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di GIANCARLO PIGIONATTI

Nuovo scenario, vecchi problemi. Sulla strada del futuro s’è incamminato il consorzio che riunisce trentuno soci ma che punta a molti di più per reggere a un basket d’alto livello, quindi oneroso, non dovendo più dipendere dalla famiglia Castiglioni.

Michele Lo Nero, presidente del consorzio, tenta con tenore l’impresa, realizzabile con più di cento soci in grado di sganciare soldi veri nel tempo. Auguri sinceri.

La squadra, che si specchia nella sua più grande e storica bandiera, qual è Cecco Vescovi, oggi presidente, si sta arrabattando (un brutto termine, è vero) sotto i tabelloni per darsi una completezza d’organico a poco più di una settimana dal via del campionato.

Respinto Dwayne Collins, pivot prescelto ma allontanato dopo acciacchi più o meno preoccupanti e una brutta impressione destata per affidabilità nei suoi esordi biancorossi, Varese ha puntato su Ron Slay, segnalato sulla via di ritorno al di là di questioni burocratiche da liquidare con il fallito Maroussi nelle cui file s’era accasato l’americano.

Slay è un elemento di risorse tecniche super, capace di estemporaneità vincente, ma pare anche un soggetto di difficile governabilità, quindi di facile discontinuità, in ogni caso non è un "centro" fatto e finito, come chiedeva Recalcati, vista la prima - seppur toppata - scelta, insistendo ancora il coach sul suo concetto tecnico di fondo.

Già, il pivot. Essenziale sin dalle origini del basket, roba da Adamo ed Eva sotto canestro e ancor più oggi per l’accresciuta fisicità del gioco.

Eppure questa Cimberio, dopo un acquisto deludente, ne fa volentieri a meno nonostante i "desiderata" dell’allenatore, preferendo le diverse qualità di Slay, pure graditissimo ai tifosi. Come tenersi, per non sapere leggere né scrivere, un vecchio e noto enigma piuttosto che affrontarne uno nuovo.

Certo è che non vorremmo, come l’anno scorso, predire sciagure in quella zona del campo, d’altra parte non ci preme essere pessimisti prima per avere ragione poi, avendo a cuore la sorte di Varese, ancorché indefinibile seppur attraverso una scelta ben diversa da quella che ogni club (Virtus Bologna a parte) ha fatto portandosi a casa un centro vero, fosse anche uno straccio per puntellare i propri piani alti.

E’ pur vero che vi sono lunghi (come Fajardo, Slay e Galanda) pronti a sopperire a una mancanza ortodossa nel ruolo, senza dover apparire degli eretici ma, come dimostrano le esperienze del campo, la mistica del mestiere d’un pivot che, alla lunga, possiede un potente respiro là sotto, garantisce ben altro rendimento di fronte a un avversario della stessa specie.

E’ una vecchia questione, si diceva, Varese non sembra avere feeling per questo tipo d’atleta, salvo poi correre ai ripari e spendere di più.

La storia di molte stagioni è ricca di esempi, in fatto di lunghi alla bisogna convertiti al ruolo da necessità, mai e purtroppo diventate virtù.

L’anno scorso, sull’argomento, sfiorammo l’ossessione con Pillastrini, il quale ci spiegò d’esser d’accordo, a patto d’aver avuto un certo budget a disposizione. Se non che arrivò poi Tusek (non un pivot), quindi fu preso Reynolds (un play), infine si allungò il roster con McGrath, altro esterno.

Ai nostri insistenti interrogativi Pillastrini, un giorno, replicò chiedendoci un riferimento preciso nel ruolo in questione, semplice da chiarirsi attraverso quegli atleti che, nelle schede tecniche, erano "accertati" come centri e basta.

Morta lì, salvo scoprire mesi fa che l’ex coach biancorosso, appena rimesso piede a Montegranaro, s’era accaparrato l’americano Sharrod Ford e tenuto il bulgaro Ivanov, tanto per non farsi mancare nulla. A questo punto chi ci capisce, è bravo.

Con i soldi contati si compra prima il pivot, costi anche un bel po’, avendo l’imbarazzo della scelta per play e guardie in circolazione, basti pensare a Clark, di cittadinanza bulgara, strepitoso nelle file di Venezia nel debutto in LegAdue.

Il ragionamento ci sta come obiezione, fra tante confrontabili poi con la realtà, dipendendo la giustezza d’ogni opinione dai risultati.

Bisogna, tuttavia, riconoscere che la scelta di un altro pivot, al posto di Collins, non sarebbe stata scontatamente, sicura: un rammendo, talvolta, è peggio del buco.

Dunque, fra torti o ragioni, tutto è possibile. Non resta che aspettare e sperare.

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