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«Resterei. Con Slay e una spalla»


Lucaweb

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Randy Childress, "The Director", ha lasciato la platea di Masnago con un’esibizione strepitosa. Crediamo che in tanti, anche in futuro, ricorderanno il "trentello" che il playmaker di Varese ha infilato nel paniere dei sorpresi e attoniti cremonesi i quali, forse, dopo un primo tempo sui generis, non si aspettavano da Randy così tanta aggressività e determinazione nel cercare il canestro.

L’americano ha inteso così marchiare a fuoco una stagione nella quale ha vestito costantemente i panni del protagonista: Childress uno e trino, Childress pietra angolare, Childress "interruttore", Childress principio e fine di ogni situazione in casa Pallacanestro Varese.

Piccoli segnali, talvolta esibiti, talvolta solo percepiti della sua grandezza.

«E’ stata un’annata molto dura, giocata sempre sul filo del rasoio e resa difficilissima dalla pressione che ho e abbiamo sempre avuto addosso - dice Childress -. Una tensione causata solo dai tanti guai che hanno limitato il nostro organico, costringendoci a ricominciare daccapo in almeno quattro occasioni: un aspetto che avrebbe creato problemi a chiunque».

- La platea di Masnago, in alcune circostanze, vi ha riservato mugugni di insoddisfazione…

«Qualche volta ho avuto l’impressione che i tifosi non avessero ben chiaro il peso che la prolungata assenza di Ron Slay ha avuto per i nostri meccanismi. La Cimberio, da novembre 2009 a marzo 2010, priva del suo principale riferimento per i giochi dentro l’area e in post basso, senza la sua fantastica presenza fisica e atletica, è stata costretta ad inventarsi un basket tatticamente rischioso schierando costantemente quattro giocatori perimetrali fuori dalla linea dei tre punti e affidandosi tantissimo al tiro dall’arco. Bisogna sottolineare che spesso, in simili condizioni, abbiamo fatto i miracoli. Esaurita questa premessa fondamentale, devo però ammettere che non ci sono grandi motivi per essere soddisfatti perché questa squadra aveva tutte le possibilità di centrare il traguardo playoff. Certo, ci si può consolare pensando che l’obbiettivo sbandierato alla vigilia del campionato è stato raggiunto e che squadra e staff tecnico, pur alle prese con tante difficoltà, hanno prodotto il massimo, ma per essere felici sarebbe servito altro. Soprattutto quel pizzico di fortuna che, davvero, non abbiamo mai avuto».

- Tutte le squadre avversarie hanno lavorato duramente contro di lei, raddoppiando e pressandola a tutto campo. Quali sensazioni al riguardo?

«Sotto il profilo strettamente personale, le "calde" attenzioni che mi hanno dedicato gran parte dei coach avversari hanno avuto un solo significato: rispetto. La sensazione di essere ancora un giocatore importante a 37 anni suonati mi inorgoglisce, ma non mi fa dimenticare che il basket è un gioco di squadra e il fatto che Childress agli occhi degli altri sia stato ancora così determinante testimonia dei problemi che abbiamo avuto. Quindi, a costo di essere ripetitivo, ribadisco che il vero colpo della stagione è stato il ritorno in campo di Slay. Con Ron le cose sono cambiate perché, quasi di colpo, le attenzioni degli avversari si sono spalmate su tutti i giocatori».

- Vero, però è innegabile che il miglior Childress e la miglior Cimberio siano andati sempre a braccetto...

«Può essere ma, nella fattispecie, non voglio prendermi meriti particolari ritenendo che nelle buone prestazioni di una squadra ci sia sempre il concorso di tutti. Contro Cremona, tanto per citare un esempio recente, ho segnato 30 punti, ma sono il primo a riconoscere lo stupendo lavoro svolto dai miei compagni nel primo tempo. Sono stati loro a decidere il match, mentre io, nella ripresa, ho cercato solo di dare una mano».

- Ultima domanda, classica da un milione di dollari: è vero che vuole smettere?

«No, non è vero. A dispetto della mia età mi sento bene, in forma, e quest’anno a Varese mi sono allenato con cura senza accusare problemi fisici. Quindi, il prossimo anno mi piacerebbe essere ancora in campo. Sempre che, beninteso, arrivino offerte interessanti».

- Ancora sul parquet: anche a Varese? Eppure sono diversi quelli che ritengono Childress non più adeguato ai ritmi della serie A...

«Prima risposta: a Varese firmerei tutta la vita perché qui mi sono sentito come a casa, apprezzato e stimato da tutti. Seconda risposta: sono consapevole di non poter cantare e portare la croce per tutta la stagione, ma datemi una spalla, datemi uno Slay sano e sempre presente al mio fianco e poi ne potremo riparlare…».

Massimo Turconi

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