Lucaweb Posted June 24, 2009 Posted June 24, 2009 Bulgheroni: «Fui buon profeta con la bella Martina» Il mio Scudetto della Stella comincia, come molti ben ricordano, da una mia dichiarazione, poi diventata famosa, rilasciata in una memorabile mattinata: quella del 18 settembre. A Villa Recalcati mi attende la cerimonia di presentazione della squadra ma, soprattutto, Martina Colombari che ho voluto presente ad ogni costo come nostra madrina perché, per le sue comprensibili qualità, rappresenta una mia nota passione. Dopo le stringate parole di coach Recalcati che non avrebbe mai pronosticato una nostra vittoria, nemmeno contro una squadra di prima divisione, Martina chiede il mio parere. Nonostante la scarsa lucidità (insieme con mio fratello Tony, Poz e Menego avevamo “fatto notte” al Lido di Luino…), senza tentennamenti “sdraio” i presenti con una dichiarazione semplice ma “pesante”: «Partiamo per vincere lo scudetto». Ho addosso sguardi esterrefatti ma io me ne frego. Ormai la sfida è lanciata: portarla a termine, possibilmente sani, sarà l’obiettivo stagionale di tutti. La sfida, per me, porta, primariamente, il nome di Santiago: una scelta contestata ma, alla lunga, con quella di uno strepitoso e sorprendente Mrsic, strategicamente decisiva. Il feeling tra me e Daniel, anche se solo catodico, scatta appena lo vedo in azione al torneo di Forli contro il Panathinaikos. Una contesa vinta con tutto un braccio di vantaggio nientemeno che su Dino Radja, un gancio e una schiacciata: sto’ uomo, penso, bisogna "firmarlo" immediatamente. Da quel momento lo scambio di opinioni con Recalcati si trasforma in una “guerra” nella quale c’è anche chi ci crede “separati in casa”. In questo senso, a distanza di tanto tempo, vorrei chiedere scusa al nostro coach e dirgli che adesso, con il conforto dell'esperienza maturata, certe affermazioni non le avrei fatte. Ma, allora, dialogare era faticoso per entrambi ed io avevo anche timore dei suoi commenti. Specialmente dopo che i miei pensieri apparivano ogni martedì su “La Prealpina”, come esito di lunghi colloqui con il caro Giancarlo Pigionatti. Parlando di quella stagione molti hanno visto nell’amaro epilogo di Coppa Italia un viatico per lo Scudetto. Col cavolo! Ogni volta che ci ripenso, mi dico che avremmo potuto vincere anche quel Trofeo. In campionato l’unico periodo di depressione riguarda la caduta in casa contro la Fortitudo: vedo scivolare via dalle mani il primo posto in stagione regolare. Lì, davvero, me la sono fatta sotto. La mia dedica per la Stella è per Gianmarco Pozzecco, mio personale MVP dell’annata: la motivazione è tanto semplice quanto affettuosa: Poz ha regalato a tutti noi pagine indimenticabili, ci ha entusiasmato, caricato e trascinato con un talento pari solo alla naturalezza sprigionata dal suo genio. Ci ha fatto godere con giocate che, in tanti anni, abbiamo visto fluire solo dalle sue mani portando tutta Masnago fino in cielo ovvero il posto dove, in fondo, è più facile toccare “La Stella”. Pozzecco: «C’era in noi una vena di follia e genialità» Italiani, goliardi, geniali: questi sono i termini che, ancora oggi, mi sento di associare allo Scudetto della Stella. Italiani perché quella vittoria è l'ultima conquistata da un gruppo con una fortissima matrice tricolore. Un gruppo più gestibile, meno cosmopolita, con usi, costumi e modi di pensare uguali. Un nucleo nel quale gli unici problemi per Tony Bulgheroni e Gianni Chiapparo derivavano dal gestire me, il Menego e le frequenti tensioni che si scatenavano. Tensioni che, però, svanivano subito perchè schiacciate dal valore dell'amicizia profonda che ci legava. Ricordo, per esempio, che al rientro in spogliatoio in gara 3 contro la Virtus, De Pol mi rimproverò perché, a suo parere, sull'azione finale di Abbio io non avevo difeso. Io, già incavolato come un lupo per la sconfitta, presi una sedia, la spaccai sul muro e urlai come un matto. Dopo cinque minuti di “cinema” e dopo la doccia, eravamo già tutti in “Botte” a bere birra, ridere e scherzare come sempre. Goliardi perché, a differenza di tutte le altre squadre, il divertimento era una componente fondamentale per alimentare positivamente le dinamiche di squadra. Geniali perché per vincere uno scudetto, come lo abbiamo vinto noi, occorreva avere per forza dentro una vena di genialità e follia. I paragoni, fatti allora, con la Sampdoria di Boskov e il riferimento Pozzecco-Meneghin, uguali a Mancini-Vialli, non solo ci stavano ma mi inorgoglivano pure. Quel fantastico 11 maggio mi aveva permesso di passare da semplice pagliaccio (una degli insulti più gentili che ricevevo lontano da Masnago), a “Imperatore” di tutti i pagliacci. Vincente e col sorriso sulle labbra: serve altro? Altri atleti, negli anni, mi hanno raccontato le loro esperienze sul significato del “vincere”. Tutti mi hanno detto quanto è stato bello o quanto sono stati bravi. Nessuno però mi ha mai detto: "Poz, tu sapessi quanto mi sono divertito". A Maurizia Cacciatori, la mia ex-fidanzata, vincitrice di un miliardo di trofei nella pallavolo, ripetevo che non avrei mai scambiato il mio unico scudetto con le sue tante vittorie. “Mau”, nel raccontarmi i suoi trionfi, pur esaltanti, mi trasmetteva il senso di enorme fatica mentre io le raccontavo solo della gioia di stare insieme, scherzare e giocare a pallacanestro. Il nostro scudetto è un fiore germogliato fra le pareti del Campus, diventato grande, bello, colorato, profumato grazie alle cure della gente e dei tifosi sempre vicini a noi. A distanza di anni penso che l'armonia tra società, squadra e pubblico sia stata la vera formula vincente di quella squadra. La nostra vittoria è stata, sul serio, quella di una squadra “terrena e cittadina”. Eravamo come una bellissima ragazza con tutte le cose a posto: occhi, seno, sedere, gambe da top-model, in più simpatica, allegra, intelligente, cordiale, alla mano. In una parola: il massimo. In due: Roosters Varese. Meneghin: «I meriti? Tutti per uno, uno per tutti» La mia corsa verso la Stella comincia la mattina del 18 settembre quando, alla presentazione della squadra, Edo Bulgheroni, in preda a una lucida follia, scuote un po’ tutti: il suo messaggio ("Vinceremo lo Scudetto") è forte e ricco di ottimismo. Sarà di grande aiuto, oltre che un modo per cementare il gruppo e stimolare la voglia di stare insieme d’un nucleo animato dalla voglia di rivalsa tipica di chi non ha ancora vinto nulla. La squadra vive per una sola regola di comportamento: quando qualcuno attraversa un momento di difficoltà ci si sacrifica per trovare il modo tecnico o morale per risolvere o mascherare i problemi. Due esempi per tutti: col Poz che, in difesa, è una “capra”, ci si dà da fare per aiutarlo, consapevoli che ci avrebbe ripagato con la sua genialità in attacco. Con Gek Galanda, che fatica a ribaltare il lato della palla da destra verso sinistra e si fa sempre anticipare, cerchiamo di far fluire l'azione sul lato giusto. La nostra stagione si sviluppa su tre fronti: Eurolega, Coppa Italia e Campionato. All’Eurolega, a parte il solito Edo Bulgheroni, nessuno di noi dà grande peso. La Coppa Italia, nella sua kermesse bolognese, comincia nel peggiore dei modi ovvero quando, aperta la valigia, scopriamo la “furbata” delle maglie gialloblù commemorative. Non sto a dirvi le parolacce e gli improperi perché scherzi del genere non si fanno. Specialmente in una finalissima. Ricordo il campionato come una lunga cavalcata esaltante con qualche scivolone però sappiamo di avere diverse giustificazioni. Nei playoff il nostro motore gira tranquillo fino alla serie contro la Virtus Bologna. Solo un piccolo inciampo in gara 3 col “famoso” canestro di Abbio allo scadere. Al termine della serie, Danilovic, conscio d’essere arrivato al capolinea, con la sua squadra, mi augura il meglio possibile per la serie contro la Fortitudo, evidentemente sicuro che la "F" avrebbe raggiunto la finale. Della serie contro la Benetton mi passano per la mente tanti flash, confusi ma classici di partite vissute a metà tra lucidità accennata e tensione divorante. Flash quasi tutti dedicati al Poz: i canestri pazzeschi di garauno, le triple centrali imbucate da lontanissimo in garadue, il suo naso fracassato dalla gomitata di Nicola in garatre. Sull'intenzionalità del gesto di Marcelo solo Sandrin Galleani, ancora oggi, è pronto ad affermare il contrario. Poi solo festeggiamenti: all’alba del 12 maggio, immerso in un silenzio totale, pago volentieri la mia scommessa e salgo a piedi al Sacro Monte, bacio il Mosè, e ritorno. Arrivato in cima dopo un’ora di cammino vedo tre ragazzi che, vicini alla statua, stanno leggendo “La Prealpina” fresca di stampa con, in prima pagina, la scritta “CAMPIONI”. Troppo bello…! Galanda: «L’uomo simbolo del trionfo è Mrsic» Come essere atterrato su Marte o su un altro pianeta sconosciuto: è la prima sensazione che mi sento di descrivere a proposito del mio arrivo a Varese. Per me, reduce dall'esperienza in Fortitudo, è un mezzo shock ritrovarsi in una società in cui il vicepresidente Tony Bulgheroni è praticamente un giocatore aggiunto, il presidente Edoardo è uno che, abbastanza spesso, finisce le serate in discoteca in compagnia dei suoi giocatori e Toto, il proprietario, è uno che appena ti incontra, ti invita a giocare a golf. Questo, giusto per capire quale atmosfera si respirasse allora alla Pallacanestro Varese. Dei Roosters conoscevo bene Meneghin e Zanus, compagni in Nazionale e Pozzecco, in teoria mio compagno di scuola al liceo di Udine mai visto però sui banchi. Anche se, una volta a Varese, Poz mi raccontò pure d’esserci andato, a scuola. Ma una sola volta, per di più in un giorno di sciopero. Studente sfortunato, Gianmarco. La mia voglia, dopo le frustrazioni di Bologna, è giocare al massimo livello e, sin dal primo giorno, capisco d’essere approdato nel posto perfetto, pur con tutte le sue particolarità. A Varese (anche oggi) non c'è pressione, si gioca per vincere ma anche per il piacere di farlo, con libertà di espressione e di divertirsi. Anche in Eurolega, laddove non siamo granchè considerati, ricordo quasi sempre un buon approccio, sentiamo l'importanza del nome di Varese, tornata in Europa a 19 anni di distanza. Chiaramente, però, la nostra attenzione è più concentrata sul duplice impegno Coppa Italia-Campionato e proprio la finale di Coppa a Casalecchio fa scattare qualcosa in tutti. Di quella sera, domenica 31 gennaio, a cena, ricordo nitidamente il volto di Cecco Vescovi distrutto dopo la sua ennesima finale persa. Ma di quell’evento restano soprattutto i grandi silenzi e gli sguardi. Elementi che, talvolta, aiutano a unire gli uomini. Galletti o polli? La sconfitta in Coppa ci dà una smisurata voglia di beccare, graffiare e far male. In spogliatoio non si parla del finale contro la Kinder ma il ricordo di quello strappo ci accomuna e ci fa vivere solo per uno scopo: la rivincita. Che puntuale, grazie alle combinazioni della vita, arriva. Posso apparire esagerato ma, di tutte le serie playoff, è quella contro la Kinder a farci meno paura: contro la Virtus giochiamo con lo spirito di chi si sarebbe fatto sgozzare piuttosto che perdere e, passato l’ostacolo di Danilovic e soci, quello della Benetton, al confronto, sembra solo un piccolo gradino. Di quella stagione voglio ricordare la figura di Veljko Mrsic, instancabile lavoratore in palestra, grandissimo conoscitore di pallacanestro, professionista esemplare e mentalità vincente come pochi altri. Un compagno così non puoi non amare, anche per quel suo essere d'aiuto per tutti con una parola, una pacca, un “cinque” ma, soprattutto, con il suo costante bellissimo esempio.
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