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Contro questa Varese, contro ogni scusa, contro le scelte sbagliate, contro sé stessi. Per non retrocedere


Riducendo il tutto ai minimi termini - evitando uno spreco di parole che stasera fanno male, malissimo, che si debba scriverle o leggerle o ascoltarle - tutto si dovrebbe risolvere in una scelta di campo: o pro, o contro. 

O pro o contro quello che finora è stato fatto da società e squadra nel costruire e gestire questa disgraziata stagione.

Sulla pelle di una Varese che rischia seriamente di retrocedere, mandando in fumo il lavoro che viene fatto fuori dal campo da chi da anni mantiene difficoltosamente in vita una gloriosa storia lunga 75 anni (il Consorzio), da chi ogni anno si inventa qualcosa per cambiare il presente (il Trust), dai tifosi che non voltano la faccia nemmeno dopo un’indigestione di bocconi amari, la scelta necessaria - l’unica in grado di salvare il salvabile - è essere contro. 

Contro gli errori fatti e perseverati, contro le giustificazioni che anche involontariamente, e inconsciamente li coprono. Contro sé stessi, contro la propria buona fede, contro la difficoltà che tutti noi proviamo nel mettere in fila due semplici vocaboli: ho sbagliato.

Contro il facile e pericoloso gioco, per esempio, di incolpare - spinti dalla rabbia, dal livore che solo i derubati provano in cuor loro - gli arbitri per la sconfitta, guardando malauguratamente il dito e non la luna, pensando di coprire le proprie magagne di mesi con un errore - pur marchiano - di una frazione di secondo. L’antisportivo fischiato a Scola su Mekowulu è discutibile, per alcuni incredibile, reo di inutile protagonismo, imbarazzante nel senso di opportunità, ai limiti dell’inesistente se si guarda alla normalità di migliaia di finali di partita, di certo assassino a conti fatti: prima di esso, però, abbiamo visto tutti perché è arrivata la nona sconfitta nelle ultime dieci partite.

Se prendi un 26-1 di parziale significa che non esisti come squadra. Non importa se poi reagisci, recuperi, rischi di vincere. Quello arrivato oggi da una Treviso già tramortita sotto 15 punti di scarto, banale nel suo approccio alla gara, modesta, è suonato come una sveglia potente, è traboccato come una goccia in un bicchiere già pieno di mille inadeguatezze che è quasi superfluo ri-elencare: l’inadeguatezza difensiva, l’inadeguatezza sotto canestro, l’errore nell’aggiungere una guardia invece di un lungo, la confusione di ruoli e di responsabilità fra gli esterni, la loro inutile sovrabbondanza.

Oggi è arrivata la dimostrazione che il conducente non riesce a tenere il pullman in strada. Tutta colpa sua? No, le giustificazioni sono mille e la stima verso Bulleri è doverosa (e quanto speriamo che prima o poi ci schiaffi sotto il naso questo pezzo). Il problema è che qui ci stiamo schiantando.

Che arrivi un suo passo indietro o che la società decida di sostituirlo, poco cambia: un allenatore che perde 9 partite su dieci va messo seriamente in discussione. Non perché i giornalisti siano stronzi o perché i tifosi si lamentano: semplicemente perché bisogna evitare il dramma incalcolabile dell’A2 finché si è ancora in tempo. E insieme a questa mossa ne andrebbero fatte altre due, sempre che si riesca a disincagliarsi dalle sabbie mobili economiche, contrattuali e di opportunità: l’aggiunta di un lungo muscolare e lo sfoltimento di un esterno.

Queste sono soluzioni - banali, banalissime - che vorrebbero trovare luce nel buio, dinamismo nell’assenza di moto, futuro in un presente che pare annunciare solo morte agonistica. 

La prima di esse non verrà presa in considerazione almeno per il momento: lo ha fatto capire a chiare lettere la società già mezz’ora dopo la debacle contro la De Longhi (così come si esclude - oggi, domani, sempre - un ritorno dell’Artiglio per motivi etici). Rispettiamo la decisione, ma abbiamo paura. E come noi migliaia di tifosi.

C’è un peccato originale da cui tutto è iniziato? È l’esonero di Caja? È l’acquisto di Scola? È una squadra fatta costruire da uno e fatta allenare da un altro? Vi diamo una notizia: non è importante trovarlo adesso. Adesso bisogna solo agire, bandendo ogni scusa. Bisogna essere contro sé stessi e non pro.

 Fabio Gandini


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