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«Varese, ho imparato molto da te Ora voglio una stagione di successo». II dg biancorosso Claudio Coldebella: «Un bilancio? Non dimentico come eravamo messi a gennaio, ma non sono contento» 
Claudio Coldebella, sulle scale di ingresso del Twiggy, ci regala le sue sensazioni sulla stagione appena conclusa: «È passata via velocissima, nel senso negativo del termine. Siamo già ai saluti, e la memoria va inevitabilmente ai primi giorni, ed il tempo è volato via. Quest'annata è stata estremamente intensa, interessante, perché abbiamo fatto fatica prima di trovare la quadra con serenità e calma. Io faccio spesso l'esempio del pesciolino dentro la rete: ad un certo punto noi eravamo dentro ad una rete, capita che se ti muovi troppo la rete stessa ti imprigiona o ti strozza. Noi non abbiamo commesso questo errore, qualcuno ci criticava perché nel momento più difficile eravamo immobili, ma c'è una differenza tra l'essere passivi e lo stare sereni ma concentrati. Ciò ha dato forza ad un gruppo che ha avuto inizialmente difficoltà a trovarsi, ha supportato un coach che ha lavorato molto bene. Il finale mi lascia un po' di amaro in bocca perché, essendo stati una delle migliori squadre del girone di ritorno, è un peccato non essere ai playoff».
Ora qualche giorno di riposo? Macché: «Non ci sono giorni di riposo, ma il nostro mercato non inizia solo adesso: abbiamo sempre avuto gli occhi aperti durante la stagione, siamo stati obbligati a farlo ma è anche il compito di una società. Non iniziamo ora a far mercato, lavoreremo per rinnovare qualche giocatore ma vogliamo cercare di trovare una quadra di un certo tipo, stiamo cercando giocatori che sposino il progetto. Ci siamo accorti dei valori economici in giro, ma siamo contenti di ciò che abbiamo».
Sul piano personale, il primo anno a Varese è stato positivo: «Non si finisce mai di imparare, ed io ho imparato molto grazie a Varese, che è una piazza con molta passione ed un passato importante anche se il mondo è cambiato. Questa annata mi ha confermato che ci vuole poco a rendere felice una piazza, bastano due vittorie ed il pubblico si infiamma. Dopo la vittoria casalinga con Cremona però, in un ambiente molto euforico, non ero felice perché sono stato abituato in passato a vincere. Noi siamo andati bene, non dimentico come eravamo messi, ma io ho fame e voglia di fare una stagione di successo, è il mio obiettivo per il prossimo anno. Quindi sono soddisfatto di alcune cose e meno di altre».
Capitolo Europa, l'anno prossimo non è prevista nei programmi: «La nostra stagione non prevederà l'Europa, c'è un chiaro messaggio che giunge dalla Lega: le coppe si giocheranno in base al merito sportivo. Noi non ci saremo». 
Alberto Coriele
simon89
Ultimo atto del 2016-17 tra arrivederci ed addii per una Pallacanestro Varese che ha ricevuto l'abbraccio di oltre 150 tifosi nel congedo alla città organizzato al Twiggy Cafè. Classico clima da ultimo giorno di scuola tra abbracci e saluti nei confronti dei protagonisti di una stagione dai due volti, chiusa comunque all'insegna della positività grazie al rush finale da 8 vittorie nelle ultime 11 gare: «Un finale esaltante di 4 mesi comunque belli - racconta il coach Attilio Caja, che ha portato la percentuale di vittorie dal 29% di Paolo Moretti al 50% della sua gestione -Quando andai in assemblea del consorzio a metà gennaio a dire che dovevamo aver fiducia nel lavoro, che prima o poi saremmo arrivati e non servivano acquisti credo che in pochi mi abbiamo creduto. Invece la squadra ha avuto il merito di riconquistarsi l'affetto del pubblico, come dimostra la riuscita dell'evento di ieri».
«Una bella serata vissuta col sorriso sulle labbra che conferma l'amore della città per la squadra - aggiunge Alberto Castelli - Basta poco per accendere la scintilla dell'entusiasmo, l'auspicio è riuscire ad alimentarla dando continuità ad un gruppo apprezzato dalla gente». Servirà però attendere gli sviluppi del mercato per capire chi ieri ha definitivamente salutato Varese, e chi invece sarà ancora al PalA2A in occasione del raduno 2017-18 agli ordini di coach Caja. Ieri "braccato" da parte di un Anosike deciso a ribadire il suo feeling col tecnico pavese («Hai cambiato la stagione della squadra e in particolare la mia» ), cancellando la "panchina punitiva" dell'ultima gara di Torino.
Il più ricercato per selfie e autografi è stato Giancarlo Ferrero, il simbolo della gestione Caja tuttora in attesa di una proposta ufficiale della società, che spera ardentemente di restare a Varese indossando sin da l'inizio la fascia di capitano lasciatagli in dote da Daniele Cavaliero. All'elenco di chi vorrebbe restare c'è da aggiungere Christian Eyenga, che qui si sente a casa dopo gli esiti alterni delle avventure a Sassari e Torino. Più difficile sarà invece riuscire a trattenere Eric Maynor, pur se grato a Varese per la seconda "rigenerazione" in tre anni alla luce delle aspettative tecniche ed economiche elevate del play del North Carolina, al quale comunque coach Caja ha chiesto i suoi contatti diretti (se fra due mesi l'ex NBA non avrà ancora trovato collocazione potrebbe esserci un ripensamento?). Altrettanto complesso convincere Dominique Johnson - sempre sorridente e disponibile con i tifosi - a sposare nuovamente la causa biancorossa se dall'Italia e dall'estero arriveranno offerte più lucrose con visibilità europea. Potrebbe essere un arrivederci invece quello per Massimo Bulleri, da verificare la possibiità di rivederlo in altra veste dopo l'addio al basket giocato.
Giuseppe Sciascia
simon89
Toto Bulgheroni è già al lavoro per costruire la Varese che verrà in attesa di confrontarsi - insieme al d.g. Claudio Coldebella - con Attilio Caja per discutere le strategie di un mercato che il consigliere del club biancorosso vorrebbe il più possibile all'insegna della continuità con l'ultima parte della stagione appena conclusa. «Il rinnovo di Attilio Caja è stata la prima importante mossa per il futuro - spiega - lo incontreremo presto per conoscere i suoi desiderata per la stagione 2017-18 ma l'idea è quella di ritoccare, e se possibile migliorare, l'ossatura che ha finito il campionato domenica. Logico che il coach voglia ripartire con qualche giocatore che ha conosciuto e apprezzato garantendo una base solida sulla quale costruire il roster del futuro: sarebbe un grosso van- taggio riuscire a conservare l'ossatura della squadra con lo stesso allenatore, che oltre ad essere un lavoratore indefesso in palestra possiede qualità eccezionali nella preparazione tattica delle partite».
Quali sono le priorità relativamente alle conferme? «L'asse portante sarebbe quello del playmaker e dei lunghi, ma non sarà facile tenere Maynor che cercherebbe una ribalta più importante di Varese sia sul piano economico che su quello della visibilità nelle coppe. Si tratta di un giocatore di qualità che ha pro e contro: garantisce assist e leadership, dall'altra parte però ci sono anche le palle perse e la necessità di proteggerlo in difesa. La classe non si compra al mercato, però in quel ruolo si possono trovare alternative in grado di dare garanzie di maggior solidità».
E le altre situazioni dei giocatori del quintetto base? «Mi auguro che gli agenti di Anosike assecondino la volontà del giocatore che ha espresso su La Prealpina la volontà di restare, così come mi auguro che Pelle capisca l'importanza di proseguire il percorso di crescita in una società come la nostra che con uno o due anni di lavoro potrà lanciarlo ad altissimo livello. Eyenga è ormai un veterano dell'Italia, qui si trova bene e soprattutto ha trovato un allenatore che sa esaltarne le doti di difensore e rimbalzista; Johnson infine è un attaccante di prim'ordine, ci piacerebbe tenerlo ma non sarà facile vista la sua caratura internazionale».
Per la composizione del roster si punterà ancora sulla formula con 3 stranieri, 4 comunitari e 5 italiani? «E un nodo ancora da sciogliere, però i costi degli italiani sono elevati, e in caso di infortunio non c'è modo di rimediare; nel caso punteremmo su un sesto e un settimo straniero a costi inferiori sperando di pescare altri prospetti da far crescere come Pelle. Cercheremo qualche italiano giovane sul quale investire, siamo andati a vedere De Vico che è un ottimo prospetto con grande fisico e buon tiro, e mi auguro che un ragazzo di grande dedizione come Ferrero voglia rimanere. Partecipare alle coppe? E un argomento che non abbiamo affrontato, eventualmente ci sarebbe spazio solo in FIBA Cup, ma personalmente riterrei opportuno concentrarci solo sul campionato».
Giuseppe Sciascia
simon89
Una salvezza meritata, una stagione comunque a lieto fine ma orfana dell'acuto sperato, senza centrare l'obiettivo sognato. La Pallacanestro Varese chiude nuovamente a bagno maria, a mezza via tra i playoff e le sabbie mobili della retrocessione, dopo aver percepito per qualche partita il calore dell'inferno che stava sotto i piedi. Questi sono i giudizi che, andata in archivio l'ultima di campionato a Torino, abbiamo voluto dare ai giocatori, ai coach ed alla dirigenza biancorossa.
Dominique Johnson 8 L'elemento che, dopo un breve periodo di ambientamento, ha dato la svolta. Ha trovato l'intesa con Maynor, ha deliziato con prestazioni sontuose come quella di Brescia (30 punti), ha messo la firma sulla salvezza biancorossa, ha dimostrato di poter essere un difensore eccelso. Di sicuro, una delle guardie, se non la guardia, più forte e completa vista a Varese in un lustro.
Oderah Anosike 7 Una prima parte quasi da reietto, additato negativamente per le sue mani ineducate e poco sfruttato per la sua abilità nell'andare a rimbalzo e da lottatore sotto canestro. Poi la svolta, l'arrivo di Caja, la fiducia ed un rendimento che si innalza. Un giocatore rivitalizzato che diventa un perno indispensabile per tutta la squadra. Se accostato ad un quattro con tanti punti nelle mani, Anosike può essere un'arma impropria. Restasse...
Eric Maynor 7 Tre mesi trascorsi sui livelli celestiali di due anni fa: nel momento in cui ha ritrovato condizione e fiducia nelle sue ginocchia, ha iniziato ad ingranare e si è portato dietro la squadra. Nel bilancio finale è una scommessa vinta: da lui stesso, rinato dopo un altro terribile infortunio; da chi ha avuto il coraggio di credere in lui, da chi ha saputo aspettarlo e da chi è stato in grado di toccare di nuovo le corde giuste.
Aleksa Avramovic 6 Nella prima fase di stagione un po' caotica, la sua anarchia cestistica ha fatto gridare al miracolo. Le gerarchie di Caja lo hanno relegato in fondo alle rotazioni, data la necessità di mettere ordine tra gli addendi. Lui ha saputo aspettare il suo turno, pur mantenendo un rendimento altalenante: il bilancio rimane positivo, perché ha talento e faccia tosta, il punto ora è capire se sia opportuno continuare a lavorarci sopra.
Norvel Pelle 6.5 Ha studiato per una stagione intera da titolare, e non è escluso che non sia già pronto per farlo. Un diamante grezzo, capace di gesti atletici fuori dall'immaginario e anche di pecche abbastanza banali. Ha saputo, grazie al certosino lavoro di coach Caja, di Paolo Conti e di Stefano Vanoncini, evolvere il suo gioco, togliere un po' di istinto ed inserire un po' di raziocinio. Riuscisse anche a limitare l'irruenza, avrebbe meno falli da gestire e più minuti da giocare. In ogni caso, lascia nel palato un gusto dolce che sa di futuro.
Massimo Bulleri 8 Un voto che va ben oltre le cifre del parquet. Sempre che sia opportuno racchiudere in una risultanza numerica virtù come la professionalità, l'abnegazione e il carattere, il campione di Cecina non si merita altro che un 8. Planato nei cieli come una cometa estiva, è stato decisivo a 39 anni suonati, con la sublimazione della sua utilità ascrivibile a Caja, che lo ha eletto a tutti gli effetti di legge vice Maynor. Ordine, disciplina, intelligenza: Bulleri ieri, oggi e domani, qualsiasi cosa decida di fare nella vita.
Daniele Cavaliero 5 Andamento in calando rispetto allo scorso anno, in tutte le voci statistiche eccetto il tiro da 3 punti. Onesta- mente i suoi 500 giorni varesini non passano come indimenticabili al fatturato del campo: l'aspettativa dell'estate 2015, ovvero quella di aver fatto proprio un "sesto titolare" in grado di impreziosire la panchina, non ha mai trovato riscontri continui. Alti e bassi, folate al tiro e buchi difensivi, sprazzi di leadership e calma piatta: un'incompiuta fino all'addio, pronunciato anzitempo per seguire un sogno effettivamente irrinunciabile.
Luca Campani 6 Questa poteva essere l'annata della svolta per lui, si è trasformata in un Golgota. Le Final Four di Chalon ci avevano restituito un giocatore responsabilizzato, completo, imprescindibile nel progetto tecnico, su cui fondare una buona fetta di progetto tecnico: la speranza è svanita a novembre, senza grossi picchi di rendimento per un problema al ginocchio che lo ha costretto prima a soffrire, poi ad alzare bandiera bianca. Il suo contributo pertanto, è stato pressoché nullo. Non sappiamo se ci sarà ancora, ma merita un grosso in bocca al lupo.
Kristjan Kangur 5 Questa stagione va agli archivi portando con sé un verdetto, una sentenza: il buon KappaKappa (come ama chiamarlo Caja) non ha più la forza per essere il quattro titolare, né ora né domani. Protagonista con due buzzer bea-ter da urlo al via, ha sofferto tremendamente sul piano fisico contro diversi avversari e solo dopo aver ridotto dra- sticamente i minuti sul rettangolo di gioco è riuscito a dare concretamente un contributo.
Canavesi sv Servono giusto le dita di una mano per contare le partite in cui è sceso in campo: costoso e inutile capriccio di mezza estate dell'ex coach (con tutto il rispetto per Matteo, che meritava una piazza in grado di dargli più spazio).
Ferrero 7.5 L'ultimo della panchina che diventa titolare, il cuciniere promosso a generale, la pecora nera che rinasce talismano: è lui il simbolo dei Resuscitagli di Caja. Moretti lo schifava, l'Artiglio lo hausato come elettroshock per rianimare il gruppo. Sa andare oltre i suoi limiti, sa giocare in due ruoli, è il capitano: quando la conferma ufficiale?
Christian Eyenga 6 A tratti esaltante, a tratti deleterio. È la storia di Eyenga, devastante in campo aperto, molto più limitato e limitante quando c'è da attaccare fronte a canestro,per quel tiro che va e (per lo più) viene. Come tutti i compagni ha beneficiato dell'arrivo di coach Caja, togliendosi un po' di polvere in attacco e giocando spesso bene in difesa, dove realmente è in grado di fare la differenza.
Moretti 3 L'errore della stagione. L'inevitabile errore della stagione, meglio, perché se a maggio 2016 c'era una certezza (per tutti. Tutti.) era proprio il coach di Arezzo. Invece... Invece ha costruito a conti fatti una squadra discreta, ma ha smesso presto di credere alla stessa. Ha usato la Cham-pions come giustificazione degli scarsi risultati. Si è inimicato buona parte dei giocatori (quelli stranieri soprattutto), la stampa e parecchie persone in società con uscite pubbliche avventate e gratuitamente provocatorie. Non ha fornito gerarchie tecniche al gruppo, non gli ha dato un gioco, un'identità, uno spirito comune. No, nella vita non esistono certezze. Tranne una: andava esonerato prima.
Caja 9 A proposito di vita: le seconde chance arrivano, a volte... Saperle sfruttare, cambiando il destino di chi ti ha scelto, è un merito incommensurabile. La sua Openjobmetis ai playoff c'è arrivata: dalla 13°giornata di andata (a Masnago contro Venezia) a fine campionato, Varese ha conquistato 18 punti, che valgono esattamente l'ottavo posto a pari merito con Reggio Emilia. Per Attilio Caja "parlano" anche le standing ova-tion del PalA2A: vox populi, vox dei.
Coldebella 6.5 Moretti ha dettato il roster, lui l'ha avvallato, come da precisa richiesta dei quadri societari: a consuntivo l'unica scommessa persa è stata quella più perdibile (Melvin Johnson). Ha tenuto la barra dritta nei momenti difficili, ha parlato poco (dote molto apprezzabile) e ha formato un'asse tecnica piuttosto affiatata con Toto Bulgheroni, lavorando gravato da chiari limiti economici e con un solo colpo supplettivo a disposizione (DJ, andato a segno). Promosso. Da qui in poi le aspettative salgono e di molto, tuttavia: è il professionista più rilevante della società.
Il consiglio di amministrazione (Vittorelli. Fiorini. Bulgheroni. Polinelli. Salvestrin) 8 Dopo la monarchia di Stefano Coppa, ecco l'aristocrazia a capo di piazza Monte Grappa, trovatasi a sanare gli sperperi del monarca e di chi lo ha preceduto con un lavoro che non è finito sui giornali o nei tabellini ma che ha salvato la Pallacanestro Varese dal crack. Giù il cappello, con menzione d'obbligo per l'amministratore delegato Fabrizio Fiorini, lavoratore indefesso e personificazione autentica di chi mette il cuore in quello che fa senza ritorni. 
Fabio Gandini e Alberto Coriele
simon89
L'Openjobmetis lascia il "punto della bandiera" a Torino e chiude con una sconfitta il percorso della stagione 2016-17. La compagine di Attilio Caja si congeda dal campionato cedendo il passo ad una Fiat più motivata dal desiderio di dare una soddisfazione ai suoi tifosi do- po 5 stop consecutivi. La terza sconfitta esterna consecutiva dopo Reggio Emilia e Venezia è del tutto ininfluente ai fini della classifica: Varese chiude dodicesima a 4 punti dai playoff, arrivando con pochissime gocce di benzina nel serbatoio all'ultima tappa di un'annata lunghissima e logorante sul piano mentale più che fisico.
Partita vera per lunghi tratti nonostante motivazioni azzerate su entrambi i fronti, onorata particolarmente dai veterani biancorossi Kangur e Bulleri (applausi a scena aperta anche a Torino, superando in extremis il muro dei 5000 punti in carriera) e dall'ex di turno Eyenga. Poi alla lunga le percentuali dall'arco (13/27 per la Fiat contro il 5/19 di Varese) fanno la differenza insieme al maggior tonnellaggio dei padroni di casa in una serata "vacanziera" di Anosike (bene solo nel finale Pelle contro i 213 centimetri dell'ex NBA). Di fatto una gara che non sposta nulla rispetto alle valutazioni "bivalenti" già stilate dopo la bella vittoria di domenica scorsa al PalA2A.
Si è chiuso ieri un anno sportivo da 46 partite tra Italia ed Europa, con record di 17-29 pari al 37% di vittorie, decisamente peggiore rispetto al 56% del 2015-16 (nono posto a 28 punti - tre posizioni e una vittoria in più rispetto a quest'anno - e 28-22 complessivo nella più abbordabile FIBA Europe Cup). Evidenti però i due volti diametralmente opposti delle due gestioni, con il 7-17 di Paolo Moretti seguito dal 10-12 di Attilio Caja. Compreso il clamoroso 8-3 successivo alla pausa per la Coppa Italia, quando la presa di coscienza dei giocatori della necessità di sposare il sistema corale di " Artiglio" (ricordate il "senso civico" predicato dopo la sconfitta di Brindisi?) ha invertito il trend di una stagione partita con l'obiettivo playoff sui due fronti, e chiusa comunque tra i sorrisi dopo aver rischiato brutto (mai così tanto negli ultimi tre anni...) di depauperare il capitale sportivo più importante di un club come il titolo professionistico.
Per la terza stagione consecutiva, Varese ha mostrato le cose migliori dopo la pausa per la Coppa Italia (8-3 quest'anno dopo il 7-4 della stagione passata e il 6-5 della prima era Caja); e anche in questa occasione, il finale brillante - con la ciliegina sulla torta dell'impresa nel derby di Cantù - ha permesso di ricostruire il feeling tra squadra e pubblico dopo due terzi di campionato lontani dalle aspettative iniziali. Un aspetto importante per capitalizzare in termini di risorse economiche l'entusiasmo riacceso grazie alla cura Caja che ha rigenerato la squadra a livello fisico e di conseguenza a livello di rendimento corale. Ossia la chiave per riuscire a non disperdere il capitale umano e tecnico che il coach pavese ha saputo ricostruire attorno al pilastro Eric Maynor. Toccherà ora a Claudio Coldebella e Toto Bulgheroni costruire la squadra adatta ad un "animale da palestra" come Caja per un 2017-18 che dovrà essere all'insegna della continuità sulle 30 partite, e non più sui recuperi miracolosi stile "secchiata" in extremis dello studente un po' discolo ma comunque dotato. Chi meglio di Coldebella - suo ex allievo ed ex assistente a Milano - potrà scegliere giocatori "ad hoc" per il basket di Caja che richiede allenabilità e conoscenza del gioco?
Giuseppe Sciascia 
simon89
Varese celebra l'ultimo atto della carriera di Massimo Bulleri tra tanti big del basket italiano. Il 39enne giocatore di Cecina ha scelto il PalA2A per la cerimonia d'addio all'attività agonistica, celebrata tra le maglie più importanti dei suoi 21 anni di carriera in serie A, tra le quali il 6 biancorosso griffato Openjobmetis. Per salutare il Bullo sono arrivati tutti i personaggi più importanti della carriera, dagli ex compagni Marconato e Iacopini agli ex coach Pasquali e Recalcati insieme ad Alberto Mattioli (suo dirigente in azzurro quando vinse il bronzo europeo a Stoccolma e l'argento olimpico ad Atene), mentre sono arrivati video messaggi da Ettore Messina, Mike D'Antoni e Maurizio Gherardini. Ma c'è stata anche tanta Varese, da Attilio Caja a capitan Ferrerò passando per Toto Bulgheroni, che gli ha donato la maglia OJM con cui scenderà in campo domani a Torino per la presenza numero 624 in serie A (ventiquattresimo assoluto nella classifica di tutti i tempi). «Per la nostra società è stato un onore enorme che Massimo Bulleri abbia chiuso da noi la carriera - ha detto il consigliere della club di piazza Monte Grappa - Abbiamo apprezzato nel corso della stagione le sue qualità tecniche ed umane, e da varesino sono orgoglioso di come la gente lo abbia accolto e applaudito».
Il Bullo, visibilmente emozionato durante la sfilata degli interventi live e video delle figure che hanno accompagnato la sua carriera, ha spiegato così le ragioni del ritiro: «Ne ho parlato con il mio agente e la società a fine gennaio; ci avevo già riflettuto lo scorso anno, ma avevo guardato dentro di me e c'erano ancora margini per proseguire perché avevo ancora qualcosa da dare. Del ruolo da giocatore mi mancheranno l'atmosfera e i sentimenti che si provano nello spogliatoio, una cosa unica legata al fatto di essere giocatore. Questa cerimonia è stata una bella esperienza: ero un po' emozionato ma sono contento delle parole che sono state spese, ora si smorzeranno i sentimenti e deciderò cosa fare nel dopo basket». Ma il feeling scoccato in un attimo tra il playmaker toscano e Varese potrebbe essere preludio ad un futuro in biancorosso. «Sono stato fortunatissimo nel vivere questa splendida avventura all'Openjobmetis. Il primo giorno qui, quando gli Arditi mi hanno salutato con un applauso nonostante l'accoglienza mai particolarmente benevola in passato, pensavo di essere su Scherzi a Parte. Però la vita riserva sorprese come la meravigliosa accoglienza che mi ha riservato il PalA2A prima, durante e dopo la partita di domenica. Un futuro a Varese? Mi farebbe estremamente piacere, ma sarà la società a stabilire se possa fare qualcosa con i pantaloni lunghi. Se il club pensa che possa dare una mano in questo ambiente resterei molto volentieri; altrimenti ringrazierò comunque per un'annata superiore ad ogni aspettativa: ero arrivato lo scorso agosto come ospite, lascio dopo aver scelto di festeggiare qui la fine della carriera.
Giuseppe Sciascia 
simon89
Immaginatevi una storia di basket raccontata con il dono della tridimensionalità e dell’autenticità. Le immagini hanno i variegati colori delle canotte, con una netta prevalenza del verde griffato nord-est, e la plasticità ovattata di corse per il campo, scivolamenti laterali, arresti e tiri (imparati stando seduto su una sedia, con il piede rotto) e retine deformate da cesti puntuali e quasi sempre decisivi. Le parole non sono quelle dei giornalisti, non sono il verbo di osservatori esterni, ospiti casuali sulla scena, professionisti della narrazione: appartengono ai colleghi, ai maestri, agli amici e, come tali, hanno in dote la condivisione di attimi vissuti sullo stesso palco. Pura. Vera. Appassionata e appassionante. Poi immaginatevi un luogo che faccia da scenografia alla storia di cui sopra, una cattedrale vuota e silenziosa che per una mattina si inchina, nella sua maestosità, a un campione nel passo d’addio. Un privilegio: «Massimo, il fatto che tu concluda proprio qui la tua carriera è un onore per questa società. Personalmente ti ringrazio».
Quel verde unico
L’inchino è di Toto Bulgheroni ed è tra i fiori più belli del bouquet emozionale che ha contraddistinto la giornata di ieri. Massimo Bulleri lascia il basket in mezzo alla famiglia che si è scelto, quella della pallacanestro: padri, madri, fratelli sono venuti da ogni parte d’Italia per stringergli la mano. Lui è in mezzo e ha già dismesso la tuta d’ordinanza, in luogo di un completo nero in cui la sua anima d’atleta sta inevitabilmente stretta. E lì, combattuto tra l’agio dell’abbraccio fragoroso di chi lo ama e il disagio del pudore davanti alla cascata di sentimenti che si impilano uno sull’altro, lunghi praticamente vent’anni. Ciò che per tutti gli altri presenti è una favola da gustare, per lui è contrasto, è gioia ma anche dolore.
Lo sfondo, allestito lungo la linea di centrocampo (un guerriero “muore” sempre sul terreno di battaglia), è nelle maglie di Treviso, Brindisi, Varese e Milano, tra le più importanti della parabola agonistica. La voce guida è quella di Simone Fregonese, addetto stampa ai tempi della Benetton, che passa subito la parola a coach Renato Pasquali, “la chioccia” del Bullo. Il primo capitolo della storia sono gli inizi: «Il PalaVerde si innamorò di lui in una partita di Coppa Italia: c’era un -20 da recuperare e tutti ammirarono questo scricciolo che come una scheggia impazzava per il campo. Massimo si è sempre fatto trovare pronto al passaggio dei treni del destino. Per esempio quando Mike D’Antoni venne a vederlo a Livorno, poi a Forlì, dove lo presi chiedendolo in prestito a Maurizio Gherardini (lui mi rispose: «prendilo, tanto da noi non gioca mai...) perché si fece male Di Lorenzo: in una gara ne fece 12 in faccia a Ginobili e per lui si riaprirono le porte di Treviso. Bulleri è sempre stato uno da mandare via dalla palestra, uno da 150 tiri dopo ogni allenamento. Quando si fece male al piede, infortunio che lo costrinse a stare fuori per 5 mesi, ogni mattina andavamo sul parquet e lui si metteva a tirare seduto su una sedia, proprio perchè non poteva camminare: ribaltammo la sua tecnica, il famoso arresto e tiro nacque lì».
Gli anni in questione accarezzano la fine di un secolo e l’inizio di un altro: dopo la gavetta al Gira, a Mestre e a Forlì, la Benetton se lo riporta a casa, da campione pronto ormai a sbocciare, scalpitante dietro a una leggenda come Petar Naumovski . Alla Ghirada incontra capitan Denis Marconato. Compagno, fratello: «Il nostro è un sogno nato e cresciuto insieme - dice Denis - Il feeling che ci legava si vedeva in campo: difficile trovare al giorno d’oggi dei pick and roll come i nostri, difficile trovare oggi un giocatore come lui».
Azzurro cielo e argento
Nel frattempo c’è un altro colore che inizia a reclamare i suoi servigi di playmaker capace di abbinare magistralmente l’ordine della regia alla pericolosità offensiva: è quello del cielo. Il 22 novembre del 2000, a Vilnius, l’esordio in Azzurro: «Boscia Tanjevic controllò che non fosse più basso di lui (l’altezza dei giocatori è sempre stata un pallino dell’allenatore montenegrino ndr) e poi diede l’ok - racconta Alberto Mattioli, storico consigliere Fip con delega alle squadre nazionali e oggi presidente della sezione Lombardia - Massimo segnò 19 punti in quel suo primo match: era già pronto. Delle Olimpiadi d’argento ad Atene tutti ricordano la semifinale contro la Lituania: io oggi, invece, vi parlo dei quarti contro Portorico. Lì Bulleri fece il suo capolavoro, fu il top scorer, ci consegnò la qualificazione. Non ho mai visto una “faccia di tolla” come lui, eppure una volta l’ho visto piangere: fu quando Tanjevic gli disse che non sarebbe andato agli Europei in Turchia. Alla fine capì, andò ai Giochi del Mediterraneo e si portò a casa un bronzo».
Nazionale uguale Carlo Recalcati: «Subentrando a Tanjevic fui gravato del compito di ricostruire un gruppo che perdeva in un colpo solo gente come Andrea Meneghin, Myers e Fucka. Il Bullo contribuì alla ricostruzione. Vi confesso una cosa: Bulleri è stato il giocatore che nel 2003 mi ha convinto a lasciare fuori Pozzecco dalla selezione prima degli Europei di Svezia. Quella squadra aveva bisogno di riconoscersi nella sua leadership». Già, leader. Dentro e fuori dal campo: «Come quando, sempre in Svezia, ci trovammo all’aeroporto per un trasferimento dopo una partita impegnativa e aspettavamo che la squadra israeliana liberasse l’aereo. Alla fine non c’erano più facchini e io mi chiesi come avremmo fatto con i bagagli e tutta l’attrezzatura. «Ci penso io, coach», mi disse lui. E si mise a dare l’esempio. Come ha sempre fatto».
L’ultima tonalità di azzurro la pennella Dino-Mito Meneghin, iniziando da una battuta delle sue: «Perché tu, Righetti e Basile vi ritirate così giovani? Scherzi a parte, non mi sorprendo che Bulleri sia diventato un campione: fa gli allenamenti con la stessa intensità con cui gioca una finale. Se devo fissare un’immagine della sua carriera cito il nostro abbraccio dopo Italia-Lituania: lì c’era la gioia di un uomo consapevole di aver fatto felice l’Italia intera. Ora che non giocherà più, non lasciatelo in disparte: nel mondo del basket deve esserci ancora spazio per la sua intelligenza e per la sua forza d’animo.
Biancorossa la ciliegina
«Grazie per gli insegnamenti che mi hai lasciato. Giusto ieri mi hai detto, riferendoti a un nostro giovane: ricordati che in una squadra c’è bisogno di tutti, dal primo all’ultimo. E tutti meritano il tuo rispetto». È capitan Giancarlo Ferrero a introdurre il capitolo finale, le cui righe raccontano il valore della riconoscenza. La riconoscenza di Varese: «Anche da noi si è fatto trovare pronto - prende la parola Attilio Caja - Contro Pistoia, forse la partita più difficile della nostra risalita, Maynor aveva problemi di falli e Bulleri, chiamato in causa, ci ha dato sicurezza. Tutti i compagni lo hanno apprezzato, sia per la conoscenza del gioco, sia a livello personale. Grazie di cuore, Massimo».
Toto Bulgheroni corrobora: «Vi confesso che all’inizio quasi temevo a tenerlo da noi: Masnago lo aveva “apprezzato” per anni come avversario ero preoccupato che il pubblico non lo avrebbe accettato. Invece è andata molto diversamente: e questo, se mi permettete, è un orgoglio e lo dico da varesino. Merito suo, merito di tutto quello che ha fatto».
E pensare che «no, Bulleri è qui solo per allenarsi. Non farà la squadra quest’anno...». Il destino, come sempre, aveva piani diversi. Sette mesi più tardi, qualche arresto e tiro e qualche bomba più tardi, una Salvezza più tardi, Massimo Bulleri sembra non aver mai giocato in nessun posto se non a Varese. A proposito: grazie, campione.
simon89
Sponsor e socio forte: lavori in corso. Con la stagione sportiva vicino alla sua chiusura, a tenere banco in piazza Monte Grappa e dintorni è un domani già da tempo diventato urgenza, almeno per quel che concerne il reperimento delle risorse economiche.
Come facilmente comprensibile, sono quelli sopracitati i nodi principali che la Pallacanestro Varese dovrà sciogliere prima di poter programmare davvero l’annata agonistica che verrà. Con un vantaggio da non sottovalutare rispetto al passato: gli sforzi (quasi ultimati) compiuti nei mesi scorsi dal nuovo cda per risanare i conti dagli errori delle precedenti gestioni, oltre a salvare concretamente la società hanno lasciato in eredità la piena e dettagliata consapevolezza dei costi da sopportare per mandare avanti la “baracca”. Basta salti nel buio: con il budget x si spenderà x, con il budget y il passo non andrà oltre y.
Condizioni migliori
Per risolvere le incognite sarà in primis fondamentale sapere se Openjobmetis vorrà continuare il suo cammino di sponsorizzazione e a che condizioni lo farà. Gli ultimi, brillanti tre mesi di Maynor e compagni sembrano aver piacevolmente colpito l’ad dell’azienda di Gallarate, Rosario Rasizza, spingendolo a vagliare una prosecuzione del rapporto in luogo di un’interruzione “vociferata” quasi per certa durante i momenti più duri dell’anno. Le parti si siederanno allo stesso tavolo solo dopo il 20 maggio: piazza Monte Grappa sarebbe orientata a chiedere una fiducia più a lungo termine rispetto al passato (leggi un rinnovo biennale invece che annuale) e un impegno economico tutto sommato equivalente rispetto a quello delle ultime stagioni, da onorare - però - in un’unica tranche iniziale invece che “a tappe” (il contributo erogato nel 2016/2017 dallo sponsor si è aggirato sui 400 mila euro, cui vanno però aggiunti almeno altri 100 mila chiesti e concessi strada facendo). Quale sarà la risposta dell’interlocutore, con la premessa d’obbligo che Openjobmetis rimane una società quotata in borsa e quindi chiamata a valutare con attenzione e con alcuni vincoli le sue sponsorizzazioni? La presenza nel consiglio d’amministrazione biancorosso del presidente Marco Vittorelli (presidente anche della stessa azienda) induce tuttavia ottimismo verso una trattativa che, andasse in porto nei termini sopra descritti, consentirebbe ai dirigenti di guardare con più serenità al prossimo futuro e alla gestione dello stesso.
Clima diverso
Il secondo fronte è quello del cosiddetto “socio forte”, ovvero la figura che l’assemblea di Varese nel Cuore tenutasi il mese scorso ha ipotizzato di cercare dopo anni di conduzione “solitaria” da parte della proprietà diffusa. La notizia sull’argomento è che, dopo i primi abboccamenti di febbraio-marzo, stanno proseguendo i contatti tra il presidente del Consorzio Alberto Castelli e Gianfranco Ponti, l’imprenditore di Angera che due anni fa fece un’offerta per rilevare il 50% delle quote societarie (offerta poi non considerata accettabile). Il clima sembra decisamente diverso rispetto alla primavera 2015, quando le due parti dimostrarono fin da subito di essere distanti e poco disposte a trovare un compromesso tra le rispettive esigenze: oggi il dialogo sta continuando sotto traccia (bene che sia così...) e pare aver già ipotizzato dei termini concreti di subentro nelle quote.
Di più se ne saprà nelle prossime settimane, compreso se, come e quanto nella trattativa possa rientrare la gestione del settore giovanile della Pallacanestro Varese, “pallino” di Ponti e possibile chiave per un’entrata dell’imprenditore nei ranghi societari.
Fabio Gandini
simon89
O.D. Anosike lancia un messaggio alla Pallacanestro Varese alla vigilia dell'ultimo impegno agonistico della stagione 2016-17. Il centro nigeriano esprime il desiderio di restare in maglia bianco-rossa e giocare ancora con Attilio Caja, l'artefice del suo salto di qualità nella seconda metà del campionato: «Restare a Varese non dipende da me: sicuramente io vorrei rimanere, non conosco le idee della società e di coach Caja, ma se mi rivorranno sicuramente troveremo un accordo. Mi sono trovato benissimo con Attilio: c'è stata una perfetta intesa reciproca fin al primo giorno, sa quel che so e quel che non so fare e mi ha dato grande fiducia. E questo per me è perfetto: il coach rispetta il mio lavoro e io rispetto il suo, sa che non sono un uomo da 30 punti e non me li chiede, puntando su difesa, rimbalzi e concentrazione, ossia quel che so fare meglio».
Intanto la vittoria contro Cremona ha rappresentato un bel congedo dal pubblico... «Abbiamo voluto vincere per orgoglio personale e senso di professionalità, ma soprattutto per i nostri tifosi che ci hanno supportato con grande entusiasmo per tutta la stagione. Non avevamo nulla da chiedere in termini di classifica, ma abbiamo voluto onorare il lavoro compiuto tutti i giorni per dare la svolta alla stagione, e sono molto contento di aver regalato una vittoria al pubblico nell'ultimo impegno casalingo stagionale».
8 vittorie su 10 negli ultimi due mesi: un ruolino di marcia da playoff, peccato che la rimonta sia partita tardi... «Siamo molto contenti di quello che abbiamo ottenuto negli ultimi due mesi con coach Caja; dall'altra parte però c'è un pizzico di tristezza, perché abbiamo imboccato troppo tardi la giusta via per rimontare dall'ultimo posto fino ai playoff. Se avessimo iniziato prima questa serie positiva ce l'avremmo fatta, per cui c'è un misto tra soddisfazione per la fine della stagione e un po' di rammarico per il risultato finale. La squadra degli ultimi due mesi avrebbe meritato i playoff: rispetto all'inizio della stagione abbiamo cambiato un solo giocatore, anche se importante. Dopo la Coppa Italia abbiamo migliorato la chimica e la fiducia, e vogliamo continuare su questa strada anche domenica a Torino».
E per il quarto anno consecutivo Anosike è il re dei rimbalzi della serie A... «Una bella cosa: prendere rimbalzi è la mia qualità migliore, ma è giusto ricordare che io non posso essere un fattore sotto i tabelloni se i miei compagni non sono aggressivi in difesa. E' un lavoro di squadra e io devo essere grato a loro per quello che fanno per permettermi di fare quello che mi riesce meglio». Come giudica il suo rapporto con la città? «Varese è una piazza che esprime una grande passione per il basket e dove i tifosi sono molto caldi e coinvolti. La squadra è partita lentamente e anche io ho fatto fatica a carburare. Poi con la concentrazione, il lavoro duro e il supporto di tutto l'ambiente ho invertito il trend del mio rendimento, e anche la squadra ha cambiato completamente volto: sono molto felice di entrambe le cose».
Giuseppe Sciascia 
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