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  1. Serve passare da un’altra sconfitta per capire quanto sia bella questa Varese. Per capire quanto lo spettacolo di unità, caparbietà, personalità, agonismo e generosità ispirato da Attilio Caja e dipinto dai suoi uomini sia un regalo che va al di là di due punti persi o conquistati. Questo insuccesso verrà recuperato, prima o poi, e i conti torneranno in quello che è sempre stato, rimane e rimarrà l’unico obiettivo stagionale di questa squadra: la salvezza. In merito ci mettiamo la mano sul fuoco. Il cuore e l’impegno, le due parole che riassumono meglio le caratteristiche annotate poc’anzi, sono invece un pane da mangiare subito. E per il quale ringraziare. Si potrebbe riassumere così il match di Santo Stefano nel quale la Virtus Bologna ha espugnato il PalA2A per 85-90 dopo un tempo supplementare. Una gara che entra nell’anima per un’incertezza durata 44 minuti, per la combattività di entrambe le squadre e soprattutto per la prestazione offerta dai padroni di casa. Rimaneggiati (senza Waller fin dalla lunga vigilia e all’ultimo senza Hollis, rimasto ai box per un’influenza intestinale fulminante) Ferrero e compagni hanno tenuto egregiamente testa a una Segafredo (a sua volta senza il play Lafayette: con un roster di 9 “titolari”, però, è un’assenza che pesa indubbiamente meno...) guidata da un Alessandro Gentile in stato di grazia: 32 punti (record in carriera) e 12 su 17 da due punti. La guida spirituale Lo hanno fatto partendo da una difesa grintosa, attenta, mobile, intelligente (raddoppi pensati, rotazioni puntuali, recuperi) e partecipata da ogni “reduce” dell’Artiglio, una difesa che ha fatto sudare ogni canestro al talento degli avversari. E lo hanno fatto con un attacco magari modesto nella percentuale di innato e al solito non sempre preciso nelle esecuzioni, ma di certo giudizioso, generoso quanto la retroguardia e capace - come una sinfonia - di contare su più strumenti: una guida spirituale, che risponde al nome di un Giancarlo Ferrero praticamente perfetto (17 punti: “high in carrier” eguagliato in Serie A) in un serata nella quale dare l’esempio era fondamentale (ma il capitano ormai non sorprende più...), un “go to guy” per elezione come Stan Okoye (18 punti, tanti errori da 3 punti - 7, 3/10 - ma anche tante responsabilità prese), un uomo di sostanza come Cain (14 e 9 rimbalzi) e un mattoncino di tutti gli altri. I due episodi Compreso Wells, capace di portare con una tripla la partita al supplementare, al termine di un percorso personale segnato dalle consuete pause (13 punti, 4 assist e alcune scelte sbagliate): un epilogo naturale per una contesa senza padrone (massimo vantaggio bianconero il 4-11 del 5’, biancorosso il 57-51 del 31’). Qui, una Varese ormai ridotta ai minimi termini per le uscite dal campo - causa raggiunto limite di falli - di Ferrero e Okoye - è stata matata dalle giocate (alcune incredibili) di Ale Gentile e di Aradori, ma anche dagli episodi. Il primo: un passi di Tambone sul contropiede del possibile +4 (infrazione sacrosanta - il giocatore fa effettivamente 4 passi - ma involontaria e forse non così influente). Il secondo, ben più grave: il pasticcio degli ufficiali di campo a 1’16” dalla fine, sull’81-83. Varese ha palla in mano e inizia l’azione d’attacco, ma il timer dei 24” resta fermo per circa 4” e poi viene fatto ripartire senza che l’errore venga segnalato agli arbitri e il gioco di conseguenza fermato. Nessuno si accorge dell’inghippo: l’azione prosegue e Wells viene stoppato da Slaughter con 5” ancora sul cronometro dei 24” (che, senza il temporaneo blocco, avrebbe invece già finito la propria corsa...). Gli arbitri assegnano la rimessa ai biancorossi, ma vengono allertati dalla panchina della Virtus e vanno a controllare all’istant replay: dopo una lunga consultazione la decisione viene cambiata e la palla ritorna agli ospiti. Con Varese, la quale con i riferimenti temporali corretti sul tabellone dei 24” avrebbe attaccato in maniera diversa e che a quel punto chiedeva solo di poter giocare i 5” rimanenti, incolpevole, cornuta e mazziata. Per tutto questo il direttore generale della società Claudio Coldebella ha presentato ricorso direttamente nel referto arbitrale a fine gara, ma le possibilità che lo stesso venga accolto sono praticamente nulle. Fabio Gandini
  2. La Pallacanestro Varese cerca due punti pesanti per chiudere col sorriso il 2017. Ultima tappa dell' anno solare martedì al Pa- 1A2A (palla a due alle 15; diretta su Eurosport2) per la truppa di Attilio Caja, che riceverà l'ambiziosa matricola Segafredo Bologna in una gara ricca ai motivazioni. Ferrero e soci trascorreranno le festività in palestra - oggi allenamento alle 15 per acclimatarsi con l'inconsueto orario di gara, rifinitura in programma la mattina di Natale - per prepararsi al meglio a dare l'assalto alle rinvigorite "Vu Nere". Partita da affrontare in emergenza per Varese, costretta a fare a meno di Antabia Waller in attesa di scoprire con esattezza l'entità dell'infortunio del suo cecchino designato (ma sembra difficilmente evitabile il ricorso al mercato in cerca di un sostituto). Il team biancorosso non ha alcuna intenzione di piangersi addosso per l'assenza della sua guardia titolare, e prepara la solita partita casalinga in versione arrembante contro un'avversaria di grande talento. «Non dobbiamo essere arrendevoli e pensare di aver perso prima di iniziare; al contrario dobbiamo e vogliamo giocare una gara di grande energia e grande coraggio. Bologna ha tanta qualità, ma noi con tenacia ed aggressività potremo disputare una bella partita»: così Attilio Caja ha stimolato il gruppo in vista del match di martedì. Occasioni in particolare per Aleksa Avramovic, Matteo Tambone e Nicola Natali, che senza Waller avranno più minuti e responsabilità; ma in assoluto tutti gli effettivi biancorossi dovranno dare qualcosa di più per nascondere l'assenza del tiratore ex Mornar Bar. L'obiettivo è quello di conquistare due punti importanti per allontanarsi dalla zona pericolo alla vigilia delle delicate trasferte di inizio 2018 a Brindisi e Cremona. E anche quello di abbinare un ricordo positivo alla storica inaugurazione del tabellone "led cube": la strumentazione acquistata grazie all'impegno diretto dello sponsor Tigros arricchirà il contorno dello spettacolo al PalA2A. Ma il vero spettacolo sarà ovviamente quello del campo, e perriuscire ad esprimersi al meglio Varese non potrà prescindere da un'altra prova arrembante come quelle con cui ha messo alle corde Cantù, Trento e Capo d'Orlando. Se lo aspetta anche Bologna, a sua volta col rischio di dover fare a meno di un elemento cardine come Oliver Lafayette (problemi muscolari nei giorni scorsi, recupero difficile per il 33enne play naturalizzato croato). La Virtus rilanciata dopo la retrocessione del 2015-16 dall'avvento di Massimo Zanetti col marchio Segafredo, ha puntato molto su un nucleo italiano che ha nel capitano azzurro Pietto Aradori e nel mix di talento e fisicità di Alessandro Gentile i pezzi pregiati (rispettivamente 15.8 e 17.4 punti di media-gara). Finora però le "Vu Nere" hanno raccolto meno rispetto alle aspettative, complici numerose sconfitte in volata; il successo di domenica contro Torino ha riportato serenità dopo 5 stop nelle 6 gare precedenti, toccherà a Varese cercare di "tastare" eventuali nervi scoperti andando all'arrembaggio degli ospiti sin dal primo minuto di una gara da giocare col coltello tra i denti. Giuseppe Sciascia
  3. Le prime volte, per qualcuno le ultime. Forse l’ultima. La prima volta del “Cubo”, l’opera che proietta la società in un futuro dove però l’apparenza dovrà sempre cercare di coniugarsi alla sostanza: sarà una sfida eterna qui sotto al Sacro Monte del basket, da non sottovalutare mai. La prima volta del nuovo inno della Pallacanestro Varese,”Come nella vita”, scritto dal preparatore atletico biancorosso Marco Armenise: non siamo critici musicali e quindi non esprimiamo giudizi qualitativi (che sarebbero strettamente personali); ci auguriamo, semplicemente, che porti un po’ di fortuna, quella che a volte si pesca nei particolari, anche in quelli che paiono inutili. La prima volta di una Varese incompleta, almeno in gare ufficiali nella stagione 2017/2018. E l’assenza di Antabia Waller è una defezione in una truppa cui Attilio Caja - per necessità ma anche per virtù - ha insegnato a giocare insieme, a essere “noi” invece che “io”, ad amarsi vicendevolmente tra i suoi componenti: fa meno male, quindi, che l’assenza di un uomo solo al comando in un gruppo di gregari. Fa meno male non significa che non lo faccia del tutto: sono sempre 11 punti di media che se ne andranno (probabilmente per un mese) uniti all’unico tiratore puro presente nel roster. Ma la creatura dell’Artiglio sa sacrificare ogni cosa sull’altare del “noi”: e la vittima di turno sarà la sfortuna. Pallacanestro Varese-Virtus Bologna, un ’ennesima volta. Rimasta uguale in due nomi che fanno tremare i cuori, soprattutto se uniti da un trattino che le mette insieme su un rettangolo 15x28 metri, anche se tutto è cambiato, dentro e fuori dallo stesso. Bologna pone uno accanto all’altro due dei primi dieci marcatori della Serie A 2017/2018, e il fatto che siano due giocatori italiani fa viaggiare per un attimo su una sorta di macchina del tempo. Sono Alessandro Gentile (17,5 punti a partita) e Pietro Aradori (15,8): chiaro che il focus si concentri su di loro, che assicurano quasi metà del fatturato offensivo virtussino (80,2 punti segnati a partita contro i 73,8 dei biancorossi) e che in due racchiudono un arcobaleno di pericolosità da temere. Dietro di loro un esercito simile a quello varesino, almeno per una sorta di comunismo del gioco d’attacco: Lafayette, Lawson, Slaughter, Umeh, Ndoja e Stefano Gentile: cifre simili, uguali possibilità di colpire come alternativa alle due principali bocche da fuoco. Vaticinare i temi tattici di una gara della Openjobmetis di Attilio Caja ormai è facile: difesa, difesa, difesa. Corsa, corsa, corsa in contropiede per trovare quei punti facili che valgono doppio in assenza di un talento offensivo diffuso. E poi percentuali, percentuali, percentuali, altalenante tallone d’achille di un gruppo che finora ha raccolto meno di quanto ha seminato. Fabio Gandini
  4. «Non arriveremo al match nel nostro momento migliore, perché quella di Waller è un’assenza importante. Durante la stagione questi inconvenienti però ci possono essere e martedì non dovremo essere arrendevoli e credere di aver già perso prima di cominciare: dovremo fare la nostra partita con coraggio ed energia, giocandola nel miglior modo possibile». Davanti alla sfortuna bisogna tirare fuori gli... Artigli. E se c’è uno che lo può fare è proprio coach Attilio Caja, per nulla disposto a partire battuto nonostante la sua Varese sia rimaneggiata. Antabia Waller non ci sarà contro la Virtus Bologna nel match di Santo Stefano e non c’è nemmeno alcun aggiornamento sulle sue condizioni. Dovrà infatti passare ancora del tempo prima che il giocatore possa sottoporsi a determinati accertamenti medici e avere un quadro chiaro della situazione. A breve termine impera il pessimismo: anche nella migliore delle ipotesi due-tre settimane di stop sono purtroppo da mettere in conto e ciò significherebbe la sua assenza anche contro Brindisi e Cremona. Anche nella malasorte, peraltro, guardare troppo in là serve a nulla: meglio concentrarsi sul presente e quindi sulla Virtus. È ciò che fa l’allenatore pavese, presentando una sfida storica e un avversario che la storia, prima o poi, vorrebbe tornare a scriverla: «Bologna è una squadra che ha una netta impronta italiana - esordisce il coach - La società, avendo la possibilità di farlo, è stata brava a seguire questa linea, perché è interessante. Hanno puntato su giocatori nazionali di grande rilievo, come Pietro Aradori, che è forse il cestista italiano con più talento (ed è tra i primi in Europa) perché ha un’abilità nel segnare davvero notevole. Poi hanno puntato sulla “rinascita” sportiva di Alessandro Gentile dopo la sfortunata parentesi dell’anno scorso: lui aveva bisogno di un’opportunità con grandi stimoli e la Virtus glieli ha dati, facendo una scelta interessante e opportuna (e, se ce ne fosse stata la possibilità, anche a me avrebbe fatto piacere allenarlo). E non si può non citare suo fratello Stefano, che a mio giudizio è un giocatore un po’ sottovalutato: ha qualità, carattere e rende molto nei momenti caldi delle gare». Non è finita qui: «Accanto a loro ci sono elementi importanti ed esperti, decisivi lo scorso anno per la vittoria dell’A2: Ndoja, Umeh e Lawson. E a questa somma hanno aggiunto anche due giocatori come Oliver Lafayette e Marcus Slaughter che hanno un’esperienza, anche a livello europeo, molto marcata. Pertanto ritengo che a inizio campionato Bologna sia stata giustamente inserita tra le pretendenti ai playoff e non solo. Quando una squadra è nuova, tuttavia, ha bisogno di tempo per conoscersi e imparare a giocare insieme ed è questo il motivo per cui hanno avuto alti e bassi finora. Noi, dal canto nostro, siamo pronti ad affrontare una squadra di altissimo livello». Con un però: «I nostri avversari hanno grande qualità - conclude Caja - ma con tenacia, aggressività e coraggio possiamo fare la nostra partita. Vedremo se sarà sufficiente per arrivare alla vittoria finale». Fabio Gandini
  5. La tecnica? Conta, eccome se conta. E l’atletismo? Oggi come oggi fa la differenza, è inutile negarlo. E lo stesso si può scrivere delle peculiarità fisiche, che nei singoli determinano di volta in volta vantaggi (da sfruttare) o svantaggi (da colmare) rispetto ai pari-ruolo avversari. C’è però un altro aspetto di rilievo, nel basket e in tutti gli sport (si potrebbe anche dire “nella vita”...). Un aspetto che conta oggi e contava una volta, anche quando la pallacanestro era profondamente diversa: l’esperienza. Quella che ti permette di conoscere e quindi prevedere, mettendoti - a parità di altre condizioni - un passo davanti agli altri. Quella che ti può regalare un canestro in più, un rimbalzo in più, una palla rubata in più e spesso un errore in meno. Che è la cosa più importante. Il pregresso agonistico, il background che ogni giocatore si porta appresso è voce decisiva nella valutazione dello stesso. E la somma dell’esperienza dei singoli concorre, ben più di molti altri valori, nel giudizio su una squadra. La Varese 2017/2018 quanta ne ha? Poca, pochissima: quanta da solo ne ha per esempio il Michele Vitali (tra l’altro un “pallino” di coach Attilio Caja...) della Brescia capolista... Peggio? Solo Pesaro (di poco) La classifica di Serie A riscritta in base alla somma dei minuti giocati nel massimo campionato dai componenti di ogni roster prima dell’inizio della corrente stagione. Sorprese? Nessuna o quasi. E vale subito la pena far notare come la Openjobmetis dell’Artiglio tris si posizioni al penultimo posto della speciale graduatoria, con un totale di 2457 minuti. Il dato è il risultato dell’addizione tra gli 802 di Giancarlo Ferrero (il più “esperto”) , i 454 di Norvel Pelle, i 390 di Damian Hollis, i 370 di Aleksa Avramovic, i 362 di Stan Okoye e i 79 di Matteo Tambone. Quattro su dieci gli “esordienti totali”, per usare un’espressione cara a Fantozzi: Cameron Wells, Antabia Waller, Tyler Cain e Nicola Natali. 2457 minuti, poco più di quelli che - come già accennato - aveva giocato in Serie A prima del dell’1 ottobre 2017 il solo Michele Vitali: 2441. Più inesperta dell’attuale gruppo biancorosso è solo la VL Pesaro, di poco peraltro: la somma del collettivo marchigiano è di 2134 minuti, grazie soprattutto ai 677 giocati nel 2015/2016 dall’ex varesino Rihards Kuksiks. Terz’ultima è l’Enel Brindisi, con 3763 minuti (spiccano i 1529 di Marco Giuri), poi viene Capo d’Orlando con 4050, diventata più scafata anche grazie alla recente addizione di Eric Maynor (866 minuti, anche in questo caso trascorsi sul parquet interamente con la canotta bianca e rossa). Non c’è trucco né inganno La squadra più “sgamata”? Sono i campioni d’Italia in carica della Reyer Venezia, con 38.479 minuti giocati dai componenti del suo roster nella più importante competizione cestistica nazionale. Segue la capolista Brescia (che non ha esordienti in Serie A in organico) con 33.698, poi Milano con 22.458, Avellino con 21.683 e la Virtus Bologna con 20.623 (anche grazie ai 5687 di Alessandro Gentile, i 3625 del fratello Stefano e i 7274 di Pietro Aradori). Scritto che Cremona è sesta a quota 19.977, Torino 7a a 17329 , Reggio Emilia 8a a 16.739 e che di seguito si piazzano Sassari (15.068), Trentino (14.544), Pistoia (14.267) e Cantù (9054), due osservazioni vengono spontanee. La prima sta nel notare l’evidente differenza tra i valori numerici oggetto di analisi: tra le ultime tre (Pesaro, Varese e Brindisi) e le prime undici c’è una sproporzione che diventa abisso (basta mettere a raffronto i 2457 della Openjobmetis penultima con i 14.267 della The Flexx undicesima). La seconda sta nel confrontare la classifica dei minuti giocati con quella reale all’11a giornata del campionato 2017/2018. La peggiore del lotto (cioè quella che perde più posizioni tra una e l’altra) è Cremona, 6a nella prima e 13a nella seconda. Bologna perde 5 piazze, Reggio e Pistoia 3, mentre - al contrario - va finora fatto un plauso a Cantù e a Capo d’Orlando (+5 in entrambi i casi) e a Sassari (+4). E anche a Varese, che di posizioni ne recupera 3: penultima in quella dei minuti giocati, 12a in quella reale. Che la top parade dell’esperienza tendenzialmente non menta lo si capisce infine guardando ai piani alti: Venezia, Brescia, Milano, Avellino le più esperte, Brescia, Avellino, Milano e Torino le prime della classe dopo 11 giornate. Una sola intrusa, la Fiat, in luogo di una Reyer che ha perso qualche partita di troppo ultimamente. Ma si riprenderà, vedrete: in certi numeri non c’è trucco e non c’è inganno. Fabio Gandini
  6. La classe dei veterani della Grissin Bon condanna la solite Varese troppo sterile in versione trasferta. Gli over 30 di lusso Manuchar Markoishvili e James White salgono in cattedra nella ripresa facendo saltare la zona utilizzata da Attilio Caja per 20' buoni, e puniscono la difesa biancorossa concentrate per togliere ritmo alla prima punta reggiana Amedeo Della Valle. Ma la quinta sconfitta su altrettante gare disputate lontano dal PalA2A è figlia dell'ennesima prestazione balistica largamente insufficiente (13% da 3 contro i 36% - ma 6/13 nella ripresa dopo il 5/18 dei primi 20') della squadra di Caja. Le prove sotto tono di Waller (5/13 dal campo) e Okoye (2/11 e male anche in difesa) inchiodano l'attacco biancorosso su livelli di produttività decisamente modesta: sole qualche incursione di Wells (alterno ma quantomeno intraprendente chiudende con 5/11 e 7 assist) e Avramovic dà ossigeno alla manovra che non trova mai spazi per liberare Cain e Pelle (10 punti con 5 tiri dal campo in due per i centri biancorossi). Eppure Varese aveva provato a sorprendere la Grissin Bon con una vischiosa zona 2-3, che nei primi 15' aveva pagate buoni dividendi forzando un iniziale 3/14 dall'arco per i padroni di casa. Ma l'inerzia favorevole è stata convertita solo in minima parte (9-13 all'8', 14-19 al 14') lasciando sul ferro occasioni ghiotte pei acuire le difficoltà psicologiche di una Grissin Bon ferita dallo stop casalingo in Eurocup conno il Lietikabelis. Ferrero e soci non hanno avuto la forza di affondare i colpi, ritrovando vigore dalla zona nel finale del secondo quarto (33-34 al 19' dopo il 30-25 del 17' sulle scariche di Mussini e Candì) ma scollandosi progressivamente dopo l'intervallo quando Reggio Emilie ha aggiustato la mira. Saltato l'arrocco con la tripletta iniziale di Chris Wright (recuperato a sorpresa con un mese d'anticipo) e Markoishvili (44-39 al 23 ' ), la squadra di Menetti ha punito con la classe del georgiano e dell'altro veterano White gli assetti con 3 piccoli scelti ripetutamente da Caja tra la necessità di sbloccare l'attacco e quella di trovare alternative ad un Okoye fuori partita. Così Reggio ha allungato a poco a poco (53-45 al 28', 62-52 al 32') punendo le difficoltà dell'attacco ospite nel trovare ritmo perimetrale. Copione noto e stranoto per la Varese in formato esportazione che si è ulteriormente acutizzato alla luce della bocciatura (definitiva?) rifilata da Caja a Damian Hollis. L'ala di passaporto ungherese, che almeno a Milano ed Avellino era stato incisivo in attacco, è partito in quintetto come contro Capo d'Orlando, ma la sua partita è durata solo 3'21" a seguito di due palle perse consecutive: "Artiglio" lo ha cambiato inchiodandolo in panchina per i successivi 36'19", e preferendogli Okoye come alternativa a Ferrero. Se il coach pavese considera l'ex Brescia come un corpo estraneo, alla luce di un attitudine difensiva troppo diversa rispetto agli altri 9 compagni, sembra però impossibile ricorrere al mercato per uscire dall'impasse, alla luce della necessità di mettere in sicurezza i conti tra la chiusura del bilancio 2016-17 e trovare le risorse necessarie per arrivare in fondo al 2017-18. Di sicuro però il problema c'è e va risolto: Hollis doveva essere un valore aggiunto in attacco ma lo si boccia per non rischiare di vanificare l'atteggiamento difensivo del gruppo. Encomiabile ma non sufficiente per risolvere il problema del tasso tecnico insufficiente per vincere in trasferta: dovunque la si tiri, la coperta è troppo corta. Giuseppe Sciascia
  7. La solita Varese, nel bene ma soprattutto nel male. La solita sconfitta, quella che giunge più puntuale delle tasse quando a una difesa degna non corrisponde un attacco che sia tale. A Reggio Emilia arriva il quinto insuccesso su cinque trasferte stagionali per l’esercito cestistico di Attilio Caja, e le lacrime versate sono tutte nel tiro da tre che non entra (2/15) e stavolta anche nelle palle perse (14), voce che sintetizza anche qualche sbavatura evitabile e a conti fatti decisiva quasi quanto la magra balistica (tanti gli errori commessi quando sarebbe stato necessario aggredire il match). Nel 76-66 con cui la Grissin Bon batte (e raggiunge in classifica) la Openjobmetis non basta e non potrebbe bastare nemmeno per sbaglio un Wells più che discreto (14 e 7 assist), quando quelli che dovrebbero accompagnarlo nell’arte del bucare le retine marcano visita: Okoye - 8 punti con 2/12 - e Waller - 11 punti con 1/6 da 3 punti - su tutti. E poi c’è Hollis, punito in modo durissimo dall’Artiglio con 37 minuti di panchina dopo un inizio totalmente inadeguato per concentrazione. E quando uno dei tuoi stranieri gioca solo tre minuti un problema esiste, inutile girarci intorno. Ed esiste da qualunque angolatura si guardi la questione. La solita Varese - punita da un Markoishvili assatanato da oltre l’arco (6/10 dopo i primi sdeng contro la zona) e da un White sartoriale nella sua superiorità tecnica e fisica - e la solita sconfitta. Sulla quale ogni ulteriore ricamo sarebbe inutile e stucchevole da leggere. Fermiamoci, ri-sottolineandola, all’unica cosa importante: 2/15 da 3, 13%. Il gioco in questione si chiama palla a canestro. La cronaca Zona e Hollis nell’incipit dei “cajani” (dall’altra parte c’è la sorpresa Chris Wright, recuperato in extremis e messo al posto di Llompart): una funziona, l’altro no. La prima è un’esigenza visto il gap fisico e ha il suo notevole impatto, perché costringe Reggio a sparacchiare dall’arco (2/11 nei primi 10’ minuti) e le toglie ritmo. Il secondo, cui viene concessa una seconda chance dopo lo starting five contro Capo d’Orlando, è discreto nella 2-3 ma pessimo in attacco: 3 perse e panchina dopo tre minuti. Varese però c’è e c’è Wells: alcune sue sortite e alcuni suoi assist (uno inedito sopra il ferro per Pelle) permettono agli ospiti di stare avanti nel punteggio (pur con risicato margine) fino alla prima sirena, con i canestri anche di Waller, Ferrero e Okoye (14-15 al 10’). Certi “fischi” hanno il potere di cambiare le inerzie delle partite: consuetudine che si manifesta anche al PalaBigi. Un antisportivo inventato dai “grigi” e sanzionato a Ferrero (che cerca la palla su un’entrata di Wright) blocca una Openjobmetis scattata anche a +4 (17-21) nel secondo quarto. La chiamata amica “registra” la Grissin Bon, che ritrova anche un po’ di mira dalla distanza con Markoishvili e Mussini e schizza a +6 dopo un parziale di 12-2. La squadra di Caja ci mette anche del suo, in verità: palle perse (7 in 20 minuti) e canestri già fatti buttati nella spazzatura. La costante difensiva blocca però la possibile fuga dei padroni di casa e da lì Ferrero e compagni ripartono anche davanti - con 4 punti di Wells, con una tripla di Waller e con Okoye - tanto da tornare addirittura in vantaggio (31-32 al 19’) e poi comunque a contatto al 20’ (35-24 dopo il canestro di White). Il ritorno in campo coincide con una grandinata reggiana da oltre l’arco dei 6,75 metri: nel sacco la mettono l’ex Wright, ancora Markoishvili e White. Dall’altra parte della luna risponde solo un Wells sempre più in palla, e nella differenza tra botta e risposta sta quel +5 che la Grissin Bon si porta dietro per diversi minuti. Varese prova a tornare più sotto con Waller (49-45 al 25’), ma si perde progressivamente in un tiro che non entra praticamente mai, trovando punti solo “dalla linea della carità”. Quando poi gli uomini di Menetti ricominciano a far piovere nel canestro avversario dopo qualche minuto di pausa, il crollo diventa plastico: dal 49-45 si passa 60-51 della penultima sirena, con gli dei del basket che paiono tutti fare l’occhiolino ai padroni di casa. E così è. Perché se segni soltanto 5 punti nei primi 6 minuti del quarto decisivo e nel momento in cui dovresti provare il tutto per tutto produci - nell’ordine - una palla persa, un’infrazione di 24” e una di passi, nessuna divinità ti può guardare in modo benevolo. La strada di Reggio Emilia è tutta in discesa ed è lastricata dalle bombe che Markoishvili continua a segnare. Finisce 76-66 dopo un quarto senza speranze per i biancorossi. Finisce - come sempre - che la difesa non basta. Fabio Gandini
  8. Reggio Emilia è come la lettera di De André: vera di notte e falsa di giorno. Vera nelle ambizioni e in un roster che le vale tutte, falsa in una classifica che fra qualche mese sarà forse profondamente diversa da quella che oggi vede gli emiliani in piena seconda fascia. Per trovare la verità conviene partire dal recente passato, come fa Attilio Caja: «Il primo pensiero è che ci troveremo davanti a una squadra reduce da due finali scudetto e da un quarto di finale. Una squadra che ha ancora lo stesso allenatore che ha raggiunto questi brillanti risultati e anche qualche giocatore protagonista degli stessi. Non dimentichiamocelo. Reggio ha un suo perché, ha una sua solidità e diversi punti fermi, tutte cose che hanno fatto sì che dopo un inizio di stagione difficile, dovuto anche a cambiamenti e infortuni, sia ripartita. E per capire la sua forza basta guardare il roster». Guardiamolo: «Hanno Della Valle, giocatore di grande talento, ottimo attaccante. Poi Markoishvili, elemento di qualità che ha fatto bene anche in Eurolega nella sua carriera. E se parliamo di qualità non possiamo non citare White, che magari oggi non ha più l’atletismo dei tempi ma rimane sempre un giocatore di prima fascia. Poi Julian Write e Reynolds: quest’ultimo è cresciuto molto rispetto allo scorso anno, ha fatto passi avanti dal punto di vista tecnico e nelle ultime partite della Grissin Bon è stato il miglior realizzatore. E infine Llompard, atleta solido e pieno di esperienza, capace di dare i giusti ritmi alla squadra e di aiutarla a crescere ulteriormente». Insomma, l’elenco è lungo e il primo indizio di bugia è proprio questo: «La classifica di Reggio è bugiarda, è una formazione individualmente molto forte. E ho grande considerazione e rispetto anche per il loro allenatore. Di Max Menetti mi ricordo quando ha iniziato: io ero a Rimini in A2 e lui appena arrivato a Reggio. Per gli emiliani si trattava di un anno travagliato, avevano cambiato quattro allenatori. Lui subentrò a Frates: vennero a Rimini, persero e sembravano spacciati, poi vinsero le ultime due e si salvarono: da lì iniziò la carriera di Menetti e la risalita di Reggio, diventato un club di blasone per il basket italiano. D’altronde due finali scudetto non si fanno per caso: nello sport si parla di progettazione spesso a vanvera, mentre Reggio, come poche altre realtà, ha parlato con i fatti». Tanta stima e considerazione si traducono in un segnale di pericolo. Per sperare al PalaBigi servirà una grande prestazione: «Avremo bisogno di un impatto fisico e atletico importante: loro in ogni ruolo sono fisicamente superiori a noi e potranno crearci dei problemi. Per questo ci vorranno alcuni accorgimenti, come quello di non lasciare Hollis e Ferrero da soli contro White. Dovremo difendere di squadra ed essere pronti a fare una partita valida agonisticamente e mentalmente. Sarà inoltre necessario leggere le loro situazioni difensive, perché con i cambi sono bravi a farti perdere il ritmo». E infine servirà soprattutto una cosa: «Si può fare tanta filosofia, ma conterà soprattutto buttarla dentro. Le percentuali devono crescere ancora, così come le prestazioni individuali: ogni domenica vedo dei miglioramenti e spero che arrivino presto anche questi». Fabio Gandini
  9. La Pallacanestro Varese riparte di slancio facendo leva sulle sue certezze. Dopo tre sconfitte in fila e più di un mese di digiuno, la truppa di Attilio Caja torna a ruggire al PalA2A, soffocando una tenera Betaland nelle spire della sua difesa graffiante. Ferrerò e soci cancellano le difficoltà balistiche degli ultimi tempi con una prova tutta ritmo e aggressività, che nasconde i problemi di messa in moto ( 1/9 da 3 nei primi 15' ma 9/24 alla fine) riproponendo la vecchia ma sempre attuale ricetta "difesa&contropiede". La vittoria che serviva alla classifica - di nuovo a più 4 sull'ultimo posto occupato da Brindisi - ottenuta nel modo che serviva per dimostrare che gli ultimi rovesci non erano figli di una crisi di sistema, ma di perdurante sfiducia balistica. Una vittoria ampia, come già accaduto contro Cantù e Trento, frutto proprio dello stile di gioco casalingo della compagine biancorossa: la staffetta Wells-Tambone toghe ossigeno al caro ex Maynor (3/10 al tiro e un solo assist per un Eric lontanissimo dalla migliore condizione), mentre dalla panchina la verve di Avramovic e Ferrero spacca una partita inizialmente "ingessata" dalla zona e dai ritmi lentissimi utilizzati dalla Betaland. Così Varese prende fiducia correndo, con l'assetto a trazione posteriore in modalità tre piccoli che alza il volume ed apre meglio il campo, e poi spacca la partita quando Wells ascolta gli ordini di scuderia attaccando Maynor per un terzo quarto da spellarsi le mani in attacco (26 punti col 73% dal campo). Una vittoria di sistema sulla base di un "egualitarismo" offensivo che permette di raccogliere ruoli da primattori a giocatori votati al lavoro oscuro come Tyler Cain e Giancarlo Ferrero. Uomini di fatica che salgono sul proscenio finalizzando la preparazione della squadra per costruire canestri ad alta percentuale: il centro del Minnesota è dominante sotto i tabelloni contro avversari tecnici ma non fisici, e raccoglie i frutti delle incursioni di Wells e Avramovic convertendo puntualmente ogni scarico. Il mancino di Bra "martella" in contropiede e dal perimetro ribadendo la sua importanza nelle esecuzioni corali di una squadra senza stelle tra scelta e necessità. Wells e Waller si vedono in attacco solo nella ripresa ed Hollis ribadisce la sua difficoltà a sposare la causa di un basket ruvido del quale Varese non può prescindere in casa? Tocca ad altri salire sul proscenio, con i 33 punti prodotti dalla panchina (novità Ferrero e ritorno Pelle col quintetto cambiato riproponendo Cain e lanciando Hollis rispetto alle ultime 4 uscite) che risultano determinanti nell'economia della gara. I discorsi su gerarchie basate sugli stipendi e sui passaporti sono decisamente stucchevoli nel contesto di un sistema che funziona perchè dà ad ognuno la possibilità di essere protagonista a rotazione. La Varese in versione casalinga vince solo se difende tutta insieme, corre il più possibile e cavalca di volta in volta la vena del singolo - Okoye contro Cantù, Wells contro Pistoia, Pelle contro Trento e Cain contro Capo d'Orlando - più avvantaggiato dalla conformazione fisica e tecnica dell'avversario di turno. Squadra operaia con poco talento complessivo e nessuna punta designata? Questo può essere vero in trasferta, al netto di un paio di colpacci andati a vuoto per un nonnulla. Ma in casa i limiti diventano punti di forza se come ieri tutti remano dalla stessa parte, riscuotendo il meritato tributo di applausi del PalA2A. Giuseppe Sciascia
  10. Aspetti Maynor e arriva un centro che fa della generosità e del lavoro una carta d’identità. Per una volta da sbattere in copertina, a seguito di una prestazione statisticamente clamorosa, praticamente perfetta. Aspetti Maynor e arriva il giocatore che sugli almanacchi risulterà come suo successore. Un Calimero che a differenza del collega non finirà mai sulle passerelle cestistiche, ma che ieri ha adombrato la bellezza dell’ex con l’umile ruvidezza dell’applicazione difensiva. Aspetti Maynor e arriva capitan Ferrero. Uno che come il compagno Tyler dove lo metti sta, che risponde presente sia quando parte in quintetto che quando lo fa dalla panchina. Uno che non ha paura di niente: di marcire in fondo alle rotazioni (Moretti who?), di sbagliare tiri su tiri, dei giudizi che lo ritengono inadeguato alla massima serie. Uno che ha pazienza: e infatti la sua ora arriva sempre. Aspetti Maynor e arriva Matteo Tambone da Graz. Arriva con una tripla che in unico fruscìo di retina si porta via la tristezza di mesi di errori, quelli che ai tiratori - che vivono per i ciuffdomenicali - fanno male dentro. Un canestro, un simbolo, il benvenuto di un campionato in cui nessun esordiente può permettersi di dire bugie: serve lavoro e serve sudore per essere accettati. Nel battesimo anche Matteo lascia il suo ricordo all’ex di turno, contribuendo insieme al socio Cameron ad azzerarlo (1/6 da tre e un solo assist per Eric da Raeford, North Carolina). Aspetti Maynor e arriva Ale il serbo, la frenesia al potere che un allenatore di Pavia sta riuscendo a incanalare sui binari della produttività. Difesa asfissiante, primo passo fulminante, manca ancora il tiro ma ci stiamo lavorando: il talento grezzo di Avramovic da qualche tempo a questa parte serve a qualcosa. È questa la notizia. Aspetti Maynor e arriva Attilio Caja. Che non se ne era mai andato, per carità, ma che ieri ha dimostrato una volta di più di non essere un Narciso innamorato delle proprie scelte strategiche, di avere la malleabilità per essere concavo e convesso a servizio del bene della sua squadra, di avere in pugno il corpo e soprattutto la mente dei suoi giocatori. Anche dopo tre sconfitte. Cain e Hollis in quintetto base sono una mossa che dice tanto: a) non c’è gerarchia solidificata che sia più importante del momento, del lavoro e dell’opportunità; b ) quando serve sostanza l’Artiglio sa dove pescare (vedi Cain al posto di Pelle); c) non ci sono nè figli, né figliastri in questa squadra: Caja ci prova e ci proverà con tutti. E fa nulla se Hollis non si dimostra in grado di sfruttare l’occasione: state certi che arriverà anche il suo momento. Aspetti Maynor e arriva Varese. Che risponde presente dopo un mese e oltre di digiuno. Che doveva fare di più in attacco rispetto alle ultime partite e ci riesce, dando finalmente plasticità realizzativa a quanto costruisce (59% da 2, 37% da 3) e trovando il modo di giocare coinvolgendo tutti, anche quelli che stanno sotto canestro (19 assist). Poi il +24 lo leggi nella difesa, attenta sullo spauracchio con il numero 3 ma anche su tutti i suoi compagni, pronta nei cambi sistematici, dura sulla palla (11 recuperi), ispiratrice di tanti contropiede che fanno anche spettacolo. Se alla proverbiale chiave tecnica di questo gruppo (l’abnegazione difensiva, appunto) si aggiunge anche l’imprevedibile offensivo, se alla costante si aggiunge la variabile, beh... questa Openjobmetis non solo vince: esagera. Più 31 contro Cantù, +27 contro Trento, +24 ieri: tre indizi fanno una prova. E in un successo più buono di una lasagna dopo un mese di brodini insipidi, in un successo che mantiene Varese lì dove deve stare, tra il fondo e il mezzo della classifica (ovvero lì dove rimane lecito il sogno di qualcosa di più ma soprattutto - è la cosa più importante - si può essere esenti da preoccupazioni), spiccano tanti singoli. Quelli già citati - Cain: 39 di valutazione, 10/10 dal campo, 14 rimbalzi; Ferrero 14 punti, 2/2 da 3; Wells solo 4 punti ma 7 assist; Avramovic 9 punti e ben 6 assist in 18 minuti- e quelli che ancora non hanno avuto menzione. Su tutti Stan Okoye, 14 punti silenziosissimi, conditi da 5 rimbalzi. Una conferma, più che un arrivo, nel giorno in cui si aspettava Maynor. Fabio Gandini
  11. Nel presentare la sfida interna contro Capo d’Orlando (palla a due domani alle 17, diretta su Eurosport 2), Attilio Caja non manca di tornare con dispiacere sull’ultima sconfitta maturata nel finale a Pesaro per via del canestro incredibile di Dallas Moore: «Sono un po’ dispiaciuto per le critiche eccessive che sono arrivate alla mia squadra dopo la partita disputata a Pesaro - dichiara amareggiato Caja - perché questa è una squadra che lavora tutti i giorni nel modo migliore e ha affrontato la partita con grande impegno. Non sempre però si riesce a fare ciò che si vuol fare. Credo sia giusto criticare se mancano disponibilità e buona volontà, però noi sappiamo fin dall’inizio che ogni partita per noi può essere difficile. Non mi è sembrato di dover gridare allo scandalo per aver perso nel finale a Pesaro, la partita è stata decisa da un episodio nel finale». Detto questo, il focus si sposta inevitabilmente sull’impegno di domani al PalA2A, fondamentale per rialzarsi dopo tre sconfitte consecutive (Avellino, Sassari e appunto Pesaro): «Chiusa questa parentesi, il primo pensiero per questa partita contro Capo d’Orlando va sicuramente a Eric Maynor, che è un giocatore che rivediamo sempre con grande piacere, perché ricordiamo tutto quello che di buono e di bello ha fatto nelle sue due parentesi a Varese. Credo che Eric si sia fatto sempre apprezzare per la sua dedizione alla squadra. Egoisticamente, pur essendo contento che lui abbia trovato una squadra e possa così tornare a giocare, avrei preferito che avesse ripreso a giocare in un’altra partita e non contro di noi, perché averlo di fronte è sempre una complicazione maggiore per chi ci gioca contro. Detto questo la mia gratitudine verso di lui sarà sempre infinita, così rivederlo sarà un piacere». Capo d’Orlando è in un buon momento di forma e negli ultimi due mesi si è ripresa dalle difficoltà di inizio stagione: «Loro stanno bene, aspirano alle Final Eight, sono agguerriti e ambiziosi e tutto questo testimonia la difficoltà della partita. Noi rispettiamo gli avversari ma siamo fiduciosi in ciò che possiamo fare. Servirà una partita difensiva importante su Maynor e su Atsur, i due costruttori di gioco, ma anche su due tiratori importanti come Alibegovic e Kulboka. Sotto canestro hanno Delas, che l’anno scorso ha fatto bene e che quest’anno non sembra ancora esprimersi su quei livelli, e Wojciechowski, che è in grande forma e ha fatto molto bene nelle ultime partite. Su questi giocatori servirà attenzione da parte nostra, dovremo dunque giocare una partita molto efficiente e d’impatto difensivo, per poi prendere fiducia nei nostri mezzi ed avere un grande feeling con il pubblico». Alberto Coriele
  12. Attilio Caja ricambia le parole al miele di Eric Maynor nei suoi confronti in vista del ritorno dell'ex più amato dai tifosi varesini tra le quattro stelle del 2016-17 non rimaste in biancorosso. Il tecnico pavese preparerà ovviamente sulla marcatura dell'ex giocatore NBA la gara di domani contro Capo d'Oliando: «Il primo pensiero va ovviamente ad Eric Maynor: personalmente lo rivedrò con grande piacere, ma sono convinto che tutta la gente di Varese lo accoglierà allo stesso modo, per quello che ha fatto per tutti noi nelle sue precedenti parentesi in maglia biancorossa. E un giocatore che si è fatto apprezzare per la sua dedizione alla squadra e per quanto di buono ha fatto per questa maglia. Da una parte sono contento di rivederlo in campo, dall'altra egoisticamente avrei preferito che avesse iniziato dalla prossima partita, perché trovarselo di fronte è una grande complicazione. Però la mia gratitudine verso di lui e gli altri dell'anno scorso sarà sempre infinita, per cui rivederlo sarà un piacere». "Artiglio" mette comunque sull'avviso i suoi sulla necessità di una gara gagliarda per fermare i molti tiratori della Betaland: «Capo d'Orlando è una squadra agguerrita che punta alle Final Eight di Coppa Italia: sono in un buon momento e per ottenere quell'obiettivo verranno da noi per fare risultato. Come sempre rispettiamo gli avversali, ma siamo fiduciosi nelle nostre capacità e nelle nostre qualità. Servirà prima di tutto una partita difensiva importante, in particolare su Maynor che è capace di accendere i compagni, ma anche su Atsur che gli dà una mano in termini di costruzione e finalizzazione e tiratori temibili come Alibegovic e Kulboka. Sotto canestro attenzione soprattutto a Wojchiekowski che è in grande forma». E una volta di più la chiave del match per Varese sarà la capacità di accendere il motore del contropiede attraverso una difesa aggressiva: «Dovremo giocare una partita di impatto in difesa, e sulla base del ritmo garantito dall'intensità in retroguardia cercare di prendere fiducia in attacco. Il feeling con i tifosi e l'aggressività in retroguardia dovranno essere le chiavi attraverso le quali ritrovare confidenza in fase offensiva: per noi, come sempre, tutto parte dalla difesa». Infine Caja torna sul match di domenica scorsa a Pesaro per puntualizzare la sua opinione sulla prova dei suoi: «Sono dispiaciuto per le critiche un po' eccessive rivolte alla mia squadra dopo la partita disputata a Pesaro. Posso garantire che lavoriamo con grande determinazione tutti i giorni, e anche domenica scorsa abbiamo affrontato la gara con il giusto impegno. Poi può succedere di non riuscire a sviluppate per 40 minuti o in maniera perfetta le cose preparate, però l'impegno è stato massimo e abbiamo cercato di fare il meglio delle nostre possibilità. Non mi sembra scandaloso essere arrivati a giocarci il match punto a punto; purtroppo gli episodi ci hanno punito, tutto si può fare meglio, ma la squadra ci ha provato come fa quotidianamente e farà anche domani». Giuseppe Sciascia
  13. Eric Maynor si prepara a nell'estate del 2016 ho ricevere l'applauso del PalA2A in occasione del suo ritorno da ex con la maglia di Capo d'Orlando. Il playmaker statunitense, artefice delle ultime due rimonte salvezza della Varese di Attilio Caja, ha solo ricordi piacevoli delle stagioni 2014-15 e 2016-17 e tornerà volentieri nell'impianto di Masnago: «Per me sarà una bella giornata: mi mancano tutti quelli che ho conosciuto in due anni ricchi di ricordi piacevoli, e comunque per me importantissimi visto che mi hanno permesso di riuscire a tornare un giocatore di alto livello. Amo i tifosi di Varese e l'organizzazione della società, non vedo l'ora di tornare a giocare al PalA2A». Tra lei e Varese c'è stato un patto di mutuo soccorso: la società l'ha aiutata due volte a recuperare da brutti infortuni, in cambio di leadership e regia da protagonista per risalire la china in classifica. «È esattamente così: sia nell'inverno del 2015 che avuto la possibilità di recuperare da due brutti infortuni. Marco Armenise (il preparatore atletico biancorosso) è stato super nell'aiutarmi a recuperare la forma migliore, e la società in entrambi i casi ha creduto in me dandomi la chance di recuperare. E stato molto bello anche giocare con Attilio Caja, in generale ho cercato di ripagare Varese di quello che mi ha dato e insieme abbiamo fatto tante belle cose, ho ottimi ricordi di quelle due stagioni». Maynor e Caja domenica saranno avversari per la prima volta: cosa prova ad affrontare il coach che ha esaltato maggiormente il suo talento in Italia? «Sarà un grande piacere perché Attilio è uno dei migliori allenatori che abbia mai avuto. Con lui ho avuto un rapporto molto stretto e di grande rispetto reciproco; sicuramente sarà bello rivedere anche lui, anche se un po' strano. Ci conosciamo bene al punto tale di aspettarmi che lui anticiperà le mie chiamate offensive, io d'altro canto posso immaginare cosa chiederà a chi dovrà marcarmi... ». Varese nell'estate 2017 ha fatto scelte obbligate sul piano economico, non c'era alcun margine per rivederla in biancorosso? «Sono situazioni normali nell'ambito della nostra professione; al mio agente avevo chiesto di trovare situazioni diverse rispetto a quello che avrebbe potuto garantirmi Varese, che ha fatto a sua volta altre scelte secondo quelle che erano le sue disponibilità. Questa estate non c'erano le condizioni, posso solo dire che nella vostra città mi sono trovato benissimo, e chissà cosa potrà riservare il futuro... ». Per trovare squadra però ha dovuto attendere metà novembre con la proposta della Betaland... «È una situazione che mi è piaciuta subito e ringrazio Capo d'Orlando per avermi dato l'opportunità di tornare in Italia in un campionato dove mi trovo a mio agio. Sabato scorso abbiamo ottenuto una bella vittoria contro Trento; la squadra è giovane ma ha talento, ci sono tanti giocatori che hanno ottime qualità al tiro, io mi concentro principalmente nel metterli in condizione di prendere soluzioni facili sia con il pick&roll che con gli scarichi. La sensazione è che in questo gruppo potrò divertirmi molto». Cosa si aspetta in vista della partita di domenica a Varese? «In Italia vincere in trasferta è sempre difficile, e in particolare conosco bene il tipo di spinta che può dare il PalA2A con il suo entusiasmo. Non ho visto giocare Varese quest'anno, ma di una cosa sono sicuro: per vincere a Masnago dovremo giocare una partita dura e intensa, so bene come giocano le squadre di Caja e se non saremo duri e intensi, come certamente Attilio avrà preparato ad essere i padroni di casa, non riusciremo a spuntarla». Giuseppe Sciascia
  14. Domenica al PalA2A arriva l’Orlandina, società che in questa stagione, dopo il quarto posto dell’anno scorso, sta vivendo forse il punto più alto e il momento più bello della sua giovane storia. La formazione siciliana allenata da De Carlo è inserita nel tabellone della Champions League e, pur con risultati non esaltanti (una vittoria e sei sconfitte finora), sta comunque vivendo un’esperienza particolare. L’inizio di stagione, nelle primissime partite, non è stato semplice ma gli ultimi due mesi hanno visto una squadra in grande crescita complice anche l’inserimento nel roster dell’ex Varese Eric Maynor. Di questo parliamo con Peppe Sindoni, giovanissimo direttore sportivo (29 anni, premiato l’anno scorso come miglior dirigente del campionato) e artefice del “miracolo Orlandina”: «Negli ultimi mesi abbiamo fatto ampiamente ciò che dovevamo e potevamo fare. Siamo partiti con tre sconfitte consecutive, con Milano, a Bologna con la Virtus e con Pistoia, l’unica forse in cui potevamo fare di più. Però ci siamo riportati in classifica dove pensiamo di poter restare, abbiamo vinto gare importanti a Reggio Emilia e Sassari». L’esperienza della Champions League sta regalando aria nuova e positiva al club: «Come società siamo contenti e pieni di entusiasmo, stiamo vivendo questa esperienza europea con lo spirito giusto, per migliorarci a tutti i livelli. Vogliamo vedere, conoscere, ampilare gli orizzonti. Manca qualche vittoria ma siamo consapevoli che può essere una esperienza importante per noi. Siamo al primo anno, ma questo ci permette di sviluppare una mentalità importante in maniera molto più rapida che giocando una volta sola a settimana». Quindi no, a Capo d’Orlando nessuno si lamenta del doppio impegno: «Credo che l’esperienza europea sia un acceleratore di dinamiche - prosegue Sindoni - dopo tre mesi di stagione ci siamo ritrovati avanti di venti punti a Sassari, e negli anni passati non ci era mai capitato. Il doppio impegno va preso come una cosa positiva: quando ti siedi al tavolo a maggio ed intravedi la possibilità di partecipare ad una coppa, sai a cosa vai incontro. Ci stiamo confrontando a livelli mai provati prima, non possiamo lamentarci. Sai che è così fin dall’estate, nella costruzione abbiamo scelto di svecchiare la squadra e di creare un roster più profondo proprio in questa ottica. Però il doppio impegno ci permette di giocare contro il Paok Salonicco, ad esempio, siamo contenti ed onorati di farlo. Giochiamo il martedì per privilegiare anche il campionato, perché siamo una piccola squadra e dobbiamo comunque portare a casa la salvezza». Immaginerà sicuramente che qualcuno la guarderà storto a Varese dopo essersi assicurato poche settimane fa Eric Maynor, idolo a Masnago: «Sono contento che a Varese Eric sia ben ricordato, lo avevamo percepito già l’anno scorso quando lui fu uno dei protagonisti delle otto vittorie in dieci partite della squadra di Caja, e noi fummo una delle vittime. Ed eravamo in un momento eccezionale. Con l’aiuto di Eric quest’anno proveremo a vincere, ci aspettiamo una partita molto fisica e molto tattica, ci attendiamo molta aggressività proprio su Maynor. Le tre sconfitte di Varese si faranno sentire, Varese avrà una massima attenzione e lotterà su ogni possesso come vuole Caja. Noi stiamo migliorando molto ma dipendiamo ancora dalle percentuali dei nostri molti tiratori. Però pensiamo di poter vincere e di portare a casa un risultato diverso rispetto alla stagione passata». Alberto Coriele
  15. La Pallacanestro Varese allunga il suo digiuno esterno anche a Pesaro. Una clamorosa prodezza balistica di Dallas Moore punisce la prestazione dai due volti della truppa di Attilio Caja, che incassa il terzo stop consecutivo - e quarto stagionale lontano da Masnago - finendo risucchiata nella zona bassa della classifica. Due partite in una per Ferrero e soci, invischiati per 25 minuti dalle cadenze sincopate di una Vuelle capace di graffiare a ripetizione dall'arco (7/15 alla pausa lunga) e di nuovo vittime del male oscuro nel tiro dal perimetro (1/11 all' intervallo) che aveva già fatto scattare il campanello d'allarme dopo l'amichevole di Gallarate. Varese rischia il tracollo precipitando fino a meno 17 a suon di ferri ed errori banali nelle esecuzioni offensive; poi gioca 15' con il coltello tra i denti, con l'aggressività sul portatore di palla e la chiusura costante dell'area che manda fuori giri l'attacco avversario (13 triple e soli 3 tiri da 2 nei 10' finali). La scintilla l'accende la verve di Alexsa Avramovic, e quando la squadra di Caja può correre si esalta il mix di forza fisica ed atletica di Stan Okoye (7/14 al tiro, 4/5 ai liberi e 8 rimbalzi). E dopo 30' decisamente opachi entra in partita anche Cameron Wells, giocando un quarto periodo da leader che riporta i biancorossi da meno 17 in parità; peccato che a Varese manchi il colpo del kappaò, tra prodezze dei padroni di casa e qualche rimbalzo offensivo di troppo - compresi i 3 decisivi nei possessi precedenti la magia di Moore - che impediscono agli ospiti di mettere la testa avanti nel momento migliore (più volte in parità ma mai in vantaggio negli ultimi 7' giocati in equilibrio). Alla fine decide una invenzione assoluta del play di casa, che spezza un ottimo raddoppio portato da Ferrera con un tiro in salto che centra il tabellone e si spegne in fondo alla retina; un colpo da biliardo (pur col forte dubbio del cambio del piede perno dopo l'arresto) che regala due punti a Pesaro, sempre al comando nell'arco del match. Ma il rammarico del clan ospite riguarda la remissività mostrata nei primi 25', senza aggredire la partita col piglio necessario per esaltare le qualità agonistiche e nascondere i limiti tecnici del gruppo. Se l'apriscatole designato Waller continua a sparare a salve (3/13 totale), l'unico talentuoso senza "tigna" difensiva Hollis resta un lusso se serve la grinta (solo 13' per l'ungherese) e il centro a due teste Pelle-Cain totalizza 2 tiri dal campo su rimbalzo offensivo, è chiaro che giocare a ritmi bassi è un lusso che Varese non può concedersi. Specialmente contro una Vuelle dal tasso tecnico superiore se lasciata libera di esprimersi, ma palesemente in difficoltà quando la difesa bianco-rossa ha graffiato con energia. Peccato che la truppa di Caja abbia saputo cambiare volto quando la partita sembrava già compromessa; bravi Ferrero e soci a rivoltarla come un calzino in pochi minuti, però anziché recriminare sulla sfortuna per il jackpot allo scadere di Moore o su qualche fischio casalingo nelle bagarre a rimbalzo degli ultimi 2', mettere in campo un piglio deciso già in avvio avrebbe probabilmente evitato la volata finale. Ora arriva Capo d'Orlando trasformata da zucca in carrozza dalla bacchetta magica dell'ex Maynor: domenica al PalA2A servirà rompere un digiuno che dura dal 3 novembre per non scivolare in piena zona rossa... Giuseppe Sciascia
  16. ... una squadra in preda agli errori perda totalmente fiducia, diventando l’ombra di se stessa. E poi succede che la stessa ritorni in sè, sfiorando un miracolo “ucciso” da un miracolo degli avversari. A Pesaro finisce 74-71 Succede che il basket sia lo sport più bello del mondo. Ma anche uno dei più spietati nel colpire dove fa male davvero. Succede che la definizione dello sport più bello del mondo abbia una postilla nel finale: “…scopo del gioco è che ogni squadra riesca a mandare il pallone nel canestro avversario”. Succede che quando una squadra, un gruppo di esseri umani prima che di atleti, incontra enormi difficoltà a portare a termine lo scopo di cui sopra (quello che viene prima di ogni altra cosa, prima dell’impegno, prima dell’attitudine difensiva, prima della bravura in qualsiasi altro aspetto del gioco), i singoli che la compongono perdano fiducia in sé stessi. Progressivamente, consumando ogni energia mentale e fisica nell’errore ripetuto. Succede che questa squadra, questo gruppo di esseri umani prima che di atleti, sia la Openjobmetis Varese. Una squadra che fatica a fare canestro e che viene sistematicamente punita, come ovvio che sia, da questa mancanza. Nonostante brilli in molti altri aspetti del gioco più bello del mondo. Succede che la partita di Pesaro, con il passare dei minuti, inizi sempre di più ad assomigliare a quella contro Venezia. E poi a quella contro Brescia. E poi a quella contro Avellino. E poi a quella contro Sassari. Punizioni esemplari di una squadra che non riesce a portare a termine lo scopo del gioco: mettere la palla in quel benedetto cesto fornito di retina forata sul fondo. Succede che gli errori generino insicurezza, insinuandosi nell’anima e nella testa. Perché ormai troppo frequenti, troppo numerosi, troppo gravi. Fiaccando la resistenza psicologica e la concentrazione dei giocatori. E la testa e il cuore sono il motore di tutto. Sempre. Succede che in Pesaro-Varese il motore della squadra di Attilio Caja, ingrippato da quegli sdengsenza soluzione di continuità, si fermi. E che in quei pistoni ormai inermi Varese lasci anche quelle qualità che finora non aveva quasi mai smarrito: l’attenzione, la grinta in difesa, la presenza a rimbalzo, la consapevolezza di dover spendere ogni volta una goccia in più dell’avversario per sopravvivere, eterna condanna di chi di innato ha soprattutto la buona volontà. Succede che la domenica in riva all’Adriatico si trasformi allora in un mezzo incubo, contro dei padroni di casa non certo baciati dal talento o dalle stigmate dei campioni, ma senza dubbio più bravi a portare a termine lo scopo del gioco più bello del mondo (“mandare il pallone nel canestro avversario”). Succede che gli sdeng di cui sopra diventino 10 in fila, ad ogni tentativo da oltre l’arco. E poi 3 su 20 tentativi, che cambia pressoché nulla. Succede che quel motore ingrippato produca palle perse sciagurate, rimbalzi lasciati agli avversari, attacchi sconsiderati, difese di pietra. Succede che un -7 diventi un -11, poi un -13, poi addirittura un -17. Contro Pesaro. Non Sassari, non Avellino, non Brescia. Contro Pesaro è più grave. Poi succede che all’improvviso qualcosa cambi. Senza avvisaglie. Cambi quando un allenatore che le ha provate davvero tutte trovi inaspettatamente un quintetto che funziona, zeppo di seconde linee. Avramovic, Cain, Hollis, Tambone: in campo ci sono loro, ma per disperazione. Per disperazione davanti a un Wells indisponente, a un Waller ininfluente, a un Pelle ancora troppo ragazzino ai piani superiori. Ci sono loro, ma è come una scommessa di un giocatore d’azzardo che ha deciso di perdere tutti i suoi soldi. Succede che i tiri inizino a entrare. Uno dopo l’altro? Sarebbe scrivere troppo. Diciamo con frequenza, come gli errori di prima. Succede che quelle retine finalmente smosse da un torpore che sembrava eterno rianimino il cuore dei pretoriani dell’Artiglio. Prima quelli in campo nel momento del cambiamento, poi tutti gli altri. Sì: anche Wells e (parzialmente) Waller. Succede che gli sdeng diventino ciuff. E che con i ciuff tornino anche la difesa, un pizzico di attenzione, una sporta di grinta. Succede che Varese ritorni Varese, una squadra con la consapevolezza di dover spendere sempre una goccia in più dell’avversario per sopravvivere, eterna condanna di chi di innato ha soprattutto la buona volontà. Succede che un -17 diventi un -13, poi un -10, poi ancora un -6, infine un pareggio. Firmato da quello che per 30 minuti era stato il peggiore in campo, uno straniero da rispedire a casa sua direttamente dal pullman del ritorno, se solo qui non si fosse sempre con le pezze al… (e scusate l’uso del francese). Un fantasma dell’oltretomba che diventa un signore vivo, vegeto e nobile, capace di portare a termine lo scopo del gioco con tecnica, audacia. Intelligenza. Classe. Succede che una partita già persa diventi una partita da vincere. Succede che se vuoi vincere una partita, però, oltre allo scopo principale del gioco tu debba stare attento anche a tutti gli altri particolari: non lasciare i rimbalzi offensivi agli avversari, per fare un esempio; non perdere palloni stupidi, per farne un altro; segnare i canestri che possono risultare decisivi, per farne un terzo. Succede che Pesaro conquisti troppi rimbalzi d’attacco per non far male alle ambizioni dei suoi opposti, che Varese butti via qualche pallone in modo stupido e che non segni due canestri fondamentali. Succede che tutto debba cambiare di nuovo. E invece non cambia, perché nonostante ciò che abbiamo appena scritto la Openjobmetis – tornata consona al suo dna – voglia davvero conquistare il match che ha recuperato dalla spazzatura. Succede che a 30 secondi dalla fine si sia ancora pari. 69-69 Succede che se tocchi la palla e non la mano di un avversario, per nessuna ragione un arbitro ti debba fischiare fallo. Succede che a volte un arbitro il fallo te lo fischi lo stesso. Succede che a volte nemmeno un’ingiustizia spenga la voglia di un miracolo. Succede che per spegnere la voglia di un miracolo ci sia bisogno di un altro miracolo. Succede che Dallas Moore lo compia, a un secondo e mezzo, dalla sirena finale, inventandosi un canestro insensato. Improbabile. Irripetibile. Irrispettoso delle leggi fisiche e soprattutto di una difesa praticamente perfetta. Una difesa da Varese. Succede che Pesaro vinca con questa prodezza. Succede che il basket sia lo sport più bello del mondo. Ma anche uno dei più spietati nel colpire dove fa male davvero. Succede che nella vita, anche nel basket quindi, nulla sia tuttavia solo estemporaneità. E che ogni cosa vada analizzata a dovere, oltre il singolo episodio, oltre la bravura degli avversari, oltre la punizione del destino, Succede che, a volte, non si abbia voglia di analizzare alcunché. Fabio Gandini
  17. Pesaro-Varese rientra nella categoria delle partite da non sbagliare: seguendo una ipotetica tabella di marcia, Pesaro è una squadra contro cui Varese può e deve fare punti. Possibilmente quattro da qui al termine della stagione. Alle 18.15 all’Adriatic Arena i biancorossi affrontano per la prima volta in stagione una formazione che sta sotto di loro in classifica, anche se di soli due punti. Si rientra ufficialmente in campo dopo la sosta che ha lasciato spazio agli impegni delle Nazionali, e si rientra con la necessità di mettere un punto, anzi due, e andare a capo dopo la sconfitta casalinga con Sassari, netta e senz’appello. Se si somma quella giunta in volata al Pala Del Mauro di Avellino, sono due le sconfitte consecutive per la formazione di Attilio Caja, contro due formazioni che sulla carta però sono superiori a Varese. Pesaro non lo è. Certo, direte voi, la carta non va in campo: servirà dunque quel fuoco che era mancato al PalA2A contro la Dinamo, quell’energia che è imprescindibile per il gioco di Varese. E, benedetto, serviranno le percentuali al tiro: «La difesa non ci ha mai lasciato a piedi, l’attacco a volte sì, e per attacco intendo proprio le percentuali», ha commentato Attilio Caja in sede di presentazione della partita. Nelle ultime settimane, la Openjobmetis è stata rivedibile proprio in questa fase, nella precisione al tiro. E qui è necessario un upgrade, un passo in avanti. Varese va anche alla ricerca della prima vittoria esterna di questa stagione: le prime tre giocate finora lontano dal PalA2A sono state solo sconfitte. Milano, Brescia e Avellino, tutte potenzialmente fuori portata ma tutte giocate ad ottimi livelli di competitività, segnale che non esiste realmente un “problema trasferta”. Però a Pesaro c’è necessità di vincere, anzitutto per mettere ulteriore spazio tra sé e la zona calda della classifica, che più si allontana e meglio è per Varese. In casa la Vuelle di Spiro Leka, salvatore della patria l’anno scorso dopo l’esonero di Piero Bucchi, ha vinto solo contro Brindisi per 80-75, e poi ha sofferto molto: questa settimana si è aggiunto al roster Rihard Kuksiks, cecchino lettone che il pubblico di Varese si ricorda bene per aver giocato ai piedi del Sacro Monte fino alla finale di Fiba Europe Cup. E il lettone avrà un ruolo di primo piano nell’attacco dei marchigiani, come ha confermato lo stesso coach Leka: «Kuksiks sarà la prima opzione offensiva, potranno cambiare un po’ le gerarchie nella squadra; Rihards dovrebbe essere già pronto, era abituato a giocare 22-23 minuti a partita». In settimana, la Openjobmetis ha giocato e perso in amichevole a Gallarate contro la Vanoli Cremona: in questi giorni c’è stato tempo per lavorare, per migliorare, per incanalare i pensieri sull’obiettivo. Ci aspettiamo la solita Varese, che porti a casa il primo scalpo esterno della stagione. Alberto Coriele
  18. Massimo Galli respinge l'etichetta di sfida salvezza per il match di domenica tra la sua Pesaro e la sua ex Varese. Il 55enne coach varesino, coach dei Roosters post-Stella che si dimise a Natale del 1999 dopo 4 mesi difficili (ma anche l'ultimo trofeo vinto sul campo e appeso sulle volte del PalA2A), è tornato in serie A nell'estate 2017 come assistant coach della Vuelle, attuale ultima della classe insieme ad altre tre squadre. «Mi sembra prematuro parlare di scontro diretto; di sicuro noi saremo protagonisti fino in fondo della lotta per la salvezza visto che abbiamo il sedicesimo budget della serie A, mentre Varese mi sembra di un livello superiore. Come tutte le squadre che hanno scelto la formula 3+4+5 ha più profondità di rotazioni e di conseguenza più qualità; sicuramente è stata penalizzata dal calendario ma sono convinto che risalirà ben presto in classifica, speriamo non da domenica...». Per Pesaro ci sarà da soffrire anche quest'anno dopo 4 penultimi posti consecutivi? «Abbiamo un roster molto giovane, con 3 rookies e tre Under 20, che tra l'altro non ha mai giocato al completo; in casa comunque ci siamo espressi discretamente, bucando solo la gara contro Cremona. Con l'inserimento di Kuksiks ci aspettiamo una scossa emotiva da parte della squadra; ci siamo allenati bene durante la pausa e sappiamo che non possiamo permetterci un altro passo falso casalingo». Come inciderà la pausa per le Nazionali e quanto potrà dare subito il tiratore lettone? «Sia noi che Varese abbiamo disputato amichevoli per tenere alta la tensione agonistica, non credo che ci saranno scorie da smaltire. A noi la pausa è servita per l'aggiunta di Kuksiks; era comunque un giocatore in attività e dunque confidiamo possa darci subito un contributo importante, specialmente in attacco. Siamo ultimi nel tiro da 3 punti e le sue doti balistiche sono ben note...». Come giudica la squadra di Attilio Caja? «Ho visto giocare diverse volte Varese, finora hanno sbagliato solo la partita con Sassari e in tutte le altre occasioni se la sono giocata fino in fondo. Come da previsioni estive è una squadra che ha un'identità ben definita in termini di coralità e consistenza difensiva; se tutto andrà per il verso giusto potrà provare a competere per i playoff, anche nel caso peggiore però non mi sembra una squadra che rischi di essere invischiata nella lotta per la salvezza». Lei è stato responsabile delle giovanili di una Varese che vinceva scudettini e produceva giocatori, come giudica la situazione attuale? «Constato con piacere che con l'avvento di Gianfranco Ponti ci sia l'intenzione di investire nuovamente sulle giovanili: nel corso degli anni Varese è stata una fucina per lanciare giocatori. Per tanti motivi è più difficile rispetto al passato produrre talenti, però se le disponibilità economiche sono poche costruirsi giocatori in casa, direi almeno 2-3 elementi da inserire nei 12 della serie A, è una soluzione quasi obbligata per ottimizzare le risorse». Giuseppe Sciascia
  19. Cominciamo dalla fine. Ovvero da una delle (poche) buone notizie arrivate sulla riviera adriatica negli ultimi tempi. A Pesaro sta per approdare Rihards Kuksiks, vecchia conoscenza biancorossa con il vizio del canestro (se oltre l’arco da tre punti è meglio: 46% dalla lunga in campionato nella sua parentesi varesina): a ieri mancava ancora il nulla osta della società di provenienza (i lituani del Nevezis) e poi ci saranno anche le visite mediche da superare, ma l’ala lettone potrebbe e dovrebbe fare in tempo a esordire domenica contro la sua ex squadra. L’ormai più che probabile addizione di valore al roster di Spiro Leka (non scriviamo di un campione, certo, ma si tratta comunque di un giocatore affidabile) è stata accolta dall’ambiente che gravita intorno a una delle più storiche e rinomate realtà del nostro basket come un raggio di sole in mezzo a nubi piuttosto dense. Il viaggio nel mondo della prossima avversaria della Openjobmetis di Attilio Caja si deve pertanto fare con l’ombrello ben aperto. Infortuni, mancanza di sponsor, competitività altalenante: piove. Come spesso è accaduto negli ultimi anni prima che un’indomita capacità (dirigenziale e forse addirittura atavica, ripensando ai fasti di un passato rinomato che non muore almeno nella voglia di lottare fino in fondo) rimettesse tutto a posto appena in tempo. Piove fuori e piove in campo (anche se non diluvia). Fuori perché la Vuelle è l’unica società tra le sedici che militano in Serie A a non aver trovato un main sponsor: alle chiamate di via Bertozzini sono arrivati solo e soltanto dei gran “no”. La baracca è retta dal Consorzio Pesaro Basket (il precursore della proprietà diffuse, nato nel 2005, 23 aziende sostenitrici attualmente) e da alcuni partner commerciali che però non forniscono il conquibus di uno sponsor. Nemmeno da scrivere che le difficoltà nel reperimento delle risorse si siano riverberate sulla costruzione della squadra, fatta al risparmio (e anche qui ne sappiamo qualcosa) e per di più vittima di fughe (l’ala Zac Irvin se n’è andato a settembre senza nemmeno mettere piede in campo in una gara ufficiale) e infortuni (quello pesante di Mario Little dopo due partite, motivo per il quale è stato cercato Kuksiks che - se tutto va bene - firmerà un contratto mensile estendibile fino a fine stagione). Tre sono le travi portanti della squadra del coach albanese Leka. E sono tre rookie, come da buona tradizione marchigiana o “costiana” (da Ario Costa, presidente) che sugli esordienti tra i professionisti (una necessità anche economica) a volte pecca e a volte ci azzecca: Dallas Moore, prolifica guardia - è il secondo miglior realizzatore del campionato - che nelle dinamiche marchigiane deve però fare anche il play, Eric Mika e il nigeriano Emmanuel Omogbo, punti e rimbalzi in grande quantità in un settore da cerchiare con la matita rossa per qualsiasi avversario. L’asse play-pivot (anzi: play-lunghi) c’è tutta, manca il resto: Pesaro gioca in sette, Pesaro tira malissimo da fuori (26,3%: non c’è chi fa peggio), Pesaro non difende (terza squadra più battuta dopo Cantù e Pistoia) Pesaro vince a Reggio Emilia ma molla di schianto contro Capo d’Orlando e fa suoi solo 2 match su 8. Piove sull’Adriatico, anche se i tifosi rispondono sempre in massa quando c’è da abbonarsi (e quest’anno sono stati pure alzati i prezzi). Piove. Ma a certe latitudini basta poco a rivedere il sereno. Attenta Varese. Fabio Gandini
  20. La Pallacanestro Varese si appella al calendario per guardare con fiducia alla seconda metà del girone d'andata all'insegna degli scontri diretti. Il coefficiente di difficoltà delle prime 8 giornate della regular season è stato decisamente elevato per la truppa di Attilio Caja: lo testimonia anche l'indicatore del totale dei punti "fatturati" in classifica dalle avversarie dei biancorossi. Che avendo sfidato 4 delle prime 5 della classe (Milano, Brescia e Avellino fuori casa e Venezia in casa) hanno un coefficiente di 80, inferiore soltanto a quello di Brindisi (a quota 82) nel maxi-plotone delle nove squadre sospese tra l'ottavo posto a quota 6 punti e l'ultimo a quota 4. Dunque Varese ha avuto un cammino molto più insidioso e "accidentato" delle varie Reggio Emilia (60), Pesaro (62), Pistoia (64), Cremona (66), Capo d'Orlando (68), Virtus Bologna (70) e Trento (72). E sulla carta, avendo affrontato la maggior parte delle big nel primo blocco di impegni prima della pausa per l'Italbasket (l'unica eccezione è Torino, ultima sfida del girone d'andata il 14 gennaio), dopo la salita dovrebbe esserci la discesa. Ossia un ciclo di scontri diretti con le squadre che navigano a fianco o appena al di sotto della truppa di Attilio Caja, che nelle cinque settimane dal 3 dicembre al 7 gennaio prepara un ciclo di impegni decisivi per indirizzare le sue prospettive stagionali. L'attuale classifica corta è in formato "Imprevisti e probabilità", come nel vecchio ma sempre attuale gioco del Monopoli: se Ferrero e soci rimetteranno in campo l'atteggiamento ammirato nelle sfide con Cantù e Trento, ma anche a Milano ed Avellino pur senza punti da mettere in saccoccia, l'attuale situazione ingarbugliata lascerebbe ancora qualche chance nella volata per le Final Eight di Coppa Italia. La Varese pre-Sassari può sognare il colpaccio a Pesaro, oppure più avanti a Reggio Emilia, ed infine a Brindisi o Cremona nella doppia trasferta di inizio 2018? Ed è in grado di sfruttare il fattore campo del PalA2A per "mettere sotto" le prossime avversarie Capo d'Orlando e Virtus Bologna, a a dispetto del rinforzo Maynor e dei grandi nomi del basket europeo sondati dalla Segafredo per potenziare il roster attuale? I valori espressi attualmente dalla classifica potrebbero essere stravolti proprio dal mercato, visti i rinforzi in arrivo alla Grissin Bon (il play spagnolo Llompart per sopperire all'infortunio di Chris Wright) e all'Happy Casa (il lungo americano Donte Greene, 4 stagioni di NBA a Sacramento in uscita dal Libano). Argomento che non riguarderà certamente Varese, per scelta prima ancora che per necessità, con Attilio Caja che sta lavorando durante la pausa (ieri tappa a Vedano Olona, oggi a Gorla Maggiore) per rimettere a punto i meccanismi e soprattutto per ricaricare le batterie del gruppo dopo il passo falso contro Sassari. Per un "animale da palestra" come il coach pavese, la sosta può essere un vantaggio nel momento in cui serve un tagliando: lo scorso anno fu decisiva quella per la Coppa Italia a febbraio, già dalla trasferta di Pesaro del 3 dicembre si capirà se anche nel 2017-18 il pit-stop avrà avuto effetti benefici sulla squadra. Giuseppe Sciascia
  21. Le triple di Sassari sgonfiano i sogni di gloria di una Varese piccola piccola. Il Banco Sardegna allunga a quota 5 la serie positiva al PalA2A, infliggendo una punizione pesante alla peggior versione stagionale della squadra di Attilio Caja. Biancorossi spenti e senza mordente in una serata povera di lucidità, ma anche di energie: e in un match giocato su cadenze sincopate, la maggior qualità della Dinamo è il fattore chiave di una serata dove la solare differenza nelle percentuali da 3 (2/18 contro 12/28) è la prima ma non l'unica causa di una sconfitta nettissima. Di certo Varese ha scelto la peggior serata possibile per giocare una partita così vuota di contenuti tecnici ed agonistici: il primo colpo d'occhio abbondantemente oltre quota 4mila paganti convinti dalle ultime prestazioni brillanti (quasi 600 presenze in più rispetto all'esordio con Venezia) coincide con una sorta di "ripartenza dal via" modello gioco dell'oca con una prestazione quasi in fotocopia rispetto a quella contro l'Umana (61 punti con 2/18 da 3 contro i 62 e 2/21 della prima di campionato). E i tre ex Chris Eyenga, O.D. Anosike e Dominique Johnson tornati per una rimpatriata tra Varese e Milano dopo aver giocato sabato in Spagna e a Venezia si sono goduti applausi e saluti ma non la prestazione dei loro ex compagni. Di mezzo c'è la qualità espressa da un solidissimo Banco Sardegna, i cui giocatori dimostrano sul campo che la fiducia accordata domenica scorsa a coach Pasquini è ben riposta. Nella sfida tra la terza miglior difesa e il secondo miglior attacco ad uscire nettamente vincitore è la squadra ospite, che punisce con precisione scientifica ogni tentativo di Varese di aggredire uomini e spazi; prima con le soluzioni interne (74% da 2 al 30', alla fine 67% da sotto) e poi con le triple a raffica (43% da 3) che vanificano l'energia profusa dal quintetto delle seconde linee nel quarto periodo. Insomma le geometrie prodotte dalle lucide esecuzioni della Dinamo hanno facilmente ragione di una Varese in modalità "sacco vuoto": e senza giocare al 101 per cento dell'intensità, la squadra di Attilio Caja mostra rutti i suoi limiti in termini di qualità, specie se in mancanza di scintille non riesce mai a spremere punti facili in campo aperto e deve sbattere più e più volte la testa contro i rompicapi a difesa schierata. Chiaro che il problema diventa irresolubile nella serata in cui la coppia Wells-Waller ripete il "ciapanò" balistico di Avellino (4/19 in due dopo il 4/21 del PalaDel-Mauro); difficile però stilare gerarchie negative in una prestazione negativa sul piano della coralità. Perchè se è vero che Varese è squadra di sistema, quando non funziona l'impianto di gioco - ed è la prima volta in assoluto che capita per mancanza di energia - allora vengono meno tutti i presupporti che avevano portato i biancorossi a "macinare" Cantù e Trento e a sfiorare l'impresa al PalaDelMauro. Stanchezza fisica o mentale dopo 3 mesi vissuti stabilmente "sul pezzo"? Di sicuro Varese non può prescindere dalla freschezza atletica e dall'energia da riversare in ogni aspetto del gioco, specie poi contro un'avversaria che ha disputato una partita di impressionante linearità come Sassari. Ben venga la sosta per la Nazionale con due settimane per fare il tagliando e preparare al meglio gli scontri verità con Pesaro e Capo d'Orlando. Giuseppe Sciascia
  22. Più del risultato, seconda sconfitta casalinga della stagione, a far male è l’avvolgente sensazione di non essere stati all’altezza della situazione. Anche in questo caso si tratta di un bis: prima di ieri, solo l’esordio di campionato contro Venezia aveva prodotto un sentimento simile negli occhi di spettatori e critica. Si è perso anche a Milano, a Brescia e ad Avellino, tutte occasioni nelle quali - però - Varese aveva sempre dimostrato di poter degnamente reggere lo stesso terreno di combattimento delle contendenti. Nel -21 (61-82 il risultato finale) con cui il Banco di Sardegna Sassari ha piegato la Openjobmetis al PalA2A, invece, la squadra di Attilio Caja non ha retto il confronto con gli avversari e ciò è stato purtroppo evidente dal primo al quarantesimo minuto. Errori ed errori Non lo ha retto dal punto di vista tecnico e non lo ha retto da quello mentale, palesando molta meno fame degli isolani di coach Pasquini, più attrezzati (pur senza il regista Stipcevic) della banda dell’Artiglio e per questo da affrontare con maggior “garra” e con meno - molta meno - paura di sbagliare (sentimento che è sembrato attanagliare i biancorossi fin dalla palla a due). Varese si è sciolta negli errori. Quelli difensivi, inediti, commessi durante il primo quarto, da questo punto di vista nettamente il peggiore della stagione (27 punti subiti), condizionante per il prosieguo del match. Errori individuali (tagli non seguiti, rotazioni non puntuali) diventati collettivi, perché sistematicamente puniti da una Dinamo bravissima a far girare la palla con rapidità e a trovare buone percentuali (la cifra da sottolineare in questo caso è tuttavia il 19/28 da 2 - 9/11 nel primo quarto - perché esemplificativa di un avversario arrivato troppo facilmente a concludere sotto canestro). Quelli offensivi, molto meno inediti, ben rappresentati dalle percentuali (2/18, pari all’11%, da 3), figli di prestazioni individuali clamorosamente sottotono (Wells su tutti: 2/8 al tiro, assolutamente non in grado di guidare l’attacco varesino e completamente spuntato ogni volta che ha provato a fare tutto da solo. Ma sono da segnalare anche Waller, 3/11, e Okoye, 4/11...) e di una manovra che sembra essersi dimenticata dell’efficace proporzione tra gioco esterno e gioco interno messa in mostra in altre occasioni. Chiaro che se poi non fai mai canestro, ed è la seconda volta consecutiva - dopo Avellino - che succede, diventa anche difficile continuare a ricamare con qualsiasi commento. Si salva solo un quarto La Openjobmetis ha subìto fisicamente (lo dice anche il dato dei rimbalzi, 31 a 37 per il Banco), iniziando fin da principio a sottomettersi alla legge di Sassari. Il -11 della prima frazione è stato limato in una seconda giocata sulle ali di Avramovic e Pelle che è stata la migliore del collettivo casalingo (la seconda sirena è suonata sul 38-44), l’unica all’altezza sui due lati del campo (22 punti segnati, 17 subiti). Ma il recupero non è stato confermato in una terza che ha visto i padroni di casa non segnare per i primi 4 minuti e produrre in generale la miseria di 8 punti: non esattamente lo score di chi ha bisogno di recuperare. La prima tranche di campionato va in archivio con una pesante debacle che fa male più all’umore, agli occhi e al ricordo di precedenti prestazioni decisamente diverse e ben più efficaci, che non alla classifica. Dopo otto giornate Varese si trova esattamente dove doveva essere nelle speranze più realistiche del precampionato: nel gruppo ben nutrito di metà graduatoria, dietro cioè a quelle squadre che verosimilmente si giocheranno l’accesso prima alla Coppa Italia e poi ai playoff (salvo intrusi che perderanno posizioni ed ex decadute che le recupereranno). Va però notato che le vittorie di Brindisi e Reggio Emilia hanno anche avvicinato l’ultimo posto, ora distante solo due punti. Fabio Gandini
  23. Varese si appella alla legge del PalA2A per provare a sorprendere Sassari. Oggi a Masnago (palla a due alle 18.15) la truppa di Attilio Caja cercherà di allungare a quota 4 la sua serie di vittorie casalinghe ospitando un Banco Sardegna sempre corsaro nelle sue ultime 4 visite sulle Prealpi. Partita ricca di spunti per i biancorossi alla vigilia della pausa per la Nazionale che manderà a riposo il campionato per due settimane, permettendo i primi bilanci a metà del girone d'andata. Battere una squadra con ambizioni playoff come la Dinamo confermerebbe l'elevato spessore del "sistema-Varese" anche contro avversarie di alto livello. E in una classifica cortissima, arrivare alla prima boa di una stagione divisa in quattro tronconi (anche nel ritorno ci sarà una pausa per lasciare spazio all'Italbasket) nella zona che si contende l'accesso alla Coppa Italia darebbe una ulteriore iniezione di fiducia ad un ambiente conquistato dal mix di impegno, determinazione ed energia profuso costantemente dalla "Varese operaia" del coach pavese. Gli ottimi riscontri delle prevendite, con oltre mille biglietti già staccati prima dell'apertura dei botteghini, preludono al primo match stagionale con più di 4.000 spettatori in tribuna. Almeno 500 in più rispetto ai tifosi che sette settimane fa si presentarono al PalA2A per l'esordio casalingo contro Venezia: un dato eloquente riguardo ai consensi conquistati in corsa dalla "sporca dozzina" biancorossa. E ovviamente una spinta supplementare in vista della sfida odierna per Ferrerò e soci, chiamati a riproporre il feroce approccio difensivo che ha permesso loro di schiantare Cantù e Trento sul piano del ritmo e dell'intensità. I numeri danno indicazioni chiare sull'indole antitetica delle squadre in campo stasera al PalA2A: la terza difesa della serie A impostata da "Artiglio" ospiterà una Dinamo che ha conservato la storica matrice votata all'attacco (secondo del torneo a 83,9 di media). Se da un lato però Varese prepara un assalto che non preveda soltanto baionetta ma anche logoramento (leggi il più che probabile uso della zona, arma determinante con la quale domenica scorsa Capo d'Orlando ha espugnato il PalaSerradimigni), dall'altro è lo stesso Banco Sardegna - attraverso le considerazioni pie gara di coach Federico Pasquini - a ipotizzare una partita "camminata" per non esaltare le qualità in campo aperto dei biancorossi. L'assenza dell'ex Stipcevic (out per una pulizia di un ginocchio) potrà essere però d'aiuto a Varese: la Dinamo ha grande talento perimetrale con la guardia Bamforth (14,4 punti col 58% da 2 e il 42% da 3) e la coppia in regia Hatcher-Spissu, sotto canestro l'altro ex Polonara e il piccolo ma esplosivo centro Jones sviluppano un notevole potenziale atletico, e il roster è profondo con rotazioni a 9 giocatori. Contro una squadra dinamica ma non pesantissima (eccetto per il centro di riserva Planinic) servirà prima di tutto il controllo dei tabelloni e di conseguenza quello del ritmo: servirà una Varese arrembante ma anche lucida per fare poker al PalA2A e arrivare alla pausa sognando la metà alta della classifica... Giuseppe Sciascia
  24. Sulla carta quella di oggi sarà un’altra montagna: Sassari vale una parte di classifica (quella di sinistra) nella quale Varese non dovrebbe avere diritto di cittadinanza (mentre la squadra di Pasquini sì, al pari di Venezia, Milano, Brescia, Trentino e Avellino). Sulla carta quella di oggi sarà un’altra montagna, scivolosa per di più. C’entra la psicologia: la Dinamo ha già sfiorato il suo fondo (dimissioni dell’allenatore dopo la sconfitta interna di domenica scorsa contro Capo d’Orlando), ha immediatamente ricominciato la risalita (dimissioni ritirate davanti alla presa di posizione compatta dei giocatori e vittoria convincente in Champions League contro l’Hapoel Holon) e si presenterà a Masnago con l’animo lindo di chi ha scampato un pericolo e con la ferocia di chi sa che non può più permettersi di perdere altri punti per strada. Sulla carta quella di oggi sarà un’altra montagna, di quelle che la Openjobmetis di Attilio Caja, però, ha finora sempre dimostrato di saper scalare, pur non riuscendo talvolta ad arrivare fino in cima. Scorie dopo il successo pregustato ma sfuggito ad Avellino domenica scorsa? No, se conosciamo un minimo l’Artiglio, la disciplina mentale insita nei suoi insegnamenti e la classe alla quale la impartisce. Servirà la solita cordata, perché il Banco di Sardegna opporrà la stessa moneta, seppur con una diversa gradazione di talento. Cinque giocatori in doppia cifra (per punti) di media nelle prime sette gare: dietro a Bamforth, 14,3, ci sono Jones, Polonara, Randolph e Hatcher, tutti intorno agli 11 ad allacciata di scarpe. E se si guarda oltre, il concetto si rafforza: Pierre, Spissu, Planinic, Stipcevic (che oggi, però, marcherà visita), tutti sugli 8 di media. Una cooperativa della palla al cesto, senza apparentemente un leader ma ben assortita e poliedrica: la trazione anteriore di guardie che vedono il canestro (Bamforth viaggia con oltre il 42% da tre su cinque tentativi a gara, l’ex Avellino Randolph sa mettere sapientemente la palla per terra e poi c’è la solidità tecnica e mentale di un uomo da ultimo tiro come l’ex Partizan Hatcher), unita a tanti modi di far male sotto le plance: Polonara a parte (mobilità, altezza, rimbalzi in posizione 4: lo conosciamo bene), un centro alto e intimidatorio da opporre a Pelle (Planinic) e un altro che è quasi la fotocopia fisica di Cain (Jones). Scopa e scopa: a favore di chi, lo dirà il campo. È difesa e rimbalzi (Varese) contro attacco (Sassari), anche se il basket frizzantino (storico marchio isolano) non è certo la stella polare di coach Pasquini, che le quattro sconfitte su sette match disputati le vede forse spiegate nell’essere la seconda retroguardia (dopo Cantù) più battuta del campionato (83,7 punti subiti contro i 70,7 di Varese). Poi c’è la coppa (che un po’ di “bua” la fa quasi sempre...) e il fatto che la sua Dinamo, come Varese, è un’altra squadra rifondata da zero o quasi nell’ultima estate. Openjobmetis in versione Cagiva (absit iniuria verbis), che il fortino lo difendeva sempre con le unghie e con i denti? Servirà anche il pubblico, partecipe e incantato contro Trentino due settimane or sono. E qui una risposta è già arrivata: prima della presentazione delle squadre, l’instancabile trust “Il Basket siamo Noi” coinvolgerà e colorerà il palazzetto con una bella coreografia, tanto per iniziare con il piede giusto. Appuntamento alle 18.15, puntuali. Poi, complice la pausa, sarà già tempo dei primi bilanci. Fabio Gandini
  25. Attilio Caja chiede alla sua Varese un passo avanti rispetto ad Avellino e di mantenere il trend di crescita portato avanti nelle prime sette giornate. La ricetta in vista della gara di domani contro Sassari prevede anche la massima attenzione alle eventuali zone che Federico Pasquini potrebbe schierare per imbrigliare il contropiede biancorosso in versione PalA2A: «Per battere una squadra di prima fascia, che ambisce legittimamente ad un posto nei playoff - spiega il tecnico - dovremo disputare una partita migliore rispetto a quella di domenica scorsa. Noi siamo sempre cresciuti una partita dopo l'altra, auspichiamo di farlo anche in questa occasione. Dovremo essere capaci di misurarci contro un'avversaria che proverà a portare il match sui binari della fisicità e del gioco a metà campo; serviranno lucidità e idee chiare, facendoci trovare pronti di fronte alle varie difese che potranno proporre». Il coach pavese sottolinea inoltre la necessità di trovare contributo da tutti gli effettivi per far risaltare la coralità: «Controllo dei rimbalzi, difesa di squadra e attacco corale: queste dovranno essere le chiavi del match, ribadendo che noi possiamo prescindere da prestazioni all'altezza da parte di tutti i nostri giocatori. Solo in questo modo avremo tante chances di fare risultato; dobbiamo concentrarci sulla necessità di giocare la miglior partita possibile». Di certo il Banco Sardegna che Caja ha visto in Tv mercoledì battere nettamente l'Hapoel Holon non ha dato al tecnico di Varese l'impressione di essere in crisi a dispetto delle dimissioni rassegnate domenica scorsa dal coach Federico Pasquini, poi immediatamente respinte dalla società. «È difficile conoscere le dinamiche delle situazioni - sottolinea -prendo atto che mercoledì hanno disputato un'ottima partita e non ho certo visto una squadra in difficoltà. Non dimentichiamoci che Sassari ha vinto nettamente contro Milano solo 3 settimane fa; poi ha perso a Cremona e in casa contro Capo d'Orlando, ma nell'arco della stagione ci sta l'alternanza dei risultati». Dunque per sfatare il tabù Dinamo - l'ultima vittoria a Masnago contro i sardi risale a cinque anni fa servirà una partita di alto livello contro un'avversaria con tante qualità a dispetto dell'assenza di Stipcevic: «Sassari partecipa alle coppe e per tradizione è abituata a stare nella parte alta della classifica; ha grande qualità offensiva, in particolar modo sul perimetro, con attaccanti che hanno tanti punti nelle mani come Hatcher, Bamforth, Randolph e Spissu, più un lungo che non ha bisogno di presentazioni come Polonara e due centri che hanno taglia e struttura fisica come Jones e Planinic». Infine Caja dedica un pensiero a Gianluca Mattioli, il 49enne arbitro internazionale di Pesaro scomparso improvvisamente giovedì sera a Murcia, dove avrebbe dovuto arbitrare martedì una partita di Champions League (nel weekend minuto di silenzio su tutti i campi disposto dalla FIP): «Una tragedia che mi ha veramente scosso, l'ho conosciuto bene anche fuori dal campo quando allenavo a Rimini e mi spiace tantissimo che non sia più con noi a condividere questa grande passione». Giuseppe Sciascia
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