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di GIANCARLO PIGIONATTI

Fortunatamente c'è un po' di fieno in cascina, tanto benedetto nel periodo di furore biancorosso, ben diverso da quel tesoro creduto nel proprio scrigno, come patrimonio sicuro.

È brutto annotare la giustezza delle proprie considerazioni, fatte col senno di prima, rispetto a tanta imperversante euforia, motivata poi dai risultati ma al di fuori di ogni cognizione, in assoluto, della reale potenzialità di rendimento della squadra per pregi, limiti e imprevisti come annessi.

Erano nel giusto i tifosi le cui passioni, si sa, diventano sogni ma non quegli opinionisti che, notoriamente, seguono l'onda, quindi costretti da eventi così mutevoli a cambiare, spesso, linea di giudizio: chiamali se vuoi banderuole. Ovviamente saranno delusi coloro ai quali tocca la sorte, nel bene e nel male, della Pall. Varese, se davvero avevano creduto di poter toccare il cielo con un dito.

Adesso, con il senno del poi, di cui sono piene le fosse, tra musi lunghi e cuori affranti, potrebbero pericolosamente dilagare recriminazioni e maledizioni sul conto di atleti e allenatore che sono gli stessi protagonisti di un periodo gaudioso.

Ma criticare oggi, e spietatamente, sarebbe come sparare sulla "Croce rossa": roba da lasciare sul posto solo "morti e feriti" e comporre un tragico scenario.

I trenta punti beccati da Montegranaro fanno parte del superfluo, d'una sconfitta già abbastanza prevedibile ma, nell'occasione, connotata dalle pesanti assenze di Thomas e Rannikko (foto in alto), giacchè la squadra di Pillastrini (foto in basso), strutturalmente più attrezzata, ha infierito.

Devono importare non le proporzioni alluvionali d'un punteggio ma alcuni interrogativi di fondo sul destino prossimo della squadra la quale, a una giornata dalla fine del girone di andata, accusa la sesta sconfitta consecutiva, segno d'uno schianto senza apparente rimedio su cui ragionare con lucidità lasciando da parte ogni spaventosa emotività.

Quindici rimbalzi in più e cinque stoppate di Montegranaro dimostrano, ancora una volta, la debolezza di questa Cimberio vicino a canestro, stavolta, pure affossata dalla giornataccia nel "tiro da tre", sintetizzabile in un sconcio 26% contro il 62% degli avversari: zona o no, ogni riparo difensivo non è servito, se non fai canestro e le becchi, finisci a mani alzate, in segno di resa.

Non stiamo qui a ripetere il solito ritornello del pivot, ci sembra un disco rotto e da anni: se chi decide, lo ritiene un falso problema, si salvi chi può.

Può anche darsi che un maggior dovuto peso tra i lunghi sia anche diventato un punto sensibile per il management biancorosso che, in questo caso, si troverebbe a dover fare bene i suoi calcoli per quell'effettiva possibilità d'intervento finanziario di mercato, poco realistica in un bilancio determinato preventivamente da precise quote di sponsorizzazione e di partecipazione dei soci in consorzio, quindi non "sforabile". E questo è un paradosso, rimarcato a suo tempo, per un club sportivo che, nell'arco di una stagione, si trova esposto a variabili rischiose come scelte tecniche sbagliate (e da riconsiderare) o come emergenze cui far fronte per salvare i propri obiettivi.

In ogni caso, sin qui, la dirigenza non sembra ipotizzare alcun taglio, decisa a recuperare in salute il valente ma tormentato Thomas.

Finiti gli incontri ravvicinati di "tipo massacrante" per una Cimberio precipitata dal quarto all'undicesimo posto in quattro gare e nel giro di dodici giorni, cioè attraverso fatiche titaniche e impossibili per Galanda & C., provati e mortificati nonostante impegno e cuore, si può allora puntare sul recupero di uomini e di energie aspettando la più passionale delle sfide qual è il derby con Cantù. Vincendolo, non cambieranno i temi su cui meditare, ma uno spirito ben diverso aiuterebbe società e tifoseria a guardare avanti, mai dimenticando di essere tutti sulla stessa barca.

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