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Giesse2

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  1. https://www.superbasket.it/2020/03/28/legabasket-saranno-governo-o-coni-a-dichiarare-la-fine-della-stagione-ma-le-chances-di-ripartenza-sono-infinitesime/ Per l'esattezza.
  2. Al netto che i turni sarebbero 5 (visto che quello dell'1 marzo è già andato in coda al 3 maggio), ma comunque questo è giornalismo o gossip di bassa lega?
  3. 6+6 obbliga 12 contratti ma NON PIU' sei stranieri. Regola cambiata anno scorso.
  4. Comunque il parterre dove non si vede un cazzo (cit.) costa 50 60 0 70 euro a seconda delle fasce di livello della partita. Mentre le altre tre fasce costano 180 150 o 120 a seconda delle partite. 150x25, per fare media, = 3.750 che ad occhio è > 1800 più Iva...
  5. Brindisi senza grandi budget però anche no eh. Perchè John Brown giace nella tomba là nel pian e Adrian Banks sono rispettivamente sopra i 200mila, avendo avuto la forza di rinnovarlo a grano fitto nonostante le offerte di Sassari, ed esattamente a 200mila dollari. Nessuno dei 6 stranieri prende sotto i 100mila, Sutton regalo di Happy Casa a 25 al mese in corsa, gli italiani non giocano certo gratis (Gaspardo prende quasi due Ferrero, Campogrande quasi due Natali, Zanelli più di Tambone, Iannuzzi quasi due Gandini). E il passaggio 5+5 a 6+6 si fa come fosse acqua fresca. Certo poi i bilanci dicono altro, ma è ben noto che esistano i diritti di immagine, ai quali si fa aaaaaaaampioooooo ricorso (peraltro non conteggiati Com.Te.C., indiperciocchè....se non lo sai, sallo). Peraltro pare che qualche ente preposto stia iniziando a guardarci dentro, a quel capitolo dell'immagine....
  6. Amato a Udine prende 95... Bossi no dai... Parravicini è un discorso diverso, per il quale serve un allenatore diverso. Diciamo che oggi però è al posto giusto nell'ambito di un discorso di crescita graduale.
  7. Benissimo, allora prendiamo il Giuri di turno per fare il cambio del play e risparmiare sui 6+6. Però poi arriva quello con la calcolatrice.... Giuri a 90, più IRPEF, più contributi, più fondo di fine rapporto all'azienda Pall.Varese costa tra 185 e 190. Tepic è stato un errore evidente, e su questo non ci piove. Però due mensililtà di Tepic, più la transazione, più 9 mensilità di Jakovics, più i 40 mila di luxury, all'azienda Pall.Varese, tra diritti di immagine per abbattere la fiscalità e un costo mensile inferiore a 90, costano circa 160. Ed ecco che la realtà ti sveglia con la solita sberla.
  8. Ecco, Reggio: l'anno della prima finale Scudetto Stefano Landi ha staccato un assegno personale da 2.856 milioni di euro per chiudere il bilancio. Per dire.
  9. Il discorso è un pò più profondo. Il doppio articolo spiega perchè la società sceglie questa strategia, affidandosi a Caja, che presuppone scelte sull'usato sicuro per non rischiare. Non necessariamente la scelta è corretta al 100 per cento, fatto salvo che nel momento in cui ti affidi ad un allenatore fortemente identitario come Artiglio devi sposarne anche la filosofia. L'alternativa di un tecnico più aperto alle scommesse alla Vitucci porta con sè il rischio di scelte su stranieri che potrebbero rivelarsi sbagliati o inadeguati, aprendo il capitolo del ritorno delle porte girevoli che i proprietari ricordano come incubi (anche se la realtà ha dimostrato che il problema non era quello, ma transeat). Sul capitolo italiani concordo, con l'inciso che le referenze extracampo su Totè erano pessimissime, e che al di là di uno chassis lussuoso mi riservo di rivederlo in un contesto più probante rispetto al G-League style di Pesaro. Giovani italiani interessanti non li escludo a priori, fatto salvo che gli Alibegovic ed Eboua hanno già profili economici troppo alti per chi investe l'80% del monte stipendi sugli stranieri. Quindi docchio all'A2.
  10. Comunque. La Pallacanestro Varese guarda con un pizzico di preoccupazione all'ipotesi i di una futura serie A a 14 squadre. Il ritorno alla formula ristretta già in vigore dal 1994/95 all'anno della Stella dei Roosters nel 1998/99 è emersa nelle ultime settimane su spinta principale di Milano, appesantita dal doppio impegno campionato-Eurolega (quest'anno saranno 66 partite di regular season tra le 32 in Italia e le 34 in Europa...) ma anche decisa a proporre una serie A più ristretta e con regole più rigide sul piano economico. Una idea che non sembra trovare il favore della maggioranza dei club di serie A, partendo dalla riduzione del numero di partite che penalizzerebbero l'interesse ma anche gli incassi (13 gare interne rispetto a 15 per Varese significherebbero 120mila euro in meno...). Per l'Openjobmetis una serie A più selettiva e costosa sarebbe oggettivamente un problema: negli ultimi anni è cresciuto l'interesse – vedi spettatori in crescita su tutti i campi – ma anche i costi del massimo campionato. I bilanci certificati ed approvati della stagione 2018/19 non sono ancora disponibili al 100% (Varese chiuderà il suo nell'assemblea del 20 febbraio...) ma il budget medio delle 16 protagoniste della stagione passata superava i 6 milioni di euro (pesano ovviamente i 25 abbondanti di Milano che quest'anno sfiora i 30). E quest'anno le promozioni delle nobili decadute Fortitudo Bologna, Treviso e Virtus Roma hanno alzato l'asticella, lasciando tre soli club – Pesaro, Pistoia e Cantù – attorno ai 3 milioni di euro di budget (fatti salvi i ritocchi Culpepper e Ragland effettuati da OriOra ed Acqua San Bernardo attraverso sforzi extra). Varese è nella metà bassa della classifica dei budget ormai dal lontano 2012/13, l'ultima stagione oltre i 5 milioni di euro grazie agli incassi da oltre un milione dei playoff degli Indimenticabili, ma anche agli introiti oltre 1,6 milioni dagli sponsor di maglia partendo da Cimberio e l'ultima tranche ad esaurimento della exit strategy della famiglia Castiglioni.Nelle ultime stagioni i 4 milioni e rotti – con regolare deficit da coprire a fine anno, e non soltanto per i correttivi di mercato che nell'era Caja si sono ridotti notevolemente – sono bastati per garantire la continuità in serie A senza sofferenze eccessive: dal 2013/14 al 2018/19 Varese ha chiuso rispettivamente decima, undicesima, dodicesima, dodicesima, sesta (nella stagione playoff del 2017/18 con il budget più basso a 4,1 milioni, chiuso comunque con un passivo da 568mila euro) e nona. Ma una eventuale serie A più ristretta, e di conseguenza economicamente ancor più competitiva, rischierebbe di far scivolare Varese dall'attuale area “salvezza tranquilla” alla zona rossa per evitare il declassamento in A2. Il problema potrebbe non porsi dato che tra le 17 associate di Lega Basket – destinate a tornare 16 al più presto possibile, in caso di rinunce o esclusioni già nell'estate 2020 – sono poche a gradire la riduzione a 14 squadre (dal canto proprio la FIP sarebbe propensa ad “asciugare” la serie A ma recepirà le indicazioni di LBA). Ma per sicurezza meglio farsi trovare pronti, perchè in generale il trend del livello economico della serie A è in crescita, e il budget di Varese è sostanzialmente fermo da 4 stagioni... Giuseppe Sciascia
  11. Chiedo scusa, ma non sono d'accordo. Chiunque metta di tasca propria - sia uno sponsor, un consorziato, un abbonato, un trustaro, un qualsicosa - merita rispetto. E ringraziamenti: senza l'apporto di ciascuno dei circa 140 sponsor, dei 550 trustari, dei 2600 circa abbonati, dei 50 e rotti consorziati, dei Rasizza, dei Ponti, e di chiunque altro contribuisce a fare funzionare la macchina, il meccanismo si inceppa, Si guasta. Si interrompe. Si può fare di meglio? Sempre e comunque, ma a me pare di sognare nel leggere "piuttosto della mediocrità è meglio la B". Va bene come provocazione, ma bisognerebbe chiedere a chi è sparito davvero - e in A sono state tante, ampiamente più della metà - cosa vuol dire perdere la serie A, e trascorrere anni prima di rivederla. Poi si può discutere su tutto, ma se oggi la città di Varese non esprime un proprietario unico dopo che in 60 anni è stata controllata da 3 grandi famiglie, la colpa di chi è? La pallacanestro non è un affare, non è redditizia, è una voragine insaziabile di costi che si alimenta attraverso la passione di chi ci rimette di tasca propria, più volte è stato detto che chi è bravo (e Varese in tal senso lo è) copre con i ricavi il 20% dei costi, il resto sono frutto di sponsor e proprietari. Quando il buon Castelli ribadisce reiteratamente che la Pallacanestro Varese non è un dogma di fede, tutti pensano che scherzi o pianga. Ma solo lui (e Toto, e Ponti, e Rasizza, e pochi altri, spesso a promessa dell'anonimato, che hanno messo mano al portafogli per sanare i profondi rossi del bilancio) sanno quante volte ci si è andati vicini dal 2015 ad oggi. Trovare un Armani, uno Zanetti o un Brugnaro per molti motivi è più facile in una città grande. Tutta la provincia storica del basket italiano soffre della crisi economica: i distretti monotematici (mobile per Cantù, cucine per Pesaro, tessuti per Biella, scarpe per Montegranaro) sono in affanno o retrocessi. Varese è provincia ricca, ma quante aziende sono anccora di proprietà di varesini? Sulla campagna di marketing va poi fatto un inciso. Il marketing è tale quando si abbellisce la realta; distorcerla e affidarsi allo storytelling che va tanto di moda nel 2020 dove la percezione è vincente è vendere fumo. Sarò un giornalista atipico, ma per me è un vanto raccontare la situazione con realismo e pragmatismo, anzichè cavalcare velleità populistiche sradicate dalla realtà che poi tornano in faccia come boomerang quando la realtà suddetta, come già detto, ti sveglia a ceffoni. O i 3200 abbonati dell'era Pozzecco non hanno insegnato nulla?
  12. La storia dei tifosi ai quali vengono stroncati i sogni la sento dal 2013, quando da febbraio in poi Cassandrone Giessone ammoniva "occhio che gli indimenticabili rischiano di essere una meteora se non si lavora per cercare nuove risorse, andranno tutti via da altre parti e restare al vertice sarà impossibile". Risposta: lasciaci sognare, perchè devi gufare, e altre considerazioni di tal fatta. Sognare piace a tutti. Purtroppo nella maggior parte dei casi poi arriva la realtà, e ti sveglia a ceffoni...
  13. La Prealpina di ieri diceva ciò: Varese non è un paese per giovani. Parafrasando il titolo del noto film dei fratelli Coen, è la considerazione che sorge spontanea dopo che il cambio Carter per Peak ha portato l'età media dei 10 giocatori di rotazione dell'Openjobmetis oltre i 30 anni. 30,3 per l'esattezza per la squadra più scafata tra le 17 della serie A professionistica, con due soli Under 28 – il 27enne Jakovics e il 26enne Tambone – e una lunga serie di giocatori nel pieno della maturità cestistica (i 30enni Vene e Clark, il 31enne Simmons, i 32enni Ferrero e Natali, i 33enni Mayo e Carter e il 35enne Gandini). Ma l'usato sicuro per il club biancorosso è figlio di una strategia di fondo ben precisa, legata a filo doppio alla necessità di far fruttare al meglio le risorse disponibili al cambio di una serie A che sta alzando sempre più l'asticella (dai bilanci della stagione 2018/19 più 11 per cento del budget medio). Attilio Caja in panchina ed un roster di veterani sono le scommesse a bassissimo rischio che la dirigenza di Varese porta avanti da ormai 3 stagioni per minimizzare il rischio: non solo di retrocedere in A2, ma anche di dover ricorrere alle porte girevoli sul mercato. Non è idiosincrasia ai giovani da parte di Artiglio (vedi i casi di successo Avramovic e in parte Pelle), ma una precisa filosofia per provare ad andare oltre i vincoli economici del club. I risultati del campo danno ragione alla proprietà ed al coach pavese, visto che il sesto posto del 2017/18 e il nono del 2018/19 hanno permesso a Varese di fare sempre meglio sul campo rispetto alla classifica del monte stipendi. Nel 2019/20 l'OJM ha leggermente alzato l'asticella degli investimenti sul roster (appena sotto il 10% in più del netto), ma è nettamente salito il livello economico delle avversarie con una media che sfiora i 5,5 milioni quando Varese “naviga” sopra i 4 da 4 stagioni (4,6 nel 2016/17, 4,1 nel 2017/18, 4,4 nelle ultime due annata”. “Ma così non si sogna, la salvezza è obiettivo mediocre, perchè non possiamo puntare a vincere qualcosa?”: qualche tifoso che storce il naso c'è, guardando alle varie Brindisi e Cremona che sulla carta avrebbero bilanci simili a quelli dell'OJM, salvo poi permettersi giocatori con salari ben superiori ai 20mila dollari mensili come Sutton e Happ grazie a sforzi extra di sponsor e proprietari. Ma dopo essersi svenato per ripianare un “rosso” di bilancio superiore ai 2 milioni di euro dal 2016 ad oggi, è più che naturale la riluttanza del consorzio a ricorrere agli extrabudget. Dunque prevenire è meglio che curare: la scelta dell'aziendalismo di Caja – pur con 3 cambi già effettuati nella stagione in corso – e dell'usato sicuro sono figlie di questa contingenza. Quando si è provato a percorrere la rotta di campagne acquisti in parte più “fantasiose” – vedi il Moretti II del 2016/17, monte stipendi sopra il milione e la Champions League, chiusa con un passivo che sfiorò il milione di euro – la squadra è stata a lungo in zona retrocessione, (ri) chiamando Caja per trarsi d'impaccio. Sognare piace a tutti, ma se poi la realtà diventa incubo mettendo a rischio la permanenza in A e il futuro economico del club, allora la prudenza del sano pragmatismo griffato Artiglio è la rotta più sicura... Giuseppe Sciascia
  14. Non è sotto contratto. L'Olympiacos ha un'opzione. Che non è un contratto, ma è comunque un vincolo.
  15. Peraltro tra ieri e oggi ho cercato di stimolare un po' di dialogo e riflessioni, ma....
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