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Green come Von Karajan Dunston come Pavarotti


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[color=#000000][font=Verdana][size=1][size=3]L'una è la réclame della gioia, l'altra di un disagio. L'una emana luce, l'altra è ostaggio del buio. Come non pensare a Varese e Milano, una di fronte all'altra per la terza volta con lo stesso esito, fatto con lo stampino, di trionfo per gli uomini di Vitucci e d'umiliazione per quelli di Scariolo. L'opposizione dell'EA7 si sfalda come neve al sole in pochi minuti, quanto basta alla Cimberio di calarsi idealmente in gara per esibire la sua pallacanestro, d'una sconvolgente bellezza per semplicità di valori, nitidi e veri, soprattutto inviolabili, se non, ed eventualmente, da una intimidatoria durezza, di cui forse solo Siena, oggi come oggi, è capace. Milano resta un doloroso mistero, sempre che non si vogliano chiarire i suoi equivoci, giganteschi come i suoi presunti potenziali in organico, "posseduti" presto e totalmente dai nostri magnifici biancorossi in una Masnago entusiasta ai massimi storici. Morale, non cambia la storia di questa stagione che fa strame di ogni prudenziale timore nei confronti di avversari milionari e imponenti, magari al solo pensiero che, dopo tanto tuonar, per una volta potrà anche piovere. Non però di fronte ai travolgenti uomini di Vitucci, visto che Milano non è riuscita nemmeno a tuonare e se ha osato qualche lampo, esso è parso di quelli smorti, alla luce del giorno. Ancora una volta la differenza, per sistema di gioco nelle due metà campo, risulta abissale: Varese, tanto per ripeterci, sembra una sinfonia perfetta, nella quale ogni acuto nasce dalla normalità d'uno spartito preciso e consono ai propri orchestrali. Già, Von Karajan della situazione è proprio Mike Green (foto Blitz) che non sembra avere rivali degni del suo modo di porsi in gioco attraverso una superiorità che, raramente arginabile, esalta proprie prodezze in accoppiata con un Dunston che, in quanto a tenore, è il Pavarotti dei tabelloni. E se nel basket non si può prescindere dall'asse play-pivot, argomento sensibile ma qui per anni ignorato, ebbene in questa Cimberio, nel suo compiersi, esso ha scavalcato ogni immaginario ideale regalando alla platea duetti irresistibili e spettacolari. Già, ma due soldati da soli non vincono la guerra né probabilmente la fanno, dovendo risaltare un contorno di uomini e giovani che, mostrando le proprie raffinate virtù, fanno compiuta per competitività la squadra nei suoi variabili assetti. Restando sul fatidico asse, stupisce invece la proposta dell'Olimpia che, attraverso elementi uno più tentennante dell'altro, autorizza determinati interrogativi sulle scelte, peraltro in riparazione, di Bremer e Marcus Green, non all'altezza oggi di un club bisognoso di vincere allorquando Avellino per salvarsi s'è portata a casa un signor Lakovic. In sintesi Milano, almeno di fronte a una Cimberio che ogni volta la domina, sembra litigare tecnicamente e tatticamente con se stessa, dando perfino l'impressione di fare così anche durante la settimana e che l'unico rapporto intenso e profondo tra allenatore e squadra sia la lavagnetta degli schemi, abbastanza inutile visti i risultati sul parquet.[/size][/size][/font][/color]


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