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VareseFansBasketNews


  • simon89
    Nicola Natali a 29 anni ha scelto di capovolgere il suo mondo. Ha scelto la Serie A, ha scelto di rischiare, ha scelto una via, ammettiamolo, non facile.
    Perché dopo una carriera intera trascorsa in Serie A2, mettere per la prima volta il naso al piano di sopra a quest’età comporta diversi cambiamenti. E il motivo per cui non lo avesse mai fatto prima, nonostante le offerte ci fossero, lo aveva spiegato ai primi di settembre durante la sua presentazione ufficiale. Con queste parole: «Ci sono state occasioni in passato di provare la Serie A ma non me la sono mai sentita, non mi sentivo pronto a buttarmi all’arrembaggio in una categoria con molti stranieri e con gli italiani un po’ sacrificati. Ho sempre avuto una mancanza di fiducia in me stesso, negli ultimi anni avevo anche abbandonato il sogno della A, mi ero trovato una dimensione gratificante in LegaDue. Poi questa estate è cambiata la prospettiva con la proposta inaspettata di Varese, grazie ad un allenatore come Caja che mi conosce da anni. Varese è stata impossibile da rifiutare».
    Ora la Serie A e Varese sono il suo presente: il piede sul parquet l’ha messo con costrutto in entrambe le prime uscite di campionato ed insieme ai compagni si sta preparando ad un altro derby, contro Cantù.
    Nicola, come valuta questi primi scampoli di esperienza in massima serie?
    Sinceramente aspettative non ne avevo, per me questa è una nuova avventura e non sapevo bene a cosa andavo incontro. Sapevo però, fin dall’inizio, di dovermi guadagnare ogni singolo secondo e minuto di gioco durante gli allenamenti ed il precampionato. Le aspettative più che altro le avevo e le ho su me stesso: voglio dimostrare di potermi giocare questa sfida che non avevo mai avuto il coraggio di affrontare prima. Grazie al coach ho toccato il campo sia con Venezia sia a Milano, è stata una grande emozione. Una volta superata l’emozione, ho potuto dare una mano alla squadra. E mi sono sentito subito inserito in un sistema che funziona: forse per il fatto che ho una discreta esperienza, a 29 anni è tanto che gioco, ma anche perché abbiamo svolto tante amichevoli e tornei estivi in cui il coach ha dato tanti minuti a tutti.
    Contro Milano è arrivata una sconfitta di un solo punto e qui ripetiamo un quesito sottoposto anche a Coldebella: quanto è grande il rammarico per la sconfitta e quanto grande la consapevolezza di essersela giocata con i migliori?
    Sono entrambe grandi. Chiaramente appena finita la partita, personalmente, vedevo e sentivo soltanto grosso rammarico, avevo la sensazione che sarebbe bastato veramente poco per vincere e fare un’impresa che sarebbe rimasta. Per noi e per i nostri tifosi. Analizzandola dopo ti rendi conto di aver giocato contro una squadra da Eurolega, e riesci con il tempo a vedere le cose positive da riproporre per le prossime partite. Se riusciamo a ripetere questa difesa, questa aggressività, con la voglia di lanciarci su ogni pallone vagante e di cancellare gli avversari talentuosi, possiamo far bene.
    Come state vivendo l’avvicinamento al derby con Cantù?
    Capitanati da coach Attilio, in gruppo c’è talmente tanta professionalità nel lavoro di ogni giorno che non viene fatta distinzione nel preparare le partite. Anche le amichevoli in precampionato venivano impostate in maniera minuziosa e questo lavoro va al di là che sia un derby o no. Oltre a questo, percepisco un forte desiderio di vincere ed allo stesso tempo una grande rivalità tra Varese e Cantù, più accesa che con Milano. Sarà un elemento da mettere in più nel bagaglio lunedì.
    C’è qualcosa che teme in particolare degli avversari di lunedì?
    Avremo modo in questi giorni di studiarla ancora, però sicuramente dovremo stare attenti al loro talento offensivo, hanno un buon roster formato da giocatori stranieri ed italiani di alto livello, ad esempio Crosariol, Cournooh e Burns.
    Arrivarci a quota zero punti vi pesa in qualche modo?
    Sicuramente il fatto che Cantù venga da una vittoria importante può essere una spinta per loro. Per le nostre caratteristiche di lavoratori e di difensori essere a zero punti è uno stimolo ed un motivo di fame ulteriore. Sarà un bello scontro.
    Come procede l’ambientamento in squadra ed in città?
    Non potevo aspettarmi di meglio, sia sulla squadra che sul calore della città. Avevo il timore, venendo dalla A2, di trovarmi in un gruppo di tanti stranieri che fanno vita a parte. Abbiamo invece puntato molto fin da subito sul creare gruppo solido al di fuori dal campo. Per quanto riguarda la città sono stato accolto con grandi messaggi di benvenuto e di sostegno anche dopo la sconfitta con Milano. Sentiamo il calore ogni giorno.
    Ultima cosa: suo padre Gino, uomo navigato nella pallacanestro italiana, le ha dato qualche consiglio per questa avventura varesina?
    Io e lui abbiamo un rapporto speciale, ci scambiamo spesso opinioni, lui mi sprona mi dà diversi consigli. È la persona che maggiormente ha spinto affinché io provassi questo enorme salto di categoria, mi ha consigliato di dare l’anima in allenamento perché, conoscendo bene coach Caja, sa che al di là del talento e della nazionalità, lui premia chi difende e ci mette l’anima.
    Alberto Coriele

  • simon89
    Damian Hollis promuove Varese nonostante la sconfitta in volata nel derby di Milano. L'ala di passaporto ungherese plaude alla qualità del gioco messo in campo a livello tecnico e tattico che ha permesso ai biancorossi di giocarsi le sue chances fino in fondo.
    «Usciamo dal Forum con tante indicazioni positive: Milano è un'ottima squadra, ha vinto la Supercoppa e sta preparandosi per l'Eurolega, ha tanti giocatori di talento eppure abbiamo perso in volata sul loro campo. Ciò deve darci ulteriore fiducia nel lavoro che stiamo svolgendo e la spinta per eliminare gli errori».
    Varese ha prodotto il miglior sforzo corale possibile, tiri liberi a parte...
    «Abbiamo disputato un'eccellente partita sul piano della coralità; in settimana coach e staff tecnico ci avevano dato istruzioni perfette sugli aspetti tattici da mettere in campo. I tiri liberi sono stati un fattore, ma fanno parte del gioco; non è detto che segnando con percentuali migliori avremmo sicuramente vinto, di certo avremmo avuto maggiori possibilità».
    Comunque si è vista una compagine più convincente rispetto alla prova d'esordio nella quale Varese si era spenta dopo quindici minuti...
    «Rispetto alla domenica precedente abbiamo avuto più continuità offensiva, in particolar modo dall'arco. Ma questa è una squadra nuova e relativamente giovane; stiamo crescendo partita dopo partita, dobbiamo proseguire a lavorare forte in allenamento e prepararci in base alle indicazioni di coach Caja, mantenendo la concentrazione e l'energia che abbiamo mostrato a Milano anche in vista dei prossimi impegni».
    Due sconfitte se pur diverse ma sulla carta prevedibili contro le big annunciate: quali indicazioni si possono trarre?
    «Ogni squadra è battibile a dispetto dei valori sulla carta; Venezia è venuta al PalA2A molto ben preparata, mentre al Forum eravamo noi più preparati di Milano in una partita nella quale abbiamo messo in campo tanta intensità. Se continueremo su questa strada avremo la possibilità di fare bene contro chiunque».
    Lunedì prossimo ci sarà l'atteso derby contro Cantù, partita speciale per lei nei panni dell'ex di turno...
    «Sarà particolare ritrovare come avversaria la squadra che mi aveva fatto debuttare in serie A; conosco bene la rivalità tra i due club e so quanto i tifosi tengano al derby. Non vedo l'ora di giocare la prossima partita per il clima che si crea attorno a questo tipo di eventi. Dall'entusiasmo del pubblico dovremo trovare l'energia per dare il massimo, per un giocatore non c'è occasione migliore di un'atmosfera calda per esaltarsi».
    Come si sta trovando nel ruolo di sesto uomo?
    «Per me l'importante è vincere tutti insieme, quindi cerco di dare il massimo per il bene della squadra facendo quel che mi chiede il coach. Se c'è bisogno di rimbalzi o di marcare l'avversario più forte sono pronto a mettermi a disposizione, e allo stesso modo non c'è alcun problema ad uscire dalla panchina: conta trovare il modo migliore per arrivare al successo».
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    Sensazioni contrastanti dopo la sconfitta maturata per un misero punto sul parquet del Forum di Assago. Varese ha solo sfiorato l’impresa contro la corazzata Armani, ma ha lanciato ai tifosi e all’ambiente segnali davvero importanti. La squadra c’è, sta crescendo e con essa anche i singoli iniziano ad aumentare i giri del motore, nonostante la casellina dei punti in classifica segni ancora lo zero. Era plausibile che ciò accadesse visto il calendario, Venezia prima e Milano poi, ma se non sono solo i risultati a raccontare una storia, allora possiamo dire che sì, Varese è sul sentiero giusto. Ne parliamo con Claudio Coldebella, alla sua seconda stagione da direttore generale in piazza Monte Grappa.
    Analizzando la sconfitta del Forum, quanto è grande la soddisfazione di essersela giocata e quanto il rammarico per aver perso di un solo punto?
    C’è la soddisfazione di essere arrivati vicini al vincerla, ma penso sia normale dire che c’è mancato veramente poco, ci è mancata fortuna in un po’ di occasioni. Nel finale abbiamo preso e sbagliato alcuni tiri aperti, non siamo stati impeccabili ai liberi e la vittoria non è arrivata. Però ripeto, c’è soddisfazione per come la squadra sia andata a Milano a giocare con un atteggiamento che comunque dimostra quotidianamente in allenamento. Io che ho la fortuna di osservarli ogni giorno, li vedo lavorare in maniera molto seria, ascoltano e si fidano di coach Caja, perciò credo che non sia un caso poi disputare una partita così. Poi ripeto, peccato non averla vinta perché con una vittoria si lavora meglio a livello di clima e di fiducia.
    La crescita rispetto all’esordio contro Venezia è sotto gli occhi di tutti.. 
    Assolutamente, contro Venezia si sono visti sedici minuti buoni prima della loro grandinata di triple. Sedici minuti di applicazione che a Milano sono diventati quaranta minuti; poi devi essere sempre aiutato dalle percentuali da tre perché il basket di oggi le richiede.
    La testa libera in una partita a “pronostico chiuso” può aver aiutato la squadra nel giocarsela a viso aperto contro Milano?
    Arrivare da non favorito può essere utile ma anche un peso, perché Milano ha una percentuale di vittorie che nelle ultime stagioni poche altre squadre hanno portato a casa, specialmente in regular season. Rischi di prendere botte da venti o trenta punti di margine, quindi può essere che la tesa libera abbia aiutato ma non completamente.
    Le statistiche di domenica dicono: tutti e dieci i giocatori a punti, quattro in doppia cifra. Una coralità che sembra funzionare, insomma.
    Con Attilio e Toto Bulgheroni, in fase di costruzione della squadra, abbiamo spesso ragionato se fare il 5+5 oppure il 3+4+5, partendo dal presupposto che la nostra è una pallacanestro dispendiosa in attacco ed in difesa. È durante la settimana che noi andremo a costruire la nostra stagione, in base agli allenamenti con i giovani e con gli aggregati, per poter poi avere dieci giocatori intercambiabili durante la partita. E questo è importante quando devi marcare giocatori come Goudelock: è impensabile giocare 35 minuti nel basket di Attilio, per essere poi lucidi anche in avanti. Così è stata la nostra pre-season: nessuno ha mai giocato più di 25 minuti a partita. Poi è bello vedere debuttanti come Tambone e Natali che, inseriti in un contesto, riescono a rendere bene.
    Ora, però, nonostante le buone sensazioni la classifica segna zero punti: è un problema in vista del derby di lunedì sera contro Cantù? 
    Noi la pressione ce la creiamo perché fa parte del nostro lavoro, però sotto questo aspetto preferisco toglierla: parlare di una partita da vincere in base allo 0/2 iniziale sarebbe sbagliato partendo dal concetto che ci sono state due partite contro Venezia e Milano. La pressione non è nel dover vincere ma nel voler vincere, specialmente un derby che sarà difficilissimo. Perché Cantù ha talento atletico e cestistico ed è stata costruita con investimenti importanti.
    In chiusura, usciamo dal parquet: come procede il discorso sponsor e quello relativo al cubo del PalA2A?
    Per quanto riguarda il cubo ci stiamo lavorando e speriamo, entro fine novembre o al massimo agli inizi di dicembre, di poterlo avere, in base a tutti i vari permessi. Questione sponsor: siamo in trattativa con diverse aziende, alcune in stato avanzato: siamo in grande attività e speriamo di annunciare qualche accordo a breve.
    Alberto Coriele

  • simon89
    Ottanta minuti, una pesante debacle e un colpo inatteso rimasto in canna (la prima prevedibilissima, il secondo molto meno), montagne russe nella pelle, zero punti in classifica. La morale? Non è cambiato nulla rispetto a due settimane fa. Nè rispetto a quanto fatto intuire dal precampionato. Nè rispetto agli auspici in fase di mercato.
    Varese è questa e sarà questa: nessuna sorpresa. Sì ma: questa quale? Quella vista contro Venezia, durata 20 minuti e poi costretta a inchinarsi al talento e alla profondità degli avversari, o quella di Milano, una Panda capace di resistere fino al traguardo contro una McLaren? Non commettiamo errori di valutazione, nonostante la cangiante apparenza fornita agli occhi. Varese è un insieme di individualità già riconoscibili, cui la rigorosità tattica dell’allenatore sa aggiungere qualità (domenica Milano è rimasta intrappolata in modo scientifico nella partita che voleva Caja, posto che il 44% da 3 ha aiutato a restare incollati agli avversari).
    Individualità già riconoscibili. Sì: Waller sa mettere punti a referto, ma non ha un killer istinct a prova di bomba; Cain è offensivamente limitato ma è capace di riempire di numeri il tabellino e di far sudare gli avversari (salvo eccezioni) nella propria area; Okoye ha nello storico dei miglioramenti evidenti che sembrano giustificare la presa estiva; Ferrero non è cambiato di una virgola dallo scorso anno (e lo scriviamo in senso positivo); gli altri italiani tengono egregiamente il campo e il futuro sarà per loro maestro di esperienza; Avramovic é genio ma purtroppo anche perenne sregolatezza in dosi sovrabbondanti; Pelle un fattore difensivo in sempiterna lotta con la deconcentrazione e la malavoglia. Solo su un effettivo il giudizio è ancora sospeso: Wells, potenziale ago della bilancia per ottenere fortune o sfortune oltre il preventivato (rivendichiamo la disamina sul leader fatta la scorsa settimana su queste stesse colonne: è una necessità per ogni squadra, di ogni sport).
    Questa è Varese. E la strada, ci giuriamo, sarà sua amica. La strada che la porterà esattamente dove deve andare: nè un passo in meno, né - forse - un passo in più.
    Fabio Gandini

  • simon89
    "Miracolo a Milano" è un famoso film. Ci è mancato poco che trovasse un seguito sotto i canestri del Forum, laddove Caja e i suoi uomini, semplicemente grandiosi come collettivo, hanno sfiorato quell'impresa che nessuno o quasi credeva oggettivamente realizzabile. Milano come una tempesta? Sì, ma in un bicchier d'acqua per la tenace e ammirevole opposizione di Varese la quale, semmai, può recriminare per un successo mancato in lunetta ai liberi, avendone sprecati tanti.
    L'EA7 intasca due punti dopo aver tremato sino all'ultimo possesso: la sua gloria pallida la deve ai lampi delle sue due guardie al fulmicotone, sole tra compagni molli e tentennanti, persino presuntuosi ancorché prigionieri dell'energia e dell'intensità di una Varese che, mantenendo fede ai suoi piani di compattezza, ha tolto la polvere dal tempo nell'opporre la sua storica rivalità in un derby diventato proibito nelle ultime stagioni. Caja batte Pianigiani, non vi sono dubbi su strategie e gestioni di gara, l'uno alla guida di una formazione da salvare, l'altro di una squadra che - dichiaratamente candidata al titolo - costa una barcata di denari. Gambe e corsa con pelle da rinoceronte, l'uno al servizio dell'altro in ogni metro del campo: ecco una Varese operaia, vicina al paradiso a dispetto dei santi supponendo tali Pianigiani e i suoi uomini, già belli e beati ancor prima di scendere in campo.
    Già, una squadra operaia: guai a dimenticarselo, soprattutto contro Cantù in un match fondamentale per il suo futuro. Che il tecnico pavese abbia idee chiare, conscio dei limiti dei suoi uomini di cui essi stessi sono consapevoli, lo si sapeva. Ora abbiamo la prova sul campo, laddove ognuno ha saputo offrire il meglio di sé, aggrappato a una difesa da battaglia e ben studiata (come la zona) per calarsi poi senza complessi in campo opposto. Sarebbe risultata davvero preziosa, in questa Varese la presenza di un elemento di grande personalità, avvezzo a iniziative private e a canestri in serie allorquando si fatica a trovare soluzioni d'assieme. Dallas Moore nelle file di Pesaro, con 24 punti di media a gara, lo dimostra. D'altra parte era stato lo stesso Caja a disquisire su questo limite. Si sarebbe forse potuto sacrificare, in economia, qualche scelta per puntare su un leader certo di riferimento. Nell'occasione è bello però annotare un crescendo nel tiro da tre punti che resta una componente influente sul rendimento, la palpabilità di Wells e il coraggio di Okoye nel mostrare la merce del suo banco, infine la solita animosità di Ferrero e la qualità offensiva, pur discontinua, di Waller. L'intermittenza offensiva di Hollis sta trovando compensazione nel suo incisivo apporto in difesa che sembra coltivare, sorprendendo, ogni giorno in palestra. Cain, che non è una cima tempestosa, ha mostrato la sua utile quadratura così come Tambone e Natali hanno portato il loro mattonano.
    Varese, con il lutto sulle maglie, ha così onorato la memoria di Augusto Ossola, mitica figura - pur sempre nell'ombra - sin dai tempi dell'lgnis attraverso una collaborazione a dir poco preziosa. In eredità ci ha lasciato due libri sulla nostra Pallacanestro, quale patrimonio di tante storie, da ristampare e divulgare.
    Giancarlo Pigionatti

  • simon89
    La Varese operaia sfiora il colpaccio sul campo della corazzata EA7. Nonostante l'enorme differenza di tonnellaggio a livello fisico (ed economico), la truppa di Caja si gioca il finale in volata facendo leva sull'identità corale tanto apprezzata in precampionato. Alla fine conta il risultato, e i biancorossi escono dal Forum a mani vuote a dispetto dell'intensità profusa per 40': il rimpianto principale è per il 10 su 20 ai liberi che in una gara persa col minimo scarto è fatalmente determinante, soprattutto perché i ferri in serie li hanno collezionati anche specialisti come Waller e Ferrero.
    Ma può una sconfitta aumentare comunque fiducia ed autostima? È la domanda che tutto l'ambiente di Varese si pone nel dopogara di Assago: il perentorio "si" pronunciato da Attilio Caja in sala stampa è condiviso da giocatori, dirigenti e tifosi. Perchè Ferrero e compagni, trovando quel ritmo balistico mai mostrato all'esordio contro Venezia (11/25 da 3 contro il 2/21 di domenica scorsa), mostrano che il sistema basato su circolazione di palla e suddivisione dei compiti (4 in doppia cifra e 9 a referto) può pagare dividendi anche contro una squadra di Eurolega. Alla fine Milano la vince con il talento dei singoli, vedi gli assalti al ferro di Goudelock (letale nel ricacciare indietro la prima rimonta biancorossa) e il mix di giocate di talento di Theo-dore, leader non solo emotivo ma anche tecnico che produce i 7 punti decisivi nel rush finale. Al contrario Varese non trova il suo stoccatore nel momento di raccogliere i frutti del lavoro corale: Wells mostra confortanti segnali di ripresa dopo l'esordio, ma il 4/13 al tiro è rivedibile al pari delle padelle di Waller (partito fortissimo ma poi spentosi alla distanza) quando il pallone scottava. Tra le note positive, c'è invece la tenuta del reparto lunghi, con Cain che ancora non brilla in attacco ma si fa sentire dentro l'area, e Hollis che sale di tono alla distanza confermandosi l'elemento di maggior qualità nel quarto periodo quando oltre al collettivo serve la classe.
    Il bottino delle prime due uscite impossibili contro Venezia e Milano rimane comunque il prevedibile zero che si poteva stimare già il giorno dell'uscita del calendario a fine luglio. Però rispetto alla prima casalinga al PalA2A, il piglio più convincente - quantomeno sul piano del rendimento offensivo -mostrato dalla squadra di Caja è decisamente confortante in vista dei test contro Cantù e Brescia (forse le rivelazioni più eclatanti del secondo turno). La Varese del Forum è molto più simile, a quella del 9-2 in precampionato rispetto a quella stoppata dal ferro di Masnago in occasione dell'esordio casalingo. Certo ieri Ferrero e soci non avevano niente da perdere contro un'EA7 ancora in divenire: out Abass e Pascolo oltre ai 4 stranieri del turnover obbligatorio. Però la capacità di reggere l'urto fisico contro un'avversaria più stazzata, e la fiducia nel sistema mostrata in occasione della rimonta dal meno 12 del 27' con la scossa dei giocatori più umili della panchina, sono gli aspetti più positivi della gara di ieri sera. Ora Varese è pronta ad iniziare il suo campionato, partendo dal derby contro l'esplosiva Cantù dei sei stranieri: la sfida di lunedì prossimo tra l'organizzazione biancorossa e il talento brianzolo sarà un altro test verità.
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    Lo scriviamo subito così ci togliamo il pensiero: se a tabellino ti mancano 10 punti perché hai sbagliato 10 tiri liberi e perdi di uno (1!) un derby nel quale - sulla carta - non avresti dovuto scendere in campo, beh… ti girano...
    Il punto è che la Openjobmetis Varese che esce dal Forum di Assago permettendosi di avere addirittura il diritto di recriminare sul risultato finale è una squadra che nella settimana “post- ripassata” da Venezia ha fatto sensibili passi avanti: nella coralità, nella fisicità, nella mentalità, nelle individualità. E questo fa davvero ben sperare per il futuro, oltre ad essere l’unica cosa da annotare sul taccuino, l’unica - in fondo - che tutti speravamo.
    Poi il derby numero 175° della storia se lo aggiudica la corazzata EA7 di Simone Pianigiani. Con il talento individuale, sola voce in cui i meneghini si dimostrano davvero superiori: 7 assist a 15 per i biancorossi delle Prealpi dicono tanto su chi ha costruito e chi no, per esempio. Così come il 15/39 da 2 (39%) dice tanto della difficoltà di Varese nell’attaccare il canestro dei corazzieri di casa (prevedibile) mentre l’11/25 da 3 (29%) lo fa dell’ottima vena balistica degli Artiglio Boys, ispirata anche dalla funzionalità della manovra offensiva. Non finisce nelle cifre ma vale quasi un colpaccio assurdo la difesa: ottima, produttiva, di squadra.
    Vince Milano perché ha Goudelock e Theodore (21 punti a testa) che fanno quello che vogliono; non sfigura Varese perché trova squilli importanti da tutti (Okoye, 14, e Hollis, 13, in particolare). Fra 8 giorni c’è Cantù: lì non basteranno solo i complimenti.
    La cronaca
    Ognuno ha le sue armi, ti vien da pensare nel primo quarto: quelle di Milano sono tante e tutte buone, quelle di Varese son poche e alcune inceppate. Per dire: mentre Theodore segna ogni volta che alza la mano, Varese certifica l’ennesimo zero offensivo nella casella accanto ai nomi di Cain e Wells(zero anche nella costruzione del gioco, costui). Meno male che c’è un Waller con la mano calda (8 punti nei primi 10’, ma anche 2 falli caricatigli da Goudelock), un intraprendente Okoye (7 punti nello stesso tempo) e una difesa più che diligente che si piega solo ai picchi di talento dei padroni di casa. Così, dopo l’effimero vantaggio del 4’ (10-11), la Openjobmetis riesce quantomeno ad essere a ruota quando suona la prima sirena del match (20-15).
    Gli uomini di Caja continuano a non avere cittadinanza sotto il canestro degli altri (sarà 6/18 da 2 al 20’) anche al rientro sul parquet, ma sono tuttavia bravi a rimanere stoici in retroguardia (sia a uomo che a zona: Milano segna solo con le prodezze) ed ispirati dalla distanza (6/14 da 3 al 20’). E’ sempre Waller il killer, mentre dal pianeta di Wells arrivano una tripla e qualche segno di vita in regia: “l’Olympiakos” del Sacro Monte arriva anche a -1 (25-24, canestro di Hollis), scende a -6 (33-27, Gudaitis mangia in testa a Cain) e risale ancora (33-30, Ferrero da 3), prima di chiudere la seconda frazione con un più che onorevole 39-34.
    Dopo la pausa la lunga il palcoscenico è tutto di Stan Okoye, capace di far vedere i sorci verdi a Micov e di scrivere per ben due volte un -3 per Varese che però spreca con una banale palla persa di Wells l’attacco del possibile aggancio. Nel calcio si scriverebbe “gol sbagliato, gol subito”: traslate la massima alla palla al cesto e immaginatevi un Theodore che nei minuti successivi violenta Tambone a destra e a manca (Matteo però ha poche colpe davanti al talento straripante dell’americano e soprattutto ha zero aiuti dai suoi centri), con l’Ea7 che raggiunge il primo vantaggio in doppia cifra del match al 27’ (52-42). Finita? Niente affatto: dal mazzo esce tutto lo slavo che c’è in Aleksa Avramovic che si inventa i canestri dell’incredibile -4 del 30’ (56-52).
    Acquolina in bocca che metà basta: Hollis e sodali continuano a sbagliare l’ira di Dio dalla linea della carità, ma si costruiscono speranze perseverando nel difendere come degli ossessi (e Milano si blocca: 8 punti nei primi 6’ minuti dell’ultimo quarto) e trovando dei jolly offensivi vitali (2 volte Hollis, poi Cain, poi Wells, con quest’ultimo a scrivere il pareggio del 35’, 64-64).
    Theodore riprende il filo del discorso con una tripla, il play ex Giessen riporta sotto i suoi (67-66), che scrivono ancora la parità con due liberi di Waller (68-68). Qui la Openjobmetis, dopo un’altra invenzione di Theodore, ha 4 “match ball” dai 6,75 ma li spreca tutti: l’ex Bamvit più volte citato in questo pezzo allora segna il 78-62 che chiude fondamentalmente i giochi, nonostante altri 5 punti di Hollis che contribuiscono al 74-73 del finale. E a mangiarsi le mani.
    Fabio Gandini

  • simon89
    Varese prova a sorprendere la superfavorita Milano nel primo dei tre derby lombardi del mese di ottobre. Stasera ad Assago (palla a due alle ore 20.45 ; diretta Tv su RaiSportl ) la compagine di Attilio Caja - con il lutto sulle maglie in memoria di Augusto Ossola - proverà a misurarsi contro l'EA7, regina incontrastata del movimento tricolore che punta a presentarsi in maniera convincente davanti al proprio pubblico.
    L'edizione numero 175 della classicissima del basket italiano sembra offrire ben poche chances agli ospiti, chiamati comunque a mostrare maggior personalità rispetto all'esordio casalingo contro un'altra avversaria nettamente superiore come Venezia. Ossia la squadra che l'Olimpia ha battuto due settimane fa nella finale della Supercoppa, messa in bacheca per inaugurare al meglio l'era di Simone Pianigiani, tornato su una panchina italiana 5 anni dopo aver chiuso l'epopea dei trionfi a Siena per costruire un progetto vincente a lungo termine in un club che - a dispetto del suo strapotere economico - ha vinto solamente 2 degli ultimi 4 scudetti.
    Sulla carta il pronostico è totalmente chiuso, alla luce della schiacciante differenza di valori tra l'unica rappresentante italiana di Eurolega e una Varese il cui taglio estivo del budget l'ha portata nell'ultimo quarto della graduatoria del monte stipendi netti. Milano può permettersi di lasciare in tribuna 4 stranieri - Dragic, Tarczewski, Kalnietis e il convalescente Young - che costano quasi quattro volte il totale dei salari della truppa di Caja; l'organico da 16 giocatori con la versione campionato con 5 italiani di area azzurra (stasera ancora out Pascolo, alle prese con i postumi dell'infortunio che lo ha escluso da Eurobasket 2017) e quella Eurolega con 11 stranieri dovrà consentire all'EA7 di tornare a vincere in serie A dopo il clamoroso flop del 2016/'17, e competere in Europa dove negli ultimi due anni ha fatto peggio di avversarie meno ricche.
    Il talento della trazione posteriore formata da Theodore e Goudelock, la profondità di una panchina da 12 giocatori 12 e la fisicità del reparto lunghi, in cui svetta l'ultimo arrivato Gudaitis (prelevato dal Lietuvos Rytas nel mese di settembre versando un buyout da 350mila euro), sembrano bastare per mettere al riparo Milano da qualsiasi sorpresa possa creargli la "sporca dozzina" di Attilio Caja. Che, comunque, potrà affrontare a mente sgombra un impegno da onorare con il massimo dell'intensità: lo impone la storia di un derby che non è più quello dell'era di Bob Morse (onorato in settimana dai tifosi e presente in tribuna stasera), ma ha ancora il fascino della classicissima. E lo impone la necessità di continuare a crescere per farsi trovare pronti a test più realistici e meno impegnativi come quelli dei prossimi due derby contro Cantù ed a Brescia, dopo i quali si potrà effettivamente valutare lo spessore della Varese operaia costruita in estate.
    In casa biancorossa occhi puntati soprattutto sull'asse Wells-Cain, con "Artiglio" che ha ribadito la sua fiducia - ma anche le sue aspettative superiori all'esordio - nei confronti del play titolare. Se 0 risultato può sembrare già scritto, l'esame per Ferrero e compagni riguarda la capacità di andare in campo con l'atteggiamento giusto: accettare inconsciamente il verdetto e partire battuti in partenza rischia di creare i presupposti per una brutta figura. Al contrario Milano andrà affrontata a viso aperto, contando su aggressività e senso della sfida per togliere alla squadra di Pianigiani le sue certezze.
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    «E ora che lassù si ritrovano l’Anna, Gualco e l’Augusto non oso immaginare cosa possano combinare insieme… Chissà che squadra e che società allestiranno…».
    Dal tardo pomeriggio di ieri un altro pezzo di Leggenda si è trasferito in cielo, a corroborare l’organigramma di una Varese celeste e immortale e a proteggere una storia che proseguirà sempre - così come prosegue sempre la vita - anche grazie alle gemme del suo passato.
    La Pallacanestro Varese piange la scomparsa di Augusto Ossola, 96 anni, dirigente, memoria storica, papà dei colori cestistici che connotano l’essenza di questa città. Malato da tempo, Ossola era ricoverato a Comerio: le sue condizioni di salute erano peggiorate negli ultimi mesi, impedendogli di dedicare alla passione di una vita - la palla a spicchi, appunto - il fisico ma non la mente, fino all’ultimo lucidissima e sintonizzata con la precisione di un archivio informatico (che però non avrà mai un cuore come quello dell’Augusto, a sottolineare ogni “file” della memoria) su un amore chiamato Varese.
    Da contabile della Ignis, intesa come azienda, a contabile (e poi responsabile della biglietteria e degli abbonamenti… E poi ancora papà di tutti i giocatori e santone delle statistiche….) della Ignis, intesa come società di basket, Ossola era entrato in Pallacanestro Varese alla fine degli Sessanta: l’ha lasciata solo ieri. «Era una bandiera, come il Marino Capellini, come l’Anna (Bonsignori ndr) - è l’incipit del ricordo del grande Aldo Ossola - La leggenda di Varese lui l’ha vista nascere. Tutti lo conoscevano e lui era bravo a farsi amare, in primis dai giocatori: era un papà. E proprio noi giocatori, ogni volta che ci ritrovavamo, pensavamo a lui, parlavamo di lui. L’ultima occasione è stata proprio l’altra sera: sapevamo delle sue condizioni di salute, eravamo preoccupati… Sembra quasi fuori luogo in questo momento, ma io Augusto lo accosto anche agli scherzi che noi della combriccola dell’Ignis gli facevamo: li accettava sempre, stava al gioco, ma perché sapeva che poi in campo avremmo dato tutto». D’altronde quelli erano «i suoi ragazzi».
    Quelli degli anni d’oro e quelli che ne hanno raccolto il testimone sul parquet nel corso dei decenni, come Max Ferraiuolo: «Quante volte mi sono sentito rimproverare bonariamente: «Massimo… Massimo…»… Si occupava della biglietteria e io andavo a chiedergli qualche biglietto in più per i miei amici: all’inizio storceva un po’ il naso, poi me li concedeva. Augusto era sensibilità e attenzione, ma non solo: aveva una memoria eccezionale. E ci teneva, anche in tarda età, a mostrare alle persone il suo rigoroso archivio. Mi ricordo, per esempio, quando lo andai a trovare con coach Vitucci, che lo voleva conoscere una volta arrivato a Varese: tirò fuori orgoglioso tutti i suoi appunti, scritti in bella grafia. E se per caso un giornale non pubblicava il tabellino di una partita, fosse anche un’amichevole, il giorno dopo mi chiamava perché lo doveva avere per forza».
    Di una persona così nemmeno l’ultimo battito di vita decidere di battere a casaccio. Ossola ha aspettato a morire: voleva salutare il “suo” Bob, almeno un’ultima volta. È riuscito a farlo, tre giorni fa: Morse era appena arrivato a Varese dagli Usa e non ha mancato, come sempre, di andare a trovarlo accompagnato da Sandro Galleani, nonostante fosse stanchissimo per il viaggio intercontinentale: «E siamo rimasti entrambi impressionati dalla lucidità di Augusto - racconta con commozione “mahatma” Sandro - Si ricordava che Bob si era trasferito in Oregon per stare più vicino alle sue nipoti, gli ha chiesto del recente uragano che ha scosso quella zona, gli parlava di Bufalini e degli altri atleti degli anni 70. A me ha detto «salutami l’Egidia (la moglie di Galleani ndr»), poi mi ha preso la mano e non me la voleva lasciare…».
    Commosso anche il ricordo di Gianmarco Pozzecco: «Lui trasudava amore per la Pallacanestro Varese, era una cosa enorme che travolgeva chiunque se lo trovasse davanti. Io non ho mai giocato con lui come dirigente, ma è un po’ come se l’avessi fatto, come se avessi vissuto anni insieme a lui. Varese non dimentica questi personaggi ed è il motivo per cui questa città è speciale».
    Augusto Ossola lascia la moglie Mimma, la figlia Carmela e gli adorati nipoti. Questa sera Varese, la sua Varese, lo ricorderà con il lutto al braccio nel derby contro Milano.
    Fabio Gandini e Francesco Caielli

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