire il libro di un passato davvero lontanissimo e - dice in tono secco Bianchini -, assai più distante di quanto non faccia pensare il tempo trascorso. Meglio restare concentrato sui significati di un derby che, per Varese, ha un valore supremo: quello dell’orgoglio».

- Anche perché, dopo l’ennesimo “scorno” di Napoli, è evidente che ormai rimane ben poco d’altro...

«La gara contro l’Eldo rappresenta la consueta somma di piccole imperfezioni che – commenta il Vate -, da diverse settimane contraddistinguono il nostro modo di stare in campo. Errori di lettura e vistosi passi indietro da parte di Tierre Brown che, mio sbaglio, ho tenuto troppo in campo. Brown, dopo l’infortunio, ha ripreso il passo, deleterio, da giocatore di playground, interrompendo il cammino di maturazione che mi aveva fatto ben sperare. Poi egoismi e forzature anche da parte di Delonte Holland e, in generale, un brutto atteggiamento mostrato dalla squadra in difesa. Tutte situazioni che, soprattutto in trasferta, si pagano carissime e solitamente costano i due punti».

- Per la serie “solitamente” il secondo tempo partenopeo segnala i classici dieci minuti di buio.

«Scendiamo in campo con poca tensione psicologica e livelli minimi di intensità e concentrazione ed è un vero peccato - aggiunge Bianchini -, che questi giocatori non riescano a dare di più perché, adesso, anche a costo di essere ripetitivo, la Cimberio avrebbe le carte in regola per competere contro chiunque».

- E’ il condizionale che vi frega...

«Il problema è che a questo livello non puoi permetterti di regalare quarti interi agli avversari. Ci devi stare sempre, senza pause perché, appena molli un attimo, ti spazzano via».

In questo senso occorrerebbe più carattere da parte di chi scende in campo, ma...

«Ma siamo ancora poco consistenti o, in altri termini, spesso abbiamo poche “palle” e brutta mentalità».

- Con il derby che incombe e con Milano in un buon momento lei non descrive un quadretto esaltante.

«Ben venga il derby con il suo carico di entusiasmo e con la speranza di toccare, grazie a questa classica, anche le corde più profonde dei miei giocatori ma, come dicevo prima - è sempre Bianchini che parla - il mio obiettivo principale è spingere la squadra a dare qualcosa in più. Qualcosa che è nelle mani e che, speriamo, anche nel cuore di questi ragazzi ma che, per qualche ragione, non viene fuori».

- Che derby sarà?

«Milano sta giocando bene e si vede la mano di coach Caja che sta facendo un lavoro buono ed equilibrato fra attacco e difesa. Poi, sul parquet, tanti bei duelli, primo fra tutti quello, potenzialmente decisivo, tra Lloreda e Watson: più potente e pesante il primo, più veloce e atletico il secondo».

- E Gallinari?

«E’ uno stupendo talento che, a mio parere, deve andare subito in NBA senza, tergiversare, senza perdere altro tempo, senza rischiare di diventare un altro Jasikevicius. “Gallo”, negli USA, dovrà uscire dal nido e imparare a volare da solo. Prima lo farà, meglio sarà per lui e per il basket italiano».

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