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VareseFansBasketNews


  • simon89
    Paolo Moretti fa causa alla Pallacanestro Varese. L’ex allenatore della Openjobmetis, esonerato a fine dicembre 2016, ha adito il Collegio permanente di conciliazione e arbitrato presso la Lega Basket per ottenere dalla società biancorossa gli emolumenti relativi al terzo anno del contratto firmato tra le parti nell’estate 2015.
    Un breve excursus permette di capire meglio la vicenda. All’inizio del loro rapporto Moretti e Varese si erano detti sì per tre stagioni: nell’accordo era tuttavia stata inserita un clausola d’uscita esercitabile a pagamento alla fine della seconda: quella che viene definita “buyout” o penale (nella fattispecie dell’ammontare di circa 25 mila euro) e che sarebbe servita nel caso in cui uno dei due contraenti avesse voluto disfarsi anticipatamente del vincolo contrattuale.
    Così ha fatto piazza Monte Grappa: dopo l’esonero, avvenuto a metà della seconda stagione, ha corrisposto al coach toscano il salario dovuto fino al mese di giugno 2017, poi ha manifestato nei termini di legge, tramite raccomandata, l’intenzione di uscire dall’ultimo anno di contratto. Infine ha materialmente pagato il buyout di cui sopra.
    Su quest’ultimo punto, però, verte l’intera questione diventata legale: i soldi della penale esercitata sono stati elargiti all’ex dodici giorni dopo la scadenza prevista per il 10 luglio 2017.
    Alla luce di questo ritardo Moretti si considera ancora l’allenatore in carica e - come tale - pretende tutti gli stipendi relativi alla stagione in corso. Non una cifra da poco, considerato anche il “costo azienda”.
    Fabio Gandini

  • simon89
    La Pallacanestro Varese continua a soffrire di "mal di canestro". La pausa per la Nazionale non ha guarito la truppa di Attilio Caja dalle sue attuali difficoltà balistiche: l'amichevole ufficiale contro la Vanoli Cremona ribadisce la crisi dell'attacco biancorosso quando si tratta di finalizzare la manovra a metà campo. Varese ci mette volontà e intensità, pur con qualche sbavatura di troppo (18 perse); ma se le esecuzioni complessivamente lucide non producono punti sul tabellone per via del gelido 5/23 totale dall'arco, gli sforzi corali vengono vanificati dal ripetuto "clang" del ferro.
    Così l'inizio tambureggiante davanti ai 700 spettatori di un PalaSafco "dipinto" dai colori biancoblù dell'esercito dei mini-atleti del Basketball Gallaratese (8-1 al 3' e 14-7 al 5') non trova seguito per i ripetuti errori nel tiro da fuori. Varese comanda alla prima sirena (20-14 al 10') grazie ai secondi tiri in serie, ma appena Cremona protegge meglio il tabellone non ha più l' unica boccata d'ossigeno offensivo necessaria per tenere ii comando. La Vanoli prova ad allungare (25-30 al 16') ma il finale di tempo trova soluzioni lucide da dentro l'arca (38-34 al 20').
    Dopo l'intervallo buio pesto, con l'attacco che produce 4 punti in 7' e macina palle perse banali punite in campo aperto dalla Vanoli (42-47 al 25'). Due triple di Waller valgono il 50-49 alla terza sirena, ma senza continuità dagli esterni e con troppi errori da distanza ravvicinata Varese va di nuovo in affanno, mentre Cremona capitalizza qualche invenzione delle sue punte Johnson Odom e Travis Diener e prende un piccolo margine a metà quarto periodo (55-62 al 36'). Un finale arrembante di Wells riporta a tiro la truppa di Caja (62-63 a meno 36"), ma nel gioco finale dei tiri liberi Drake Diener è freddo mettendo i punti-sicurezza per tenere a distanza Varese (l'1/2 con 3" sul tabellone lascia solo un tentativo da 20 metri ad Okoye).
    Volontà sì, esecuzioni sì... ma canestro no: crisi di fiducia passeggera, da risolvere cercando di spingere maggiormente sull'acceleratore per aumentare le opportunità in transizione, o primi sintomi di limiti strutturali di un gruppo che prova a sopperire con dedizione e disponibilità al lavoro a un tasso qualitativo non elevatissimo? La verità probabilmente sta nel mezzo; in vista della delicata trasferta di Pesaro serve lavorare ancora più "forte e duro" per togliere il tappo dal canestro e conquistare due punti che rigenerino la fiducia.
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    La Pallacanestro Varese riprende confidenza con l'agonismo sfidando la Vanoli Cremona. Match ufficiale oggi a Gallarate (palla a due alle 18,30 in via Sottocosta, ingresso gratuito) tra la compagine di Attilio Caja e la truppa del et. della Nazionale Meo Sacchetti reduce dall'eccellente abbrivio della sua nuova avventura in azzurro. Si tratta del retour-match dell'amichevole svolta ad inizio settembre che inaugurò ufficialmente la stagione casalinga della formazione cremonese; la sfida di campionato è ancora lontana (il calendario la prevede alla quattordicesima giornata, l'andata si giocherà il 7 gennaio al PalaRadi) e dunque si giocherà a viso aperto per togliersi di dosso la ruggine accumulata nei 10 giorni senza partite ufficiali.
    Per Ferrero e compagni sarà la prova generale in vista dell'importante trasferta di domenica a Pesaro: c'è da cancellare la brutta prova casalinga contro Sassari, ma soprattutto c'è da inaugurare la casella delle vittorie esterne sul campo di una diretta concorrente in chiave salvezza, pur rinforzata dalla vecchia conoscenza Rihards Kuksiks che sbarcherà oggi nelle Marche in vista del debutto contro la squadra che lo fece debuttare in Italia nel 2015-16. Dunque stasera sarà un test in grado di dare spunti di rilievo in una cornice stimolante, visti gli sforzi dei padroni di casa del Basketball Gallaratese per rendere memorabile l'evento.
    La società del presidente Thomas Valentino (storico abbonato biancorosso e frequentatore del parterre del PalA2A) ha allestito un palcoscenico di lusso per il match di stasera che porterà sulle tribune dell'impianto di via Sottocosta tantissimi atleti del florido vivaio biancoblù: «Per noi è una grande soddisfazione poter ospitare la Pallacanestro Varese, offrendo questo evento di richiamo ai 400 atleti delle nostre giovanili e alle loro famiglie - spiega il presidente del Basketball Gallaratese - Per questo abbiamo preferito privilegiare l'aspetto promozionale dell'iniziativa, evitando di lucrare sul richiamo della serie A tra la squadra più amata della provincia e quella del et. della Nazionale: l'ingresso sarà gratuito per tutti perché vogliamo che sia una grande festa di sport».
    Motivo in più per onorare al meglio l'amichevole di stasera nell'ottica di aumentare l'appeal della squadra di Caja nell'intera provincia: dopo gli allenamenti della scorsa settimana a Gazzada, Vedano Olona e Gorla Maggiore con un nutrito seguito di curiosi in tribuna, il match di stasera a Gallarate rappresenta un'altra ghiotta opportunità promozionale per coinvolgere nuove generazioni di tifosi.
    Giuseppe Sciascia 

  • simon89
    Cominciamo dalla fine. Ovvero da una delle (poche) buone notizie arrivate sulla riviera adriatica negli ultimi tempi. A Pesaro sta per approdare Rihards Kuksiks, vecchia conoscenza biancorossa con il vizio del canestro (se oltre l’arco da tre punti è meglio: 46% dalla lunga in campionato nella sua parentesi varesina): a ieri mancava ancora il nulla osta della società di provenienza (i lituani del Nevezis) e poi ci saranno anche le visite mediche da superare, ma l’ala lettone potrebbe e dovrebbe fare in tempo a esordire domenica contro la sua ex squadra.
    L’ormai più che probabile addizione di valore al roster di Spiro Leka (non scriviamo di un campione, certo, ma si tratta comunque di un giocatore affidabile) è stata accolta dall’ambiente che gravita intorno a una delle più storiche e rinomate realtà del nostro basket come un raggio di sole in mezzo a nubi piuttosto dense.
    Il viaggio nel mondo della prossima avversaria della Openjobmetis di Attilio Caja si deve pertanto fare con l’ombrello ben aperto. Infortuni, mancanza di sponsor, competitività altalenante: piove. Come spesso è accaduto negli ultimi anni prima che un’indomita capacità (dirigenziale e forse addirittura atavica, ripensando ai fasti di un passato rinomato che non muore almeno nella voglia di lottare fino in fondo) rimettesse tutto a posto appena in tempo.
    Piove fuori e piove in campo (anche se non diluvia). Fuori perché la Vuelle è l’unica società tra le sedici che militano in Serie A a non aver trovato un main sponsor: alle chiamate di via Bertozzini sono arrivati solo e soltanto dei gran “no”. La baracca è retta dal Consorzio Pesaro Basket (il precursore della proprietà diffuse, nato nel 2005, 23 aziende sostenitrici attualmente) e da alcuni partner commerciali che però non forniscono il conquibus di uno sponsor.
    Nemmeno da scrivere che le difficoltà nel reperimento delle risorse si siano riverberate sulla costruzione della squadra, fatta al risparmio (e anche qui ne sappiamo qualcosa) e per di più vittima di fughe (l’ala Zac Irvin se n’è andato a settembre senza nemmeno mettere piede in campo in una gara ufficiale) e infortuni (quello pesante di Mario Little dopo due partite, motivo per il quale è stato cercato Kuksiks che - se tutto va bene - firmerà un contratto mensile estendibile fino a fine stagione).
    Tre sono le travi portanti della squadra del coach albanese Leka. E sono tre rookie, come da buona tradizione marchigiana o “costiana” (da Ario Costa, presidente) che sugli esordienti tra i professionisti (una necessità anche economica) a volte pecca e a volte ci azzecca: Dallas Moore, prolifica guardia - è il secondo miglior realizzatore del campionato - che nelle dinamiche marchigiane deve però fare anche il play, Eric Mika e il nigeriano Emmanuel Omogbo, punti e rimbalzi in grande quantità in un settore da cerchiare con la matita rossa per qualsiasi avversario.
    L’asse play-pivot (anzi: play-lunghi) c’è tutta, manca il resto: Pesaro gioca in sette, Pesaro tira malissimo da fuori (26,3%: non c’è chi fa peggio), Pesaro non difende (terza squadra più battuta dopo Cantù e Pistoia) Pesaro vince a Reggio Emilia ma molla di schianto contro Capo d’Orlando e fa suoi solo 2 match su 8.
    Piove sull’Adriatico, anche se i tifosi rispondono sempre in massa quando c’è da abbonarsi (e quest’anno sono stati pure alzati i prezzi). Piove. Ma a certe latitudini basta poco a rivedere il sereno. Attenta Varese.
    Fabio Gandini

  • simon89
    La Pallacanestro Varese ha ripreso la normale routine di lavoro in vista della trasferta di domenica a Pesaro. Doppia seduta ieri a Masna-go per la truppa di Attilio Caja, rimasta a riposo sabato e domenica in coincidenza con la prima pausa della serie A riservata alle attività delle Nazionali (il campionato si fermerà di nuovo dall'11 febbraio al 4 marzo tra Final Eight di Coppa Italia e seconda franche delle qualificazioni ai Mondiali 2019 in Cina). Ranghi pressoché completi per il tecnico pavese in attesa del ritorno di Aleksa Avramovic dalla Serbia: la guardia del 1994 tornerà in gruppo oggi pomeriggio dopo l'esperienza in Nazionale (solo allenamenti senza scendere in campo per l'atleta biancorosso) e sarà a disposizione di Artiglio nell'amichevole ufficiale prevista per domani a Gallarate (palestra di via Sottocosta, ore 18.30) contro la Vanoli Cremona di Meo Sacchetti.
    Un test agonistico per non perdere l'abitudine al basket giocato e prepararsi al meglio alla sfida sul campo della Vuelle, una dei quattro fanalini di coda della classifica attuale, e potenzialmente prima avversaria sulla quale fare corsa per allontanarsi dalla zona retrocessione. Ma mentre Varese si affida al lavoro in palestra per preparare la trasferta sul parquet dell'Adriatic Arena, nelle Marche c'è agitazione sul fronte mercato. E sul cammino dei biancorossi ci sarà anche l'ex Rihards Kuksiks: il 29enne tiratore lettone che giocò a Varese nel 2015/' 16 ha firmato con Pesaro per tamponare la doppia falla sul perimetro aperta dagli infortuni di Mario Little e Patricio Bertone. L'ala statunitense è ai box da ormai un mese; la Vuelle ha provato a rimpiazzarlo con Guido Rosselli in uscita dalla Virtus Bologna ma l'ala di Empoli ha scelto di tornare in A2 alla Fortitudo. La guardia argentina s'è invece infortunata sabato alla caviglia destra nell'amichevole disputata dalla Vuelle contro la Segafredo; al momento non è certo il suo recupero per la gara contro Varese, pertanto Pesaro s'è lanciata sul mercato in cerca di un rinforzo. E ha riaperto il canale con Kuksiks, già sondato senza esito qualche settimana fa, fino a portarlo alla positiva conclusione con la firma di un accordo di un mese più uno successivo. L'atleta del 1988, che era in Lituania al Nevezis (14.2 punti e 4.8 rimbalzi di media), sbarcherà domani nelle Marche in modo da essere tesserato nei tempi previsti (entro le ore 11 di venerdì) per debuttare proprio contro il team di Caja. Che poi aspetta l'altro grande ex Eric Maynor nel match del 10 dicembre al PalA2A contro Capo d'Orlando in occasione dell'inaugurazione del nuovo tabellone led cube. 
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    Qual è stata la sorte e come stanno giocando alcuni dei “nomi” valutati o addirittura concretamente trattati dalla Openjobmetis durante l’ultimo mercato estivo? Breve viaggio nella Varese che poteva essere e invece non è stata: italiani o stranieri, possibili upgrade rispetto a ciò che la realtà sta decretando sul campo o “pericoli scampati” che siano stati, un po’ di curiosità è rimasta. Cerchiamo di soddisfarla, premettendo di non avere alcuna pretesa di completezza o di esattezza senza macchie: fino a prova contraria il mercato lo fanno i dirigenti e non i giornalisti. E a dividere i primi dai secondi – per fortuna, oseremmo scrivere – permangono ancora dei segreti.
    Il mancato arrivo più eclatante risponde alla figura di Jake Odum, non tanto per la concretezza della trattativa (che comunque è stata più che intavolata) quanto per l’ipotetica valenza del giocatore, peraltro tutta da verificare alla prova del parquet. Il regista ex Wurzburg è stato insomma una concreta alternativa a Cameron Wells, prima di prendere l’aereo per la Turchia e accasarsi nell’ambizioso e di certo economicamente più potente Banvit. Dove sembrava esser stato celebrato un matrimonio d’amore e di reciproca soddisfazione: tre partite di campionato a 16,6 punti di media con il 50% da 3 e tre partite di Basketball Champions League a 9,3 punti media in 25 minuti di utilizzo. Sembrava: il play ha lasciato l’Anatolia cestistica lo scorso 17 novembre per approdare al Nizhny Novgorod, spiegando che troppi problemi intercorrevano con il club turco.
    A proposito di “1”: è stato in ballottaggio per alcune settimane con Matteo Tambone per il ruolo di regista di riserva. Scriviamo di Marco Spanghero, classe 1991 con trascorsi a Trento, Verona e Brindisi. Alla fine il giocatore triestino è approdato a Tortona nel campionato di serie A2 Ovest: con la Bertram, oggi come oggi ottava in graduatoria, sta segnando 11,6 punti di media in 30,3 minuti, con il 38% sia da 2 che da 3.
    L’atleta non arrivato alla corte di Caja che però ci è andato più vicino a farlo è stato Niccolò De Vico. La spedizione sul parquet di Biella per vederlo giocare, i contatti con l’agente, la concorrenza delle altre squadre che sembrava battuta: trattativa più che avanzata, si dice in questi casi. L’ala del 1994 ha però scelto Reggio Emilia, squadra dall’inizio di stagione tribolato nella quale l’impatto del giovane ex capitano piemontese – chiamato al primo salto di categoria della carriera - si è finora percepito poco: 2,5 punti segnati in 13 minuti di media, con il 50% da 2 e il 12,5% da 3. Non fa meglio in Eurocup: 2,3 punti in 15 minuti con 0/5 complessivo da 2, 18% da 3 e l’83,3% ai liberi.
    Non si è andati lontanissimi dalla firma nemmeno di Stefano Masciadri, una delle opzioni per chiudere il roster insieme al poi effettivamente acquistato Nicola Natali. L’ala del 1989, 2 metri di altezza, è rimasto a Ravenna (serie A2 Est) dove sta giocando discretamente: segna 7,8 punti in 22,7 minuti e tira con il 60% da 2 e il 53% da 3.
    Nella categoria analizzata in questo articolo dovrebbero entrare a pieno titolo anche Oderah Anosike e Christian Eyenga, i due ex che – rispetto agli altri compagni della stagione 2016/2017 – è stato più probabile rivedere in biancorosso (per onestà va anche scritto che, tra i due, solo Air Congo è quello che ci è andato piuttosto vicino). Il pivot e l’ala, come noto, oggi militano in Spagna, rispettivamente a Siviglia e al Fuenlabrada: il centro viaggia a 11,2 punti e 6 rimbalzi con il 61% da 2 (e la sua squadra sta recuperando terreno dopo aver assaggiato l’ultimo posto); il 3 galoppa a 12 punti di media con il 47% da 2, il 34% da 3 e 4,9 rimbalzi.
    Infine ce n’è un’altra di categoria, ben diversa da quella fin qui lumata, a scrivere il vero piuttosto scivolosa e dai contorni non ben definiti: è quella dei giocatori offerti dagli agenti (o auto-offertisi, anche…), che una chiamata qui e là per sondare il terreno giustamente non se la negano mai. Di questa sezione facciamo solo tre esempi: Brian Sacchetti, Andrea De Nicolao e l’ex Orlandina Dominique Archie. Il primo ora impreziosisce la Brescia capolista (6,4 punti in 21 minuti uniti a 4,3 rimbalzi); il secondo sta trovando il suo spazio nella Reyer Venezia campione d’Italia (3,8 punti in 14 minuti e 3,3 assist in campionato, 2,7 punti in 15,2 minuti e 3,2 assist in Champions League); il terzo è finito in Israele, al Bnei Rav Bariach Herzliya (10,1 punti in 26 minuti con il 65% da 2 e il 28% da 3).
    Tre atleti stimabilissimi, ma non certo delle trattative fattibili per Varese.
    Fabio Gandini

  • simon89
    Dalla A di A2 (dove il nostro si è fatto le ossa per tornare sul luogo del delitto) alla V di… ovviamente Varese: (quasi) tutto l’alfabeto di Stanley Okoye da Raleigh, North Carolina. Ovvero la pietra fondante della Openjobmetis 2017/2018, il primo a essere chiamato per far parte del nuovo roster, una delle scommesse più ardite giocate dal trio Caja-Coldebella-Bulgheroni.
    Mentre il campo ha già parzialmente dato il suo responso (ma attende milioni di conferme ancora) questo ragazzo dall’aria buona e dai modi gentili si racconta a tutto tondo: si passa dalla C di Caja alla R di rimbalzi (e di record), dalla M di mamma alla T di Trump (che ha trovato un altro sportivo americano che – eufemismo - non lo ama). Si passa, insomma, dal giocatore all’uomo che sempre si nasconde dietro a un tiro in sospensione.
    È felice di come sta andando la stagione fino ad ora, Stan?
    Direi di sì, sono contento della nostra posizione in classifica, stiamo disputando un buon campionato. Ci sono un paio di partite che abbiamo perso e che avremmo potuto e dovuto vincere, come quella contro Milano e quella contro Avellino. In entrambi i casi abbiamo giocato molto bene e potevamo portare a casa i due punti. Però come squadra siamo in forma ed abbiamo mostrato una crescita evidente rispetto al precampionato.
    E riguardo alla sua di stagione, cosa può dirci?
    Parlavo recentemente con il coach delle mie percentuali: entrambi pensiamo che ci sia ancora un ampio margine di miglioramento. Posso fare molto meglio rispetto a ciò che sto facendo adesso, sia da due che da tre. E poi a rimbalzo, dove comunque i numeri sono buoni.
    Crede che la pausa della Serie A possa giovarvi dopo un inizio molto intenso?
    Credo di sì, penso che la pausa possa essere proficua: dopo le ultime gare perse abbiamo bisogno di un break, anche per avere tempo in palestra da dedicare a ulteriori miglioramenti. Sarà un’opportunità per tirare il fiato e lavorare, quindi.
    Come si trova con coach Caja? È dura lavorare con lui?
    Sì, è dura: lo ammetto. Ma tutti noi prima di arrivare qui sapevamo a cosa andavamo incontro. E’ importante che lui ci sia, perché ci aiuta a spingere costantemente fino a che non arriviamo ad eseguire correttamente ciò che ci chiede. Conosciamo il suo stile, ci prepara nel miglior modo possibile ad una stagione che non sarà semplice per noi che siamo una squadra giovane: è un bene che sia così.
    Lei è stato il primo giocatore ad essere chiamato da Varese la scorsa estate: com’è andata la trattativa?
    Sì, Caja e Claudio Coldebella mi hanno chiamato presto. Ma con il coach a dir la verità parlavo già durante le stagioni scorse: siamo sempre rimasti in contatto dopo la prima esperienza qui e mi ha sempre detto che mi avrebbe ripreso con lui una volta tornato in Serie A. Quando è stato confermato dalla Openjobmetis anche per questa stagione mi ha telefonato e per me dire di sì è stata una decisione semplicissima: volevo dimostrare di essermi meritato una seconda chance per i miglioramenti che ho fatto nei due anni in A2. Quella di Varese è una situazione ottimale per il sottoscritto: so cosa vuole il coach da me e so che mi conosce molto bene.
    Ecco, l’A2… Quanto le sono servite le esperienze di Matera, Trapani ed Udine?
    Molto, tutte e tre. Ho adorato la gente di Matera ma non militavo in una squadra forte: ho imparato molto in quei mesi ma non è stato facile giocare lì. A Trapani con Ugo (Ducarello) e Matteo (Jemoli) mi sono trovato benissimo, anche se giocavo da quattro che non è proprio il mio ruolo. Ad Udine, infine, ritengo di aver avuto la crescita più significativa: ho fatto il tre tutta la stagione, è il ruolo in cui ho sempre voluto esprimermi, fin dal college.
    I 18 rimbalzi da lei catturati contro Cantù rappresentano l’ottava prestazione di sempre a rimbalzo per un giocatore di Varese. Per di più, nessuno alto come lei si era mai proposto con questi numeri. Lo sapeva?
    No, non lo sapevo, però è un dato che mi soddisfa molto. Io non sono altissimo ma ho le braccia lunghe e credo che il gesto tecnico del rimbalzo sia legato allo sforzo ed all’attenzione che si presta, non tanto all’altezza.
    Si aspettava, dopo due stagioni in A2, di avere un impatto importante in massima serie?
    In realtà non sapevo cosa aspettarmi ma avevo voglia di mettermi alla prova. Nella mia prima parentesi a Varese non avevo mostrato in pieno le mie qualità, non sapevo cosa attendermi in questo ritorno ma sono sempre stato fiducioso nelle mie abilità e nelle mie capacità. Ora sto giocando molto, ho un minutaggio elevato perché il coach crede in me e ciò mi permette di fare di più in campo.
    Ha lavorato sul suo tiro in questi anni?
    Al college tiravo molto da tre: in una partita arrivai a segnarne sette. All’estero, invece, ho dovuto adattarmi ad uno stile di gioco e di tiro totalmente diversi. Ammetto che non è stato facile all’inizio comprendere tutte le situazioni ed i ritmi. L’esperienza in A2 mi ha permesso di imparare anche sotto questo aspetto, ho iniziato a prendermi più tiri, anche in allenamento. Ogni estate, poi, dedico parecchio tempo ad esercitare questo fondamentale.
    Openjobmetis 2014/2015 e Openjobmetis 2017/2018: quante e quali le differenze?
    Sono due squadre molto diverse l’una dall’altra. Nel roster della prima c’erano davvero dei grandi giocatori, ma purtroppo abbiamo trovato tardi la quadra e non siamo riusciti ad arrivare ai playoff. Quella era una squadra con più talento, questa ha molto più chimica.
    Ha un sogno per il prosieguo della sua carriera?
    Il mio sogno è di arrivare passo dopo passo al più alto livello possibile: mi piacerebbe arrivare a giocare le coppe, la Champions League, l’Eurocup, l’Eurolega. Ma è troppo presto per dire se ce la farò.
    Tifa qualche squadra in Nba? Ha un giocatore di riferimento?
    Crescendo ho sempre tifato per i Philadelphia 76ers, ma ammiravo anche Kobe Bryant. In epoca più recente, Westbrook e Paul George sono stati i miei modelli: da questa stagione giocano insieme ed è strano che sia accaduto. Poi al momento mi fa impazzire anche Joel Embiid: nessuno si aspettava fosse così completo e potesse giocare in questo modo. Joel è il nuovo Hakeem Olajuwon.
    Come ama trascorrere il suo tempo libero?
    Nelle settimane scorse è arrivato qui il mio cane, un bulldog francese, mi tiene molto impegnato. Oltre a questo, mi piace guardare tante serie tv con gli altri compagni di squadra, come Norvel Pelle e Damian Hollis, che sono quelli con i quali trascorro più tempo: ci troviamo spesso anche perché a differenza di altri non abbiamo una famiglia qui con noi. In estate invece mi piace viaggiare per l’America e non solo. Adesso mi sto anche interessando a Bitcoin, che è un sistema di pagamento ed investimento che sta crescendo molto e sta diventando popolare.
    Nato in America ma di famiglia e nazionalità nigeriana e con un tatuaggio sul braccio (bandiera ed i confini della Nigeria) a ricordare le sue origini: si sente più nigeriano o americano?
    Sono più nigeriano: i miei genitori quando ero giovane si arrabbiavano sempre quando dicevo in giro di essere americano. Hanno sempre voluto che fossi orgoglioso di essere nigeriano e che mi ricordassi da dove vengo, pur essendo nato negli States. Cerco di andare in Nigeria il più spesso possibile e spero di tornarci anche la prossima estate, per trovare zii e cugini che ancora risiedono lì.
    Una domanda all’anima americana di Stan: che idea si è fatto di Donald Trump?
    Non mi piace come presidente. Prima che fosse eletto non facevo particolarmente caso alle sue opinioni, ma ora che è presidente non amo questo suo cercare di dividere la popolazione. Apprezzavo Obama invece, non tanto per le sue caratteristiche o le sue idee, ma perché cercava unione nel popolo. E come lui anche Bush, entrambi erano sinceri nel parlare alla gente nei momenti difficili, Trump non lo è. Legge i discorsi dal foglio, è egoista, finge compassione. C’è molta divisione ora negli Stati Uniti. Ed è un problema.
    Come se la cava con la lingua italiana?
    Sono in grado di ordinare il cibo al ristorante, di andare al supermercato e chiedere: in generale riesco a farmi capire e a sviluppare brevi discorsi. Capisco molto, ma devo migliorare nel parlare. Però a Varese mi trovo bene, ho i miei posti preferiti dove mangiare, spesso vado alla Botte, all’Officina del Tram, alla Tana d’Orso e al Bologna.
    Quanto le manca la sua famiglia? Come vivono i suoi genitori la sua carriera da professionista e il fatto che ormai stia stabilmente all’estero?
    Papà e mamma mi mancano, non sono mai stati qui e mi piacerebbe che riuscissero a venire a vedere una partita. Mio fratello, invece, è stato a Varese di recente. In certi momenti tutti i componenti della mia famiglia mi mancano da morire: durante la scorsa stagione mia sorella si è sposata, era ottobre, e non sono riuscito ad esserci. Così come il mio migliore amico si è sposato il mese scorso e ho dovuto saltare anche il suo. Però tutti sono orgogliosi di me. E questo mi conforta.
    Alberto Coriele e Fabio Gandini

  • simon89
    Alberto Castelli promuove la Pallacanestro Varese vista sul campo nel primo quarto della stagione 2017-18, ma sottolinea la necessità di capitali freschi per vivere un futuro più sereno. La disamina del presidente di "Varese nel Cuore" parte dal pollice alto nei confronti di quanto espresso sul campo dalla truppa di Attilio Caja. «La squadra deve dare sempre il 100 per cento per puntare alla vittoria, e nello spirito del nostro coach la difesa è un valore supremo. C'è un Dna molto chiaro che trasmette emozioni forti ai tifosi e aiuta a creare compattezza nell'ambiente. La società era stata chiarissima sin da giugno nell'indicare una salvezza con meno patemi possibile come obiettivo stagionale; tutto quello che verrà in più sarà di guadagnato. Sia pur con risultati altalenanti, oggi siamo ottavi... ».
    Nel frattempo fuori dal campo proseguono gli investimenti con l'arrivo del nuovo tabellone led cube.
    «È stato l'ultimo sforzo importante negli anni per migliorare la struttura del PalA2A, tutti investimenti imprescindibili per una società moderna che non può fare a meno dei risultati della prima squadra ma neppure di puntare sull'area extrasportiva. Il consorzio prosegue a piccoli passi, puntiamo ad aggiungere altri 7-8 soci entro il 30 giugno; nelle prossime settimane organizzeremo un incontro tra consorziati e membri del Trust per creare un legame più forte tra i proprietari. Inoltre sono molto contento dell'iniziativa degli allenamenti itineranti: Varese è la squadra della provincia e non della città, le tappe ai 4 angoli del territorio aumenteranno l'affezione nei nostri confronti».
    Ora però l'obiettivo principale è cercare altri "soci forti" oltre a Gianfranco Ponti, riducendo il peso del consorzio rispetto all'attuale 95 per cento delle quote...
    «Il futuro della Pall. Varese potrà essere più tranquillo nel momento in cui si allargherà la compagine societaria. L'ingresso di Gianfranco Ponti con l'opzione dell'acquisto del 20 per cento delle quote va in questa direzione. Da qui a fine stagione l'auspicio è che a fianco di consorzio e Trust altri privati rilevino una fetta significativa delle azioni, anche il 50 per cento o più. "Varese nel Cuore" ha fatto la propria parte in queste ultime stagioni tra gestione ordinaria e perdite da ripianare compresa quella del 2016-17, ma da solo fa molta fatica a mandare avanti la società».
    La ricerca di nuovi soci è l'unica via possibile per aumentare il budget? «Oggi chi vuole dare una mano alla Pall.Varese ha solo da scegliere il modo, tra sponsor, consorziato, socio o membro del Trust, e chiunque lo fa in qualsiasi forma è benemerito. Il consorziato è mosso in massima parte dalla passione, e confido possa essere quella la molla anche per nuovi azionisti. La raccolta risorse è sempre più complicata, ma il problema del reperimento fondi attraverso gli sponsor è comune a tutto il basket italiano. In 8 anni di vita il consorzio ha già cambiato pelle qualche volta, ora siamo alle porte di un nuovo passaggio che rappresenta un atto di responsabilità di fronte alla realtà. Io e il mio CdA saremmo contentissimi di traghettare la società verso una situazione migliore attraverso una composizione azionaria più ampia rispetto a quella attuale».
    Giuseppe Sciascia

  • simon89
    È ben più di un bilancio, parola che di primo acchito riporta alla mente cifre nude e fredde con un significato estrapolabile solo dai professionisti dei conti e del diritto commerciale. Attilio Caja spiega, si innamora delle tue virgole per farti capire che in realtà sono punti fermi, esemplifica tirando in mezzo lo sport e la vita: la sua passione per il basket, oltre che per la chiarezza del messaggio, è d’altronde letteraria più che ragionieristica. Il risultato è un compendio filosofico sulla sua Openjobmetis, creatura con pregi e difetti, soluzioni già svelate e problemi sul tavolo, delizia di chi sa valutare l’impegno e croce di chi vorrebbe sempre sognare in grande e non accetta di svegliarsi per nessuna ragione. L’Artiglio ha una riga per tutti e un messaggio finale che riassume il suo pensiero: «Siamo sulla strada giusta».
    Sarebbe stato più facile fare questa intervista sabato scorso, invece che oggi, Attilio Caja… Non trova?
    Anche se arriva dopo la sconfitta contro Sassari, il mio bilancio personale non è diverso da quello che avrei fatto prima di scendere in campo. Ed è positivo: onestamente stiamo andando anche meglio delle aspettative, con una squadra formata da giocatori che non si conoscevano fra loro, piena di esordienti in Serie A e a consuntivo di una partenza molto impegnativa dettata dal calendario. Abbiamo trovato molto in fretta un’identità definita, rispettata e apprezzata anche dagli avversari, dai quali abbiamo percepito una considerazione che ci ha fatto piacere. Di tutto ciò va dato merito ai miei ragazzi, al loro impegno quotidiano e al loro spirito di sacrificio sul campo, nei lavori individuali, nelle sedute video e nelle riunioni: se abbiamo fatto passi più lunghi di quello che ci attendevamo è perché loro hanno dedicato più energia al raggiungimento dell’obiettivo. Una sola domenica non può cambiare il giudizio su due mesi interi.
    Siamo stati troppo cattivi a scrivere, lunedì, che l’ottavo posto è “troppo” per questa squadra? In fin dei conti Varese si trova lì dopo aver già incontrato sei delle prime sette realtà dell’attuale campionato…
    Guardare oggi la classifica è poco indicativo ed è inutile parlarne: a 6 punti sei ottavo, a 4 sei retrocesso. Le formazioni che abbiamo già incrociato sono universalmente considerate in grado di fare un campionato di vertice e lo stanno dimostrando. Noi facciamo parte “dell’altro” campionato, lo abbiamo sempre detto, ma questo non significa che da qui in poi le vinceremo tutte: non ci sono certezze né quando giochi contro chi è più forte di te, né quando affronti chi è uguale a te. Al massimo si può parlare di probabilità: contro Pesaro avremo le stesse probabilità di vincere della squadra marchigiana, ma la partita è ancora tutta da giocare. E poi bisogna anche mettersi dall’altra parte… Guardate che laggiù sicuramente staranno pensando: “Se non vinciamo in casa contro Varese, quando vinciamo?”. Una delle due, alla fine, sbaglierà…
    C’è più rimpianto per aver perso di poco contro Avellino e Milano o per la prestazione e per la conseguente pesante sconfitta interna patita al cospetto del Banco di Sardegna?
    Il rimpianto va alle gare con Avellino e Milano, senza discussioni: quando giochi bene, devi riuscire a vincere. Le partite giocate male sono inevitabili, fisiologiche: non si può pensare di fare un percorso netto, ce ne saranno altre dopo quella di domenica scorsa. Contro l’EA7 e la Sidigas siamo stati all’altezza degli avversari, ma nel basket non ci sono gli handicap come nell’ippica o nel golf, non c’è l’uguaglianza competitiva anche se affronti chi ha speso sul mercato cinque volte quello che hai speso tu: noi abbiamo giocato bene, ma Avellino e Milano sono più forti e attrezzate di noi e quindi hanno vinto. Il rammarico, però, esiste.
    La pausa arriva opportuna?
    Sono abituato a pensare che nello sport, se ti alleni nel modo giusto, se conduci una vita professionale con i giusti tempi di lavoro ed i giusti tempi di riposo, senza serate o cose del genere, non ci sia bisogno di grandi pause. Se invece ti alleni poco e male allora sì che hai bisogno di recuperare ogni tanto. Quindi direi che questa pausa ci lascia indifferenti: c’è, ce la prendiamo.
    Ragioniamo un po’ sui numeri, coach? Partiamo da quelli positivi: i rimbalzi. Varese ne conquista 39,6 a partita ed è la seconda squadra del campionato nella speciale classifica.
    Le statistiche sono frutto di tante situazioni, non sempre e solo della propria bravura o meno. Per esempio, tenere percentuali non ottimali al tiro ti permette di prendere più rimbalzi offensivi, così come facendo una buona difesa gli altri avversari si trovano a faticare maggiormente per rubarti il rimbalzo. Il dato in ogni caso mi soddisfa, perché evidenzia una qualità di squadra: questo aspetto del gioco non dipende da una persona sola, ognuno porta il suo mattoncino alla causa, dietro c’è applicazione nei fondamentali, c’è il taglia fuori, c’è correttezza nel gesto tecnico. E ciò è evidenziato dal fatto che il nostro miglior rimbalzista è Cain, che non fa certo dell’atletismo il suo punto forte. E dietro di lui c’è Okoye, che non è un lungo: mi sembra un dato molto interessante.
    Di contro Varese è la quarta peggior squadra nel tiro da tre punti e la terza peggiore in quello da due. Di più: nelle tre vittorie conquistate Varese ha tenuto più del 40% da oltre l’arco, mentre nelle sconfitte scende attorno al 21%, percentuale peraltro “drogata” dal 44% totalizzato nella gara persa contro Milano. Come si spiegano questi numeri?
    Primo: nel calcio se una punizione la tira Pirlo è una cosa, se la tira Gattuso è un’altra… Ci sono componenti tecniche ma anche emotive. I tiri da tre, nostri e delle altre squadre, sono quasi tutti “aperti”, inutile stare a parlare troppo di tattica: riguardando la partita di domenica si vede che l’80/90% dei tiri da fuori che abbiamo preso era libero, era costruito bene, eppure abbiamo tirato con l’11%... L’aspetto emotivo pesa tantissimo: non è possibile che Avramovic e Tambone abbiano rispettivamente 1/18 ed 1/16 da oltre l’arco, non sono giocatori da queste percentuali. Sui tiri da due, diversamente, può pesare di più una responsabilità difensiva, perché c’entra la fisicità: ci sono giocatori che riescono ad esprimersi anche se subiscono un contatto ed altri che fanno più fatica.
    Parliamo di singoli, ora. Damian Hollis domenica ha giocato pochissimo (undici minuti) e in generale è stabilmente dietro a Giancarlo Ferrero nelle gerarchie. Perché?
    Nel nostro sistema la difesa è imprescindibile, non possiamo giocare agli 80/90 punti perché non li abbiamo nelle mani. Perciò dobbiamo impostare ogni partita su questo aspetto, sia a livello tattico che di applicazione: è il nostro marchio e tutti i giocatori vengono considerati in primis in funzione di questo. Nel calcio giochi in undici e certe mancanze possono essere coperte, nel basket giochi cinque contro cinque e serve omogeneità: io aiuto te perché tu hai aiutato lui e lui ha aiutato l’altro. Provo a spiegarmi. Nel basket l’attacco vince sempre sulla difesa perché è un passo avanti ed ha in mano l’iniziativa: la difesa deve rincorrere. L’aiuto crea sempre una superiorità da un’altra parte del campo: se la difesa è stata brava, l’attacco ha comunque come vantaggio un’ultima opzione e può sempre sfruttarla. Però, per ridurre l’attacco all’ultima opzione offensiva serve un sistema difensivo che funzioni, perché se la difesa al secondo step già salta è finita: gli altri hanno fatto canestro...
    Immaginiamo dove vuole arrivare…
    Hollis ha marcate caratteristiche offensive, da sfruttare quando c’è bisogno come accaduto in alcune partite. Domenica, negli undici minuti che ha trascorso sul parquet, anche in attacco non ha fatto bene, altrimenti sarebbe rimasto in campo di più. Attenzione: non abbiamo perso per colpa sua, ci mancherebbe. Però quando uno fatica in difesa ed in attacco non produce, lo tolgo. È un discorso di equilibrio, di incastri: avessi tutti scienziati difensivi, ci starebbe inserire uno che può sbagliare. Ma non è così, perché ho anche Pelle che difensivamente non è irreprensibile ed è fisiologico che sia così, perché è giovane ed è al secondo anno di “scuola” qui. Ma io non posso avere troppi buchi dietro, non posso permettermi troppe incognite da coprire in retroguardia: faccio fatica a permettermene una, figuriamoci due. Non reggerebbe più il sistema.
    A proposito di Pelle, come motiva la scelta di promuoverlo a centro titolare?
    In allenamento dimostra di darsi da fare e di crescere sempre, ed è una cosa che già avevo notato l’anno scorso. Ma, soprattutto, lui è bravo ad ascoltare e questo lo sta aiutando molto, perché noi puntiamo parecchio sul miglioramento individuale. Il suo inizio di stagione non è stato positivo, dopodiché a metà precampionato si è dato da fare ed è cresciuto: meritava un’opportunità e la squadra gliela poteva dare. La cosa positiva per Norvel poi è avere un compagno di ruolo come Cain: a lui ho detto di ringraziarlo, perché Tyler vive la competizione in senso positivo e, anche partendo dalla panchina, fa la sua partita ed è sempre utile. Aiuta me ed aiuta la squadra: difensivamente fa pochissimi errori e ti permette pure l’accoppiata con Hollis. Queste sono le ragioni per le quali ho messo Pelle in quintetto base. Ed è andata bene con Trento, partita che è arrivata dopo la tranquillità del successo con Pistoia, ma poteva anche essere un rischio: domenica scorsa, per esempio, ha iniziato malissimo e l’ho dovuto togliere subito. Ci sono momenti della stagione in cui ti puoi permettere di rischiare e altre no. Poi c’è un’altra ragione per la quale ho preso determinate scelte…
    Quale?
    Avere un Hollis a disposizione di rincalzo, così come un Avramovic, significa avere una risorsa per cambiare inerzia alla partite. Ferrero, che è un giocatore molto più lineare, dalla panchina non riuscirebbe a darmi un vero cambio di ritmo.
    Quindi ora le gerarchie sono queste e saranno immutabili?
    No, assolutamente. Il discorso fatto per Pelle vale per tutti, anche per Hollis: Damian si sta impegnando per migliorare, se continuerà a farlo arriverà sicuramente la sua occasione.
    Altro singolo, Cameron Wells. Dire che stia andando ancora a corrente alternata è un eufemismo: si deve aiutare da solo o la squadra può dargli una mano? E, se sì, in che modo?
    Certo che la squadra può aiutarlo, semplicemente facendo canestro. Tante volte i giocatori sono aiutati dalla squadra in cui giocano: agli atleti che alleno dico sempre di essere i più grandi tifosi dei propri compagni, perché se loro giocano bene ti permettono di far passare in secondo piano anche una tua brutta prestazione. Sento sempre parlare di Wells e mai di Waller: perché? Contro Pistoia hanno fatto molto bene Avra e Wells, mentre Antabia ha giocato male. Uguale contro Trento. Eppure non si parla mai di Waller, che domenica scorsa ha giocato male ancora una volta. La verità è che nelle due partite in cui Wells ha fatto bene, ha permesso i passaggi a vuoto del suo compagno di reparto. Per rispondere alla domanda, quindi, dico sì: la squadra può aiutare Cameron, coprendo i suoi vuoti. Lui di suo è un po’ introverso e ha un modo tutto suo di gestire l’aspetto emotivo, ma è un ragazzo che ci tiene e lo si vede nel quotidiano. E non bisogna mai sottovalutare il discorso dell’inserimento nel campionato, perché non è uguale per tutti. Lo sapete, a me piace fare esempi: perché un negozio avviato ha un costo di licenza ed uno non avviato ne ha un altro? Un negozio già avviato ha delle certezze su cui puntare, l’altro è un punto di domanda e costa inevitabilmente di meno.
    Su sedici squadre di Serie A, sette hanno già operato cambi e la Virtus Bologna si appresta ad essere l’ottava. Questo inevitabilmente modifica (e pure di tanto) gli equilibri del campionato.
    Nella vita si può rimediare a tutto tranne che ad una cosa: la morte. Poi c’è chi si arrende alla prima difficoltà e chi invece prima di darla per persa ci prova, ci riprova in un modo, cerca una strada alternativa e poi ci riprova in un altro modo ancora. Questo significa crederci. Io sono uno che non si arrende alla prima difficoltà: l’anno scorso ci mancava un giocatore da mettere in ala forte e abbiamo inventato Ferrero numero 4. Faccio un altro esempio: c’è stato il periodo del benessere eccessivo e del consumismo. Rompevi una cosa e la ricompravi subito, mica la aggiustavi. I lavori degli artigiani così erano scomparsi ma ora stanno tornando in auge, perché ora si pensa di nuovo a riparare. È la nostra storia. Vi dico poi che io ho una gran fortuna nel lavorare qui: ho la possibilità di confrontarmi giornalmente con Claudio Coldebella e Toto Bulgheroni, sempre presenti al mio fianco e sempre disponibili a cercare con me le soluzioni per fare un passo avanti.
    A proposito di artigiani e di qualità: che effetto le fa vedere Eric Maynor a Capo d’Orlando?
    Fa parte delle logiche del mercato ritrovarlo lì: noi abbiamo cercato Maynor in un momento in cui le nostre volontà e le sue non erano compatibili. A lui va eterna gratitudine, come agli altri ragazzi (Anosike, Eyenga e Dominique Johnson ndr) che erano presenti domenica: mi ha fatto molto piacere la loro visita e il fatto che mi abbiano ringraziato per quello che abbiamo fatto insieme lo scorso anno.
    Esiste una quota salvezza da tenere in considerazione?
    Penso che alla fine 20 punti, quindi 10 vittorie, siano un margine o un obiettivo legittimo e realistico da puntare per chi vuole salvarsi. Poi può capitare che in un anno ne servano di più ed in altri anni un po’ meno.
    La prossima pausa sarà all’11 febbraio: metterebbe la firma per ritrovarsi in quale posizione, coach?
    Firmerei per non essere all’ultimo posto e nemmeno vicino ad esso. Poi non importa la posizione quanto la distanza di sicurezza dai pericoli, per poter essere sereni e tranquilli e per continuare a fare dei passi avanti. Su questo sono fiducioso: i primi tre mesi mi lasciano dentro la sensazione che la squadra possa continuare il suo processo di miglioramento e di crescita. La strada è quella giusta ma ne abbiamo ancora tanta da fare: saranno le abitudini e la conoscenza reciproca a marcare la differenza, è solo questione di tempo. Ci saranno momenti in cui andremo a 180 all’ora ed altri ad 80. Ma, ripeto, la strada è questa.
    Alberto Coriele e Fabio Gandini

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