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Una Varese da atto di fede e quel pericolo letale di non crescere mai


simon89

Questa Varese sta diventando sempre di più un atto di fede: o ci credi o non ci credi.

Paradigmatica la partita di stasera. Al 45esimo minuto del film metà degli adepti della cattedrale laica di Masnago è in piedi e in sollucchero, inebriata dai due punti infine messi in saccoccia e dalle emozioni che nel caso di specie hanno raggiunto i livelli di guardia pre-infarto; l’altra metà – invece – è sempre in piedi, ma a festeggiare lo scampato pericolo e a cercare di cancellare dalla propria ram l’inopinato elenco di bestialità cestistiche viste transitare sotto i propri occhi.

Se ci credi, accetti. Quasi tutto. Se non ci credi, ti preoccupi.

La domanda è: ma Varese sarà sempre questa? Bella, bellissima, spettacolare, avvincente, così a suo agio sul palco persino quando un canestro fatto o sbagliato segna la terribile differenza tra una vittoria e una sconfitta - diciamocelo: Brown nei regolamentari prima e Ross nei supplementari dopo sono parsi essere esattamente dove volevano essere: al centro della scena, al confine tra il dramma e l’apoteosi – ma al tempo stesso così poco incline a non commettere gli errori di sempre?

Ross è un eroe che ha segnato 10 punti decisivi nell’extra-time oppure un esterno che non ha tenuto una penetrazione che fosse una in 45 minuti? Owens è quello che ha impresso nel tabellino numeri di tutto rispetto – 14 punti e 16 di valutazione – oppure colui che si è perso in mezzo all’area durante ogni gioco a due, quello che – nell’ultimo attacco ospite dei regolamentari – ha seguito il taglio del piccolo fino a sotto al canestro (bene), ma poi lo ha lasciato completamente libero di tornare sull’arco? E Brase è l’allenatore che finora ha guidato la squadra a 7 inaspettate vittorie su 11 partite, in un campionato equilibratissimo e senza apparenti squadre materasso, o quello che ancora una volta ha visto i suoi beccarsi un parziale nel finale senza provare nemmeno a fermare la partita e si è dimenticato di giocatori come De Nicolao e Caruso (solo 9 minuti per il primo, 14 per il secondo) che potevano dare rispettivamente un po’ di difesa e maggior presenza sui due lati del campo rispetto a chi sul parquet era in balia delle onde altrui?

In queste dicotomie sta venendo fuori una stagione divertentissima e superiore alle attese in termini di risultati, ma allo stesso tempo gravata di un pericolo letale: quello di non crescere, di non migliorarsi mai. Un problema dalla notte dei tempi, diciamo dalla parabola dei talenti in poi…

In ogni caso… ci crediamo. Fino a un certo punto, però.

Fabio Gandini


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