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  1. Questione di percentuali. Percentuali di vittoria, percentuali di tiro. Le prime sono un azzardo di chi ama predire il futuro o di chi, come Attilio Caja, a domanda deve rispondere. Le seconde, basse, sono una realtà con cui Varese convive e che punta a modificare: ne va del suo futuro. A partire da quello immediato che ha un nome e un cognome: Victoria Libertas Pesaro. «Una squadra che mi ha fatto una buona impressione, indipendentemente dalla classifica che ha in questo momento - spiega Attilio Caja nella classica conferenza stampa del venerdì - Ha vinto solo due partite? In quelle che ha perso, Capo d’Orlando a parte, è sempre stata in partita. E poi ha dei giocatori estremamente interessanti. Non conoscevo l’argentino Bertone e l’ho studiato: sa giocare bene a pallacanestro, sa passare la palla e trovare gli uomini al posto giusto e al momento giusto. Interessante è anche Mika, lungo solido e concreto, con buoni movimenti e buona mano: non è appariscente ma è molto concreto» Quintetto e panchina L’analisi del roster marchigiano continua: «Moore (il play, leader tecnico della squadra ndr) e Omogbo (il centro ndr) sono due altri giocatori non banali: il secondo ha dalle caratteristiche atletiche predominanti e ottiene sempre alte valutazioni grazie ai rimbalzi e ai recuperi; il primo, quando Pesaro ha vinto è stato determinante, ha ottime qualità in uno contro uno ed è un buon realizzatore. Poi c’è l’ultimo arrivato, Kuksiks, che qui conoscete benissimo: grande percentuali da tre punti e giocatore che può essere molto pericoloso all’esordio». Un quintetto valido, una panchina fatta di italiani con fame nei polsi e nelle gambe: «Hanno Ceron, che su di lui a livello giovanile ha sempre avuto addosso grandi aspettative e che ha un talento offensivo notevole. Penso che finora gli sia mancata solo la continuità. Poi Monaldi, che ho allenato nella Nazionale Sperimentale: gran tiro e faccia tosta nel prendersi responsabilità. Infine Ancellotti, che viene da stagioni positive. Tutti loro sanno di giocarsi delle grosse chance in questa annata» La morale quindi è: attenzione a Pesaro, come sempre. Pesaro che però non è paragonabile - per livello, per valenza - alla maggior parte delle squadre fin qui incontrate: «La frase corretta in questi casi è una: partita dal pronostico non è chiuso - argomenta l’Artiglio - Se giochi contro l’Armani hai 10 possibilità su 100, contro Avellino ne hai 20 o 30, contro Pesaro ne hai 50. Cinquanta sono poche o sono tante, però?Non si può dire: sono 50, esattamente la metà, quindi non c’è né la certezza di vincere, né quella di perdere. E poi guardate che nelle Marche staranno facendo i nostri stessi discorsi: “Se non vinciamo contro Varese in casa, quando vinciamo?” La verità è che può accadere di tutto e molto dipenderà dalla giornata e dagli episodi». Buoni ma non eccellenti La Openjobmetis viene dall’amichevole giocata in settimana a Gallarate contro Cremona. Nonostante la sconfitta di 2 punti, ripensando alla gara Caja ne ricava considerazioni sia positive che molto lucide su quello che al momento è il vero problema della sua squadra: «Secondo me abbiamo interpretato il match nel modo corretto e mi hanno confortato le dichiarazioni di Meo Sacchetti a fine partita. Ha detto che loro non avevano mai giocato così bene in amichevole quest’anno: se è così, per la proprietà transitiva non è stato malaccio aver perso solo di due punti. La verità è che abbiamo creato delle buone situazioni di gioco, ma le percentuali di tiro sono state basse: i tiri sono sempre buoni, ma sembrano tali solo quando entrano». Ecco il punto: «E’ questo l’aspetto che vorrei andasse meglio. Finora abbiamo fatto 8 partite ufficiali e 12 amichevoli: la difesa non ci ha mai lasciato a piedi, l’attacco a volte sì, e per attacco intendo proprio le percentuali. Come migliorarle? I miei sono buoni tiratori, ma con onestà nessuno di loro è eccellente, alla stregua di un Johnson. I fattori in gioco sono tanti: fisici, emotivi, dipendenti dagli avversari, dal giocare in casa o in trasferta o dal momento della stagione che si sta attraversando. Noi andremo sempre incontro sia a periodi positivi che negativi, ma sono sicuro che certe situazioni miglioreranno. Tambone e Avramovic tirano rispettivamente con il 6,3% e il 5,6% da tre punti: ok, non sono ottimi tiratori, ma non sono nemmeno così scarsi. E scommetto che non finiranno il campionato tirando sempre così male». Fabio Gandini
  2. È ben più di un bilancio, parola che di primo acchito riporta alla mente cifre nude e fredde con un significato estrapolabile solo dai professionisti dei conti e del diritto commerciale. Attilio Caja spiega, si innamora delle tue virgole per farti capire che in realtà sono punti fermi, esemplifica tirando in mezzo lo sport e la vita: la sua passione per il basket, oltre che per la chiarezza del messaggio, è d’altronde letteraria più che ragionieristica. Il risultato è un compendio filosofico sulla sua Openjobmetis, creatura con pregi e difetti, soluzioni già svelate e problemi sul tavolo, delizia di chi sa valutare l’impegno e croce di chi vorrebbe sempre sognare in grande e non accetta di svegliarsi per nessuna ragione. L’Artiglio ha una riga per tutti e un messaggio finale che riassume il suo pensiero: «Siamo sulla strada giusta». Sarebbe stato più facile fare questa intervista sabato scorso, invece che oggi, Attilio Caja… Non trova? Anche se arriva dopo la sconfitta contro Sassari, il mio bilancio personale non è diverso da quello che avrei fatto prima di scendere in campo. Ed è positivo: onestamente stiamo andando anche meglio delle aspettative, con una squadra formata da giocatori che non si conoscevano fra loro, piena di esordienti in Serie A e a consuntivo di una partenza molto impegnativa dettata dal calendario. Abbiamo trovato molto in fretta un’identità definita, rispettata e apprezzata anche dagli avversari, dai quali abbiamo percepito una considerazione che ci ha fatto piacere. Di tutto ciò va dato merito ai miei ragazzi, al loro impegno quotidiano e al loro spirito di sacrificio sul campo, nei lavori individuali, nelle sedute video e nelle riunioni: se abbiamo fatto passi più lunghi di quello che ci attendevamo è perché loro hanno dedicato più energia al raggiungimento dell’obiettivo. Una sola domenica non può cambiare il giudizio su due mesi interi. Siamo stati troppo cattivi a scrivere, lunedì, che l’ottavo posto è “troppo” per questa squadra? In fin dei conti Varese si trova lì dopo aver già incontrato sei delle prime sette realtà dell’attuale campionato… Guardare oggi la classifica è poco indicativo ed è inutile parlarne: a 6 punti sei ottavo, a 4 sei retrocesso. Le formazioni che abbiamo già incrociato sono universalmente considerate in grado di fare un campionato di vertice e lo stanno dimostrando. Noi facciamo parte “dell’altro” campionato, lo abbiamo sempre detto, ma questo non significa che da qui in poi le vinceremo tutte: non ci sono certezze né quando giochi contro chi è più forte di te, né quando affronti chi è uguale a te. Al massimo si può parlare di probabilità: contro Pesaro avremo le stesse probabilità di vincere della squadra marchigiana, ma la partita è ancora tutta da giocare. E poi bisogna anche mettersi dall’altra parte… Guardate che laggiù sicuramente staranno pensando: “Se non vinciamo in casa contro Varese, quando vinciamo?”. Una delle due, alla fine, sbaglierà… C’è più rimpianto per aver perso di poco contro Avellino e Milano o per la prestazione e per la conseguente pesante sconfitta interna patita al cospetto del Banco di Sardegna? Il rimpianto va alle gare con Avellino e Milano, senza discussioni: quando giochi bene, devi riuscire a vincere. Le partite giocate male sono inevitabili, fisiologiche: non si può pensare di fare un percorso netto, ce ne saranno altre dopo quella di domenica scorsa. Contro l’EA7 e la Sidigas siamo stati all’altezza degli avversari, ma nel basket non ci sono gli handicap come nell’ippica o nel golf, non c’è l’uguaglianza competitiva anche se affronti chi ha speso sul mercato cinque volte quello che hai speso tu: noi abbiamo giocato bene, ma Avellino e Milano sono più forti e attrezzate di noi e quindi hanno vinto. Il rammarico, però, esiste. La pausa arriva opportuna? Sono abituato a pensare che nello sport, se ti alleni nel modo giusto, se conduci una vita professionale con i giusti tempi di lavoro ed i giusti tempi di riposo, senza serate o cose del genere, non ci sia bisogno di grandi pause. Se invece ti alleni poco e male allora sì che hai bisogno di recuperare ogni tanto. Quindi direi che questa pausa ci lascia indifferenti: c’è, ce la prendiamo. Ragioniamo un po’ sui numeri, coach? Partiamo da quelli positivi: i rimbalzi. Varese ne conquista 39,6 a partita ed è la seconda squadra del campionato nella speciale classifica. Le statistiche sono frutto di tante situazioni, non sempre e solo della propria bravura o meno. Per esempio, tenere percentuali non ottimali al tiro ti permette di prendere più rimbalzi offensivi, così come facendo una buona difesa gli altri avversari si trovano a faticare maggiormente per rubarti il rimbalzo. Il dato in ogni caso mi soddisfa, perché evidenzia una qualità di squadra: questo aspetto del gioco non dipende da una persona sola, ognuno porta il suo mattoncino alla causa, dietro c’è applicazione nei fondamentali, c’è il taglia fuori, c’è correttezza nel gesto tecnico. E ciò è evidenziato dal fatto che il nostro miglior rimbalzista è Cain, che non fa certo dell’atletismo il suo punto forte. E dietro di lui c’è Okoye, che non è un lungo: mi sembra un dato molto interessante. Di contro Varese è la quarta peggior squadra nel tiro da tre punti e la terza peggiore in quello da due. Di più: nelle tre vittorie conquistate Varese ha tenuto più del 40% da oltre l’arco, mentre nelle sconfitte scende attorno al 21%, percentuale peraltro “drogata” dal 44% totalizzato nella gara persa contro Milano. Come si spiegano questi numeri? Primo: nel calcio se una punizione la tira Pirlo è una cosa, se la tira Gattuso è un’altra… Ci sono componenti tecniche ma anche emotive. I tiri da tre, nostri e delle altre squadre, sono quasi tutti “aperti”, inutile stare a parlare troppo di tattica: riguardando la partita di domenica si vede che l’80/90% dei tiri da fuori che abbiamo preso era libero, era costruito bene, eppure abbiamo tirato con l’11%... L’aspetto emotivo pesa tantissimo: non è possibile che Avramovic e Tambone abbiano rispettivamente 1/18 ed 1/16 da oltre l’arco, non sono giocatori da queste percentuali. Sui tiri da due, diversamente, può pesare di più una responsabilità difensiva, perché c’entra la fisicità: ci sono giocatori che riescono ad esprimersi anche se subiscono un contatto ed altri che fanno più fatica. Parliamo di singoli, ora. Damian Hollis domenica ha giocato pochissimo (undici minuti) e in generale è stabilmente dietro a Giancarlo Ferrero nelle gerarchie. Perché? Nel nostro sistema la difesa è imprescindibile, non possiamo giocare agli 80/90 punti perché non li abbiamo nelle mani. Perciò dobbiamo impostare ogni partita su questo aspetto, sia a livello tattico che di applicazione: è il nostro marchio e tutti i giocatori vengono considerati in primis in funzione di questo. Nel calcio giochi in undici e certe mancanze possono essere coperte, nel basket giochi cinque contro cinque e serve omogeneità: io aiuto te perché tu hai aiutato lui e lui ha aiutato l’altro. Provo a spiegarmi. Nel basket l’attacco vince sempre sulla difesa perché è un passo avanti ed ha in mano l’iniziativa: la difesa deve rincorrere. L’aiuto crea sempre una superiorità da un’altra parte del campo: se la difesa è stata brava, l’attacco ha comunque come vantaggio un’ultima opzione e può sempre sfruttarla. Però, per ridurre l’attacco all’ultima opzione offensiva serve un sistema difensivo che funzioni, perché se la difesa al secondo step già salta è finita: gli altri hanno fatto canestro... Immaginiamo dove vuole arrivare… Hollis ha marcate caratteristiche offensive, da sfruttare quando c’è bisogno come accaduto in alcune partite. Domenica, negli undici minuti che ha trascorso sul parquet, anche in attacco non ha fatto bene, altrimenti sarebbe rimasto in campo di più. Attenzione: non abbiamo perso per colpa sua, ci mancherebbe. Però quando uno fatica in difesa ed in attacco non produce, lo tolgo. È un discorso di equilibrio, di incastri: avessi tutti scienziati difensivi, ci starebbe inserire uno che può sbagliare. Ma non è così, perché ho anche Pelle che difensivamente non è irreprensibile ed è fisiologico che sia così, perché è giovane ed è al secondo anno di “scuola” qui. Ma io non posso avere troppi buchi dietro, non posso permettermi troppe incognite da coprire in retroguardia: faccio fatica a permettermene una, figuriamoci due. Non reggerebbe più il sistema. A proposito di Pelle, come motiva la scelta di promuoverlo a centro titolare? In allenamento dimostra di darsi da fare e di crescere sempre, ed è una cosa che già avevo notato l’anno scorso. Ma, soprattutto, lui è bravo ad ascoltare e questo lo sta aiutando molto, perché noi puntiamo parecchio sul miglioramento individuale. Il suo inizio di stagione non è stato positivo, dopodiché a metà precampionato si è dato da fare ed è cresciuto: meritava un’opportunità e la squadra gliela poteva dare. La cosa positiva per Norvel poi è avere un compagno di ruolo come Cain: a lui ho detto di ringraziarlo, perché Tyler vive la competizione in senso positivo e, anche partendo dalla panchina, fa la sua partita ed è sempre utile. Aiuta me ed aiuta la squadra: difensivamente fa pochissimi errori e ti permette pure l’accoppiata con Hollis. Queste sono le ragioni per le quali ho messo Pelle in quintetto base. Ed è andata bene con Trento, partita che è arrivata dopo la tranquillità del successo con Pistoia, ma poteva anche essere un rischio: domenica scorsa, per esempio, ha iniziato malissimo e l’ho dovuto togliere subito. Ci sono momenti della stagione in cui ti puoi permettere di rischiare e altre no. Poi c’è un’altra ragione per la quale ho preso determinate scelte… Quale? Avere un Hollis a disposizione di rincalzo, così come un Avramovic, significa avere una risorsa per cambiare inerzia alla partite. Ferrero, che è un giocatore molto più lineare, dalla panchina non riuscirebbe a darmi un vero cambio di ritmo. Quindi ora le gerarchie sono queste e saranno immutabili? No, assolutamente. Il discorso fatto per Pelle vale per tutti, anche per Hollis: Damian si sta impegnando per migliorare, se continuerà a farlo arriverà sicuramente la sua occasione. Altro singolo, Cameron Wells. Dire che stia andando ancora a corrente alternata è un eufemismo: si deve aiutare da solo o la squadra può dargli una mano? E, se sì, in che modo? Certo che la squadra può aiutarlo, semplicemente facendo canestro. Tante volte i giocatori sono aiutati dalla squadra in cui giocano: agli atleti che alleno dico sempre di essere i più grandi tifosi dei propri compagni, perché se loro giocano bene ti permettono di far passare in secondo piano anche una tua brutta prestazione. Sento sempre parlare di Wells e mai di Waller: perché? Contro Pistoia hanno fatto molto bene Avra e Wells, mentre Antabia ha giocato male. Uguale contro Trento. Eppure non si parla mai di Waller, che domenica scorsa ha giocato male ancora una volta. La verità è che nelle due partite in cui Wells ha fatto bene, ha permesso i passaggi a vuoto del suo compagno di reparto. Per rispondere alla domanda, quindi, dico sì: la squadra può aiutare Cameron, coprendo i suoi vuoti. Lui di suo è un po’ introverso e ha un modo tutto suo di gestire l’aspetto emotivo, ma è un ragazzo che ci tiene e lo si vede nel quotidiano. E non bisogna mai sottovalutare il discorso dell’inserimento nel campionato, perché non è uguale per tutti. Lo sapete, a me piace fare esempi: perché un negozio avviato ha un costo di licenza ed uno non avviato ne ha un altro? Un negozio già avviato ha delle certezze su cui puntare, l’altro è un punto di domanda e costa inevitabilmente di meno. Su sedici squadre di Serie A, sette hanno già operato cambi e la Virtus Bologna si appresta ad essere l’ottava. Questo inevitabilmente modifica (e pure di tanto) gli equilibri del campionato. Nella vita si può rimediare a tutto tranne che ad una cosa: la morte. Poi c’è chi si arrende alla prima difficoltà e chi invece prima di darla per persa ci prova, ci riprova in un modo, cerca una strada alternativa e poi ci riprova in un altro modo ancora. Questo significa crederci. Io sono uno che non si arrende alla prima difficoltà: l’anno scorso ci mancava un giocatore da mettere in ala forte e abbiamo inventato Ferrero numero 4. Faccio un altro esempio: c’è stato il periodo del benessere eccessivo e del consumismo. Rompevi una cosa e la ricompravi subito, mica la aggiustavi. I lavori degli artigiani così erano scomparsi ma ora stanno tornando in auge, perché ora si pensa di nuovo a riparare. È la nostra storia. Vi dico poi che io ho una gran fortuna nel lavorare qui: ho la possibilità di confrontarmi giornalmente con Claudio Coldebella e Toto Bulgheroni, sempre presenti al mio fianco e sempre disponibili a cercare con me le soluzioni per fare un passo avanti. A proposito di artigiani e di qualità: che effetto le fa vedere Eric Maynor a Capo d’Orlando? Fa parte delle logiche del mercato ritrovarlo lì: noi abbiamo cercato Maynor in un momento in cui le nostre volontà e le sue non erano compatibili. A lui va eterna gratitudine, come agli altri ragazzi (Anosike, Eyenga e Dominique Johnson ndr) che erano presenti domenica: mi ha fatto molto piacere la loro visita e il fatto che mi abbiano ringraziato per quello che abbiamo fatto insieme lo scorso anno. Esiste una quota salvezza da tenere in considerazione? Penso che alla fine 20 punti, quindi 10 vittorie, siano un margine o un obiettivo legittimo e realistico da puntare per chi vuole salvarsi. Poi può capitare che in un anno ne servano di più ed in altri anni un po’ meno. La prossima pausa sarà all’11 febbraio: metterebbe la firma per ritrovarsi in quale posizione, coach? Firmerei per non essere all’ultimo posto e nemmeno vicino ad esso. Poi non importa la posizione quanto la distanza di sicurezza dai pericoli, per poter essere sereni e tranquilli e per continuare a fare dei passi avanti. Su questo sono fiducioso: i primi tre mesi mi lasciano dentro la sensazione che la squadra possa continuare il suo processo di miglioramento e di crescita. La strada è quella giusta ma ne abbiamo ancora tanta da fare: saranno le abitudini e la conoscenza reciproca a marcare la differenza, è solo questione di tempo. Ci saranno momenti in cui andremo a 180 all’ora ed altri ad 80. Ma, ripeto, la strada è questa. Alberto Coriele e Fabio Gandini
  3. Attilio Caja avverte il clima giusto per la sua Varese in vista del match casalingo di domani contro Pistoia che arriva dopo una settimana dedicata a qualche piccolo correttivo per distribuire più efficacemente i temi dell'attacco e non dipendere eccessivamente dal tiro da 3 punti: «Ci siamo preparati in modo intenso per migliorare alcuni dettagli dopo la partita di Brescia - racconta - mi riferisco in particolare all'idea di cercare situazioni alternative al tiro da 3 punti e avere coinvolgimento nel gioco di tutti i giocatori. Come al solito c'è stata grande applicazione da parte di tutti e ciò mi fa andare avanti con fiducia perché vedo quotidianamente la squadra crescere». Il tecnico pavese ha ricevuto le risposte che si aspettava anche da Wells, e confida che domani il play titolare biancorosso saprà esprimersi finalmente sui livelli auspicati: «Cameron ha vissuto una buona settimana: l'ho visto più motivato e coinvolto nel prendere iniziative: tutti segnali positivi che fanno ben sperare. Domani giochiamo in casa e vogliamo fare risultato: una vittoria ci manterrebbe pienamente in linea con i nostri obiettivi di classifica». Il tecnico invita comunque la squadra a prestare massima attenzione alla The Flexx, più volte capace negli ultimi anni di fare molto meglio del previsto nel rapporto budget/rendimento: «Pistoia merita grande rispetto ed attenzione per quel che ha fatto recentemente, vedi 3 plavoff nelle ultime 4 annate. Sono reduci da buonissime stagioni con Enzo Esposito in panchina, sono ripartiti da lui e dal suo uomo di fiducia Ronald Moore, che anno dopo anno aggiunge qualcosa di importante al suo repertorio tecnico ed è l'allenatore in campo dopo 4 stagioni giocate insieme al suo coach». Quindi aggiunge: «Da tenere d'occhio Kennedy che è un rimbalzista eccellente che spicca in un gruppo che ha grandi capacità sui secondi tiri. Dovremo prestare attenzione anche a Bond che ha fiuto per il rimbalzo ed a Gaspardo che ho avuto nella Sperimentale». E Caja indica ai suoi i punti chiave degli avversari da frenare in vista della sfida di domani: «La nostra priorità sarà quella di limitare il loro impatto a rimbalzo d'attacco e il contropiede condotto da Moore: nella capacità di contenere questi punti di forza grazie alla nostra transizione difensiva e alla capacità di occupare l'area, starà gran parte del risultato. A metà campo l'osservato speciale sarà Mian, giocatore che ha ottime doti balistiche: è in crescita ormai da 4 stagioni, al pari di Sanadze che ha fatto bene ad Eurobasket 2017 con la Georgia. Pistoia sarà un'avversaria pericolosa nonostante l'assenza di McGee: i toscani mettono un'intensità che fa felice il loro allenatore: dovremo giocare una partita attenta ed aggressiva». Giuseppe Sciascia
  4. Moore, i rimbalzi offensivi di Pistoia e Wells: tre “macro” argomenti per presentare l’impegno che attende la Openjobmetis Varese domani al PalA2A. Li sceglie, stimolato dalle domande dei giornalisti durante l’abituale conferenza stampa del venerdì, coach Attilio Caja. I primi due aiutano a focalizzare l’attenzione sull’avversario, non banale per un presente capace di rispecchiare uno storico di tante stagioni positive appena alle spalle. Il terzo, invece, riprende la situazione di uno dei giocatori al momento più discussi del roster biancorosso, spiegando - molto meglio di quello che può fare qualsiasi critica - ciò che è stato finora e ciò che potrà essere. «Verso l’impegno contro Pistoia le sensazioni sono buone - attacca il coach - Abbiamo trascorso una settimana di preparazione molto intensa, con l’obiettivo di migliorare alcune cose importanti dopo il match di Brescia: abbiamo bisogno di coinvolgere di più alcuni giocatori e di trovare alternative al tiro da 3 punti. La risposta dei miei è stata quella di sempre: grande applicazione. Domenica giocheremo in casa e una vittoria ci permetterebbe di rimanere in una buona posizione in quello che è il “nostro” campionato». Non sarà facile, ad una prima analisi che deve necessariamente partire dai nomi della The Flexxx. Uno su tutti: Ronald Moore, playmaker, terza stagione in Toscana: «Pistoia è ripartita da lui, uomo di fiducia di coach Esposito che ha saputo aggiungere sempre qualcosa anno dopo anno al proprio bagaglio tecnico. Moore ha leadership, sa trasmettere in campo il volere dell’allenatore ed è stato bravo a inserire i suoi compagni, conoscendo già l’ambiente e le richieste tecniche: queste sono cose che fanno guadagnare tempo a chi allena. E poi sta tirando con il 50% da 3, produce assist, dà ritmo: per lui ci vorrà un’attenzione particolare. Ma non ci sarà solo il regista: «La The Flexx è forte anche sotto canestro. Ha Kennedy, rimbalzista eccellente: ogni suo rimbalzo offensivo conquistato sono due punti segnati, perché sa destreggiarsi con fisicità. Non è l’unico pericoloso sotto questo punto di vista: c’è Gaspardo, che mi piace molto, poi Bond, poi Laquintana, che nonostante l’altezza ne prende parecchi di rimbalzi. Dovremo essere bravi a occupare l’area quindi e, tornando a Moore, ad essere puntuali nelle transizioni difensive. Infine occhio anche a Mian, giocatore di striscia e sempre in crescita. La squadra di Esposito in generale gioca con intensità e ha ottima personalità» Inevitabile una domanda su Cameron Wells, reduce da quattro partite che non hanno convinto fino in fondo. L’Artiglio non si sottrae e spiega: «Cameron percepisce che da lui ci si attende di più. E’ un ragazzo per bene, non è un lavativo, è il primo che sa che deve migliorare il suo contributo. Col tempo lo farà, sono sicuro. Quanto tempo? Non si può sapere: la lunghezza dell’ambientamento può essere variabile, guardate, per esempio, quello che ha fatto l’anno scorso Kalnietis a Milano e ciò che sta facendo quest’anno. Wells sa cosa voglio, fin dal primo giorno: un regista deve per prima cosa essere un attaccante, deve muovere la difesa avversaria e così facendo creare lo spazio per i compagni. Cameron deve quindi attaccare di più, lo sta capendo e come si è allenato questa settimana lo dimostra. Lo stesso vale per Avramovic, che ha un atletismo che può essere molto utile alla squadra. Sarà poi molto importante servire meglio i nostri centri, Cain e Pelle, che stanno facendo un gran lavoro e meritano attenzione». Fabio Gandini
  5. Io non ho paura

    È dove doveva essere. Dove si è conquistato di essere. Dove tutti quelli che sanno dare valore al merito volevano che lui fosse. Davanti ad Attilio Caja da Pavia, però, ora c’è un libro bianco senza memoria. Completamente da scrivere. In attesa di prendere carta e penna sul campo (al raduno mancano ormai solo due giorni), l’Artiglio inizia a farlo da questa intervista: passato, presente, futuro, programmi, appelli, sogni ed emozioni di un uomo che ama la pallacanestro. Cui chiedere un altro miracolo: un’altra salvezza. «E io non ho paura». È giunta a metà strada la sua prima estate di lavoro varesina: facciamo un bilancio, coach? Il bilancio è indubbiamente positivo, soprattutto dal punto di vista umano. Ho lavorato con un gruppo di lavoro collaudato: Jemoli, Diamante, Bulleri e Armenise sono tutti ragazzi che già avevo avuto modo di apprezzare per le loro qualità. E lo stesso discorso vale per Claudio Coldebella e Toto Bulgheroni. Il punto è che quando ci sono stima e rispetto reciproco ogni incontro di lavoro non rimane asettico, diventando invece piacevole e costruttivo. Il tempo trascorso (che sia in ufficio, al telefono o sul parquet) e la fatica non pesano in queste condizioni: è la stessa cosa che dicevo ai miei giocatori verso la fine dello scorso campionato. Come si forma una squadra? Come si “fa” il mercato? Per i tifosi potrebbe essere curioso saperlo… Scouting, confronti e scambio di idee, immaginando il gruppo che sarà, come potrà giocare e in quale modo esaltare le caratteristiche dei singoli. Dei quali si valutano sia le attitudini tecniche che quelle caratteriali. All’inizio è più facile, nel senso che puoi permetterti di fare valutazioni quasi esclusivamente individuali, poi però il discorso cambia: il mercato diventa un puzzle i cui pezzi giusti vanno cercati con attenzione. Non serve il giocatore più bravo in assoluto (posto che il giocatore perfetto, se esiste, è irraggiungibile perché costa e gioca o in Nba o in Eurolega): serve quello che si incastra meglio. … e che abbia motivazioni particolari, visto che Varese non è economicamente in grado di coprire d’oro nessuno e non può garantire ribalte continentali… Anche questo è da spiegare. Abbiamo scelto giocatori non a digiuno di esperienza europea e in una fase ascendente della carriera, con la voglia di misurarsi in un campionato competitivo come quello italiano e soprattutto di migliorare il proprio status. Il beneficio cercato è duplice: immediato, per noi e per l’annata che ci aspetta; futuro, per loro, che realizzandosi a Varese possono accrescere le loro aspirazioni, anche economiche. Abbiamo parlato con tutti e con tutti abbiamo usato questo argomento. Come mettere sul parquet chi ha detto di sì a queste premesse? Cercheremo una pallacanestro di mentalità, aggressiva, con una forte attitudine difensiva. Sarà l’unico modo per colmare il gap fisico e tecnico con le altre squadre: se le affronteremo a viso aperto saremo più deboli e non c’è offesa per nessuno ad ammetterlo. La chiave per noi sarà la determinazione, da applicare in difesa, a rimbalzo e nella ricerca di un imprescindibile gioco veloce. Come si arriva a questo obiettivo? Come verrà impostato il lavoro nel precampionato? La pallacanestro è abitudine e ripetizione: ciò che fai bene durante la settimana riesci a farlo anche in partita. Quindi sarà fondamentale insistere fin da subito su quegli esercizi che sono in grado di sviluppare le caratteristiche che cerchiamo. E poi ci sono i video, altrettanto fondamentali. Avete presente il derby di ritorno contro Cantù della scorsa stagione? Li abbiamo battuti con anticipi sulle rimesse, rimbalzi e contropiede. Dietro c’era un lavoro di studio delle caratteristiche avversarie che ha coinvolto i giocatori, preliminare agli esercizi sul campo. Il precampionato sarà importante anche perché sarà pieno di verifiche: le amichevoli ci diranno se siamo sulla strada giusta o meno. Andiamo per un attimo sui singoli. Di Hollis si conoscono pregi e difetti, Cain ed Okoye sono due giocatori che cercano il salto dopo aver reso molto bene nella serie A2 italiana, Wells viene da solidi campionati in Germania: la vera incognita del quintetto, sinceramente, pare la guardia Antabia Waller… Beh, consideriamo che Waller viene sì da un campionato minore come quello montenegrino, ma ha anche avuto la possibilità di giocare in un torneo competitivo come la Lega Adriatica, contro squadre di Eurolega e di Eurocup. E ha dimostrato di essere un ottimo tiratore: se sai fare canestro, lo sai fare dappertutto. La vera incognita è quella di capire come si adatterà a una fisicità più marcata come quella della Serie A e a pressioni mentali più forti. Questo discorso, però, vale davvero per tutti: per tutti quelli che si presentano per la prima volta in Italia e per tutte le squadre che ripartono dai nastri di partenza completamente nuove. Ogni g.m, ogni allenatore pensa di aver fatto bene sul mercato, ma quello che conta è la prova del campo: ci sono squadre che nascono quasi da sole, con i giocatori che si “annusano” fin da subito, prodotto di una miscela quasi magica; altre, invece, hanno bisogno di tanto sudore e applicazione. Vedremo cosa sarà questa Varese: di certo le incognite sono tante. Gli italiani: a Matteo Tambone, 23 anni, spetterà il non facile compito del regista di riserva… Io mi aspetto molto da lui e penso che la fiducia non sarà mal riposta. Per la verità mi aspetto molto da tutta la mia panchina: chi per un motivo, chi per un altro, ogni giocatore avrà la chance di ritagliarsi spazi importanti. Ho incontrato Avramovic alla Basket Fest a luglio e l’ho visto molto motivato nel continuare il percorso di crescita iniziato lo scorso anno. Avrà un vantaggio: conosce già il mio metodo e sa cosa deve fare. Lo stesso vale per Giancarlo Ferrero. E Pelle? Non si spengono le voci che lo vorrebbero lontano dal Sacro Monte… Lo voglio guardare in faccia, appena ci sarà la prima occasione. E ci voglio “leggere” quella voglia e quella convinzione che l’anno scorso mi hanno fatto ben sperare. Mi auguro che chi gli sta vicino lo sappia consigliare nel modo giusto: è ancora molto giovane e a quell’età è un attimo prendere strade sbagliate. Se in tre mesi non gli è arrivata nessuna vera offerta, significa che al suo percorso di crescita manca ancora qualcosa: per lui Varese è il posto adatto per colmare questa mancanza. Salvezza: chi lotterà contro la Openjobmetis? Le solite tre e quattro squadre, quelle che se la sono giocata anche l’anno scorso. Tutte, compreso Varese, hanno cambiato moltissimo: sarà una lotta lunga, da combattere con il coltello tra i denti. Si salverà chi riuscirà a rimanere lucido di testa. Ricordiamoci tutti dov’era Varese il lunedì della partita contro Pistoia: ultima, da sola. Dovremo essere pronti a tutto e non lasciarci sorprendere da niente. Quanta voglia ha di tornare sul parquet, coach? Tanta. Ma più che la mancanza del campo, ciò che mi stuzzica è la curiosità. Ho voglia di vedere i giocatori che abbiamo scelto, di passare dalla teoria alla pratica. Uno può essere anche il migliore degli scout, ma finché non conosci un atleta (ovvero: lo alleni) sei solo all’inizio dell’opera. Non vedo l’ora di scoprire le loro caratteristiche, le loro virtù nascoste, di misurare la loro capacità di ascoltare, di prendersi delle responsabilità ma anche di saper diventare gregari quando serve. Non vedo l’ora, anche, di poter capire come aiutarli. La Pallacanestro Varese che arriva dal pieno di una grave crisi economica ha trovato in lei una sorta di esempio di morigeratezza contrattuale: a dicembre 2016 ha firmato al minimo possibile, quest’anno il suo stipendio sarà un po’ più alto ma non certo al livello di tanti altri colleghi. I soldi non sono importanti per lei, Caja? Ognuno nella propria vita fa delle scelte, che dipendono necessariamente dalle predilezioni di un determinato momento. Per me, oggi come oggi, conta la possibilità di lavorare con persone valide e di farlo in un ambiente motivante come lo è la Varese della pallacanestro. Qui ci sono tifosi veri, generosi, che sono stati capaci di stare vicino alla squadra anche nei momenti più duri dello scorso anno, quando continuavamo a perdere: ci hanno aiutato a non perdere la serenità. Vedere che a ogni allenamento della settimana c’è gente che viene a sostenerti e potersi relazionare con soggetti competenti, fedeli e appassionati è un privilegio che vale più di un contratto a tanti zeri, almeno in questo momento della mia carriera. Piuttosto sento il dovere di ripagare chi impegna tempo e soldi per seguirci e su questo tasto spingerò molto anche con i giocatori. Cosa dirà ai nuovi (cioè a quasi tutta la squadra…)? Che qui c’è gente che vuole solo una cosa: dei combattenti. Nessuno pretende che si vincano tutte le partite, ma un determinato atteggiamento sarà fondamentale. Confido molto anche in Giancarlo Ferrero: mi darà una mano nel far passare il giusto messaggio. I tifosi sono gli unici depositari del “marchio” Varese: vige l’obbligo di rispettarli. Se tu li rispetti, loro ti aiutano. E noi avremo bisogno di una bella atmosfera nella nostra casa di Masnago per raggiungere la salvezza. Pavia 1992, Varese 2017: sono venticinque anni esatti che fa il capo allenatore. Andato bene il viaggio? Di più, è stato ottimo. E sono orgoglioso di tagliare un traguardo del genere. Sono stato retribuito per realizzare la mia passione: non penso che capiti a tutti, così come non capita a tutti di partire con dei sogni e realizzarli nel percorso. Ci vuole fortuna, quella di essere nel posto giusto al momento giusto, ma bisogna anche meritarselo: e io penso di essermelo meritato. Il segreto è imparare dagli errori, dagli alti e bassi della vita, migliorandosi con il tempo: ritengo di essere stato in grado di farlo. Che mestiere faceva prima di diventare allenatore? Facevo il rilevatore tributario per il Comune di Pavia. Per cinque anni, dai 21 ai 26, andavo al lavoro al mattino e allenavo le giovanili al pomeriggio, poi mi sono licenziato dal posto fisso e ho rischiato per inseguire solo il basket. Sono stato l’assistente di Arnaldo Taurisano e Tonino Zorzi, poi sono diventato capo-allenatore. E’ andata bene. Caja, lei lo sa che quest’anno sarà dura, tanto, anche per lei? Dopo due brillanti salvezze conquistate quando tanto (e l’anno scorso praticamente quasi tutto…) sembrava perso, i tifosi biancorossi la amano e i dirigenti hanno piena fiducia in lei. Ma la memoria, nello sport, può essere cortissima: lo diceva anche lei ai suoi giocatori dopo la striscia vincente dell’ultima parte dello scorso campionato… La verità è che una regola non esiste: la memoria può essere lunghissima o cortissima. E vale in assoluto l’esempio di Claudio Ranieri nel calcio: dopo aver vinto un titolo impensabile con il Leicester è stato cacciato via. Comunque sì, lo so. So che ci saranno delle difficoltà, conosco il lavoro che faccio e le sue “regole” e so anche che gli allenatori a Varese negli ultimi tempi non sono durati moltissimo (ne sono cambiati sei in quattro anni, effettivamente… ndr). Ma non sono per nulla spaventato. Venticinque anni di carriera non ti portano solo a perdere i capelli e a mettere gli occhiali: ho acquistato una tranquillità che mi permette di andare avanti. Si può avere paura di una visita in ospedale, non di una stagione di pallacanestro. Fabio Gandini
  6. Attilio Caja inquadra le necessità tecniche di Varese nello spot mancante di ala piccola con un identikit che una volta di più prende le fattezze di Christian Eyenga. Così il coach pavese "fotografa" l'identikit del giocatore che dovrà completare il mosaico biancorosso: «Scontato dire che serve un giocatore forte; per arrivare a questa definizione la necessità è che si trovi un elemento il più possibile completo negli aspetti offensivi e difensivi del gioco. È fondamentale è che abbia il maggior numero di doti nel piatto da offrire alla causa; per questo Eyenga, che ha alcune qualità offensive, è un difensore di spiccato valore e sa farsi valere a rimbalzo, è in cima alla lista». Dunque entro 3-4 giorni si aspetta la risposta di Air Congo, auspicando che accetti la chance per il salto di qualità definitivo «Confidiamo che accetti la nostra proposta, consapevole del fatto che ne apprezziamo i pregi: spero che consideri quanto importante sarebbe per lui tornare in un club che ha saputo valorizzare al meglio le sue doti e lo ha messo nelle condizioni di fare il meglio. L'auspicio è che torni per dimostrare per tutto l'anno quello che ha fatto vedere negli ultimi tre mesi: con l'Eurolega si è cimentato due anni fa e non era pronto, noi gli offriremmo la possibilità di una definitiva consacrazione da protagonista sui due lati del campo». In caso di fumata nera si proverà a cambiare profilo tecnico cercando un'ala più tecnica e meno esplosiva? «Se arriverà un no non ci ritireremo, ma ce ne faremo una ragione cercando un elemento con caratteristiche diverse. La duttilità dell'organico attuale ci permette di spaziare su profili diversi per inserire l'ultimo pezzo del puzzle. L'altro aspetto importante è che Eyenga ha già dimostrato di saper stare nel mio sistema; gli altri dovrebbero adattarsi, anche se per un giocatore di scuola europea non dovrebbe essere un problema». Come proseguirà la strategia di mercato nei prossimi giorni? «Abbiamo tante idee alternative, però prima di abbandonare il piano A che porta alla conferma di Eyenga ci vogliono motivi forti. Ossia se Christian dovesse dirci che preferisce accasarsi altrove o rifiuterà definitivamente la nostra offerta; a oggi non è accaduto nulla dì tutto questo, dunque lavoreremo sulla situazione fino a che non ci sarà una risposta definitiva. Dopodiché, se sarà negativa, esploreremo i piani B e C che stiamo tenendo pronti qualora dovessero servire». Giuseppe Sciascia
  7. Attilio Caja non si spaventa di fronte ad una Pallacanestro Varese che partirà sulla carta nelle retrovie della serie A, almeno stando alla classifica dei budget. Il tecnico pavese ribadisce la piena fiducia negli operatori di mercato che stanno costruendo il roster e confida che lavoro e coralità possano spingere il club biancorosso a massimizzare i suoi talenti: «Partire da dietro non mi spaventa, né mi fa paura giocare contro avversarie che sulla carta hanno più qualità, se dalla mia parte ho gente motivata e elementi di buone qualità atletiche che hanno voglia di crescere. Ho massima stima nelle capacità di Bulgheroni e Coldebella nelle scelte di mercato: tra noi c'è un ottimo rapporto basato su un dialogo costante, mi fido del loro fiuto e io farò del mio meglio per assemblare il materiale umano in palestra». Dunque più che sui soldi si farà leva su collettivo e disponibilità al lavoro? «Facendo leva su mentalità, attitudine e spirito di squadra qualcosa di buono tireremo fuori - spiega. Sono consapevole delle difficoltà nel puntare su giocatori non affermati e non di prima fascia, la mia presunzione è che con la forza lavoro alla fine dell'anno varranno come e più dei più blasonati, come è capitato nel finale del 2016-17 tant'è che ora facciamo fatica a tenere i giocatori che hanno migliorato il loro status». Quali sono le carte vincenti da giocare sul mercato? «Offriamo una piazza dove i tifosi spingono i giocatori a dare più del loro valore e una so- cietà che mette ognuno nelle miglior condizioni per lavorare. Chi sceglie Varese deve farlo con l'orgoglio di giocare al PalA2A, non perché è un ripiego: non vogliamo essere la caita di riserva per scontenti, ma accogliamo gente affamata per cui ogni partita sarà una battaglia e ogni allenamento un investimento per il futuro». Quindi Eyenga e Anosike resteranno solo se convinti di farlo? «Le parole fanno piacere, ma devono dimostrarci con i fatti la loro voglia di rimanere: sarò eternamente riconoscente per quello che hanno fatto nella stagione passata, ma se gli obiettivi non collimano ognuno andrà per la sua strada senza rancore. Non possiamo permetterci di andare tutte le sere a cena in un ristorante stellato, ma ci sono osterie o trattorie dove si mangia altrettanto bene senza dove rimpiangere quel che non si può fare». Quindi fiducia nella possibilità di disputare una stagione positiva anche con risorse limitate: «Nello sport conta il concetto di massimo relativo e non di assoluto: per vivere serenamente la stagione alle porte dobbiamo puntare a fare il meglio possibile rispetto al potenziale a disposizione. A Varese i tifosi valgono punti in più in classifica e la società onora regolarmente gli impegni: premesse ottime per lavorare, senza pensare che a ogni giocatore ingaggiato ce n'è uno migliore che non abbiamo preso, e dando tempo di crescere a un gruppo che darà sempre il massimo ogni giorno». Giuseppe Sciascia
  8. La chiamata non arriva. Sono le 20.35 e per i tempi tecnici di un giornale l’orario inizia a diventare da bollino rosso. Il cellulare di Attilio Caja è ancora spento, con l’allenamento che doveva finire alle 19 o poco più. Finalmente lo squillo: «Dove sei finito, coach? Ora che è arrivata la conferma, ti fanno lavorare di più?». «Qui, caro Fabio, non si molla un attimo». Un giorno alla corte dell’Artiglio. Un giorno come un altro, se non fosse per un piccolo, grande gesto societario, profumato di gratitudine e capace in un colpo solo di cancellare un grosso torto del passato e di dare prospettiva immediata al futuro. «Stima e riconoscenza» La notizia ufficiale è del primo pomeriggio di ieri: «Il Consiglio di Amministrazione della Pallacanestro Varese, riunitosi nella mattinata di mercoledì 19 aprile 2017, ha deciso di eliminare la clausola di uscita dal contratto che lega il club biancorosso a coach Attilio Caja. Questa decisione è stata presa per dimostrare concretamente all’allenatore della Openjobmetis Varese tutta la stima e la riconoscenza per l’ottimo lavoro svolto in questi mesi sulla panchina biancorossa portando la squadra alla salvezza e ottenendo importanti risultati sia a livello di gioco che motivazionali. Coach Attilio Caja pertanto continuerà a guidare la prima squadra della Pallacanestro Varese fino al termine della stagione sportiva 2017/2018». Si riparte da lui. Da un allenatore che a settembre festeggerà il 27° anno da professionista della panchina applicata al basket. Volete un numero, uno a caso? Quando Caja ha avuto la possibilità di guidare una squadra dall’inizio della stagione, ha raggiunto i playoff 10 volte su 12. I falsi miti non sarebbero nemmeno da sfatare, se due anni fa - insieme ad altre assortite ma inintellegibili motivazioni - non fossero stati alla base di una “non conferma” che ha fatto a pugni con la meritocrazia. La vita, a volte, sa restituire: «Ma io non avevo rivincite da prendermi - confessa il coach - Capita, però, che a volte ti venga ridato ciò che ti è stato tolto. Ci vuole anche fortuna. Pensate al Milan, che dopo aver perso quell’incredibile finale di Champions contro il Liverpool (nel 2005, ai calci di rigore dopo essere stato avanti 3-0 ndr), due anni più tardi ha avuto la possibilità di riscrivere la sua storia contro lo stesso avversario: non succede spesso una cosa del genere. Io sono semplicemente molto contento di aver avuto una nuova opportunità con Varese e di aver ottenuto il medesimo risultato della prima volta» Quella Openjobmetis che aveva ricostruito dopo le macerie del Poz, l’Artiglio la sentiva sua, tanto sua. Fu un’innamoramento rapido e focoso, che realizzava un sogno (Caja non ha mai nascosto quanto mancasse una panchina come quella biancorossa alla sua già assai prestigiosa carriera) e veniva favorito dai risultati. Oggi l’amore ha messo gli esponenti: «Varese la sento mia sempre di più. Quando arrivi in un posto dove la società ti sta vicino e ti dà fiducia nei momenti difficili, un posto dove i tifosi ti incoraggiano anche quando perdi, dove la stampa ti rispetta e ti apprezza, beh... quel posto diventa per te una seconda pelle. E quando scendi in campo, se ce ne fosse bisogno, sei portato a dare il 101%, non il 100%». «Una barca in porto» Si riparte da lui. Che nel momento in cui il passato accarezza il futuro non si dimentica di nessuno: «Dedico la salvezza conquistata e questa riconferma a mia moglie. Mi è sempre stata vicino, sia nei momenti tristi passati due anni fa, sia quest’anno nelle difficoltà iniziali: mi aiuta sempre a vedere la parte buona delle cose. Con lei ci sono il mio staff e i miei giocatori: senza di loro nulla sarebbe stato possibile. Varese era una barca in mezzo al mare in tempesta che doveva tornare in porto: io sarò pure stato il “capitano”, ma senza il timoniere, il navigatore e i marinai non sarei andato da nessuna parte. Questa squadra è cambiata con la collaborazione». Si riparte da lui. Che per il futuro ha una sola ricetta. Non chiedetegli nomi, perchè vi risponderà così: «Abbiamo davanti un finale di stagione che dovrà essere vissuto come se fosse un inizio: ci sono ancora tre partite per capire chi vorrà continuare con noi, chi vorrà condividere il nostro progetto e sarà capace di dimostrarlo sul campo, quotidianamente. Ai miei giocatori l’ho detto anche oggi pomeriggio: “Lo sport non ha memoria e noi dobbiamo accettarlo, io per primo. Contano i fatti, ogni volta che andiamo in palestra”. Quindi non dico chi mi piacerebbe avere il prossimo anno con me, dico solo: “Chi ci sta?”». Si riparte da lui. Fabio Gandini
  9. Attilio Caja guiderà la Pallacanestro Varese anche nella stagione 2017/'18. Come anticipato su queste colonne dopo il derby vinto a Desio il 2 aprile, la società di piazza Monte Grappa ha eliminato la clausola contrattuale che prevedeva l'opzione di uscita dal contratto biennale stipulato quando il tecnico pavese era subentrato a Paolo Moretti il 23 dicembre 2016. È stata la decisione principale del CdA di ieri mattina, formalizzando con tre partite d'anticipo rispetto al termine della regular season una conferma guadagnata sul campo da parte di Artiglio (8-7 il record attuale di Caja rispetto al 4-8 del suo precedessore). «Un atto doveroso teso a riconoscere in maniera tangibile la qualità del lavoro svolto da Attilio - spiega il consigliere biancorosso Tota Bulgheroni -. In tal modo daremo al nostro coach la possibilità di lavorare fin da subito in previsione della prossima stagione». L'ufficialità della conferma del tecnico è il primo passo per costruire la Varese che verrà. E, alla luce del feeling che ha saputo costruire con gli elementi cardine del roster biancorosso, la certezza di avere ancora Caja al timone sarà una una carta importante da giocare per provare a convincere i pezzi pregiati a fare ancora parte del progetto. Per il momento si può ragionare soltanto sulle intenzioni, dovendo prim afare i conti di quel che si potrà mettere a disposizione della triade Coldebella-Bulgheroni-Caja per costruire la squadra 2017/18. Con i conti dell'annata corrente da chiudere e i residui del passato che dovrebbero essere smaltiti entro la conclusione del prossimo anno, definire gli scenari del budget è basilare per coniugare sostenibilità e risultati sportivi. Tra sponsor da rinnovare - o da rimpiazzare - e potenziali soci forti da coinvolgere o proseguire con l'attuale formula consortile senza new entries, il budget può oscillare parecchio tra la sostanziale conferma di quello della stagione in corso a 4,6 milioni di euro (correzioni comprese) e un "dimagrimento" forzoso di un altro 10 per cento oltre a quello già programmato nella razionalizzazione dei costi allo studio da parte del CdA. Pertanto, prima di aggiungere altre certezze a quella di Attilio Caja in panchina, servirà almeno un altro mese per capire con esattezza quali saranno le basi economiche per impostare la stagione prossima ventura. E provvedere di conseguenza alle offerte formali per i rinnovi dei contratti dei giocatori che Varese vorrebbe trattenere. Giuseppe Sciascia
  10. Attilio Caja esorta l'Openjobmetis a stare sul pezzo fino al termine della stagione e ad onorare al meglio gli ultimi quattro impegni della regular season anche se la rimonta playoff pare ormai un sogno. Il tecnico pavese dà la carica alla squadra a prescindere da calcoli e tabelle. «Ci manca ancora la certezza arimetica della salvezza. E poi vogliamo regalare soddisfazioni alla società ed ai tifosi che non sempre hanno potuto vedere buone partite. Nel mondo dello sport si ha la memoria corta e spesso la percezione di come si finisce pesa più d'una intera stagione: proviamo a finire al meglio e divertirci tutti insieme fino al 7 maggio, poi vedremo che cosa dirà la classifica». Il piacere di veder giocare l'OJM attuale fa sperare che si possa provare a dare continuità a questi ultimi mesi... «Il gruppo sta bene insieme, il rammarico è che manchi poco al termine della stagione, e anche per rispetto dei compagni c'è voglia di onorare al meglio le ultime 4 partite. Il futuro? Non è ancora il momento di parlarne, ma a far bene non si sbaglia mai: chi vuole rimanere ha stimoli per dare bei segnali, chi ne darà di bellissimi potrà migliorare ulteriormente le sue prospettive di carriera». Di sicuro le vittorie della squadra hanno aiutato la società a migliorare l'immagine della stagione. «Ma è altrettanto vero che la società ha supportato la squadra tenendo duro nei momenti difficili nei quali ha sempre difeso i giocatori e ha dato loro fiducia con i fatti non andando mai sul mercato; pertanto debbono sentirsi in dovere di resti- tuire quanto ricevuto. Quel che hanno dato nelle ultime settimane è stato apprezzato: i tifosi che ci hanno aspettato al ritorno dalla trasferta di Desio dopo il derby vinto con Cantù hanno dato un segnale chiaro». Quanto ha contato il suo feeling con società e tifosi per mantenere sereno l'ambiente? «Sin dal mio arrivo ero convinto che ci fossero le condizioni giuste per migliorare. Aver sentito attorno a me la fiducia di società e tifosi, sentendo di essere apprezzato anche quando le cose non andavano bene, mi ha aiutato a trasmettere sempre messaggi positivi. La dirigenza mi ha dato un bel supporto: la stima l'ha dimostrata con i fatti, altrimenti avrebbe chiamato un altro allenatore, mentre nei confronti del pubblico il credito acquisito due anni fa è stato importante quando tutto sembrava buio». Le 6 vittorie consecutive prima dello stop di Reggio Emilia hanno riportato il sereno, ma non è stato un procedimento facile. «Qualcuno ci è arrivato con le buone, altri meno, ma conta il risultato e non il percorso: tutte le strade portano a Roma, ci sono quelle più comode e quelle più impervie, ma l'importante è arrivare alla meta. Sono orgoglioso di aver raggiunto il traguardo senza aggiunte di mercato e col contributo di tutti gli effettivi. Anche Avramovic, che ho impiegato meno perché ho dovuto fare delle scelte, ha mostrato belle cose in allenamento: per questo domenica, anche senza Maynor, l'ho schierato senza paura. E sono convinto che potevamo vincere anche senza Eric se solo avessimo tirato con 4/10 anziché 1/10 da 3». Giuseppe Sciascia
  11. L'Openjobmetis è pronta a premiare Attilio Caja per la missione salvezza portata a termine in largo anticipo. La società di piazza Monte Grappa dovrebbe annunciare a breve l'eliminazione della clausola d'uscita prevista entro metà maggio dal contratto stipulato con il coach pavese lo scorso 23 dicembre. Togliere l'escape a pagamento attraverso la quale Varese potrebbe rescindere l'accordo valido fino al 30 giugno 2018 significherebbe formalizzare la conferma di "Artiglio" anche per la stagione prossima. Una mossa che al momento sembra scontata dopo le sei vittorie consecutive che hanno permesso ai biancorossi di passare dall'ultimo posto del 26 febbraio all'attuale undicesima piazza, a due sole lunghezze dai playoff. Ma che messa "nero su bianco", attraverso un tratto di penna sulle righe piccole del contratto già in essere, avrebbe un valore simbolico per dimostrare gratitudine e stima nei confronti dell'uomo della svolta. Nessun dubbio che sia stato Caja l'artefice primario della clamorosa inversione di tendenza dell'OJM, trovando a poco a poco la ricetta giusta per far rendere al meglio un gruppo che nell'era Moretti sembrava tecnicamente mal assortito. Il tecnico pavese ha utilizzato gli stessi "ingredienti" (al netto del correttivo Johnson per Johnson avuto dal coach di Arezzo solo per tre partite) che nella passata gestione non si erano mai amalgamati per confezionare una pietanza davvero succulenta dopo un lungo periodo di preparazione. E ancora una volta sbaglia chi indica nella Champions League il fattore determinante dei travagli dell'era Moretti e nella sua conclusione la chiave di sblocco per la rifioritura dell'ultima fase dell'era Caja: la coppa è stata l'effetto e non la causa dei problemi di Varese. Alla prova dei fatti è stato un errore affrontare il doppio impegno con giocatori poco adatti a recuperale le fatiche in tempi ristretti come Maynor, Kangur e Campani. Per non logorare elementi da centellinare sul piano fisico, il coach toscano aveva puntato su una gestione conservativa dei ritmi di allenamento che, però, si riverberavano sulla condizione atletica generale (e in particolare degli elementi "amministrati"). Caja ha decisamente aumentato l'intensità del lavoro in palestra, pagando anche dazio (vedi i finali a fari spenti con Torino e Sassari) prima di arrivare all'attuale condizione ottimale di tutti gli effettivi per un'OJM capace di mettere a frutto la sua ritrovata freschezza atletica sotto forma di una difesa aggressiva in grado di alimentare il contropiede. Per "digerire" la Champions sarebbe servita una squadra anagraficamente più fresca, come quella che nel 2015/'16 ha raggiunto la finale di FIBA Cup con i suoi 24,7 anni di media. Il regime di una partita a settimana ha funzionato da tonico per Maynor, e l'attacco costruito con circolazione di palla e movimento degli uomini negli spazi anziché con l'abuso di pick&roll in situazioni statiche è stato perfetto per far sposare ai singoli l'identità corale predicata da "Artiglio". Mai come in questo caso si può dire che il coach si è guadagnato la conferma sul campo... Giuseppe Sciascia
  12. Attilio Caja chiede l'ultimo colpo di reni alla sua Openjobmetis per raggiungere la fatidica "quota 22" indicata come traguardo salvezza. Riuscirci nel derby contro Cantù sarebbe una doppia soddisfazione per il tecnico pavese: «Siamo sul rettilineo finale ma dobbiamo ancora tagliare il traguardo: contro Capo d'Orlando abbiamo fatto un altro passo importante verso la salvezza, raccogliendo l'entusiasmo di un pubblico che ci ha gratificato tantissimo nel premiare i nostri sforzi. Adesso manca lo sforzo finale, e sarebbe bellissimo coronare la missione salvezza nel derby: è la prima opportunità per chiudere i conti, ma basta ricordare che Varese non vince a Cantù da 10 anni per evidenziare le difficoltà di questo impegno». Artiglio" sottolinea le qualità della Mia e le abituali necessità per allungare a quota 6 la striscia vincente: «Cantù era considerata come una pretendente per i playoff con talenti come Johnson, Darden e Dowdell e tanti giocatori interessanti come Cournooh, Acker e Pilepic. È una squadra temibile con ottime individualità, ma non cambierei nessun giocatore della Mia con quelli della mia squadra attuale, e lo considero un complimento per i miei. Siamo fiduciosi e consapevoli delle nostre possibilità per giocare una partita di grande impatto. Peccato per la mancanza dei tifosi ospiti: noi in campo e i tifosi fuori avrebbero garantito una cornice emotiva in grado di esaltare l'evento». Sul fronte opposto Carlo Recalcati chiede ai suoi una prestazione difensiva importante per compensare il gap atletico: «Varese ha raggiunto la miglior condizione nell'ultimo periodo, dovremo essere pronti a giocare una gara di grande energia. Ci sono tutti i presupposti perché sia una bella partita; al momento il gap atletico è a noi sfavorevole, dovremo compensare con una difesa aggressiva che ci permetta di giocare in campo aperto». Di sicuro Varese avrà la spinta motivazionale supplementare di voler riscattare lo stop dell'andata: «Ci teniamo in particolare per i tifosi, che ci hanno sempre seguito con calore ed affetto. L'impegno sarà massimo come al solito ma riuscire a dar loro una gioia che manca da 10 anni sarà un ulteriore stimolo mentale. Cantù aveva fatto bene al PalA2A e sarebbe bello per noi pareggiare i conti» spiega Attilio Caja, che vivrà il primo derby con i brianzoli sulla panchina biancorossa contro un veterano di lunghissimo corso come Carlo Recalcati, bandiera di Cantù da giocatore (vi ha militato dal 1962 al 1979) che ha guidato Varese dal 1997 al 1999 e dal 2010 al 2012: «Avrò disputato una settantina di derby e la bilancia pende dalla parte di Cantù, ma non dimenticherò mai lo scudetto della Stella, così come non dimenticherò che Varese è la società che mi ha lanciato come allenatore ad altissimo livello». Giuseppe Sciascia
  13. Non usa mezze misure Attilio Caja, ed è un bene che si sia espresso in questi termini. Un derby senza tifosi è un mezzo derby, e la scelta di vietare ai tifosi varesini la possibilità di assistere dal vivo è stata tardiva e discutibile: «Peccato per questo divieto, che mi sembra una scelta di comodo, senza senso. Evidentemente per qualcuno è meglio lavarsi le mani. Ci si toglie una responsabilità, ma se tutti facessero così nel proprio lavoro e non si prendessero mai responsabilità, non andremmo da nessuna parte. C’è grande rammarico, perché sarebbe stata una bella pagina di sport. Noi abbiamo un pubblico caloroso, ma da quello che ho visto in questi due anni è un pubblico civile e partecipe. Credo inoltre che giocando a Desio, in un palazzetto grande e con una capienza notevole, le problematiche potevano diminuire. Prendiamo atto con rammarico, perché sarebbe stata una bellissima cornice. Questo è il bello dello sport in Italia, togliere queste rivalità che sono il sale dello sport è un vero peccato. Ho visto spesso dal vivo il derby Roma-Lazio con le curve piene, e vederlo con le curve vuote è invece più triste». Archiviata non senza rammarico la notizia del divieto, il discorso si sposta sul piano tecnico: «La vittoria contro Capo d’Orlando ci ha gratificati del lavoro fatto ed è stato un altro passo verso il nostro obiettivo, la salvezza. Siamo sul rettilineo finale, dobbiamo solo tagliare il traguardo e la prima opportunità per farlo è il derby. È da 10 anni che Varese non lo vince in trasferta, e solo questo dato dimostra quanto sia difficile. Cantù ha grande talento ed è cresciuta molto: Johnson non si discute, poi c’è Darden che all’andata aveva fatto molto bene, Cournooh si è inserito alla grande e sta tirando con medie altissime, anche Acker è in crescita. Poi hanno altri giocatori come Pilepic, di cui Pozzecco mi ha parlato bene, Dowdell che è un grande uomo squadra oppure Callahan che conosco molto bene e Calathes. Noi li rispettiamo ma siamo fiduciosi in ciò che possiamo fare. Non invidio nessuno perché nonostante il talento di Cantù io sono contento dei miei giocatori enon li cambierei con nessuno». Per Caja, oltretutto, è il primo derby con Cantù da inquilino della panchina di Varese: «Ne ho fatti tanti ma contro Cantù, sulla panchina di Varese, è il primo. Loro avevano fatto bene qua, sarebbe bello recuperare quantomeno per fare 1-1». Alberto Coriele
  14. Attilio Caja ha portato al termine la sua cura e dato un'identità chiara e ben definita all'Openjobmetis. E nel finale dello "spareggio" vinto con Pesaro - il terzo hurrà consecutivo dopo tanti mesi di sofferenza - la Curva Nord ha chiaramente identificato nel tecnico pavese il condottiero che ha dato un volto definito alla squadra. «Ringrazio i ragazzi della curva per l'attestato di stima che fa ovviamente molto piacere. Però, senza la collaborazione dei giocatori non si va da nessuna parte: io ho proposto delle situazioni, ma è la condivisione che fa la differenza. Per capirsi e andare in sintonia ci vuole tempo: a questo servono i 50 giorni di precampionato. Ho trovato grande disponibilità e il lavoro svolto sta pagando». Sono i frutti della cultura del lavoro che ha impostato fin dal primo giorno a Varese? «È un concetto basilare dello sport: se i risultati arrivassero dall'oggi al domani sarebbe lecito chiedersi che cosa avevi fatto fino a ieri. Quando sono arrivato, ero consapevole che sarebbe stata solo questione di tempo. Il malato era più grave del previsto: se trascuri i primi sintomi, poi la cura dev'essere più robusta. Sono contento soprattutto per i giocatori, che sono stati messi in croce a lungo per quel che non riuscivano a fare. Le mie richieste in allenamento non sono semplici né lo è il loro impegno: il rispetto e l'apprezzamento che stanno ricevendo in queste settimane, dopo che tutto sembrava sbagliato e da rifare, è la miglior gratificazione per i sacrifici che hanno compiuto». Ora la squadra ha un'identità, ma ci è voluto tempo e lavoro... «Rispetto a due anni fa le problematiche erano più grosse. Mi ha aiutato molto la vicinanza di Claudio Coldebella e Toto Bulgheroni e la collaborazione dello staff. Io mi sento il regista che coordina tutto il sistema, ma alla base c'è un'analisi minuziosa e un lavoro quotidiano. Prendiamo l'8/8 ai liberi contro Pesaro di Anosike: a fine allenamento O.D. si ferma con Vanoncini e lavora sulla sua tecnica in lunetta». Come è riuscito a far sposare al gruppo un'identità corale e operaia? «Non era né facile né scontato che gli stranieri accettassero questo sistema. Il percorso prevede anche degli ostacoli: con Eyenga ci sono stati momenti di confronto forte, d'altra parte è facile dire sempre sì e girarsi dall'altra parte, ma è una soluzione di comodo. Per condividere la tua ricetta si passa anche da fasi di scontro». Si riconosce nella definizione di "aziendalista" legata al fatto di aver utilizzato il roster già presente senza interventi sul mercato? «Far rendere al meglio le risorse disponibili fa parte della professione dell'allenatore: bisogna saper mettere le mani quando ci sono elementi che non parlano lo stesso linguaggio cestistico e tattico. Ogni giocatore ha la sua chiave: sarebbe troppo facile dire "questo non va, dunque cambiamo". Allora sei uno scout e non un coach...». Dove può arrivare l'Openjobmetis? E vale la pena ragionare sulla continuità futura del gruppo attuale? «Vogliamo vincere il più possibile per chiudere in fretta il discorso salvezza. All'intervallo di domenica ho ricordato alla squadra dove eravamo 4 settimane fa e quanto abbiamo sofferto per uscirne: bisognava ribellarsi all'idea di tornare indietro e rivivere quei momenti difficoltosi. E la risposta dei ragazzi nella ripresa è stata super. Continuità con questo gruppo? Gli ultimi due mesi direbbero di sì, ma ogni partita è un investimento sul futuro e ogni indicazione può essere aggiornata e migliorata. Dunque, è nell'interesse di tutti dare il massimo sino alla fine». Giuseppe Sciascia
  15. Attilio Caja si gode il riposo del lunedì col gustoso sapore dei primi due punti conquistati in campionato, ma esorta l'Openjobmetis a restare sul pezzo perché la vittoria esterna di Caserta è solo il primo passo verso la salvezza: «I due punti in campionato hanno tutt'altro valore rispetto alle vittorie in Champions, specie se conquistati in trasferta in un turno che sulla carta sembrava favorevole alle nostre avversarie che invece hanno perso in casa. Però la strada per la salvezza è ancora lunga e in salita: prima era difficilissimo e ora è solo difficile...». Di certo però si potrà preparare senza patemi di classifica il derby sulla carta impossibile contro Milano... «È l'unica squadra fuori portata per chiunque, proveremo comunque a batterci col giusto senso della sfida. Le altre sono tutte battibili, dipende dal momento in cui le si incontra; chiaro che aver rotto il ghiaccio dà morale, ma anche dopo la partita contro Sassari c'era fiducia, perché hai consapevolezza di quando metti in campo cose buone. Però a livello mentale e caratteriale Caserta ha dato risposte importantissime». Le ha date prima di tutto Maynor, ripagando la fiducia nei suoi confronti. «Quella di Eric è una leadership naturale che io gli affido e la squadra gli riconosce. Non vuol dire che segnerà sempre 20 punti, ma se il tuo giocatore più rappresentativo si allena nel miglior modo possibile, incitando e stimolando i compagni, la qualità delle sedute è notevole e arrivi alla partita con una preparazione solida». Questione Anosike: il centro nigeriano è passato da essere un problema a un pilastro difensivo... « O.D. sta disputando partite di alto livello, sia nell'aspetto difensivo primario del contenimento del pìck&roll che a rimbalzo. Sono contentissimo della sua presenza e della sua disponibilità: è un ragazzo che fa tanto lavoro sporco e continua a combattere anche se la palla in attacco non gli arriva». Questione Ferrero: da sesto esterno ad ala forte titolare producendo anche punti e non solo impegno. «Col gioco che facciamo abbiamo bisogno di qualcuno che attacchi il ferro: Giancarlo lo ha fatto molto bene dandoci una doppia dimensione di 1 contro 1 e tiro da fuori, finalizzando il lavoro di squadra. In allenamento dà sempre il massimo e in partita sta ripagando la fiducia: quando sono arrivato mi è stato chiesto di ottimizzare le risorse interne ed è una bella soddisfazione ottenere risposte da un ragazzo sempre positivo». Dunque dopo Caserta tutti sintonizzati sulla stessa lunghezza d'onda e niente interventi sul mercato? «Bisognava capire chi c'è e combatte per la squadra e chi invece no. Le risposte di tutti mi hanno soddisfatto, compreso Eyenga che, risolto il problema addominale, sta riprendendo ritmo e continuità: è in un momento negativo al tiro, ma in difesa si è battuto. Ho apprezzato anche il contributo emotivo dei ragazzi della panchina, e la spinta che ci hanno dato la ventina di tifosi al seguito: è stato bello dare una soddisfazione a questi ragazzi che sono venuti fino a Caserta a sostenerci in un momento difficile». Giuseppe Sciascia
  16. E’ arrivato il “pacificatore”, che nella fredda provincia lombarda del basket è elemento talvolta indispensabile quanto un pivot dotato di movimenti fluidi spalle a canestro o una guardia con il fuoco sacro nei polpastrelli. Nella nobile Varese - causa un dna invidiabile che ha però il difetto di rendere ancora più pesanti le macerie dei terremoti cestistici – le sconfitte hanno il potere di trasformare gli abitanti ammalati di pallacanestro in guelfi e ghibellini sempre pronti a scontrarsi tra loro, armati fino ai denti di idee l’un l’altra contrapposte e di un disfattismo perennemente “bartaliano” («gli è tutto da rifare»). Attilio Caja, con quel sorriso che fuori dal campo (ma anche sul parquet eh: basta fare come dice lui) si apre spesso e anche volentieri, con quella sicurezza da uomo che ogni giorno si alza dal letto e va a fare la professione che ama, con il magistero di un’esperienza che ha sportivamente conosciuto apoteosi e disgrazie, per un guazzabuglio del genere è semplicemente “nato pronto”. Ogni suo gesto, ogni sua parola, ogni sua intenzione – tecnica, tattica, umana – tende a ricompattare ciò che è dilaniato dalle divisioni, a restaurare senza pretendere nuovi materiali per farlo, a non dimenticare nessuno sotto un’ala protettiva che prova ad estendersi ben oltre il rettangolo di gioco, aspirando alle anime. Leggete questa intervista: “l’Artiglio” cita tutti (giocatori, staff, tecnico, società, consorziati, tifosi), ma solo perché nella sua missione ci deve essere effettivamente posto per tutti. Altrimenti non funziona. Il “salvare Varese” non è solo una questione di meccanismi tecnici da aggiustare con l’unica ricetta possibile, quella del lavoro: è un’opera di cesello soprattutto psicologico, che richiede entusiasmo, assenza di timore, savoir faire e furbizia. Varese parte seconda, ventiquattresimo giorno: un bilancio, coach? L’analisi da fare deve essere di due tipi. Dal punto di vista sportivo sono personalmente rammaricato per non aver ancora ottenuto una vittoria casalinga e per non aver ancora strappato un successo in campionato: i risultati non mi possono quindi soddisfare. E, come ho detto l’altro giorno ai consorziati, il rammarico è anche più grande perché intorno a me ho percepito fiducia e aspettative che mi fanno sentire ancora di più la responsabilità di far bene. Dal punto di vista del lavoro svolto, invece, posso dire che le problematiche da affrontare sono state oggettivamente molte (altrimenti non sarebbe stato necessario un cambio di allenatore) ma che, tutti insieme, non abbiamo perso un minuto, cercando di spingere. Ho trovato enorme aiuto da tutti i collaboratori e, in particolare, dallo staff tecnico. Ho chiesto ai miei assistenti grandi sacrifici, come lavorare durante tutte le vacanze natalizie, e loro ne hanno capito l’esigenza, rispondendo in modo positivo. Lo stesso vale per i miei giocatori: è stato un piacere lavorare con loro, apprezzarne – anche in questo caso – il sacrificio e vivere il clima positivo che si respira in palestra. Le cose non riescono ancora sempre bene? E’ fisiologico. Lei punta molto sulle sedute video, oltre che al lavoro sul parquet, aspetto sottolineato positivamente anche da Eric Maynor in una nostra recente intervista. Perché sono così importanti per lei? Il tempo per lavorare non è infinito e io non posso permettermi di “ammazzare” i giocatori con due ore e mezza di ripetizioni sul campo. Con i video, allora, riesco a far capire loro cosa voglio, ciò che fanno bene e ciò che invece sbagliano: si tratta di teoria, indispensabile prima di affrontare la pratica. E poi c’è un altro motivo: reputo molto più importante sottolineare gli aspetti del nostro gioco che non quelli dei nostri avversari. Mi interessa correggere quello che noi facciamo e con il video è possibile, perché davanti all’oggettività delle immagini le chiacchiere stanno a zero. Ho sempre creduto molto in questo sistema, ricavandone ottime risposte. Anche la vittoria in Polonia nasce dai video: contro il Rosa abbiamo giocato anche meglio di quanto mi aspettassi. Due possono essere – tra gli altri – i grandi temi tecnici della Openjobmetis che si appresta ad affrontare la seconda parte della stagione: la compatibilità Maynor-Anosike, data da più parti come una scommessa ormai persa, e l’utilizzo di Giancarlo Ferrero nel ruolo di ala forte, cercando in tal modo anche di sopperire all’assenza di Luca Campani. A Ferrero da “4” ho iniziato a credere vent’anni fa, quando presi Alessandro Tonolli da Brescia, dove giocava ala piccola, e lo portai a Roma, trasformandolo in un secondo lungo: mi piacque la possibilità di aggiungere un giocatore che – dalla posizione di “4” – garantisse perimetralità alla squadra, avesse la possibilità di attaccare il canestro dal palleggio in uno contro uno e liberasse l’area per il centro. Con Ferrero vale lo stesso ragionamento, e Giancarlo ha anche delle qualità morali per portare a termine il compito, necessarie perché dovrà giocare contro avversari più alti e più grossi di lui, prendere i rimbalzi, correre… Può farlo, ha cuore e possiede anche una discreta tecnica. E, per salvarsi, la prima caratteristica serve ben più della seconda: io ho bisogno di gente pronta soprattutto dal punto di vista caratteriale. Maynor-Anosike? Oderah è un tipo di giocatore ben preciso: in attacco non può essere innescato “in altezza” (come un Pelle o un Jefferson), ma dandogli la possibilità di sfruttare il fisico per tenere dietro di sé il difensore. E per farlo è necessaria una squadra che giri molto la palla e crei delle triangolazioni. Non vedo quindi un discorso di compatibilità tra lui ed Eric, quanto una questione di gioco complessivo, che per il momento non è perfetto. Ma sarei un illuso se pretendessi la perfezione in così poco tempo. La vittoria conquistata in Polonia ha regalato all’ambiente un sorriso che mancava da tempo, lasciando al contempo aperta anche la speranza di una qualificazione alla seconda fase di Fiba Europe Cup. La piazza si divide: c’è chi – con il pensiero rivolto al cammino fatto in Champions -riterrebbe la qualificazione quasi una “disgrazia”, stante l’esigenza di una salvezza da conquistare in serie A; e chi, invece, vorrebbe proseguire sul terreno continentale. Lei, coach, di che partito è? Il mio giudizio non può che essere diverso rispetto a quello di chi ha avvallato la scelta di giocare la Champions a inizio stagione e ha vissuto tutte le 13 partite disputate. Non posso dunque permettermi di confutare la loro idea eventualmente negativa sull’argomento, posso solo parlare per me. E dico che la coppa finora mi ha fatto comodo. Faccio un esempio: dopo Cremona ero molto deluso dall’atteggiamento della squadra… Bene: due giorni dopo la stessa mi ha dimostrato, contro il Ventspils, di averlo almeno parzialmente cambiato, pur nella sconfitta. In Polonia, poi, abbiamo vinto ed è stato un successo che mi ha permesso di verificare altri progressi. Pertanto mi auguro di poter giocare altre partite oltre alle due rimaste in calendario, ma ciò non significa che la decisione di fare la Champions a inizio anno non sia stata probabilmente negativa per le sorti di Varese. Questione Luca Campani, riguardo al quale, da tempo, non ci sono più notizie ufficiali. Come sta il giocatore? Si può ipotizzare una data di rientro? No, non ancora: Luca deve fare altre visite e altri accertamenti, specifici e approfonditi. Il suo rientro non sarà immediato. A me spiace molto per il ragazzo, che tutti i giorni lavora intensamente per favorire il recupero, ma siamo tutti consapevoli del fatto che il suo ginocchio debba essere in piena salute al momento del ritorno. Due anni fa, quando si sedette per la prima volta sulla panchina biancorossa, sottolineò quanto per lei fosse un onore una tale investitura e come le fosse sempre mancato allenare Varese in una carriera pur costellata di esperienze da capo-allenatore assai illustri. Lo stesso spirito sembra aver governato dal primo momento anche questa seconda avventura sotto al Sacro Monte… Sono carico come una molla, effettivamente. Perché qui c’è un ambiente molto bello: esco dalla palestra stanco, ma ci esco contento. Società, staff tecnico e giocatori mi gratificano: dopo le sconfitte c’è ovviamente un po’ di depressione, ma alle nove del mattino dopo siamo tutti pronti a ripartire. La nostra è una sfida difficile, non voglio dire bugie, perché mira a risolvere problemi che si sono protratti per lungo tempo: sono però convinto che sarà una sfida che vinceremo. L’obiettivo è la salvezza, che spero di conquistare prima dell’ultima giornata. Se sarà necessario, tuttavia, sono pronto a soffrire fino all’ultimo. In settimana ha incontrato, insieme a Coldebella e Bulgheroni, i consorziati di Varese nel Cuore. Come è andata? Come si è trovato a rapportarsi con una proprietà diffusa invece che con il classico uomo solo al comando? Mi sono trovato bene, anche perché molti consorziati già li conoscevo. E’ tutta gente molto a modo, con grande cultura sportiva. Durante l’incontro non ci sono state parole fuori luogo e le critiche – meglio, le considerazioni fatte – sono state espresse con molto garbo e in modo costruttivo. Averne, di interlocutori così… Questo aumenta il mio rammarico per non aver ancora ottenuto risultati positivi in campionato e il senso di responsabilità che provo davanti a questa situazione: a Varese c’è gente per bene, che merita il meglio. E se mi arrabbio con i giocatori, se cerco di alzare l’asticella, lo faccio per loro. E anche per i tifosi: con me sono gentili, mi ringraziano e io sono contento perché, ringraziando me, è come se ringraziassero tutta la squadra. Per tutti questi motivi il mio impegno da ora in poi sarà solo e soltanto uno: gratificare Varese e la sua gente. Fabio Gandini
  17. Un bis da un gradino più basso in classifica, ma in una situazione completamente diversa - e comunque meno preoccupante - rispetto al febbraio 2015. Attilio Caja ritrova l'Openjobmetis al penultimo posto, una posizione in meno rispetto a quando era subentrato a Gianmarco Pozzecco a 11 giornate dal termine del 2014/15. Stavolta, però, non è un problema di ricreazione finita con la necessità di dare un sistema ad un gruppo sregolato, ma di trovare le giuste alchimie tecnico-tattiche per far rendere una squadra mal assortita che aveva progressivamente perso fiducia in Paolo Moretti. Più che sulla tecnica, almeno nel breve periodo, il coach pavese dovrà lavorare sulla testa dei giocatori spazzando via quella cappa di sfiducia e negatività che gli ultimi due mesi di sconfitte in serie (13 nelle ultime 16 gare) hanno creato dentro e fuori all'Openjobmetis. Anche perché, rispetto alla prima incarnazione sulla panchina biancorossa, ci sarà meno tempo per lavorare in palestra, fattore chiave della svolta della "primavera cajana" del 2014/15, con le scadenze incombenti delle prossime 4 partite in 10 giorni (debutto martedì 27 con Venezia, poi il 2 gennaio a Cremona e la doppietta casalinga Ventspils - Torino tra il 4 e 7 gennaio). C'è di mezzo l'impegno in Champions League e la società non ha rinnegato la volontà di andare avanti in Europa perseguendo il ripescaggio in FIBA Europe Cup (significa mirare al sesto posto del girone di Champions, con la necessità di vincere almeno 3 delle ultime 4 gare). Entrando in corsa con soli quattro giorni per preparare il delicato esordio contro l'Umana e lo spareggio-salvezza sul campo dell'ultima della classe Cremona, la ricetta di Artiglio dovrà essere basata su pragmatismo e semplificazione. Leggi più responsabilità individuali in difesa, gerarchie più definite al costo di rotazioni più asciutte e bacchetta del comando nelle mani di Maynor, responsabilizzato come due anni fa quando fu proprio il play ex Oklahoma City a dare la svolta trascinando i biancorossi verso la salvezza nonostante i problemi fisici di Rautins e Diawara. Di certo Caja gode all'interno del gruppo della stima e del credito di tanti suoi ex giocatori: lo stesso Eric ma anche Eyenga, baluardi della rifioritura delle 11 gare finali del 2014/15, proseguendo con Bulleri che allenò a Milano e Cavaliero che ebbe a Roseto. E lo conosce bene anche Claudio Coldebella, che è stato prima suo giocatore e poi suo assistant coach ai tempi dell'Olimpia Milano. Ulteriori svolte di mercato con il Caja-bis? Solo se sarà strettamente necessario: il coach pavese è un aziendalista e prima di tutto proverà a far rendere il personale tecnico a sua disposizione. Esattamente come accadde due anni fa, quando al suo arrivo a Varese si voleva rottamare Maynor e puntare su Josh Akognon: la cura Caja fece rifiorire Eric, ora l'auspicio è che il copione possa avere lo stesso lieto fine per tutti i giocatori del roster attualmente in crisi... Giuseppe Sciascia
  18. Addio Paolo Moretti, bentornato Attilio Caja. La giornata di ieri ha ratificato l'esonero del tecnico già nell'aria prima della trasferta di Salonicco. Il CdA della Pallacanestro Varese, riunitosi ieri mattina al Campus, ha optato per la chiusura anticipata del rapporto con l'allenatore toscano per provare a invertire un trend preoccupante che aveva fatto scivolare l'Openjobmetis al penultimo posto in Italia e all'ultimo in Europa. Il comunicato ufficiale della società con la notizia dell' addio è stato diramato in serata, dopo che il club bianocorosso aveva comunque già raggiunto l'accordo con il suo sostituto. «Sono estremamente dispiaciuto nel salutare Paolo, un allenatore e una persona che stimo molto e che tanto ha fatto per Varese - le parole di commiato affidate al d.g. Claudio Coldebella -. E stata una scelta difficile presa però per il bene della squadra con la speranza che questo cambiamento possa risollevare le sorti della stagione». In realtà, ormai il coach aveva esaurito il credito nei confronti di tutte le componenti dell'ambiente biancorosso. Se due settimane fa il cambio Moretti-Caja era stato bloccato in extremis dopo la sconfitta di Villeurbanne, con la successiva vittoria contro Reggio Emilia che aveva rafforzato la posizione del tecnico toscano, il caso-Neptunas (che aveva indispettito i tifosi) e il pesante tonfo sul campo della Dolomiti Energia nella partita in cui lo stesso Moretti aveva auspicato l'avvio della rimonta per la Coppa Italia hanno indotto la società a chiudere il rapporto, sia pur con modalità irrituali (perché quattro giorni dopo il tonfo di Trento, lasciandolo sulla graticola a Salonicco?). Ora tocca di nuovo a Caja, che ha accettato con entusiasmo di tornare alla guida del club già traghettato verso la salvezza nel 2014/15. L'esperto allenatore pavese, il cui ritorno sarà annunciato in mattinata, ha siglato un accordo biennale con escape a pagamento in favore della società entro fine maggio del 2017. Il sostituto di Moretti sarà tesserato entro le 11 di oggi, termine ultimo necessario per farlo debuttare il 27 dicembre nell'anticipo televisivo contro Venezia, e svolgerà il primo allenamento nel pomeriggio al PalA2A dopo la rituale conferenza stampa di presentazione. Il match contro l'Umana sarà una vera e propria prova del fuoco, con Caja che sfrutterà appieno le festività (il programma pre-esonero prevedeva comunque allenamenti a Natale e Santo Stefano) per prepararsi al ritorno sulla panchina che occupò dopo la chiusura traumatica dell'era Pozzecco a febbraio 2015. Per i prossimi sei mesi la Pallacanestro Varese avrà dunque due allenatori sotto contratto: improbabile che la società di piazza Monte Grappa riesca a trovare un accordo con Moretti per la transazione dell'accordo valido fino al 30 giugno 2017 (più i 25mila euro di escape previsti per entrambe le parti come clausola rescissoria del "+1" concordato 18 mesi fa), anche alla luce del fatto che il tecnico toscano aveva spostato la famiglia in estate (e il secondogenito Nicolò frequenta le scuole medie in città). Un altro extrabudget importante - il conto complessivo delle correzioni si aggirerà attorno ai 200mila euro - dopo quello già stanziato per Dominique Johnson, sebbene l'arrivo della guardia ex Alba Berlino sia coinciso con la maggior esposizione del marchio Tigros, comparso da qualche settimana sui pantaloncini da gioco dei biancorossi, oltre ai supporti dei canestri griffati a Masnago. Giuseppe Sciascia
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