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simon89
L'Openjobmetis prova a coltivare sul campo il sogno playoff, ma la società lavora per provare a dare continuità al magic-moment garantito dalla cura Caja. Già in pieno svolgimento la battaglia del grano per definire il budget da utilizzare per costruire la Varese versione 2017-18. L'entusiasmo rigenerato dalle sei vittorie consecutive con tanto di salvezza assicurata non deve far dimenticare i travagli economici dei mesi scorsi e la necessità di far quadrare i conti al termine del 2016-17 (extrabudget di 200mila euro rispetto ai 4,4 milioni iniziali, più 100mila di mancati incassi; si auspica di recuperarne la maggior parte entro il 30 giugno). D'altra parte però il clima di fiducia ristabilito grazie ai risultati del campo fa gioco a chi si sta occupando di reperire i fondi per provare a trattenere lo zoccolo duro della squadra attuale. Per questo la società di piazza Monte Grappa sta provando a stringere con gli sponsor da rinnovare per sapere entro la fine del campionato in corso (la regular season termina il 7 maggio) se c'è disponibilità, e a quali condizioni, per proseguire il rapporto.
Il nodo principale riguarda l'abbinamento con Openjobmetis, sicuramente sensibile - prima in negativo, ora auspicabilmente in positivo - ai risultati del campo da legar- si agli interventi già effettuati e in divenire per dare una veste più aziendale alla Pallacanestro Varese e migliorarne la visibilità del brand. L'azienda di Gallarate, reduce da operazioni che ne hanno aumentato notevolmente la percentuale "flottante" in borsa, potrebbe avere però tempistiche non coincidenti con quelle del club biancorosso, sebbene l'auspicio in piazza Monte Grappa sia quello che la partnership possa proseguire per il quarto anno consecutivo.
E la ricerca del famoso "socio forte" da parte di "Varese nel Cuore"? Al momento le uniche certezze sono quelle di due nuovi consorziati da an- nunciare a breve e altri 4-5 da mettere nero su bianco entro il 30 giugno. Poi non ci sono dubbi sul fatto che uno scambio di vedute tra i vertici del consorzio e Gianfranco Ponti sia plausibile e auspicabile con le medesime tempistiche delle risposte richieste agli sponsor, verificando se esistono punti di contatto sufficienti per l'ingresso di un socio di maggioranza relativa a fianco degli attuali 58 multiproprietari. Ma il concetto è chiaro: prima di pensare a rinnovare i contratti dei giocatori, serve rinnovare quelli degli sponsor e avere certezze relative all'apporto della proprietà. Però se si vuole evitare di disperdere i protagonisti della "resurrezione" delle ultime 5 settimane, partendo da quell'Eric Maynor sul quale Attilio Caja costruirebbe volentieri la Varese futura, servirà la certezza in tempi rapidi di poter contare quantomeno sulle stesse risorse disponibili per la stagione in corso.
Giuseppe Sciascia
simon89
Dopo gli Indimenticabili, ecco i Resuscitabili. La miglior versione della Pallacanestro Varese da quattro anni a questa parte merita anch’essa un soprannome, soprattutto alla luce del fatto che ora può fregiarsi di un record della pallacanestro italiana: il maggior numero di vittorie consecutive (sei) partendo dall’ultimo posto. Lo avevamo già scritto la scorsa settimana, tagliato il traguardo dei cinque successi del fu fanalino di coda (dal 1987 un ruolino simile lo aveva avuto solo la Avellino di Pancotto, nel 2013), ma non ha fatto notizia. Un po’ come fatica sempre a fare notizia il coach che di questi Resuscitabili è stato lo scarto ontologico capace di colmare la distanza tra la morte e la nuova vita.
Vi raccontiamo la sua storia e quella dei suoi uomini. I Resuscitabili nascono, la prima volta (si intende), tra il luglio e l’agosto del 2016. Oggi, al culmine di questa orgia di felicità consecutiva, dobbiamo tutti delle scuse a coach Paolo Moretti, primo autore di tutte le scelte di mercato, e agli avvallanti-cooperanti dell’area tecnica (Claudio Coldebella, Toto Bulgheroni, Max Ferraiuolo): han fatto su un bel roster, non c’è che dire. Qualità diffuse, intercambiabili fra loro, la cui summa è una squadra divertente, pericolosa ed efficace.
Il problema è che l’allenatore toscano prova a credere nel gruppo da lui edificato giusto lo spazio di un paio di mesi di sconfitte. Poi lo molla. E i futuri Resuscitabili muoiono. Muore l’idea di un Maynor pietra angolare del progetto tecnico. Muore l’idea di un atipico come Eyenga da far giocare in un certo modo. Muore la speranza di sfruttare appieno le doti di un giocatore di sostanza come OD Anosike. Muore la grinta di Giancarlo Ferrero. Muore l’importanza difensiva di un Kangur con un anno in più sulla carta d’identità. Muore la volontà di plasmare una materia grezza come Pelle. Muore l’idea di un gioco veloce e divertente, muore l’esigenza di una difesa stagna come punto di partenza di ogni fortuna.
Tali e tanti sono i decessi in serie che gli inquirenti sono costretti a compiere delle indagini, le quali in sintesi trovano un solo, grande colpevole (oltre all’inadeguatezza intrinseca ed estrinseca dei singoli protagonisti), un unico, enorme paravento dietro al quale nascondersi dalle taglienti folate di un campionato andato in malora già a novembre: la partecipazione alla Champions League.
Andiamo avanti: arriva in città Dominique Johnson, perendo anch’egli poco dopo in circostanze misteriose. Funerali, commiato, sepoltura. Ben oltre l’estrema unzione, quindi, viene chiamato Attilio Caja e gli si chiede di ricominciare la stagione da 12 tombe e da un posto in classifica che ben presto - sulla scia dei necrologi della precedente gestione - diventerà l’ultimo. L’Artiglio accetta a una sola condizione: poter disputare il precampionato, anche se il calendario segna prima lo scorrere di gennaio e poi quello di febbraio. Così è: un paio di mesi di allenamenti duri dal punto di vista tecnico e fisico, un po’ di maquillage psicologico per saldare il gruppo ed eccoci arrivati a oggi. Ovvero a un secondo posto in classifica al pari con Milano e dietro solo a Trento (è la graduatoria del girone di ritorno). No, eh? Avete ragione: siamo undicesimi e per l’ennesimo anno a maggio guarderemo gli altri giocare (a meno di nuovi miracoli). D’altronde era già tutto scritto: non esiste resurrezione senza morte.
Fabio Gandini
simon89
L'Openjobmetis è pronta a premiare Attilio Caja per la missione salvezza portata a termine in largo anticipo. La società di piazza Monte Grappa dovrebbe annunciare a breve l'eliminazione della clausola d'uscita prevista entro metà maggio dal contratto stipulato con il coach pavese lo scorso 23 dicembre. Togliere l'escape a pagamento attraverso la quale Varese potrebbe rescindere l'accordo valido fino al 30 giugno 2018 significherebbe formalizzare la conferma di "Artiglio" anche per la stagione prossima. Una mossa che al momento sembra scontata dopo le sei vittorie consecutive che hanno permesso ai biancorossi di passare dall'ultimo posto del 26 febbraio all'attuale undicesima piazza, a due sole lunghezze dai playoff. Ma che messa "nero su bianco", attraverso un tratto di penna sulle righe piccole del contratto già in essere, avrebbe un valore simbolico per dimostrare gratitudine e stima nei confronti dell'uomo della svolta.
Nessun dubbio che sia stato Caja l'artefice primario della clamorosa inversione di tendenza dell'OJM, trovando a poco a poco la ricetta giusta per far rendere al meglio un gruppo che nell'era Moretti sembrava tecnicamente mal assortito. Il tecnico pavese ha utilizzato gli stessi "ingredienti" (al netto del correttivo Johnson per Johnson avuto dal coach di Arezzo solo per tre partite) che nella passata gestione non si erano mai amalgamati per confezionare una pietanza davvero succulenta dopo un lungo periodo di preparazione. E ancora una volta sbaglia chi indica nella Champions League il fattore determinante dei travagli dell'era Moretti e nella sua conclusione la chiave di sblocco per la rifioritura dell'ultima fase dell'era Caja: la coppa è stata l'effetto e non la causa dei problemi di Varese.
Alla prova dei fatti è stato un errore affrontare il doppio impegno con giocatori poco adatti a recuperale le fatiche in tempi ristretti come Maynor, Kangur e Campani. Per non logorare elementi da centellinare sul piano fisico, il coach toscano aveva puntato su una gestione conservativa dei ritmi di allenamento che, però, si riverberavano sulla condizione atletica generale (e in particolare degli elementi "amministrati"). Caja ha decisamente aumentato l'intensità del lavoro in palestra, pagando anche dazio (vedi i finali a fari spenti con Torino e Sassari) prima di arrivare all'attuale condizione ottimale di tutti gli effettivi per un'OJM capace di mettere a frutto la sua ritrovata freschezza atletica sotto forma di una difesa aggressiva in grado di alimentare il contropiede.
Per "digerire" la Champions sarebbe servita una squadra anagraficamente più fresca, come quella che nel 2015/'16 ha raggiunto la finale di FIBA Cup con i suoi 24,7 anni di media. Il regime di una partita a settimana ha funzionato da tonico per Maynor, e l'attacco costruito con circolazione di palla e movimento degli uomini negli spazi anziché con l'abuso di pick&roll in situazioni statiche è stato perfetto per far sposare ai singoli l'identità corale predicata da "Artiglio". Mai come in questo caso si può dire che il coach si è guadagnato la conferma sul campo...
Giuseppe Sciascia
simon89
Dopo la sesta vittoria in fila pensate che siano finiti gli aggettivi? Tranquilli, per questo capolavoro di derby li troviamo, eccome se li troviamo. Per questi dodici giocatori vestiti di rosso e per il loro condottiero tutto d’un pezzo in giacca e cravatta: per quelli che dopo 10 anni 10 sono stati capaci di espugnare la Brianza, riportando ai tifosi obbligati ingiustamente a rimanere a casa una gioia immensa. Impagabile. Agognata.
Al Pala Desio vince la Openjobmetis di un maestro che ha insegnato a una squadra perdente, clamorosamente perdente, come si diventa spietata. Un maestro che legge le partite come nessuno, che motiva come nessuno, che dà disciplina come nessuno. Al Pala Desio vince la Openjobmetis di un leader ritornato a essere un giocatore che l’Italia cestistica intera ci invidia: si chiama Eric Maynor e ieri sera ha scherzato chiunque si parasse sulla sua strada (24 punti, 7 assist). Al Pala Desio vince la Openjobmetis unita, compatta, ricca che la cura dell’Artiglio ha restituito a chi la ama: nella giornata difficile di un Johnson “saldato” dagli avversari, esce un Eyenga attaccante (25 punti) mostruoso e inarrestabile, con vicino un Anosike professore sotto i tabelloni (10 punti, 13 rimbalzi e un JJ Johnson contenuto), e un Pelle maturo e utile (10 punti e 6 rimbalzi). Al Pala Desio vince la Openjobmetis che gioca bene a pallacanestro, che diverte, che si impone sui contendenti a rimbalzo, che dà il ritmo e ti obbliga a seguirla. Vince una magia di squadra che ti chiedi come abbia fatto a nascere dalle ceneri di un ultimo posto. Vince un sogno.
Ora alla salvezza manca solo l’aritmetica (Cremona dovrebbe fare 5/5 per raggiungerci), il cielo (ovvero i playoff, dove faremmo la nostra porca figura con un esercito così) è a due punti (ma anche a tanti doppi confronti persi…). Vada come vada, l’importante è fermare il momento: una Varese così non si vedeva da anni. La cronaca. La dimensione interna dei padroni di casa fa il pieno nei primi minuti di gara: JJ Johnson segna e arma gli esterni per il primo strappo biancoblù, subito ricucito da un canestro e fallo di Eyenga in velocità.
Se l’ala-centro americana di Cantù è e rimane un problema per la difesa biancorossa (10 punti nei primi sei minuti per lui), vero è che gli uomini di Caja in attacco riescono a leggere bene la difesa schierata e corrono appena ne hanno l’occasione. La summa è una partita veloce e divertente e un parziale di 8-15 da parte di Varese, nel quale si segnalano i cesti di Eyenga, Maynor e Pelle (15-23 al 7’). Recalcati ferma la partita e ne viene fuori una Mia più combattiva in difesa e concreta in attacco: Dowdell e Calathes ricuciono così il parziale (24-26 al 10’).
Le bombe di Cournooh e Calathes inaugurano la seconda frazione e spingono avanti Cantù (33-28), mentre tra le file varesine si rivede Avramovic dopo tanti “n.e”. Ferrero scrive il 33-32, ma la serie firmata da Dowdell e Pilepic (in mezzo un tecnico rifilato a Caja per proteste) mette le ali alla squadra dell’ex ct italiano, che vola fino al +7 (42-35 al 15’). La Openjobmetis potrebbe accusare il colpo, invece reagisce: prima è Maynor a salire in cattedra (14 punti segnati al 19’), poi è la corsa libera di un clamoroso (anche in difesa) Eyenga a riassorbire il margine dei padroni di casa e a far rimettere la testa avanti agli ospiti (8-0 di parziale, 42-43 al 18’). Dopo il timeout di Recalcati è di nuovo il congolese a timbrare, prima di un canestro di Acker e del libero di Pelle a fissare il 44-46 di metà gara.
Botta e risposta dopo la pausa lunga (46-48), poi Varese decide di girare il match dietro e di essere sinfonia davanti: la Mia si blocca contro la dura uomo di Caja, mentre dall’altra parte della luna sono i pregevoli assist di Johnson per Anosike, di Eyenga per lo stesso centro e di Maynor per Johnson a suonare una musica che vale 50-56 del 25’. Non è finita: Eyenga va a schiacciare il + 10 (50-60 al 26’), Maynor addirittura il +12 (50-62).
Tutto troppo facile? Infatti: Darden, Calathes e Quaglia reagiscono e in un amen riaccendono il PalaDesio (58-63 al 29’). La folata biancorossa sul finire del terzo quarto è tuttavia perentoria e ha la faccia scanzonata di Eyenga: 6-0 e di nuovo +11 (58-69).
Su questo slancio gli ospiti chiudono il match: Johnson trova una tripla mai trovata prima, Maynor insegna basket e incanta, Eyenga è in un’estasi che gli permette di fare quello che vuole, Anosike umilia Johnson e non gli fa più vedere la boccia. Devastanti. In sei minuti si vola a +16 (63-79) e non ci si volta più. Finisce 72-85, ribaltato anche il parziale dell’andata (-10).
Fabio Gandini
simon89
L'Openjobmetis si regala una sera da grande. La compagine di Attilio Caja allunga a quota 6 la striscia vincente, sfatando dopo 10 anni il tabù esterno nel derby contro Cantù. Pur senza il supporto dei tifosi (che hanno però caricato la squadra presentandosi alla partenza da Masnago), Varese ribadisce la sua stellare condizione psicofisica imponendo la legge del suo atletismo sul campo di una Mia schiacciata dal predominio fisico biancorosso. Se la sconfitta dell'andata aveva consacrato lo psicodramma di una squadra in crisi di identità, l'imperioso successo del PalaDesio legittima la "resurrezione" di quella che al momento attuale è senza tema di smentita la miglior Varese delle 4 stagioni post-Indimenticabili.
L'OJM conduce il match con grande lucidità, punendo la cavalleria leggera di Cantù con soluzioni ad altissima percentuale (58% da 2 alla fine) nei secondi finali dell'azione, mentre in retroguardia - con Anosike e Pelle che riducono ai minimi termini lo spauracchio JaJuan Johnson - la graffiante aggressività biancorossa e decisiva per accendere il motore del contropiede e spaccare la partita dopo l'intervallo. Varese aveva già provato ad affondare i colpi nel primo quarto ( 15-23 all'8' dopo il 7-2 iniziale) con un Maynor cattedratico ad innescare Anosike ed un Eyenga incontenibile in penetrazione e irresistibile in difesa a spingere in campo aperto. Ma la pioggia di triple costruite dalla Mia a cavallo tra primo e secondo quarto aveva creato un contro-break pericoloso (33-28 al 14' e ancora 42-35 al 16'), col duello Dowdell-Maynor a scaldare le retine. Importante lo 0-10 nel finale del secondo quarto per ridare a Varese l'inerzia a metà gara. E poi la squadra di Caja ha calato la saracinesca, concedendo solo 17 punti in 15' a Cantù con Eyenga e Johnson a garantire benzina per le ripartenze di Maynor (anche 7 assist): partita spaccata in velocità dagli ospiti (48-59 al 27') e poi chiusa da una serie di giocate di classe pura del play ex Oklahoma City e dell'ala congolese (61-74 al 34').
L'OJM ha giocato una gara solida e matura, vincendo a mani basse il duello sotto i tabelloni (43-29 a rimbalzo e 50-28 nei punti in area), con una suddivisione delle responsabilità offensive e una condivisione dell'energia difensiva da squadra di alto livello. Dopo la pausa per la Coppa Italia, qualcosa è scattato dentro lo spogliatoio per dimostrare che la squadra non meritava l'ultimo posto: la Varese delle 6 vittorie consecutive vale ampiamente più dell'attuale undicesima piazza, anche se ora il calendario propone una vera e propria parete di sesto grado (Reggio Emilia, Trento e Venezia) che rende ancora molto difficile il sogno playoff. Però domenica al PalaBigi si potrà giocare a mente sgombra e senza più lo spettro della retrocessione, che per almeno 2 mesi è stata scomoda compagna di viaggio dell'ambiente biancorosso. Servivano 12 punti in 11 partite, e l'OJM trasformata da zucca in carrozza dalla bacchetta magica di Attilio Caja ha messo in cassaforte la quota necessaria in sole 6 gare. Ora è giusto provare ad alzare lo sguardo, senza aspettative eccessive ma con la giusta voglia di alimentare il più a lungo possibile un magic-moment esaltante come la città e l'ambiente non viveva da tanto (troppo) tempo.
E per chi deve giocare ora la battaglia del grano per fare in modo che la Varese 2017-18 possa non essere troppo diversa da quella che ogni settimana risale una posizione in classifica, l'esaltante rimonta della truppa di Caja è un assist prezioso per cavalcare l'onda dell'entusiasmo.
Giuseppe Sciascia 
simon89
E adesso sarebbe fin troppo semplice dire le cose che si dicono in questi casi. Che il derby senza tifosi è una porcheria, che la pallacanestro italiana non è ancora morta perché esistono queste sfide - e un po’ di sana rivalità campanilistica - a mantenerla in vita.
La realtà è che non ci abbiamo creduto nemmeno per un istante: sapevamo già, ce lo sentivamo, che la trasferta a Cantù per i tifosi di Varese sarebbe stata vietata. Di questi tempi, eliminare il problema alla radice è più semplice che provare in qualche modo a risolverlo. Gli ultimi anni ci hanno raccontato di sfide che, quando sono state aperte alle tifoserie ospiti, si sono portate dietro strascichi di tensione e problemi: dai petardi fuori dal Pianella all’auto di Roberto Cimberio (con famiglia all’interno) presa a calci. Oggettivamente difficile pensare a una soluzione differente.
Per cui, evitiamo questa pagliacciata dell’attesa, in futuro. Evitiamo le prevendite aperte su internet, evitiamo i biglietti liberamente acquistati che adesso dovranno essere rimborsati, evitiamo di aspettare fino al venerdì (due giorni prima di una partita calendarizzata da mesi), evitiamo di prendere in giro la gente e diciamolo chiaro e tondo. Varese e Cantù, d’ora in avanti, si giocherà senza i tifosi ospiti.
Con buona pace del fatto che a Varese anni fa si siano spesi dei quattrini (li ha spesi la società) per costruire una gabbia a prova di kamikaze dove stipare i teppisti provenienti d’ogni parte del mondo. Con buona pace del fatto che domani sera non si giocherà al Pianella (vetusto, oggettivamente difficile da controllare, e finalmente pensionato) ma a Desio: un impianto moderno, dove gestire l’ordine pubblico dovrebbe essere teoricamente più semplice. Questo è lo sport di oggi: più brutto, e per mille motivi, rispetto a quello di vent’anni fa. E facciamo un sano mea culpa tutti quanti - dirigenti, tifosi, giornalisti, ultras, agenti, giocatori, allenatori - perché una fettina di colpa ce l’abbiamo. Non ci siamo accorti, probabilmente, che stavamo tirando un po’ troppo la corda. E ora, eccoci qua: un derby silenzioso e quindi un “non derby”. Facciamoci l’abitudine, perché il calore di certe sfide resterà sempre di più un ricordo lontano. E per un po’ si canterà ancora il “cata su”: ma a furia di cantarselo da soli, si smetterà di fare pure quello.
Francesco Caielli
simon89
Attilio Caja chiede l'ultimo colpo di reni alla sua Openjobmetis per raggiungere la fatidica "quota 22" indicata come traguardo salvezza. Riuscirci nel derby contro Cantù sarebbe una doppia soddisfazione per il tecnico pavese: «Siamo sul rettilineo finale ma dobbiamo ancora tagliare il traguardo: contro Capo d'Orlando abbiamo fatto un altro passo importante verso la salvezza, raccogliendo l'entusiasmo di un pubblico che ci ha gratificato tantissimo nel premiare i nostri sforzi. Adesso manca lo sforzo finale, e sarebbe bellissimo coronare la missione salvezza nel derby: è la prima opportunità per chiudere i conti, ma basta ricordare che Varese non vince a Cantù da 10 anni per evidenziare le difficoltà di questo impegno».
Artiglio" sottolinea le qualità della Mia e le abituali necessità per allungare a quota 6 la striscia vincente: «Cantù era considerata come una pretendente per i playoff con talenti come Johnson, Darden e Dowdell e tanti giocatori interessanti come Cournooh, Acker e Pilepic. È una squadra temibile con ottime individualità, ma non cambierei nessun giocatore della Mia con quelli della mia squadra attuale, e lo considero un complimento per i miei. Siamo fiduciosi e consapevoli delle nostre possibilità per giocare una partita di grande impatto. Peccato per la mancanza dei tifosi ospiti: noi in campo e i tifosi fuori avrebbero garantito una cornice emotiva in grado di esaltare l'evento».
Sul fronte opposto Carlo Recalcati chiede ai suoi una prestazione difensiva importante per compensare il gap atletico: «Varese ha raggiunto la miglior condizione nell'ultimo periodo, dovremo essere pronti a giocare una gara di grande energia. Ci sono tutti i presupposti perché sia una bella partita; al momento il gap atletico è a noi sfavorevole, dovremo compensare con una difesa aggressiva che ci permetta di giocare in campo aperto».
Di sicuro Varese avrà la spinta motivazionale supplementare di voler riscattare lo stop dell'andata: «Ci teniamo in particolare per i tifosi, che ci hanno sempre seguito con calore ed affetto. L'impegno sarà massimo come al solito ma riuscire a dar loro una gioia che manca da 10 anni sarà un ulteriore stimolo mentale. Cantù aveva fatto bene al PalA2A e sarebbe bello per noi pareggiare i conti» spiega Attilio Caja, che vivrà il primo derby con i brianzoli sulla panchina biancorossa contro un veterano di lunghissimo corso come Carlo Recalcati, bandiera di Cantù da giocatore (vi ha militato dal 1962 al 1979) che ha guidato Varese dal 1997 al 1999 e dal 2010 al 2012: «Avrò disputato una settantina di derby e la bilancia pende dalla parte di Cantù, ma non dimenticherò mai lo scudetto della Stella, così come non dimenticherò che Varese è la società che mi ha lanciato come allenatore ad altissimo livello». 
Giuseppe Sciascia
simon89
Non usa mezze misure Attilio Caja, ed è un bene che si sia espresso in questi termini. Un derby senza tifosi è un mezzo derby, e la scelta di vietare ai tifosi varesini la possibilità di assistere dal vivo è stata tardiva e discutibile: «Peccato per questo divieto, che mi sembra una scelta di comodo, senza senso. Evidentemente per qualcuno è meglio lavarsi le mani. Ci si toglie una responsabilità, ma se tutti facessero così nel proprio lavoro e non si prendessero mai responsabilità, non andremmo da nessuna parte. C’è grande rammarico, perché sarebbe stata una bella pagina di sport. Noi abbiamo un pubblico caloroso, ma da quello che ho visto in questi due anni è un pubblico civile e partecipe. Credo inoltre che giocando a Desio, in un palazzetto grande e con una capienza notevole, le problematiche potevano diminuire. Prendiamo atto con rammarico, perché sarebbe stata una bellissima cornice. Questo è il bello dello sport in Italia, togliere queste rivalità che sono il sale dello sport è un vero peccato. Ho visto spesso dal vivo il derby Roma-Lazio con le curve piene, e vederlo con le curve vuote è invece più triste».
Archiviata non senza rammarico la notizia del divieto, il discorso si sposta sul piano tecnico: «La vittoria contro Capo d’Orlando ci ha gratificati del lavoro fatto ed è stato un altro passo verso il nostro obiettivo, la salvezza. Siamo sul rettilineo finale, dobbiamo solo tagliare il traguardo e la prima opportunità per farlo è il derby. È da 10 anni che Varese non lo vince in trasferta, e solo questo dato dimostra quanto sia difficile. Cantù ha grande talento ed è cresciuta molto: Johnson non si discute, poi c’è Darden che all’andata aveva fatto molto bene, Cournooh si è inserito alla grande e sta tirando con medie altissime, anche Acker è in crescita. Poi hanno altri giocatori come Pilepic, di cui Pozzecco mi ha parlato bene, Dowdell che è un grande uomo squadra oppure Callahan che conosco molto bene e Calathes. Noi li rispettiamo ma siamo fiduciosi in ciò che possiamo fare. Non invidio nessuno perché nonostante il talento di Cantù io sono contento dei miei giocatori enon li cambierei con nessuno». Per Caja, oltretutto, è il primo derby con Cantù da inquilino della panchina di Varese: «Ne ho fatti tanti ma contro Cantù, sulla panchina di Varese, è il primo. Loro avevano fatto bene qua, sarebbe bello recuperare quantomeno per fare 1-1».
Alberto Coriele
simon89
A vederlo oggi, quando si mette in posa dopo aver fatto piovere nei canestri avversari, più che tre mesi sembrano passati tre anni. Quindici dicembre 2016, Galliate Lombardo, Fattoria “Il Gaggio”, presentazione ufficiale del nostro: fuori una nebbia che cancella addirittura il lago, dentro una tristezza da funerale del basket. Dominique abbozza un sorriso davanti ai flash, poi viene sommerso dalle domande “nere” dei cronisti: «Ma lo sai che sei arrivato in una squadra che continua a perdere?». E quel sorriso scompare, come il lago in una giornata di nebbia.
Riapparirà, eccome se apparirà. Dopo cinque vittorie consecutive all’attivo, un ruolino di marcia da capocannoniere e la primavera che bussa alle porte di Masnago. Storia di DJ, o Dom, o Nique: se volete farvelo amico non parlategli del suo recente passato («No, sull’Alba Berlino non vi dico nulla...»), né del suo prossimo futuro («Rimanere? Come faccio a dirlo ora?»). Basta il presente, basta un sorriso.
Johnson, partiamo da un “fotogramma” che ci ha incuriosito: domenica, quando ha messo il canestro decisivo (la penetrazione con il fallo subito intorno al 40’) si è girato e lo ha dedicato alla panchina. Come mai?
Il coach mi aveva detto nel time-out di pochi secondi prima che avevamo bisogno di un canestro e io mi sono concentrato per realizzarlo, per trovare quei due punti decisivi. Così mi sono girato e ho voluto dedicarglielo.
Com’è il suo rapporto con Caja?
Buono, da lui sto imparando molto. Si complimenta quando faccio bene, ma allo stesso tempo mi corregge ed è puntuale nell’aiutarmi quando sbaglio. Io prendo tutti i suoi insegnamenti ed i suoi consigli nella maniera giusta, perché so che con lui posso solo migliorare.
È arrivato in un momento difficilissimo per la squadra e per la società, con un ambiente dimesso e risultati che non arrivavano. Lei stesso inizialmente pareva confuso, incapace di incidere. Ora è tutto diverso, è tutto cambiato...
Era proprio l’inizio, avevo tante cose in testa e stavo cercando di abituarmi ad una nuova città e ad un nuovo gruppo. È cosi quando arrivi: hai nuovi rapporti da instaurare e cerchi di trovare un feeling con tutto e tutti. Ora ogni cosa va a gonfie vele, davvero.
Anche il rapporto con i suoi compagni di squadra, dentro e fuori dal campo?
Sì, siamo un funny team, una squadra divertente. Ci sono tantissime personalità diverse e spesso non è semplice conciliare tutte queste differenze. Però vedo uno spogliatoio unito: tutti comunicano e stanno bene insieme, anche fuori dal campo. C’è una bella chimica anche quando usciamo dal palazzetto, e quando c’è un bel rapporto fuori dal parquet non puoi che trovarti bene anche dentro.
Cinque vittorie consecutive (Pistoia, Avellino, Pesaro, Brescia e Capo d’Orlando): qual è stata la più complicata a suo giudizio?
Direi Brescia, soprattutto perché dopo il blocco del cronometro loro sono rientrati, ci hanno recuperato diversi punti ed erano molto vicini quando mancavano due minuti al termine. Potevamo chiudere facilmente quella gara, però si è trasformata nella più difficile quando il tabellone si è fermato e li ha fatti rientrare.
I tifosi ammirano la sua capacità di segnare, ma allo stesso tempo la sua abilità difensiva: quanto è importante nel suo gioco l’applicazione in retroguardia?
La difesa è parte del mio gioco ed ogni gara disputata qui è una dura prova: non è semplice marcare le guardie avversarie. Cerco di metterci energia: nella partita casalinga contro Pesaro, ad esempio, sono riuscito a concludere una bella giocata difensiva, costringendo il mio avversario oltre i 24”. Mi ha motivato, mi ha caricato parecchio quell’azione.
Come si trova a Varese dopo questi primi tre mesi?
Sono già passati tre mesi? Il tempo passa in fretta. Per ora molto bene. È stata dura all’inizio, ma mi trovo davvero molto bene.
Dopo un periodo di adattamento ha preso le misure con il gioco ed il ritmo italiano: cosa ne pensa del nostro campionato?
Sto acquistando familiarità, mi sto abituando, anche per quanto riguarda il metro arbitrale. Sono “quello nuovo”, e devo tanto ringraziare Massimo Bulleri che mi aiuta ogni giorno e mi riempie di consigli. Il “Bullo” ha esperienza, mi dice «quello lo puoi fare, quello no», è come un mentore, è un coach in campo. Ha chiaramente più familiarità di me con il campionato e mi guida in ogni azione. Comunque mi piace la lega italiana, devo dire: è più veloce di altre.
Ecco: ha giocato anche in Polonia, Israele e Germania. Differenze?
Come detto, quello italiano è il campionato più veloce. Quello turco non si adatta propriamente alle mie caratteristiche, in Germania il gioco è un po’ più controllato mentre qui riesco a giocare al mio ritmo. Il più fisico è sicuramente quello polacco, in Israele - infine - mi è sembrato di essere come a casa...
Com’è stata la sua infanzia?
Sono nato e cresciuto a Detroit, ma uscirne è stata una benedizione. Devo ringraziare mio padre che mi ha portato fuori dalla città, perché non so se sarei vivo in questo momento. Mi ha permesso di andare a scuola e di seguire la mia carriera. I posti che ho visitato lavorando sono incredibili, da piccolo mai avrei pensato che sarei andato all’estero a giocare a pallacanestro... Ora questa è la mia vita e non la cambierei mai.
Quali sono i sogni per il prosieguo della sua carriera, Dominique?
Mi piacerebbe vincere dei campionati. I traguardi individuali sono belli, ma quelli di squadra hanno un sapore diverso. Ho vinto una coppa in Polonia, sono arrivato alle Final Four in Israele, tutte esperienze che inserisco nel libro dei ricordi. I record individuali si possono superare, cancellare, mentre un campionato che hai conquistato non te lo porta via nessuno. Sarebbe un sogno.
Domenica si va a Cantù, una match duro, sentito, storico: cosa sa a riguardo del derby?
Me ne hanno parlato ma sinceramente non conosco di preciso la rivalità tra le due squadre. Però in questo momento, nella situazione che stiamo vivendo, ogni partita è importante, non solo quella con Cantù. Per quello che stiamo facendo ora ogni singolo match ha un suo significato. In ogni caso sono pronto e carico per affrontare il derby.
Cosa si può fare per tenerla qui anche per la prossima stagione?
È presto per parlarne. Ci mancano sei partite di campionato, voglio concludere la stagione al massimo, dando il meglio e cercando di aiutare la squadra a vincere ed a migliorare la classifica attuale. Non sto pensando alla prossima stagione, non lo farò fino a luglio credo. Tornerò a casa e solo a quel punto mi concentrerò su ciò che potrà accadere l’anno prossimo.
Alberto Coriele e Fabio Gandini
 
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