Jump to content

Recommended Posts

Posted

di Massimo Turconi

«Il nostro trionfo mi ha emozionato, soprattutto per Galanda»

«Con calma valuterò il domani però a Varese sono stato bene»

La sera del 26 aprile scorso tra pacche sulle spalle, lunghi abbracci, espressioni non verbali di un'umanità forte e intensa, spiccava il sorriso dolce, rilassato, forse un po' stanco di Randy Childress. Una felicità un po' distaccata dalla pazza folla e dalla voglia di fare baldoria a ogni costo. Randy era rimasto accoccolato sulla panchina dello spogliatoio con i giovani che gli saltellavano accanto: cuccioli attorno al solido e indiscusso capo-branco piacevolmente infastidito dal rumore...

«Forse perché - spiega Randy - quando arrivi a una certa età, alcune sensazioni preferisci godertele con un pizzico di solitaria riservatezza. Subito dopo il successo ho cercato con uno sguardo Giacomo Galanda e, trovatolo vicino alla nostra panchina, ci siamo abbracciati a lungo senza dire una parola. Un gesto semplice e significativo tra due persone consapevoli che il tempo, per noi, diventa un'entità inafferrabile e devi godertela. La nostra vittoria mi ha reso felice anche per Giacomo che mi ha spesso confidato il disagio morale vissuto la scorsa annata».

- Due “anziani” ma ancora colonne, anzi, architravi della squadra. «Tanti identificavano la Cimberio nella nostra coppia ma - sottolinea Childress -, in pochi si sono accorti che la nostra forza è stata quella di spremere qualità, giocate e rendimento da parte di tutti: in trenta partite giocate posso citare almeno venti protagonisti diversi. Posso ricordare nitidamente le grandi prestazioni offerte da ognuno dei miei compagni, lungo il cammino stagionale tutti hanno avuto il loro, più o meno grande, spicchio di gloria».

- Lei, proprio nella “bella” contro Veroli, solo 7 punti a referto, ha dato l'impressione di voler lasciare ad altri il palcoscenico...

«Sono almeno quindici anni che fare punti non rappresenta più un mio problema. Non nego che, al College, con l'ansia e la voglia di dimostrare le mie qualità, sia per il prestigio dell'Università, sia per un futuro in chiave NBA, guardavo il canestro con più interesse personale. Anche con maggior egoismo. Poi, una volta interiorizzato che essere playmaker è una sorta di esercizio d’altruismo, tutto è diventato più semplice. Non a caso il complimento che mi fa più piacere è leggere che Childress ha deciso un match con pochi punti nello score personale».

- Quale caratteristica, più di altre, pensa d’aver trasmesso alla Cimberio?

«L’ostinazione perchè - risponde Randolph - tutto quello che sono riuscito a costruire nella vita, fuori e dentro il campo, nasce da una forte e incrollabile determinazione nel raggiungere un traguardo. Ai miei compagni, tra ottobre e novembre, eravamo in periodo di elezioni americane, facevo quotidianamente il lavaggio del cervello ripetendo loro la frase di Obama: “Yes, we can”. In spogliatoio dicevo "ce la possiamo fare” ma, soprattutto, li invitavo a spostare un centimetro più in alto l’asticella, sapevo che arrivare in fondo sarebbe stata durissima».

- Quando, invece, la fiducia nella squadra ha toccato il massimo e il minimo?

«Non c'è mai stato un minimo, dietro tutte le sconfitte, ho sempre intravisto un alibi sostanziale. Sapete, le squadre scarse, quando si perde, tendono a trovare scuse e ad autogratificarsi mentre le formazioni che hanno un'anima sanno guardarsi dentro, riconoscere eventuali errori o debolezze, provando a risolverle. A Imola, nella peggior gara dell'anno, è bastato guardarci in faccia per dirci con sincerità: "o.k., abbiamo fatto una cavolata, adesso ripartiamo". Positivamente riconosco due periodi ben distinti; la buonissima partenza che, con tante partite vinte, pur giocando non molto bene, ci ha dato carica e convinzione e il trittico di vittorie Jesi-Pavia-Sassari che, nel girone di ritorno, ha rappresentato un momento probabilmente decisivo».

- Quale è il suo stato d’animo attuale?

«Dopo una vittoria, come quella che abbiamo conquistato, puoi essere al settimo cielo. Sto bene fisicamente, psicologicamente e professionalmente, in più sono in pace con me stesso e con chi mi circonda: famiglia, amici, compagni di squadra».

- E’ più facile, quando si sta bene, parlare del domani. Il suo sarà ancora a Varese?

«E' veramente troppo presto per fare previsioni anche perchè, se dovessi decidere sull'onda emozionale del momento, o per la grandissima gioia vissuta in questa città, risponderei subito sì. Di fatto ci sono altre cose importanti da verificare. Prima di tutto devo mettere alla prova la voglia di andare avanti a giocare e, capirete, a 37 anni, non è un aspetto secondario. Poi devo verificare la disponibilità della mia famiglia, dei miei figli a sopportare ancora il sacrificio di un’eventuale e prolungata lontananza. Quindi, nelle prossime settimane, con calma valuterò ogni situazione: stato fisico, mentale, voglia di continuare, esigenze familiari e, ovviamente, offerte. Una cosa è sicura: a Varese sono stato molto bene e - commenta sibillino Randy -, so che qui intorno ci sono buone scuole per stranieri».

×
×
  • Create New...