Lucaweb Posted August 23, 2009 Posted August 23, 2009 di MARIO OIOLI Esistono storie straordinarie, accattivanti, perfette da raccontare e da ascoltare. Si allargano a macchia d'olio tramandate e alimentate dalla passione ossessiva di chi vorrebbe saperne sempre di più, rimbalzano da un computer collegato a rotative di stampa o ad internet. Nascono così quelle leggende metropolitane piene di pregiudizi e luoghi comuni che impazzano e si fanno strada con frequenza ciclica nelle discussioni e nelle teste di tanti di noi. Diventa allora facile parlare di tempi eroici, di squadre imbattibili e giocatori inarrivabili, diventa ancora più facile annuire e far proseliti sposando correnti di pensiero fondate su principi superficiali, a dir poco fragilissimi, che corrono solo il rischio di spargere teorie improvvisate su tutto il movimento, spiazzando anche chi si prende l'onere di esserne parte attiva. Nel rispetto dell'importanza di tutti coloro che da appassionati, tifosi e simpatizzanti hanno da sempre costituito la componente fondamentale dell'attaccamento di Varese alla propria squadra di basket, è opportuno provare a portare un po' di chiarezza per approfondire (e se necessario demolire) questi teoremi fantasiosi che rischiano di allontanare clamorosamente la gente dalla realtà dei fatti. Si deve tornare indietro a quasi trent'anni fa quando, nel mese di marzo del 1981 veniva approvata definitivamente la legge che, al tempo su iniziativa dell'Associazione Calciatori, regola tuttora l'attività sportiva degli atleti professionisti anche nel mondo del basket. In conseguenza di ciò i Club, che prima potevano mantenere la più elastica ragione sociale di "Associazione", si sono dovuti inquadrare in "Società per Azioni" o "Società a Responsabilità Limitata" e sottostare quindi agli obblighi previsti dal Codice Civile per le società di capitale. A tutt'oggi da noi non esiste nessuna vera e propria normativa che riguardi l'ormai leggendario azionariato popolare e la possibilità di realizzare qualcosa di soltanto simile è la costituzione di una "Cooperativa" di cui tutti possono diventare soci.. Ma una Società costituita in Cooperativa non può iscriversi ai campionati professionistici in Italia. Le realtà (poli)sportive di Spagna, Portogallo e Germania (solo per citare alcuni esempi) ci guardano, sorridono e si tengono strette le loro belle leggi, completamente diverse! Parlare di azionariato popolare in Italia vuol dire quindi ipotizzare un massiccio ingresso di piccoli investitori nella proprietà delle quote (o azioni) della S.R.L. o S.P.A. che, aldilà di un primo esborso per il valore nominale della propria presenza in Società, comporta l'obbligo della partecipazione agli utili (utopia) o alle perdite d'esercizio. E queste devono venir ripianate al termine di ogni stagione. La realtà e la storia recente parlano infatti di perdite : la quasi totalità dei passivi che pesano sui Club è determinata dal costo dei lavoratori dipendenti, messi a libro paga con contratti di lavoro subordinato. Che questi dipendenti risultino essere i giocatori e gli allenatori non è sempre così intuitivo da comprendere, ancorchè drammaticamente necessario perché imposto dalla famigerata Legge 91 di cui si parlava poco fa. Spesso la confusione tra compensi netti (denaro che entra nelle tasche dei dipendenti-giocatori) e costi lordi (denaro che esce dalle casse delle società) porta i non addetti ai lavori a trarre conclusioni e ipotizzare scenari economici tanto fantasiosi quanto fuorvianti. L'aliquota IRPEF a cui sono sottoposti questi compensi è da noi è (drammaticamente, un'altra volta) del 43% a cui si devono aggiungere gli adempimenti contributivi ENPALS (l'INPS dei giocatori, anzi Lavoratori dello Spettacolo). Ecco che qui tornano a sorridere ad esempio i colleghi spagnoli , la cui normativa fiscale richiede un prelievo non superiore ad un concorrenziale 24%, roba da far vincere la classifica degli assist di ogni tempo al Ministro dell'Economia e delle Finanze di quel paese. Attenzione, in assenza di futuri correttivi, è solo agli inizi il periodo dell'esodo di talenti già affermati e giovani promesse (calciatori o cestisti indifferentemente) in fuga dai nostri campionati.. Sorridono ancora di più i Club inglesi i quali, perchè permesso dal proprio ordinamento giuridico, possono iscrivere a bilancio debiti stratosferici senza obbligo di ripianarli con sanguinosi aumenti di capitale entro la fine dell'anno. Un esempio ormai "classico" lo si trova nella situazione del Manchester United, le cui passività ammontano a 960 milioni di Euro.. Se tutti noi facciamo abbastanza fatica a quantificare in termini reali questa cifra, resteremo totalmente senza parole e senza zeri nella calcolatrice sentendo la valutazione del totale di diritti di trasmissione che verranno introitati dalle società della Premier League per il prossimo triennio : 3.000 (tremila!!) milioni di Euro!! Alla nostra serie A (tranquilli, si parla di calcio) ne sono stati garantiti circa 900 all'anno, mentre quella del basket sta facendo i salti mortali per riuscire a portarne a casa... quattro!! Altri esempi di lettura superficiale della realtà portano purtroppo molto spesso a veder messi sullo stesso piano (confondendone le reali prerogative e funzioni) concetti fondamentali come Lega e Federazione, Visto di lavoro e permesso di soggiorno, vincolo sportivo e contratto. Ma in cima alla classifica della facile demagogia, sportiva sia chiaro, si fa largo da troppo tempo l'immancabile melodrammatico "attaccamento-alla-maglia-mostrato-da-uomini-veri-meglio-se-varesini- devoti-alla-tradizione-di-questa-squadra-e-non-mercenari-che-creano-problemi-in-spogl iatoio..." L'aspetto che invece deve contare veramente è una molto meno poetica, ma più pratica e inconfutabile "valutazione di capacità tecnico-tattiche all'interno del campo". Così poco romantico, asettico. Per concludere, le vie obbligate per un deciso miglioramento della situazione devono essere percorse in campo normativo, magari anche in sede comunitaria, per arrivare ad una diminuzione delle aliquote fiscali. Il riconoscimento della peculiarità del lavoro dello sportivo professionista sarebbe un primo passo per mandare in porto quella uguaglianza competitiva di cui si sente tanto parlare a livello europeo. In Italia invece il blocco delle retrocessioni nei campionati di vertice significherebbe dare alle Società una possibilità di programmazione che è oggi quasi totalmente impossibile da perseguire.
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