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Vietato parlare di miracolo: dietro l’impresa del Forum c’è una storia fatta di cambiamenti indispensabili


C’è solo un comandamento nello stordimento di quest’ebbrezza post Forum: vietato gridare al miracolo.

Varese ha espugnato Milano per gli stessi motivi, solo capovolti di senso, per i quali fino a due mesi fa - ovvero fino all’arrivo di John Egbunu - era una squadra che meritava la Serie A2 più di tutte le sue colleghe. Chi oggi argomenta di carri troppo piccoli su cui salire, chi grida al complotto del criticismo (nel suo significato filosofico) risalente al passato prossimo, chi vede in questa rinascita una rivincita sulle supposte cattiverie propugnate da chi per mesi si è preoccupato - a ragione - dei destini biancorossi, sbaglia due volte: in primis si abbandona alle montagne russe dell’emotività, parola che con realtà condivide solo la rima; e - in secundis - dimentica soprattutto che il basket è una scienza esatta. Quasi esatta.

Una compagine con un organico che non possiede né i chili, né i centimetri, né le capacità tecniche per competere in una zona nevralgica come quella adombrata dai canestri - sia in attacco, che in difesa - non può che fallire in uno sport che si chiama pallacanestro. La semplifichiamo al minimo, tralasciando sfortune, Covid, esperimenti, esoneri di allenatori e tutte quelle piccole cose che hanno fatto parte della storia minima di questa stagione, materia per le bocce ferme: fino a due mesi fa Varese era una squadra colpevolmente - sottolineiamo colpevolmente - costruita senza un centro di ruolo, una squadra che ha perso del tempo prezioso per trovarlo, una squadra che in virtù di tale mancanza è stata portata a disfare ogni tela costruita, a subire caterve di punti, a essere prevedibile in attacco, a ingolfare i propri esterni di responsabilità e pressioni, a non avere chimica, a far sembrare scarsi giocatori che non lo erano affatto, a ridurre al minimo le potenzialità di un vecchio (ma ancora potenzialmente decisivo) campione come Luis Scola. Dobbiamo andare avanti?

No, ci fermiamo. Perché ormai tutto questo è uno ieri che val, tuttavia, la pena di ricordare: rende molto più piena, molto meno casuale, molto più ragionata e quindi fragrante la gioia odierna. Quella di una formazione che adesso - con quell’indispensabile, agognato, evocato con la gola secca per le troppe grida, fondante cambiamento sotto canestro - ha invertito totalmente la parabola. E non solo ha ripreso a vincere: permette a tutti di constatarne le beltà, addirittura i punti di forza.

Con Egbunu a presidiare l’area, a cambiare le parabole altrui e ad aiutare in difesa, e a fare da boa del gioco in attacco, la Openjobmetis ha potuto scoprire di avere un leader dalla mente d’acciaio, dal tiro mortifero e capace di una pressione sulla palla micidiale come Tony Douglas; ha ristorato le qualità di un playmaker razzente, intelligente e talentuoso come Ruzzier; ha dato un senso alla classe di Scola; ha lasciato il giusto spazio alle scorribande di Beane (oggi, però, il meno luccicante), pedina (e modifica nel roster) peraltro non indispensabile. 

Tutte qualità che oggi si sono viste abbondantemente, insieme a una dignità fisico-atletica che è stata davvero la pepatencia sul piano partita di Milano: ogni volta che la squadra di Messina ha provato a sottomettere l’Openjobmetis con i muscoli, è stata rispedita al mittente. A quel punto si è trovata nuda, irretita da quella stanchezza (innegabile) che al momento non le permette di far valere le differenze di classe che comunque permangono e permarranno sempre. Anche perché davanti aveva una Varese che la sua classe - non banale - è riuscita a farla emergere.

Nessun miracolo, quindi, semmai un’impresa. Che rende giustizia non a chi oggi fa il giochino dell’asilo del “te l’avevo detto”: togli Egbunu e questa squadra va dritta in A2; lo metti dentro e può battere addirittura Milano…

Rende giustizia, invece e solamente, a chi non ha smesso di remare un minuto nelle varie tempeste che si sono abbattute - i giocatori - e a chi ora dimostra di gestire in modo sapiente la bacchetta da direttore con la stessa faccia impenetrabile di quando non ne infilava (non poteva infilare, meglio…) una giusta, Massimo Bulleri. Gente (loro sì) che adesso potrebbe dire “te l’avevo detto”, ma che invece sta zitta, se la gode, e combatte un’altra battaglia, una battaglia che non è ancora finita e chissà dove può portare. Complimenti a loro, tutti loro.

Fabio Gandini


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