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VareseFansBasketNews


  • simon89
    Tre sconfitte, ok, ma due di esse collezionate più o meno all’ultimo tiro e restando sempre in partita. Tre sconfitte, ok, una pesante di 21 punti ma le altre due rispettivamente di 4 e 3 punti. Tre sconfitte, ok, ma due di queste ricche di episodi di segno negativo (il tiro di Moore, i rimbalzi offensivi lasciati per strada e due “fischi” assurdi al cospetto di Pesaro, la palla persa di Hollis e la prodezza di Rich contro Avellino) a conti fatti determinanti.
    Eppure i numeri delle ultime tre partite giocate dalla Openjobmetis Varese certificano un decremento nel rendimento collettivo di squadra e singoli ben più evidente di quanto detto dagli scarti finali e dall’andamento dei match sul campo.
    Un calo evidente
    Contro Avellino, Sassari e Pesaro Varese è stata una delle peggiori squadre di Serie A in tante voci statistiche. A cominciare dai punti segnati, 64,3: meglio della Openjobmetis hanno fatto tutte le altre quindici formazioni del massimo campionato. E la contrazione della produttività offensiva è evidente anche nel raffronto interno: nelle prime sei gare la formazione di Attilio Caja aveva segnato 78,5 punti di media . Andiamo oltre. Varese nelle ultime tre è stata il fanalino di coda del campionato anche nei falli subiti (14,7 contro i 17,8 delle prime sei partite), nel numero dei tiri liberi tentati (11,7: sono stati 17,7 nelle sei puntate dell’incipit) e nella percentuale del tiro da tre punti (22,7%: la somma dei match contro Venezia, Milano, Cantù, Brescia, Pistoia e Trentino aveva invece fatto segnare il 33,8% di media).
    Non è andata meglio nella valutazione complessiva (59,3, penultimo dato della Serie A: era stata di 82,3 a gara nelle prime sei), negli assist (9,7, penultimo dato, contro i 13,7 dell’inizio), nelle stoppate subite (3,3 a partita, anche qui da penultimi del torneo, contro le 3 dei primi due mesi) e nella percentuale del tiro da 2 punti (46,5%, 13° posto, contro il 50,8% ottenuto nei sei appuntamenti precedenti). Per la cronaca sono scese anche le stoppate date (2,7 contro 3,5) e diminuite (ma questo è un dato positivo) le palle perse (9,7 contro 12,8).
    Attenzione: qualcosa è cambiato anche in un aspetto del gioco che aveva visto Ferrero e compagni primeggiare (o quasi) rispetto alla concorrenza. Scriviamo dei rimbalzi. Per quanto riguarda quelli totali il fatturato degli scontri con Sidigas, Banco di Sardegna e Vuelle è stato di 37,7 carambole a gara: se è vero che il dato pone Varese al 7° posto, quindi non malaccio, è vero altrettanto che nelle prime sei i rimbalzi erano stati 40,3 a partita e che gli uomini dell’Artiglio si contendevano la prima piazza nella specifica statistica con la The Flexx Pistoia.
    A proposito di rimbalzi: sono diminuiti quelli difensivi (24,3 contro 27,7: Varese al 15° posto) e sono aumentati quelli offensivi concessi (13, 4° peggiore, contro i 10,3 delle prime sei) e quelli totali concessi (40, 6a peggiore, contro 34,3).
    Due osservazioni
    Un collettivo è fatto di unità: se le cifre della squadra calano è perchè lo fanno quelle dei singoli giocatori. Senza andare a spaccare il capello in quattro, basti notare i punti segnati di media: tutti gli effettivi sono peggiorati tranne Cain, Avramovic, Pelle e Okoye, con Waller nel ruolo di Calimero essendo passato dai 14 punti delle prime sei sfide ai 7 delle ultime tre.
    E poi le percentuali di tiro: lo stesso Waller ha tirato da 3 con il 17,6% (prima lo faceva con il 41%), e sempre da oltre l’arco Ferrero è passato dal 31,6 al 14,6% e Hollis dal 54,5% al 25%.
    Si potrebbe anche andare avanti, ma a)le variazioni in altre voci statistiche dei singoli non sono così eclatanti e b)il concetto ormai è chiaro.
    Osservazioni? Due, forse anche banali ma evidenti. La prima è che nonostante alcuni passaggi a vuoto emersi in controluce in tutte e tre le occasioni, contro Avellino, Sassari e Pesaro la difesa ha continuato a non tradire. Ed è forse questa la ragione principale per la quale due delle tre sconfitte sono maturate solo all’ultimo e, nel caso della partita giocata all’Adriatic Arena, dopo un sostanzioso recupero biancorosso (dal -17).La seconda è che se è vero che dal trittico appena andato in onda sugli schermi cestistici la Openjobmetis esce con zero punti in classifica, qualche dubbio in più rispetto al mese di ottobre e un morale non certo alto (pure dell’ambiente... E a tal proposito ci ripetiamo: obiettivo salvezza significa anche passare da strisce negative del genere), non è certo falso notare che sarebbe bastato fare un poco meglio di quanto ottenuto (ed evidenziato dalle nude e pessime cifre) per portare a casa 2 o 4 punti. E allora staremmo parlando di altro, nonostante i numeri.
    Fabio Gandini

  • simon89
    La Pallacanestro Varese si interroga sulle ricette per uscire dalla crisi di risultati dell'ultimo mese. Tre sconfitte in fila, figlie della costante sterilità offensiva - in particolar modo balistica - di una squadra riscopertasi povera di qualità individuali dopo aver nascosto i limiti dei singoli esaltando le doti corali nel primo positivo scorcio di stagione. E crisi di gioco o di sistema per il team di Caja che, a dispetto del volume di intensità prodotta, fatica terribilmente a mettere punti sul tabellone in assenza di un "go-to guy " designato?
    La rimonta furente operata domenica in meno di 10 minuti, quando Ferrerò e soci hanno alzato l'aggressività in difesa e di conseguenza il ritmo di gioco, ribadisce che il sistema attuale sia l'unico proponibile con l'attuale personale tecnico. Il problema è la difficoltà a distillare qualità dalla quantità, specialmente da quando Antabia Waller ha smarrito il feeling col canestro. La guardia, che sin dal precampionato aveva rappresentato la certezza principale del gioco a metà campo, ha percentuali in caduta libera (7.0 punti col 31% da 3 e il 17% da 3 nelle ultime tre gare) dopo i 14,0 col 41 % dall'arco delle prime sei giornate. Di riflesso è crollato il fatturato della squadra, precipitato da 78,3 punti col 34% da 3 fino a Trento ai 64,0 punti col 22% dall'arco del trittico Avellino-Sassari-Pesaro. Eppure non è cambiata la preparazione - purtroppo solo l'esito, a causa di una fiducia intaccata dalle ultime sconfitte in volata - effettuata dalla squadra per mettere il suo cecchino nelle condizioni ottimali per colpire.
    Ma se l'attacco stenta a convertire in punti l'opera di costruzione basata sul collettivo, perchè non cavalcare maggiormente il talento di Damian Hollis? L'ala di passaporto ungherese è al momento il giocatore col miglior rapporto tra punti e minuti giocati (9.0 in 18.7), faticando però a strappare spazio nelle rotazioni, con Artiglio che gli preferisce un giocatore meno talentuoso ma più aggressivo come capitan Ferrero (7.0 in 20.2). Ma la soluzione "più Damian, meno Giancarlo" rischia di essere la più classica delle coperte corte: se Varese non può prescindere dall'aggressività per spingere in contropiede e giocare il meno possibile a metà campo, c'è bisogno di sciabolatori e non di fiorettisti, dunque i rapporti di forza nello spot di ala forte non potranno essere modificati in maniera radicale. A meno di non rimettere in discussione l'intero sistema che, di sicuro, non potrà essere riveduto e corretto attraverso il ricorso al mercato.
    Se nella scorsa annata i correttivi Dom Johnson e Attilio Caja vennero effettuati a prezzo di sacrifici economici fuori budget, quest'anno gli sforzi extra dovranno essere concentrati sulle chiusure dei bilanci 2016/17 e 2017/18. Di certo Varese è in difficoltà, ma non bisogna buttar via il bambino con l'acqua sporca: in assenza di alternative - per motivi tecnici ed economici - alla ricetta "fiducia, lavoro e più aggressività", occorre concentrarsi su una settimana di allenamenti mirati per invertire la rotta contro Capo d'Orlando ed esorcizzare con l'applicazione dei "terzini" biancorossi lo spauracchio della classe pura del caro ex Eric Maynor.
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    La Pallacanestro Varese allunga il suo digiuno esterno anche a Pesaro. Una clamorosa prodezza balistica di Dallas Moore punisce la prestazione dai due volti della truppa di Attilio Caja, che incassa il terzo stop consecutivo - e quarto stagionale lontano da Masnago - finendo risucchiata nella zona bassa della classifica.
    Due partite in una per Ferrero e soci, invischiati per 25 minuti dalle cadenze sincopate di una Vuelle capace di graffiare a ripetizione dall'arco (7/15 alla pausa lunga) e di nuovo vittime del male oscuro nel tiro dal perimetro (1/11 all' intervallo) che aveva già fatto scattare il campanello d'allarme dopo l'amichevole di Gallarate. Varese rischia il tracollo precipitando fino a meno 17 a suon di ferri ed errori banali nelle esecuzioni offensive; poi gioca 15' con il coltello tra i denti, con l'aggressività sul portatore di palla e la chiusura costante dell'area che manda fuori giri l'attacco avversario (13 triple e soli 3 tiri da 2 nei 10' finali).
    La scintilla l'accende la verve di Alexsa Avramovic, e quando la squadra di Caja può correre si esalta il mix di forza fisica ed atletica di Stan Okoye (7/14 al tiro, 4/5 ai liberi e 8 rimbalzi). E dopo 30' decisamente opachi entra in partita anche Cameron Wells, giocando un quarto periodo da leader che riporta i biancorossi da meno 17 in parità; peccato che a Varese manchi il colpo del kappaò, tra prodezze dei padroni di casa e qualche rimbalzo offensivo di troppo - compresi i 3 decisivi nei possessi precedenti la magia di Moore - che impediscono agli ospiti di mettere la testa avanti nel momento migliore (più volte in parità ma mai in vantaggio negli ultimi 7' giocati in equilibrio).
    Alla fine decide una invenzione assoluta del play di casa, che spezza un ottimo raddoppio portato da Ferrera con un tiro in salto che centra il tabellone e si spegne in fondo alla retina; un colpo da biliardo (pur col forte dubbio del cambio del piede perno dopo l'arresto) che regala due punti a Pesaro, sempre al comando nell'arco del match. Ma il rammarico del clan ospite riguarda la remissività mostrata nei primi 25', senza aggredire la partita col piglio necessario per esaltare le qualità agonistiche e nascondere i limiti tecnici del gruppo.
    Se l'apriscatole designato Waller continua a sparare a salve (3/13 totale), l'unico talentuoso senza "tigna" difensiva Hollis resta un lusso se serve la grinta (solo 13' per l'ungherese) e il centro a due teste Pelle-Cain totalizza 2 tiri dal campo su rimbalzo offensivo, è chiaro che giocare a ritmi bassi è un lusso che Varese non può concedersi. Specialmente contro una Vuelle dal tasso tecnico superiore se lasciata libera di esprimersi, ma palesemente in difficoltà quando la difesa bianco-rossa ha graffiato con energia.
    Peccato che la truppa di Caja abbia saputo cambiare volto quando la partita sembrava già compromessa; bravi Ferrero e soci a rivoltarla come un calzino in pochi minuti, però anziché recriminare sulla sfortuna per il jackpot allo scadere di Moore o su qualche fischio casalingo nelle bagarre a rimbalzo degli ultimi 2', mettere in campo un piglio deciso già in avvio avrebbe probabilmente evitato la volata finale. Ora arriva Capo d'Orlando trasformata da zucca in carrozza dalla bacchetta magica dell'ex Maynor: domenica al PalA2A servirà rompere un digiuno che dura dal 3 novembre per non scivolare in piena zona rossa... 
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    ... una squadra in preda agli errori perda totalmente fiducia, diventando l’ombra di se stessa. E poi succede che la stessa ritorni in sè, sfiorando un miracolo “ucciso” da un miracolo degli avversari. A Pesaro finisce 74-71
    Succede che il basket sia lo sport più bello del mondo. Ma anche uno dei più spietati nel colpire dove fa male davvero.
    Succede che la definizione dello sport più bello del mondo abbia una postilla nel finale: “…scopo del gioco è che ogni squadra riesca a mandare il pallone nel canestro avversario”.
    Succede che quando una squadra, un gruppo di esseri umani prima che di atleti, incontra enormi difficoltà a portare a termine lo scopo di cui sopra (quello che viene prima di ogni altra cosa, prima dell’impegno, prima dell’attitudine difensiva, prima della bravura in qualsiasi altro aspetto del gioco), i singoli che la compongono perdano fiducia in sé stessi. Progressivamente, consumando ogni energia mentale e fisica nell’errore ripetuto.
    Succede che questa squadra, questo gruppo di esseri umani prima che di atleti, sia la Openjobmetis Varese. Una squadra che fatica a fare canestro e che viene sistematicamente punita, come ovvio che sia, da questa mancanza. Nonostante brilli in molti altri aspetti del gioco più bello del mondo.
    Succede che la partita di Pesaro, con il passare dei minuti, inizi sempre di più ad assomigliare a quella contro Venezia. E poi a quella contro Brescia. E poi a quella contro Avellino. E poi a quella contro Sassari. Punizioni esemplari di una squadra che non riesce a portare a termine lo scopo del gioco: mettere la palla in quel benedetto cesto fornito di retina forata sul fondo.
    Succede che gli errori generino insicurezza, insinuandosi nell’anima e nella testa. Perché ormai troppo frequenti, troppo numerosi, troppo gravi. Fiaccando la resistenza psicologica e la concentrazione dei giocatori. E la testa e il cuore sono il motore di tutto. Sempre.
    Succede che in Pesaro-Varese il motore della squadra di Attilio Caja, ingrippato da quegli sdengsenza soluzione di continuità, si fermi. E che in quei pistoni ormai inermi Varese lasci anche quelle qualità che finora non aveva quasi mai smarrito: l’attenzione, la grinta in difesa, la presenza a rimbalzo, la consapevolezza di dover spendere ogni volta una goccia in più dell’avversario per sopravvivere, eterna condanna di chi di innato ha soprattutto la buona volontà.
    Succede che la domenica in riva all’Adriatico si trasformi allora in un mezzo incubo, contro dei padroni di casa non certo baciati dal talento o dalle stigmate dei campioni, ma senza dubbio più bravi a portare a termine lo scopo del gioco più bello del mondo (“mandare il pallone nel canestro avversario”).
    Succede che gli sdeng di cui sopra diventino 10 in fila, ad ogni tentativo da oltre l’arco. E poi 3 su 20 tentativi, che cambia pressoché nulla. Succede che quel motore ingrippato produca palle perse sciagurate, rimbalzi lasciati agli avversari, attacchi sconsiderati, difese di pietra. Succede che un -7 diventi un -11, poi un -13, poi addirittura un -17. Contro Pesaro. Non Sassari, non Avellino, non Brescia. Contro Pesaro è più grave.
    Poi succede che all’improvviso qualcosa cambi. Senza avvisaglie. Cambi quando un allenatore che le ha provate davvero tutte trovi inaspettatamente un quintetto che funziona, zeppo di seconde linee. Avramovic, Cain, Hollis, Tambone: in campo ci sono loro, ma per disperazione. Per disperazione davanti a un Wells indisponente, a un Waller ininfluente, a un Pelle ancora troppo ragazzino ai piani superiori. Ci sono loro, ma è come una scommessa di un giocatore d’azzardo che ha deciso di perdere tutti i suoi soldi.
    Succede che i tiri inizino a entrare. Uno dopo l’altro? Sarebbe scrivere troppo. Diciamo con frequenza, come gli errori di prima.
    Succede che quelle retine finalmente smosse da un torpore che sembrava eterno rianimino il cuore dei pretoriani dell’Artiglio. Prima quelli in campo nel momento del cambiamento, poi tutti gli altri. Sì: anche Wells e (parzialmente) Waller.
    Succede che gli sdeng diventino ciuff. E che con i ciuff tornino anche la difesa, un pizzico di attenzione, una sporta di grinta.
    Succede che Varese ritorni Varese, una squadra con la consapevolezza di dover spendere sempre una goccia in più dell’avversario per sopravvivere, eterna condanna di chi di innato ha soprattutto la buona volontà.
    Succede che un -17 diventi un -13, poi un -10, poi ancora un -6, infine un pareggio. Firmato da quello che per 30 minuti era stato il peggiore in campo, uno straniero da rispedire a casa sua direttamente dal pullman del ritorno, se solo qui non si fosse sempre con le pezze al… (e scusate l’uso del francese). Un fantasma dell’oltretomba che diventa un signore vivo, vegeto e nobile, capace di portare a termine lo scopo del gioco con tecnica, audacia. Intelligenza. Classe.
    Succede che una partita già persa diventi una partita da vincere.
    Succede che se vuoi vincere una partita, però, oltre allo scopo principale del gioco tu debba stare attento anche a tutti gli altri particolari: non lasciare i rimbalzi offensivi agli avversari, per fare un esempio; non perdere palloni stupidi, per farne un altro; segnare i canestri che possono risultare decisivi, per farne un terzo.
    Succede che Pesaro conquisti troppi rimbalzi d’attacco per non far male alle ambizioni dei suoi opposti, che Varese butti via qualche pallone in modo stupido e che non segni due canestri fondamentali.
    Succede che tutto debba cambiare di nuovo. E invece non cambia, perché nonostante ciò che abbiamo appena scritto la Openjobmetis – tornata consona al suo dna – voglia davvero conquistare il match che ha recuperato dalla spazzatura.
    Succede che a 30 secondi dalla fine si sia ancora pari. 69-69
    Succede che se tocchi la palla e non la mano di un avversario, per nessuna ragione un arbitro ti debba fischiare fallo.
    Succede che a volte un arbitro il fallo te lo fischi lo stesso.
    Succede che a volte nemmeno un’ingiustizia spenga la voglia di un miracolo.
    Succede che per spegnere la voglia di un miracolo ci sia bisogno di un altro miracolo.
    Succede che Dallas Moore lo compia, a un secondo e mezzo, dalla sirena finale, inventandosi un canestro insensato. Improbabile. Irripetibile. Irrispettoso delle leggi fisiche e soprattutto di una difesa praticamente perfetta. Una difesa da Varese.
    Succede che Pesaro vinca con questa prodezza.
    Succede che il basket sia lo sport più bello del mondo. Ma anche uno dei più spietati nel colpire dove fa male davvero.
    Succede che nella vita, anche nel basket quindi, nulla sia tuttavia solo estemporaneità. E che ogni cosa vada analizzata a dovere, oltre il singolo episodio, oltre la bravura degli avversari, oltre la punizione del destino,
    Succede che, a volte, non si abbia voglia di analizzare alcunché.
    Fabio Gandini

  • simon89
    Pesaro-Varese rientra nella categoria delle partite da non sbagliare: seguendo una ipotetica tabella di marcia, Pesaro è una squadra contro cui Varese può e deve fare punti. Possibilmente quattro da qui al termine della stagione.
    Alle 18.15 all’Adriatic Arena i biancorossi affrontano per la prima volta in stagione una formazione che sta sotto di loro in classifica, anche se di soli due punti. Si rientra ufficialmente in campo dopo la sosta che ha lasciato spazio agli impegni delle Nazionali, e si rientra con la necessità di mettere un punto, anzi due, e andare a capo dopo la sconfitta casalinga con Sassari, netta e senz’appello.
    Se si somma quella giunta in volata al Pala Del Mauro di Avellino, sono due le sconfitte consecutive per la formazione di Attilio Caja, contro due formazioni che sulla carta però sono superiori a Varese. Pesaro non lo è. Certo, direte voi, la carta non va in campo: servirà dunque quel fuoco che era mancato al PalA2A contro la Dinamo, quell’energia che è imprescindibile per il gioco di Varese. E, benedetto, serviranno le percentuali al tiro: «La difesa non ci ha mai lasciato a piedi, l’attacco a volte sì, e per attacco intendo proprio le percentuali», ha commentato Attilio Caja in sede di presentazione della partita. Nelle ultime settimane, la Openjobmetis è stata rivedibile proprio in questa fase, nella precisione al tiro. E qui è necessario un upgrade, un passo in avanti. Varese va anche alla ricerca della prima vittoria esterna di questa stagione: le prime tre giocate finora lontano dal PalA2A sono state solo sconfitte. Milano, Brescia e Avellino, tutte potenzialmente fuori portata ma tutte giocate ad ottimi livelli di competitività, segnale che non esiste realmente un “problema trasferta”.
    Però a Pesaro c’è necessità di vincere, anzitutto per mettere ulteriore spazio tra sé e la zona calda della classifica, che più si allontana e meglio è per Varese. In casa la Vuelle di Spiro Leka, salvatore della patria l’anno scorso dopo l’esonero di Piero Bucchi, ha vinto solo contro Brindisi per 80-75, e poi ha sofferto molto: questa settimana si è aggiunto al roster Rihard Kuksiks, cecchino lettone che il pubblico di Varese si ricorda bene per aver giocato ai piedi del Sacro Monte fino alla finale di Fiba Europe Cup. E il lettone avrà un ruolo di primo piano nell’attacco dei marchigiani, come ha confermato lo stesso coach Leka: «Kuksiks sarà la prima opzione offensiva, potranno cambiare un po’ le gerarchie nella squadra; Rihards dovrebbe essere già pronto, era abituato a giocare 22-23 minuti a partita».
    In settimana, la Openjobmetis ha giocato e perso in amichevole a Gallarate contro la Vanoli Cremona: in questi giorni c’è stato tempo per lavorare, per migliorare, per incanalare i pensieri sull’obiettivo. Ci aspettiamo la solita Varese, che porti a casa il primo scalpo esterno della stagione.
    Alberto Coriele

  • simon89
    La Pallacanestro Varese cerca nuovamente risorse fresche per chiudere il bilancio della stragione 2016-17. Il CdA bianco-rosso, i proprietari e il Trust "Il Basket Siamo Noi" stanno lavorando per trovare la liquidità necessaria alla copertura di un deficit stimabile attorno ai 250mila euro in vista dell'approvazione definitiva del documento contabile atteso entro fine anno solare. Per trovare la quadra definitiva dei conti dell'annata scorsa, non è dunque bastato il maxi-ripianamento da oltre 500mila euro effettuato ai primi di luglio per rientrare nei parametri economici richiesti dalla Com.Te.C. per l'ammissione al campionato.
    La situazione non desta preoccupazione immediata, se come già accaduto in passato ogni componente della famiglia allargata che regge le sorti del club di piazza Monte Grappa contribuirà - chi più e chi meno - a riportare in equilibrio i conti. Ma il problema si ripete ormai da troppi anni (il bilancio è in rosso dall'esercizio 2013-14) perché si debba sempre contare sulla passione dei soliti noti chiamati a mettere mano al portafogli. E diventa anche difficile attribuire le colpe: siano di chi è preposto a far di conto, ossia Stefano Coppa fino al maggio 2016 o Fabrizio Fiorini nella stagione passata. Infatti, i ricavi - stimabili nell'esercizio in chiusura tra i 3,7 e i 3,8 milioni di euro - non sono sufficienti a coprire i costi (conto finale superiore a 4,6 milioni partendo dalla previsione di 4,3 ampliata dalle aggiunte di Dominique Johnson e Attilio Caja). Solo che i costi sono già sostanzialmente certi negli importi e nelle scadenze quando si lavora sul budget previsionale ad inizio stagione, mentre i ricavi (quanto amplificati dalle fatturazioni dei cosiddetti cambio merce che però non portano liquidità?) sono soggetti a mille scartamenti in corso d'opera: dai risultati che si riflettono sulla biglietteria a ritardi vari nei pagamenti di contratti o fatture. Così, puntualmente, si rivelano insufficienti per coprire le spese.
    La soluzione adottata per il 2017-18 è stata di tagliare il budget (circa il 15 per cento portandolo a 4 milioni) per rendere più sostenibile l'attività del club. Ma anche la spending review potrebbe non bastare alla luce della contrazione dei ricavi dagli sponsor, di maglia e non. L'unica via d'uscita dall'attuale spirale negativa - l'austerity rischia di ingenerare un effetto depressivo anche sulle entrate - è quella indicata qualche giorno fa su queste colonne da Alberto Castelli: cercare nuovi soci forti che affianchino Gianfranco Ponti e rafforzino l'attuale compagine societaria di "Varese nel Cuore", sempre più appesantita dai ripetuti extrabudget. L'obiettivo strategico è trovare altri due o tre azionisti che affianchino consorzio e Trust in modalità "50 e 50", eliminando gli attuali squilibri finanziari nei flussi di cassa e garantendo alla società risorse certe per stabilizzarsi lontano dalla zona salvezza. Una necessità inderogabile per evitare una navigazione a vista ancor più affannosa rispetto a quella del 2017-18 che preoccupa il club ben più dell' affaire Moretti: la società nutre fiducia nella correttezza del proprio operato e in virtù della forza delle sue ragioni confida di uscire vittoriosa dal lodo arbitrale depositato dal coach aretino che ha chiesto il riconoscimento dei 100mila euro netti più contributi previdenziali previsti dal terzo anno del suo contratto.
    Giuseppe Sciascia 

  • simon89
    Questione di percentuali. Percentuali di vittoria, percentuali di tiro.
    Le prime sono un azzardo di chi ama predire il futuro o di chi, come Attilio Caja, a domanda deve rispondere. Le seconde, basse, sono una realtà con cui Varese convive e che punta a modificare: ne va del suo futuro. A partire da quello immediato che ha un nome e un cognome: Victoria Libertas Pesaro.
    «Una squadra che mi ha fatto una buona impressione, indipendentemente dalla classifica che ha in questo momento - spiega Attilio Caja nella classica conferenza stampa del venerdì - Ha vinto solo due partite? In quelle che ha perso, Capo d’Orlando a parte, è sempre stata in partita. E poi ha dei giocatori estremamente interessanti. Non conoscevo l’argentino Bertone e l’ho studiato: sa giocare bene a pallacanestro, sa passare la palla e trovare gli uomini al posto giusto e al momento giusto. Interessante è anche Mika, lungo solido e concreto, con buoni movimenti e buona mano: non è appariscente ma è molto concreto»
    Quintetto e panchina
    L’analisi del roster marchigiano continua: «Moore (il play, leader tecnico della squadra ndr) e Omogbo (il centro ndr) sono due altri giocatori non banali: il secondo ha dalle caratteristiche atletiche predominanti e ottiene sempre alte valutazioni grazie ai rimbalzi e ai recuperi; il primo, quando Pesaro ha vinto è stato determinante, ha ottime qualità in uno contro uno ed è un buon realizzatore. Poi c’è l’ultimo arrivato, Kuksiks, che qui conoscete benissimo: grande percentuali da tre punti e giocatore che può essere molto pericoloso all’esordio».
    Un quintetto valido, una panchina fatta di italiani con fame nei polsi e nelle gambe: «Hanno Ceron, che su di lui a livello giovanile ha sempre avuto addosso grandi aspettative e che ha un talento offensivo notevole. Penso che finora gli sia mancata solo la continuità. Poi Monaldi, che ho allenato nella Nazionale Sperimentale: gran tiro e faccia tosta nel prendersi responsabilità. Infine Ancellotti, che viene da stagioni positive. Tutti loro sanno di giocarsi delle grosse chance in questa annata»
    La morale quindi è: attenzione a Pesaro, come sempre. Pesaro che però non è paragonabile - per livello, per valenza - alla maggior parte delle squadre fin qui incontrate: «La frase corretta in questi casi è una: partita dal pronostico non è chiuso - argomenta l’Artiglio - Se giochi contro l’Armani hai 10 possibilità su 100, contro Avellino ne hai 20 o 30, contro Pesaro ne hai 50. Cinquanta sono poche o sono tante, però?Non si può dire: sono 50, esattamente la metà, quindi non c’è né la certezza di vincere, né quella di perdere. E poi guardate che nelle Marche staranno facendo i nostri stessi discorsi: “Se non vinciamo contro Varese in casa, quando vinciamo?” La verità è che può accadere di tutto e molto dipenderà dalla giornata e dagli episodi».
    Buoni ma non eccellenti
    La Openjobmetis viene dall’amichevole giocata in settimana a Gallarate contro Cremona. Nonostante la sconfitta di 2 punti, ripensando alla gara Caja ne ricava considerazioni sia positive che molto lucide su quello che al momento è il vero problema della sua squadra: «Secondo me abbiamo interpretato il match nel modo corretto e mi hanno confortato le dichiarazioni di Meo Sacchetti a fine partita. Ha detto che loro non avevano mai giocato così bene in amichevole quest’anno: se è così, per la proprietà transitiva non è stato malaccio aver perso solo di due punti. La verità è che abbiamo creato delle buone situazioni di gioco, ma le percentuali di tiro sono state basse: i tiri sono sempre buoni, ma sembrano tali solo quando entrano».
    Ecco il punto: «E’ questo l’aspetto che vorrei andasse meglio. Finora abbiamo fatto 8 partite ufficiali e 12 amichevoli: la difesa non ci ha mai lasciato a piedi, l’attacco a volte sì, e per attacco intendo proprio le percentuali. Come migliorarle? I miei sono buoni tiratori, ma con onestà nessuno di loro è eccellente, alla stregua di un Johnson. I fattori in gioco sono tanti: fisici, emotivi, dipendenti dagli avversari, dal giocare in casa o in trasferta o dal momento della stagione che si sta attraversando. Noi andremo sempre incontro sia a periodi positivi che negativi, ma sono sicuro che certe situazioni miglioreranno. Tambone e Avramovic tirano rispettivamente con il 6,3% e il 5,6% da tre punti: ok, non sono ottimi tiratori, ma non sono nemmeno così scarsi. E scommetto che non finiranno il campionato tirando sempre così male».
    Fabio Gandini

  • simon89
    Giocatori e strutture, reclutamento e principi etici, budget e accoglienza: il nuovo progetto giovani della Pallacanestro Varese spiegato con dovizia di particolari e direttamente dalle parole di chi lo edificherà.
    Gianfranco Ponti, consigliere d’amministrazione con delega al settore giovanile, Fabio Colombo, responsabile del settore giovanile e del minibasket, e Dodo Rusconi, responsabile tecnico, dopo aver illustrato al cda biancorosso le linee guida di quella che sarà la loro azione futura, raccontano anche pubblicamente quello che hanno in mente per la base agonistica del settantennale sodalizio cestistico cittadino.
    Il percorso è iniziato a luglio, con il subentro di Ponti: dove vuole arrivare lo scoprirete nelle righe seguenti.
    I primi risultati
    Cominciamo da un risultato che ha dato plasticità ai primi mesi di lavoro, tecnico più che societario nel caso specifico. L’under 18 della Pallacanestro Varese allenata da coach Rusconi ha superato brillantemente la prima fase del campionato, qualifincandosi per quella interregionale. Un traguardo non scontato, soprattutto perché arrivato dopo un incipit non promettente: -23 in casa contro i cugini della Robur, che per la cronaca alla fine del girone sono arrivati dietro ai virgulti biancorossi. «Abbiamo iniziato per forza di cose tardi e in mezzo a diverse difficoltà, con un gruppo di 16 ragazzi che si è ridotto subito a 14 per il passaggio di due giocatori alla Robur (Iaquinta e Calzavara ndr) – spiega Dodo Rusconi - Siamo entrati sapendo che il focus dell’attività era quello di preparare i nostri giovani a un possibile futuro in serie A e quindi con l’esigenza di allenarli in modo diverso rispetto al passato. Come? Come si allenano i professionisti. La differenza sta nell’approccio, nell’insistere sull’attitudine difensiva, perché è la difesa che ti insegna a giocare in attacco. E poi, prima di ogni altro aspetto, conta la preparazione atletica: bisogna correre più degli altri, nel basket come in quasi tutti gli altri sport. Credo in questo fin da quando allenavo in Serie A: potevano darmi giocatori anche modesti tecnicamente, ma attraverso il lavoro sulla preparazione riuscivo a portarli a un livello superiore».
    Per l’under 18, e per tutte le altre selezioni, il percorso di crescita attraverso la nuova filosofia non sarà breve: «Il lavoro è stato per il momento impostato sull’ultima selezione – continua Rusconi - ma si cercherà di estenderlo anche alle under più verdi con la collaborazione degli altri allenatori: sarà un processo che richiederà tempo e punterà a dare un’organizzazione tecnica coordinata dalla base fino al vertice del settore giovanile».
    «Grazie a Rusconi e Colombo – interviene Ponti - il progresso dell’under 18 è stato rapido: partire da quel -23 e arrivare alla partita contro Legnano di questa settimana con la qualificazione già in tasca, eliminando Cantù e Robur, per me rimane una grande soddisfazione. Aggiungo che non ci siamo pianti addosso dopo aver perso Iaquinta e Calzavara, ma anzi abbiamo dato il benestare affinché gli stessi giocassero contro di noi durante la prima gara. Per ciò che concerne il lavoro societario mi preme ringraziare anche Claudio Coldebella, Toto Bulgheroni e Attilio Caja, sempre disponibili a venirci incontro nelle necessità della nostra attività».
    L’idea da sviluppare
    Entriamo nel vivo del progetto. Prima la meta dichiarata, poi la strada: «L’ambizione è di creare un settore giovanile che risponda agli standard di club blasonati come Real Madrid, Barcellona, Stella Rossa e Partizan, società con la quale a breve annunceremo un accordo di collaborazione – afferma l’imprenditore angerese - Non sarà facile, ma non saremo contenti se Varese non sarà almeno tra i primi tre vivai in Italia».
    Quattro le parole chiave: soldi, strutture, persone e conoscenza. Le ultime due afferiscono sia al capitale umano già in dote, sia a quello che verrà aggiunto tramite proficue collaborazioni con l’area della ex Jugoslavia. La base è stata posta: tre viaggi in Serbia, una spedizione slava a Varese di cui i giornali hanno già dato conto. «I vertici della nostra struttura hanno fatto un’ottima impressione agli addetti ai lavori che abbiamo incontrato. In Serbia ci hanno detto: “Avete un vero diamante e si tratta di Rusconi: allena come un allenatore serbo”. Loro conoscono il nostro passato e considerano Varese un brand ancora importante. Pertanto ci aiuteranno non solo permettendoci di avere dei loro giocatori da crescere, ma anche attraverso un interscambio di conoscenze, metodi e abilità, in particolare nel campo della preparazione atletica nel quale - per cura dei dettagli e professionalità - non sono secondi a nessuno. La strada è molto lunga ma ha un punto di arrivo: presentare a qualunque ragazzo, italiano o straniero, che dovesse scegliere la Pallacanestro Varese per costruire il suo futuro agonistico un’organizzazione pari alle squadre sopracitate».
    I giocatori stranieri
    Perché puntare anche (e sull’anche si veda il prossimo punto) sugli atleti stranieri? È sempre Ponti a ragionare a voce alta: «Perché attraverso la “contaminazione” con giocatori esteri che siano competitivi potremo far crescere meglio anche quelli italiani. L’obiettivo sarà di avere due stranieri per squadra (che è anche il limite imposto dal regolamento ndr) in ogni selezione, dall’under 13 all’under 18. Ci guadagniamo noi, ci guadagnano loro: con quattro anni di formazione trascorsi in Italia, questi giovani potranno diventare sportivamente italiani e avere prospettive più ampie per la loro carriera. Abbiamo appena raggiunto degli accordi di massima e contiamo di portare a Varese già due ragazzi nei primi mesi del 2018 (il termine ultimo per i tesseramenti è il 18 febbraio, ndr), in modo tale da non perdere la possibilità di iniziare il lavoro a partire da questa stagione agonistica. I tempi, però, sono corti e gli aspetti burocratici da affrontare sono molteplici. Aggiungo che non punteremo solo sugli atleti serbi o dell’area della ex Jugoslavia, ma anche al mondo ex sovietico e altrove».
    I giocatori italiani
    Estero ma anche Italia, perché le mire del reclutamento non saranno solo “esotiche”. Lo dimostrano due colpi già andati in porto. Il primo, quest’estate, risponde al nome di Lorenzo Naldini, prelevato da Cernusco sul Naviglio. Il secondo è Benjamin Noble, prospetto classe 2004 fresco di convocazione nel programma del Centro Tecnico Regionale curato da coach Guido Saibene, acquistato da Malnate: «Siamo riusciti a trovare un accordo con loro – afferma Fabio Colombo – Siamo contenti noi e sono contenti loro: è importante anche contare sulla soddisfazione delle società di provenienza».
    La scuola
    Il reclutamento, però, è un processo che non ha a che fare solo con il parquet. Dietro a un ragazzo, soprattutto straniero, che si trasferisce per iniziare una parabola nel basket ci sono tanti aspetti delicati da considerare. In primis la scuola: «L’aspetto scolastico per noi è e sarà fondamentale – continua Colombo - Siamo stati all’istituto Daverio Casula e abbiamo parlato con la preside Pizzato, la quale a braccia aperte ha sposato la nostra causa. Ciò significa che i giocatori che verranno da noi potranno frequentare questa scuola e anche il progetto che la stessa ha intrapreso con gli studenti stranieri in Italia. Stare in una classe con i pari età italiani può, almeno all’inizio, essere controproducente per un giovane straniero: il primo obiettivo deve essere quello di imparare l’italiano e tramite tale percorso specifico i nostri ragazzi saranno facilitati nel farlo. Al Daverio abbiamo trovato la collaborazione cercata, ma siamo in contatto anche con altre scuole con le quali avanzeremo il nostro progetto».
    L’accoglienza in famiglia
    Altra domanda di precipua importanza: dove andranno ad abitare i ragazzi reclutati e chi si occuperà di loro? Nel futuro c’è la creazione di una foresteria, nell’immediato il coinvolgimento delle famiglie: «Strada che considero migliore almeno per quanto riguarda i primi tempi del trasferimento – argomenta Gianfranco Ponti – Una volta ambientati possono anche andare in foresteria, ma ritengo che anche per un genitore sia più tranquillizzante l’accoglienza in famiglia». C’è un altro elemento da non sottovalutare: «Un punto a nostro favore sono le dimensioni di Varese. Per un padre o una madre è meglio mandare un figlio di 14 anni in una metropoli come Madrid, Barcellona o Milano o in una cittadina a misura d’uomo come la nostra?».
    L’etica nelle trattative
    Andiamo oltre. Rapporti con le società terze ed etica nelle trattative è un altro argomento evidenziato dalla nuova triade a capo del settore giovanile biancorosso: «A volte il problema sono i genitori, che si intromettono tra le società - è di nuovo Colombo a parlare – Non va bene: i genitori facciano semplicemente i genitori. Trovo assurdo che un padre venga da noi a dire “mio figlio gioca in un’altra squadra e vogliamo portarlo da voi”, cercando un accordo. E considero alla stessa stregua il contrario, cosa che abbiamo subìto sulla nostra pelle. Bisogna eliminare queste pratiche. Se a noi piace un giocatore, parliamo con la sua società: la famiglia poi deciderà, ma non sarà il primo interlocutore. Il cambiamento etico è fondamentale, anche per evitare gli screzi che ci sono stati negli ultimi anni».
    Le strutture
    Quello delle strutture è capitolo da cerchiare in rosso, perché «la loro disponibilità e qualità rendono credibile un progetto. E chi collaborerà con noi dall’estero pretende un upgrade importante sotto questa prospettiva» dice Ponti.
    Attualmente a Varese non esistono luoghi per fare sport in linea con le nuove ambizioni della Pallacanestro Varese: bisogna costruire. La zona sarà quella di Calcinate degli Orrigoni, vicino alla “cittadella sportiva” che al momento conta campi da calcio, di atletica e da beach volley: «Abbiamo più volte incontrato il Comune – afferma il “ministro” dell’attività giovanile varesina - e stiamo aspettando una conferma sugli spazi che avremo a disposizione per realizzare le nostre idee, che sono in primis quelle di edificare una palestra che sia anche la nostra sede e una foresteria vicino a essa. Serve una superficie ampia e dalla risposta del Comune capiremo se quello individuato è il posto adatto. Il progetto degli architetti è già nero su bianco, abbiamo avuto contatti con una banca per un finanziamento e l’intenzione è coinvolgerne anche un altro paio: dal giorno in cui ci daranno le autorizzazioni contiamo di realizzare l’opera entro 18/24 mesi». Qualche settimana fa si era parlato anche dei costi: 2,5 milioni circa per palestra, uffici e un campo esterno.
    Il budget
    A proposito di costi: per crescere bisogna spendere. Lo si è scritto prima ed è lo stesso Ponti a dichiararlo: «Noi oggi abbiamo un budget su base annuale di circa 250/300 mila euro, difficilmente comprimibile. L’idea è quella di arrivare più o meno al doppio. Se partiamo con il nostro progetto è perché i soldi ci sono: i miei e quelli che garantirò tramite gli sponsor».
    Fabio Gandini

  • simon89
    Massimo Galli respinge l'etichetta di sfida salvezza per il match di domenica tra la sua Pesaro e la sua ex Varese. Il 55enne coach varesino, coach dei Roosters post-Stella che si dimise a Natale del 1999 dopo 4 mesi difficili (ma anche l'ultimo trofeo vinto sul campo e appeso sulle volte del PalA2A), è tornato in serie A nell'estate 2017 come assistant coach della Vuelle, attuale ultima della classe insieme ad altre tre squadre. «Mi sembra prematuro parlare di scontro diretto; di sicuro noi saremo protagonisti fino in fondo della lotta per la salvezza visto che abbiamo il sedicesimo budget della serie A, mentre Varese mi sembra di un livello superiore. Come tutte le squadre che hanno scelto la formula 3+4+5 ha più profondità di rotazioni e di conseguenza più qualità; sicuramente è stata penalizzata dal calendario ma sono convinto che risalirà ben presto in classifica, speriamo non da domenica...».
    Per Pesaro ci sarà da soffrire anche quest'anno dopo 4 penultimi posti consecutivi?
    «Abbiamo un roster molto giovane, con 3 rookies e tre Under 20, che tra l'altro non ha mai giocato al completo; in casa comunque ci siamo espressi discretamente, bucando solo la gara contro Cremona. Con l'inserimento di Kuksiks ci aspettiamo una scossa emotiva da parte della squadra; ci siamo allenati bene durante la pausa e sappiamo che non possiamo permetterci un altro passo falso casalingo».
    Come inciderà la pausa per le Nazionali e quanto potrà dare subito il tiratore lettone?
    «Sia noi che Varese abbiamo disputato amichevoli per tenere alta la tensione agonistica, non credo che ci saranno scorie da smaltire. A noi la pausa è servita per l'aggiunta di Kuksiks; era comunque un giocatore in attività e dunque confidiamo possa darci subito un contributo importante, specialmente in attacco. Siamo ultimi nel tiro da 3 punti e le sue doti balistiche sono ben note...».
    Come giudica la squadra di Attilio Caja?
    «Ho visto giocare diverse volte Varese, finora hanno sbagliato solo la partita con Sassari e in tutte le altre occasioni se la sono giocata fino in fondo. Come da previsioni estive è una squadra che ha un'identità ben definita in termini di coralità e consistenza difensiva; se tutto andrà per il verso giusto potrà provare a competere per i playoff, anche nel caso peggiore però non mi sembra una squadra che rischi di essere invischiata nella lotta per la salvezza».
    Lei è stato responsabile delle giovanili di una Varese che vinceva scudettini e produceva giocatori, come giudica la situazione attuale?
    «Constato con piacere che con l'avvento di Gianfranco Ponti ci sia l'intenzione di investire nuovamente sulle giovanili: nel corso degli anni Varese è stata una fucina per lanciare giocatori. Per tanti motivi è più difficile rispetto al passato produrre talenti, però se le disponibilità economiche sono poche costruirsi giocatori in casa, direi almeno 2-3 elementi da inserire nei 12 della serie A, è una soluzione quasi obbligata per ottimizzare le risorse». 
    Giuseppe Sciascia

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