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Sempre la stessa colonna sonora. A Varese serve un’altra impresa


simon89

Non basta un derby vinto bene a considerare conclusa la scalata della Openjobmetis Varese 2017/2018 a una montagna chiamata Serie A. A parte il fatto che la colonna sonora dell’uno contro tutti (più belli, più attrezzati, più forti: sì tutti, o quasi...) è stimolante da morire, ci piace altrettanto e a nostro modesto giudizio dovrebbe fare da sottofondo all’intero film stagionale biancorosso, ma poi c’è che davvero stasera al PalaGeorge il pendio sarà ancora una volta irto. Brescia è più talentuosa della truppa di Caja, Brescia è più lunga di Varese, Brescia chiama una musica a metà tra Dreams dei Cranberries e Jump di Van Halen: Brescia è capolista.

A sorpresa? Non del tutto. E le ragioni sono tante. La prima: la Germani è lo stesso piatto gustoso dello scorso campionato cui è stato aggiunto un tocco di classe dello chef, come una grattata di tartufo su un piatto di tagliolini già perfetto. Uscendo dalla cucina ed entrando sul parquet: i tagliolini sono Landry, i due Vitali, Moss e Moore, mentre la grattata di tartufo è rappresentata da Brian Sacchetti e Dario Hunt. Qualità sopra qualità e, come ha fatto notare puntualmente l’Artiglio, tale mix di vecchio (tanto) e nuovo vale mesi di vantaggio su chi ad agosto ha ricominciato da zero.

La seconda: Brescia assomiglia tanto alla Openjobmetis su un particolare. È una squadra allenata. No, non nel senso di “in forma”: nel senso di un gruppo sul quale la mano dell’allenatore è tangibile e apprezzabile. Siamo troppo assuefatti all’anarchia di compagini che si affidano quasi esclusivamente alle lune e ai guizzi di chi sta in campo: le due contendenti odierne del PalaGeorge sono diverse. Per quello che riguarda i padroni di casa la mano del bravo Andrea Diana si vede innanzitutto dalla difesa, sempre morfologicamente complessa da interpretare, tattica, mista, ben eseguita: spesso e volentieri una fottutissima match-up che ti fa correre il rischio sia di pensare troppo, sia - al contrario - di prenderla troppo di petto staccando il cervello dalle mani (ed è quello che ha fatto Trento settimana scorsa, uscendo con le ossa rotte). Poi lo comprendi dalla pulizia dell’attacco: Brescia perde meno palloni di tutti (11 a partita: indovinate chi c’è subito dietro di lei? Già, Varese: 11,3...), pur creando molto (15,7 assist).

La terza: the inner beauty direbbero gli inglesi, che tradotto per i canestri è il talento che viene da dentro, innato. Quello di Luca Vitali, senza alcuna sorpresa leader degli assist (7,7 a gara) e dotato di quei centimetri che sempre lo faranno svettare sui pari ruolo. Quello di suo fratello Michele, un pallino di Caja che sta violentando le retine con il 63,6% da 3: come non sia entrato tra i 24 convocati da Meo Sacchetti per le qualificazioni ai Mondiali davvero si fa fatica a capirlo... Quello di Lee Moore, velocità ma anche rimbalzi a dispetto dell’altezza e del ruolo: 6 di media in 3 partite, carambole che prese da un piccolo significano contropiede immediato. Quello, abbondante, di Marcus Landry, l’mvp della Serie A 2016/2017 sul quale valgono ancora una volta le parole di Caja («è un giocatore che stressa le difese»). Quello, fisico e atletico ma anche tecnico, di Dario Hunt, l’upgrade più significativo per una Leonessa che, con tutto il rispetto, è passata da un onesto mestierante come Berggren a un pivot che può mettere con facilità 15 punti sul tabellino. Quello, totale, di Brian Sacchetti e quello, tutto particolare, di David Moss, che nelle corde ha ancora la possibilità di cambiare una partita mandando offensivamente fuori giri l’avversario diretto. Contro una squadra così si difende a zona. Contro una squadra così serve opporre fiato e lo stesso strapotere atletico che ha annichilito Cantù lunedì scorso (ma i risultati potrebbero non essere gli stessi...). Serve, cara Varese, un’altra prestazione da sogno. Insomma: dream and jump.

Fabio Gandini

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