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  1. La Pallacanestro Varese riparte di slancio facendo leva sulle sue certezze. Dopo tre sconfitte in fila e più di un mese di digiuno, la truppa di Attilio Caja torna a ruggire al PalA2A, soffocando una tenera Betaland nelle spire della sua difesa graffiante. Ferrerò e soci cancellano le difficoltà balistiche degli ultimi tempi con una prova tutta ritmo e aggressività, che nasconde i problemi di messa in moto ( 1/9 da 3 nei primi 15' ma 9/24 alla fine) riproponendo la vecchia ma sempre attuale ricetta "difesa&contropiede". La vittoria che serviva alla classifica - di nuovo a più 4 sull'ultimo posto occupato da Brindisi - ottenuta nel modo che serviva per dimostrare che gli ultimi rovesci non erano figli di una crisi di sistema, ma di perdurante sfiducia balistica. Una vittoria ampia, come già accaduto contro Cantù e Trento, frutto proprio dello stile di gioco casalingo della compagine biancorossa: la staffetta Wells-Tambone toghe ossigeno al caro ex Maynor (3/10 al tiro e un solo assist per un Eric lontanissimo dalla migliore condizione), mentre dalla panchina la verve di Avramovic e Ferrero spacca una partita inizialmente "ingessata" dalla zona e dai ritmi lentissimi utilizzati dalla Betaland. Così Varese prende fiducia correndo, con l'assetto a trazione posteriore in modalità tre piccoli che alza il volume ed apre meglio il campo, e poi spacca la partita quando Wells ascolta gli ordini di scuderia attaccando Maynor per un terzo quarto da spellarsi le mani in attacco (26 punti col 73% dal campo). Una vittoria di sistema sulla base di un "egualitarismo" offensivo che permette di raccogliere ruoli da primattori a giocatori votati al lavoro oscuro come Tyler Cain e Giancarlo Ferrero. Uomini di fatica che salgono sul proscenio finalizzando la preparazione della squadra per costruire canestri ad alta percentuale: il centro del Minnesota è dominante sotto i tabelloni contro avversari tecnici ma non fisici, e raccoglie i frutti delle incursioni di Wells e Avramovic convertendo puntualmente ogni scarico. Il mancino di Bra "martella" in contropiede e dal perimetro ribadendo la sua importanza nelle esecuzioni corali di una squadra senza stelle tra scelta e necessità. Wells e Waller si vedono in attacco solo nella ripresa ed Hollis ribadisce la sua difficoltà a sposare la causa di un basket ruvido del quale Varese non può prescindere in casa? Tocca ad altri salire sul proscenio, con i 33 punti prodotti dalla panchina (novità Ferrero e ritorno Pelle col quintetto cambiato riproponendo Cain e lanciando Hollis rispetto alle ultime 4 uscite) che risultano determinanti nell'economia della gara. I discorsi su gerarchie basate sugli stipendi e sui passaporti sono decisamente stucchevoli nel contesto di un sistema che funziona perchè dà ad ognuno la possibilità di essere protagonista a rotazione. La Varese in versione casalinga vince solo se difende tutta insieme, corre il più possibile e cavalca di volta in volta la vena del singolo - Okoye contro Cantù, Wells contro Pistoia, Pelle contro Trento e Cain contro Capo d'Orlando - più avvantaggiato dalla conformazione fisica e tecnica dell'avversario di turno. Squadra operaia con poco talento complessivo e nessuna punta designata? Questo può essere vero in trasferta, al netto di un paio di colpacci andati a vuoto per un nonnulla. Ma in casa i limiti diventano punti di forza se come ieri tutti remano dalla stessa parte, riscuotendo il meritato tributo di applausi del PalA2A. Giuseppe Sciascia
  2. Aspetti Maynor e arriva un centro che fa della generosità e del lavoro una carta d’identità. Per una volta da sbattere in copertina, a seguito di una prestazione statisticamente clamorosa, praticamente perfetta. Aspetti Maynor e arriva il giocatore che sugli almanacchi risulterà come suo successore. Un Calimero che a differenza del collega non finirà mai sulle passerelle cestistiche, ma che ieri ha adombrato la bellezza dell’ex con l’umile ruvidezza dell’applicazione difensiva. Aspetti Maynor e arriva capitan Ferrero. Uno che come il compagno Tyler dove lo metti sta, che risponde presente sia quando parte in quintetto che quando lo fa dalla panchina. Uno che non ha paura di niente: di marcire in fondo alle rotazioni (Moretti who?), di sbagliare tiri su tiri, dei giudizi che lo ritengono inadeguato alla massima serie. Uno che ha pazienza: e infatti la sua ora arriva sempre. Aspetti Maynor e arriva Matteo Tambone da Graz. Arriva con una tripla che in unico fruscìo di retina si porta via la tristezza di mesi di errori, quelli che ai tiratori - che vivono per i ciuffdomenicali - fanno male dentro. Un canestro, un simbolo, il benvenuto di un campionato in cui nessun esordiente può permettersi di dire bugie: serve lavoro e serve sudore per essere accettati. Nel battesimo anche Matteo lascia il suo ricordo all’ex di turno, contribuendo insieme al socio Cameron ad azzerarlo (1/6 da tre e un solo assist per Eric da Raeford, North Carolina). Aspetti Maynor e arriva Ale il serbo, la frenesia al potere che un allenatore di Pavia sta riuscendo a incanalare sui binari della produttività. Difesa asfissiante, primo passo fulminante, manca ancora il tiro ma ci stiamo lavorando: il talento grezzo di Avramovic da qualche tempo a questa parte serve a qualcosa. È questa la notizia. Aspetti Maynor e arriva Attilio Caja. Che non se ne era mai andato, per carità, ma che ieri ha dimostrato una volta di più di non essere un Narciso innamorato delle proprie scelte strategiche, di avere la malleabilità per essere concavo e convesso a servizio del bene della sua squadra, di avere in pugno il corpo e soprattutto la mente dei suoi giocatori. Anche dopo tre sconfitte. Cain e Hollis in quintetto base sono una mossa che dice tanto: a) non c’è gerarchia solidificata che sia più importante del momento, del lavoro e dell’opportunità; b ) quando serve sostanza l’Artiglio sa dove pescare (vedi Cain al posto di Pelle); c) non ci sono nè figli, né figliastri in questa squadra: Caja ci prova e ci proverà con tutti. E fa nulla se Hollis non si dimostra in grado di sfruttare l’occasione: state certi che arriverà anche il suo momento. Aspetti Maynor e arriva Varese. Che risponde presente dopo un mese e oltre di digiuno. Che doveva fare di più in attacco rispetto alle ultime partite e ci riesce, dando finalmente plasticità realizzativa a quanto costruisce (59% da 2, 37% da 3) e trovando il modo di giocare coinvolgendo tutti, anche quelli che stanno sotto canestro (19 assist). Poi il +24 lo leggi nella difesa, attenta sullo spauracchio con il numero 3 ma anche su tutti i suoi compagni, pronta nei cambi sistematici, dura sulla palla (11 recuperi), ispiratrice di tanti contropiede che fanno anche spettacolo. Se alla proverbiale chiave tecnica di questo gruppo (l’abnegazione difensiva, appunto) si aggiunge anche l’imprevedibile offensivo, se alla costante si aggiunge la variabile, beh... questa Openjobmetis non solo vince: esagera. Più 31 contro Cantù, +27 contro Trento, +24 ieri: tre indizi fanno una prova. E in un successo più buono di una lasagna dopo un mese di brodini insipidi, in un successo che mantiene Varese lì dove deve stare, tra il fondo e il mezzo della classifica (ovvero lì dove rimane lecito il sogno di qualcosa di più ma soprattutto - è la cosa più importante - si può essere esenti da preoccupazioni), spiccano tanti singoli. Quelli già citati - Cain: 39 di valutazione, 10/10 dal campo, 14 rimbalzi; Ferrero 14 punti, 2/2 da 3; Wells solo 4 punti ma 7 assist; Avramovic 9 punti e ben 6 assist in 18 minuti- e quelli che ancora non hanno avuto menzione. Su tutti Stan Okoye, 14 punti silenziosissimi, conditi da 5 rimbalzi. Una conferma, più che un arrivo, nel giorno in cui si aspettava Maynor. Fabio Gandini
  3. Nel presentare la sfida interna contro Capo d’Orlando (palla a due domani alle 17, diretta su Eurosport 2), Attilio Caja non manca di tornare con dispiacere sull’ultima sconfitta maturata nel finale a Pesaro per via del canestro incredibile di Dallas Moore: «Sono un po’ dispiaciuto per le critiche eccessive che sono arrivate alla mia squadra dopo la partita disputata a Pesaro - dichiara amareggiato Caja - perché questa è una squadra che lavora tutti i giorni nel modo migliore e ha affrontato la partita con grande impegno. Non sempre però si riesce a fare ciò che si vuol fare. Credo sia giusto criticare se mancano disponibilità e buona volontà, però noi sappiamo fin dall’inizio che ogni partita per noi può essere difficile. Non mi è sembrato di dover gridare allo scandalo per aver perso nel finale a Pesaro, la partita è stata decisa da un episodio nel finale». Detto questo, il focus si sposta inevitabilmente sull’impegno di domani al PalA2A, fondamentale per rialzarsi dopo tre sconfitte consecutive (Avellino, Sassari e appunto Pesaro): «Chiusa questa parentesi, il primo pensiero per questa partita contro Capo d’Orlando va sicuramente a Eric Maynor, che è un giocatore che rivediamo sempre con grande piacere, perché ricordiamo tutto quello che di buono e di bello ha fatto nelle sue due parentesi a Varese. Credo che Eric si sia fatto sempre apprezzare per la sua dedizione alla squadra. Egoisticamente, pur essendo contento che lui abbia trovato una squadra e possa così tornare a giocare, avrei preferito che avesse ripreso a giocare in un’altra partita e non contro di noi, perché averlo di fronte è sempre una complicazione maggiore per chi ci gioca contro. Detto questo la mia gratitudine verso di lui sarà sempre infinita, così rivederlo sarà un piacere». Capo d’Orlando è in un buon momento di forma e negli ultimi due mesi si è ripresa dalle difficoltà di inizio stagione: «Loro stanno bene, aspirano alle Final Eight, sono agguerriti e ambiziosi e tutto questo testimonia la difficoltà della partita. Noi rispettiamo gli avversari ma siamo fiduciosi in ciò che possiamo fare. Servirà una partita difensiva importante su Maynor e su Atsur, i due costruttori di gioco, ma anche su due tiratori importanti come Alibegovic e Kulboka. Sotto canestro hanno Delas, che l’anno scorso ha fatto bene e che quest’anno non sembra ancora esprimersi su quei livelli, e Wojciechowski, che è in grande forma e ha fatto molto bene nelle ultime partite. Su questi giocatori servirà attenzione da parte nostra, dovremo dunque giocare una partita molto efficiente e d’impatto difensivo, per poi prendere fiducia nei nostri mezzi ed avere un grande feeling con il pubblico». Alberto Coriele
  4. Attilio Caja ricambia le parole al miele di Eric Maynor nei suoi confronti in vista del ritorno dell'ex più amato dai tifosi varesini tra le quattro stelle del 2016-17 non rimaste in biancorosso. Il tecnico pavese preparerà ovviamente sulla marcatura dell'ex giocatore NBA la gara di domani contro Capo d'Oliando: «Il primo pensiero va ovviamente ad Eric Maynor: personalmente lo rivedrò con grande piacere, ma sono convinto che tutta la gente di Varese lo accoglierà allo stesso modo, per quello che ha fatto per tutti noi nelle sue precedenti parentesi in maglia biancorossa. E un giocatore che si è fatto apprezzare per la sua dedizione alla squadra e per quanto di buono ha fatto per questa maglia. Da una parte sono contento di rivederlo in campo, dall'altra egoisticamente avrei preferito che avesse iniziato dalla prossima partita, perché trovarselo di fronte è una grande complicazione. Però la mia gratitudine verso di lui e gli altri dell'anno scorso sarà sempre infinita, per cui rivederlo sarà un piacere». "Artiglio" mette comunque sull'avviso i suoi sulla necessità di una gara gagliarda per fermare i molti tiratori della Betaland: «Capo d'Orlando è una squadra agguerrita che punta alle Final Eight di Coppa Italia: sono in un buon momento e per ottenere quell'obiettivo verranno da noi per fare risultato. Come sempre rispettiamo gli avversali, ma siamo fiduciosi nelle nostre capacità e nelle nostre qualità. Servirà prima di tutto una partita difensiva importante, in particolare su Maynor che è capace di accendere i compagni, ma anche su Atsur che gli dà una mano in termini di costruzione e finalizzazione e tiratori temibili come Alibegovic e Kulboka. Sotto canestro attenzione soprattutto a Wojchiekowski che è in grande forma». E una volta di più la chiave del match per Varese sarà la capacità di accendere il motore del contropiede attraverso una difesa aggressiva: «Dovremo giocare una partita di impatto in difesa, e sulla base del ritmo garantito dall'intensità in retroguardia cercare di prendere fiducia in attacco. Il feeling con i tifosi e l'aggressività in retroguardia dovranno essere le chiavi attraverso le quali ritrovare confidenza in fase offensiva: per noi, come sempre, tutto parte dalla difesa». Infine Caja torna sul match di domenica scorsa a Pesaro per puntualizzare la sua opinione sulla prova dei suoi: «Sono dispiaciuto per le critiche un po' eccessive rivolte alla mia squadra dopo la partita disputata a Pesaro. Posso garantire che lavoriamo con grande determinazione tutti i giorni, e anche domenica scorsa abbiamo affrontato la gara con il giusto impegno. Poi può succedere di non riuscire a sviluppate per 40 minuti o in maniera perfetta le cose preparate, però l'impegno è stato massimo e abbiamo cercato di fare il meglio delle nostre possibilità. Non mi sembra scandaloso essere arrivati a giocarci il match punto a punto; purtroppo gli episodi ci hanno punito, tutto si può fare meglio, ma la squadra ci ha provato come fa quotidianamente e farà anche domani». Giuseppe Sciascia
  5. Eric Maynor si prepara a nell'estate del 2016 ho ricevere l'applauso del PalA2A in occasione del suo ritorno da ex con la maglia di Capo d'Orlando. Il playmaker statunitense, artefice delle ultime due rimonte salvezza della Varese di Attilio Caja, ha solo ricordi piacevoli delle stagioni 2014-15 e 2016-17 e tornerà volentieri nell'impianto di Masnago: «Per me sarà una bella giornata: mi mancano tutti quelli che ho conosciuto in due anni ricchi di ricordi piacevoli, e comunque per me importantissimi visto che mi hanno permesso di riuscire a tornare un giocatore di alto livello. Amo i tifosi di Varese e l'organizzazione della società, non vedo l'ora di tornare a giocare al PalA2A». Tra lei e Varese c'è stato un patto di mutuo soccorso: la società l'ha aiutata due volte a recuperare da brutti infortuni, in cambio di leadership e regia da protagonista per risalire la china in classifica. «È esattamente così: sia nell'inverno del 2015 che avuto la possibilità di recuperare da due brutti infortuni. Marco Armenise (il preparatore atletico biancorosso) è stato super nell'aiutarmi a recuperare la forma migliore, e la società in entrambi i casi ha creduto in me dandomi la chance di recuperare. E stato molto bello anche giocare con Attilio Caja, in generale ho cercato di ripagare Varese di quello che mi ha dato e insieme abbiamo fatto tante belle cose, ho ottimi ricordi di quelle due stagioni». Maynor e Caja domenica saranno avversari per la prima volta: cosa prova ad affrontare il coach che ha esaltato maggiormente il suo talento in Italia? «Sarà un grande piacere perché Attilio è uno dei migliori allenatori che abbia mai avuto. Con lui ho avuto un rapporto molto stretto e di grande rispetto reciproco; sicuramente sarà bello rivedere anche lui, anche se un po' strano. Ci conosciamo bene al punto tale di aspettarmi che lui anticiperà le mie chiamate offensive, io d'altro canto posso immaginare cosa chiederà a chi dovrà marcarmi... ». Varese nell'estate 2017 ha fatto scelte obbligate sul piano economico, non c'era alcun margine per rivederla in biancorosso? «Sono situazioni normali nell'ambito della nostra professione; al mio agente avevo chiesto di trovare situazioni diverse rispetto a quello che avrebbe potuto garantirmi Varese, che ha fatto a sua volta altre scelte secondo quelle che erano le sue disponibilità. Questa estate non c'erano le condizioni, posso solo dire che nella vostra città mi sono trovato benissimo, e chissà cosa potrà riservare il futuro... ». Per trovare squadra però ha dovuto attendere metà novembre con la proposta della Betaland... «È una situazione che mi è piaciuta subito e ringrazio Capo d'Orlando per avermi dato l'opportunità di tornare in Italia in un campionato dove mi trovo a mio agio. Sabato scorso abbiamo ottenuto una bella vittoria contro Trento; la squadra è giovane ma ha talento, ci sono tanti giocatori che hanno ottime qualità al tiro, io mi concentro principalmente nel metterli in condizione di prendere soluzioni facili sia con il pick&roll che con gli scarichi. La sensazione è che in questo gruppo potrò divertirmi molto». Cosa si aspetta in vista della partita di domenica a Varese? «In Italia vincere in trasferta è sempre difficile, e in particolare conosco bene il tipo di spinta che può dare il PalA2A con il suo entusiasmo. Non ho visto giocare Varese quest'anno, ma di una cosa sono sicuro: per vincere a Masnago dovremo giocare una partita dura e intensa, so bene come giocano le squadre di Caja e se non saremo duri e intensi, come certamente Attilio avrà preparato ad essere i padroni di casa, non riusciremo a spuntarla». Giuseppe Sciascia
  6. Domenica al PalA2A arriva l’Orlandina, società che in questa stagione, dopo il quarto posto dell’anno scorso, sta vivendo forse il punto più alto e il momento più bello della sua giovane storia. La formazione siciliana allenata da De Carlo è inserita nel tabellone della Champions League e, pur con risultati non esaltanti (una vittoria e sei sconfitte finora), sta comunque vivendo un’esperienza particolare. L’inizio di stagione, nelle primissime partite, non è stato semplice ma gli ultimi due mesi hanno visto una squadra in grande crescita complice anche l’inserimento nel roster dell’ex Varese Eric Maynor. Di questo parliamo con Peppe Sindoni, giovanissimo direttore sportivo (29 anni, premiato l’anno scorso come miglior dirigente del campionato) e artefice del “miracolo Orlandina”: «Negli ultimi mesi abbiamo fatto ampiamente ciò che dovevamo e potevamo fare. Siamo partiti con tre sconfitte consecutive, con Milano, a Bologna con la Virtus e con Pistoia, l’unica forse in cui potevamo fare di più. Però ci siamo riportati in classifica dove pensiamo di poter restare, abbiamo vinto gare importanti a Reggio Emilia e Sassari». L’esperienza della Champions League sta regalando aria nuova e positiva al club: «Come società siamo contenti e pieni di entusiasmo, stiamo vivendo questa esperienza europea con lo spirito giusto, per migliorarci a tutti i livelli. Vogliamo vedere, conoscere, ampilare gli orizzonti. Manca qualche vittoria ma siamo consapevoli che può essere una esperienza importante per noi. Siamo al primo anno, ma questo ci permette di sviluppare una mentalità importante in maniera molto più rapida che giocando una volta sola a settimana». Quindi no, a Capo d’Orlando nessuno si lamenta del doppio impegno: «Credo che l’esperienza europea sia un acceleratore di dinamiche - prosegue Sindoni - dopo tre mesi di stagione ci siamo ritrovati avanti di venti punti a Sassari, e negli anni passati non ci era mai capitato. Il doppio impegno va preso come una cosa positiva: quando ti siedi al tavolo a maggio ed intravedi la possibilità di partecipare ad una coppa, sai a cosa vai incontro. Ci stiamo confrontando a livelli mai provati prima, non possiamo lamentarci. Sai che è così fin dall’estate, nella costruzione abbiamo scelto di svecchiare la squadra e di creare un roster più profondo proprio in questa ottica. Però il doppio impegno ci permette di giocare contro il Paok Salonicco, ad esempio, siamo contenti ed onorati di farlo. Giochiamo il martedì per privilegiare anche il campionato, perché siamo una piccola squadra e dobbiamo comunque portare a casa la salvezza». Immaginerà sicuramente che qualcuno la guarderà storto a Varese dopo essersi assicurato poche settimane fa Eric Maynor, idolo a Masnago: «Sono contento che a Varese Eric sia ben ricordato, lo avevamo percepito già l’anno scorso quando lui fu uno dei protagonisti delle otto vittorie in dieci partite della squadra di Caja, e noi fummo una delle vittime. Ed eravamo in un momento eccezionale. Con l’aiuto di Eric quest’anno proveremo a vincere, ci aspettiamo una partita molto fisica e molto tattica, ci attendiamo molta aggressività proprio su Maynor. Le tre sconfitte di Varese si faranno sentire, Varese avrà una massima attenzione e lotterà su ogni possesso come vuole Caja. Noi stiamo migliorando molto ma dipendiamo ancora dalle percentuali dei nostri molti tiratori. Però pensiamo di poter vincere e di portare a casa un risultato diverso rispetto alla stagione passata». Alberto Coriele
  7. La Pallacanestro Varese allunga il suo digiuno esterno anche a Pesaro. Una clamorosa prodezza balistica di Dallas Moore punisce la prestazione dai due volti della truppa di Attilio Caja, che incassa il terzo stop consecutivo - e quarto stagionale lontano da Masnago - finendo risucchiata nella zona bassa della classifica. Due partite in una per Ferrero e soci, invischiati per 25 minuti dalle cadenze sincopate di una Vuelle capace di graffiare a ripetizione dall'arco (7/15 alla pausa lunga) e di nuovo vittime del male oscuro nel tiro dal perimetro (1/11 all' intervallo) che aveva già fatto scattare il campanello d'allarme dopo l'amichevole di Gallarate. Varese rischia il tracollo precipitando fino a meno 17 a suon di ferri ed errori banali nelle esecuzioni offensive; poi gioca 15' con il coltello tra i denti, con l'aggressività sul portatore di palla e la chiusura costante dell'area che manda fuori giri l'attacco avversario (13 triple e soli 3 tiri da 2 nei 10' finali). La scintilla l'accende la verve di Alexsa Avramovic, e quando la squadra di Caja può correre si esalta il mix di forza fisica ed atletica di Stan Okoye (7/14 al tiro, 4/5 ai liberi e 8 rimbalzi). E dopo 30' decisamente opachi entra in partita anche Cameron Wells, giocando un quarto periodo da leader che riporta i biancorossi da meno 17 in parità; peccato che a Varese manchi il colpo del kappaò, tra prodezze dei padroni di casa e qualche rimbalzo offensivo di troppo - compresi i 3 decisivi nei possessi precedenti la magia di Moore - che impediscono agli ospiti di mettere la testa avanti nel momento migliore (più volte in parità ma mai in vantaggio negli ultimi 7' giocati in equilibrio). Alla fine decide una invenzione assoluta del play di casa, che spezza un ottimo raddoppio portato da Ferrera con un tiro in salto che centra il tabellone e si spegne in fondo alla retina; un colpo da biliardo (pur col forte dubbio del cambio del piede perno dopo l'arresto) che regala due punti a Pesaro, sempre al comando nell'arco del match. Ma il rammarico del clan ospite riguarda la remissività mostrata nei primi 25', senza aggredire la partita col piglio necessario per esaltare le qualità agonistiche e nascondere i limiti tecnici del gruppo. Se l'apriscatole designato Waller continua a sparare a salve (3/13 totale), l'unico talentuoso senza "tigna" difensiva Hollis resta un lusso se serve la grinta (solo 13' per l'ungherese) e il centro a due teste Pelle-Cain totalizza 2 tiri dal campo su rimbalzo offensivo, è chiaro che giocare a ritmi bassi è un lusso che Varese non può concedersi. Specialmente contro una Vuelle dal tasso tecnico superiore se lasciata libera di esprimersi, ma palesemente in difficoltà quando la difesa bianco-rossa ha graffiato con energia. Peccato che la truppa di Caja abbia saputo cambiare volto quando la partita sembrava già compromessa; bravi Ferrero e soci a rivoltarla come un calzino in pochi minuti, però anziché recriminare sulla sfortuna per il jackpot allo scadere di Moore o su qualche fischio casalingo nelle bagarre a rimbalzo degli ultimi 2', mettere in campo un piglio deciso già in avvio avrebbe probabilmente evitato la volata finale. Ora arriva Capo d'Orlando trasformata da zucca in carrozza dalla bacchetta magica dell'ex Maynor: domenica al PalA2A servirà rompere un digiuno che dura dal 3 novembre per non scivolare in piena zona rossa... Giuseppe Sciascia
  8. ... una squadra in preda agli errori perda totalmente fiducia, diventando l’ombra di se stessa. E poi succede che la stessa ritorni in sè, sfiorando un miracolo “ucciso” da un miracolo degli avversari. A Pesaro finisce 74-71 Succede che il basket sia lo sport più bello del mondo. Ma anche uno dei più spietati nel colpire dove fa male davvero. Succede che la definizione dello sport più bello del mondo abbia una postilla nel finale: “…scopo del gioco è che ogni squadra riesca a mandare il pallone nel canestro avversario”. Succede che quando una squadra, un gruppo di esseri umani prima che di atleti, incontra enormi difficoltà a portare a termine lo scopo di cui sopra (quello che viene prima di ogni altra cosa, prima dell’impegno, prima dell’attitudine difensiva, prima della bravura in qualsiasi altro aspetto del gioco), i singoli che la compongono perdano fiducia in sé stessi. Progressivamente, consumando ogni energia mentale e fisica nell’errore ripetuto. Succede che questa squadra, questo gruppo di esseri umani prima che di atleti, sia la Openjobmetis Varese. Una squadra che fatica a fare canestro e che viene sistematicamente punita, come ovvio che sia, da questa mancanza. Nonostante brilli in molti altri aspetti del gioco più bello del mondo. Succede che la partita di Pesaro, con il passare dei minuti, inizi sempre di più ad assomigliare a quella contro Venezia. E poi a quella contro Brescia. E poi a quella contro Avellino. E poi a quella contro Sassari. Punizioni esemplari di una squadra che non riesce a portare a termine lo scopo del gioco: mettere la palla in quel benedetto cesto fornito di retina forata sul fondo. Succede che gli errori generino insicurezza, insinuandosi nell’anima e nella testa. Perché ormai troppo frequenti, troppo numerosi, troppo gravi. Fiaccando la resistenza psicologica e la concentrazione dei giocatori. E la testa e il cuore sono il motore di tutto. Sempre. Succede che in Pesaro-Varese il motore della squadra di Attilio Caja, ingrippato da quegli sdengsenza soluzione di continuità, si fermi. E che in quei pistoni ormai inermi Varese lasci anche quelle qualità che finora non aveva quasi mai smarrito: l’attenzione, la grinta in difesa, la presenza a rimbalzo, la consapevolezza di dover spendere ogni volta una goccia in più dell’avversario per sopravvivere, eterna condanna di chi di innato ha soprattutto la buona volontà. Succede che la domenica in riva all’Adriatico si trasformi allora in un mezzo incubo, contro dei padroni di casa non certo baciati dal talento o dalle stigmate dei campioni, ma senza dubbio più bravi a portare a termine lo scopo del gioco più bello del mondo (“mandare il pallone nel canestro avversario”). Succede che gli sdeng di cui sopra diventino 10 in fila, ad ogni tentativo da oltre l’arco. E poi 3 su 20 tentativi, che cambia pressoché nulla. Succede che quel motore ingrippato produca palle perse sciagurate, rimbalzi lasciati agli avversari, attacchi sconsiderati, difese di pietra. Succede che un -7 diventi un -11, poi un -13, poi addirittura un -17. Contro Pesaro. Non Sassari, non Avellino, non Brescia. Contro Pesaro è più grave. Poi succede che all’improvviso qualcosa cambi. Senza avvisaglie. Cambi quando un allenatore che le ha provate davvero tutte trovi inaspettatamente un quintetto che funziona, zeppo di seconde linee. Avramovic, Cain, Hollis, Tambone: in campo ci sono loro, ma per disperazione. Per disperazione davanti a un Wells indisponente, a un Waller ininfluente, a un Pelle ancora troppo ragazzino ai piani superiori. Ci sono loro, ma è come una scommessa di un giocatore d’azzardo che ha deciso di perdere tutti i suoi soldi. Succede che i tiri inizino a entrare. Uno dopo l’altro? Sarebbe scrivere troppo. Diciamo con frequenza, come gli errori di prima. Succede che quelle retine finalmente smosse da un torpore che sembrava eterno rianimino il cuore dei pretoriani dell’Artiglio. Prima quelli in campo nel momento del cambiamento, poi tutti gli altri. Sì: anche Wells e (parzialmente) Waller. Succede che gli sdeng diventino ciuff. E che con i ciuff tornino anche la difesa, un pizzico di attenzione, una sporta di grinta. Succede che Varese ritorni Varese, una squadra con la consapevolezza di dover spendere sempre una goccia in più dell’avversario per sopravvivere, eterna condanna di chi di innato ha soprattutto la buona volontà. Succede che un -17 diventi un -13, poi un -10, poi ancora un -6, infine un pareggio. Firmato da quello che per 30 minuti era stato il peggiore in campo, uno straniero da rispedire a casa sua direttamente dal pullman del ritorno, se solo qui non si fosse sempre con le pezze al… (e scusate l’uso del francese). Un fantasma dell’oltretomba che diventa un signore vivo, vegeto e nobile, capace di portare a termine lo scopo del gioco con tecnica, audacia. Intelligenza. Classe. Succede che una partita già persa diventi una partita da vincere. Succede che se vuoi vincere una partita, però, oltre allo scopo principale del gioco tu debba stare attento anche a tutti gli altri particolari: non lasciare i rimbalzi offensivi agli avversari, per fare un esempio; non perdere palloni stupidi, per farne un altro; segnare i canestri che possono risultare decisivi, per farne un terzo. Succede che Pesaro conquisti troppi rimbalzi d’attacco per non far male alle ambizioni dei suoi opposti, che Varese butti via qualche pallone in modo stupido e che non segni due canestri fondamentali. Succede che tutto debba cambiare di nuovo. E invece non cambia, perché nonostante ciò che abbiamo appena scritto la Openjobmetis – tornata consona al suo dna – voglia davvero conquistare il match che ha recuperato dalla spazzatura. Succede che a 30 secondi dalla fine si sia ancora pari. 69-69 Succede che se tocchi la palla e non la mano di un avversario, per nessuna ragione un arbitro ti debba fischiare fallo. Succede che a volte un arbitro il fallo te lo fischi lo stesso. Succede che a volte nemmeno un’ingiustizia spenga la voglia di un miracolo. Succede che per spegnere la voglia di un miracolo ci sia bisogno di un altro miracolo. Succede che Dallas Moore lo compia, a un secondo e mezzo, dalla sirena finale, inventandosi un canestro insensato. Improbabile. Irripetibile. Irrispettoso delle leggi fisiche e soprattutto di una difesa praticamente perfetta. Una difesa da Varese. Succede che Pesaro vinca con questa prodezza. Succede che il basket sia lo sport più bello del mondo. Ma anche uno dei più spietati nel colpire dove fa male davvero. Succede che nella vita, anche nel basket quindi, nulla sia tuttavia solo estemporaneità. E che ogni cosa vada analizzata a dovere, oltre il singolo episodio, oltre la bravura degli avversari, oltre la punizione del destino, Succede che, a volte, non si abbia voglia di analizzare alcunché. Fabio Gandini
  9. Pesaro-Varese rientra nella categoria delle partite da non sbagliare: seguendo una ipotetica tabella di marcia, Pesaro è una squadra contro cui Varese può e deve fare punti. Possibilmente quattro da qui al termine della stagione. Alle 18.15 all’Adriatic Arena i biancorossi affrontano per la prima volta in stagione una formazione che sta sotto di loro in classifica, anche se di soli due punti. Si rientra ufficialmente in campo dopo la sosta che ha lasciato spazio agli impegni delle Nazionali, e si rientra con la necessità di mettere un punto, anzi due, e andare a capo dopo la sconfitta casalinga con Sassari, netta e senz’appello. Se si somma quella giunta in volata al Pala Del Mauro di Avellino, sono due le sconfitte consecutive per la formazione di Attilio Caja, contro due formazioni che sulla carta però sono superiori a Varese. Pesaro non lo è. Certo, direte voi, la carta non va in campo: servirà dunque quel fuoco che era mancato al PalA2A contro la Dinamo, quell’energia che è imprescindibile per il gioco di Varese. E, benedetto, serviranno le percentuali al tiro: «La difesa non ci ha mai lasciato a piedi, l’attacco a volte sì, e per attacco intendo proprio le percentuali», ha commentato Attilio Caja in sede di presentazione della partita. Nelle ultime settimane, la Openjobmetis è stata rivedibile proprio in questa fase, nella precisione al tiro. E qui è necessario un upgrade, un passo in avanti. Varese va anche alla ricerca della prima vittoria esterna di questa stagione: le prime tre giocate finora lontano dal PalA2A sono state solo sconfitte. Milano, Brescia e Avellino, tutte potenzialmente fuori portata ma tutte giocate ad ottimi livelli di competitività, segnale che non esiste realmente un “problema trasferta”. Però a Pesaro c’è necessità di vincere, anzitutto per mettere ulteriore spazio tra sé e la zona calda della classifica, che più si allontana e meglio è per Varese. In casa la Vuelle di Spiro Leka, salvatore della patria l’anno scorso dopo l’esonero di Piero Bucchi, ha vinto solo contro Brindisi per 80-75, e poi ha sofferto molto: questa settimana si è aggiunto al roster Rihard Kuksiks, cecchino lettone che il pubblico di Varese si ricorda bene per aver giocato ai piedi del Sacro Monte fino alla finale di Fiba Europe Cup. E il lettone avrà un ruolo di primo piano nell’attacco dei marchigiani, come ha confermato lo stesso coach Leka: «Kuksiks sarà la prima opzione offensiva, potranno cambiare un po’ le gerarchie nella squadra; Rihards dovrebbe essere già pronto, era abituato a giocare 22-23 minuti a partita». In settimana, la Openjobmetis ha giocato e perso in amichevole a Gallarate contro la Vanoli Cremona: in questi giorni c’è stato tempo per lavorare, per migliorare, per incanalare i pensieri sull’obiettivo. Ci aspettiamo la solita Varese, che porti a casa il primo scalpo esterno della stagione. Alberto Coriele
  10. Massimo Galli respinge l'etichetta di sfida salvezza per il match di domenica tra la sua Pesaro e la sua ex Varese. Il 55enne coach varesino, coach dei Roosters post-Stella che si dimise a Natale del 1999 dopo 4 mesi difficili (ma anche l'ultimo trofeo vinto sul campo e appeso sulle volte del PalA2A), è tornato in serie A nell'estate 2017 come assistant coach della Vuelle, attuale ultima della classe insieme ad altre tre squadre. «Mi sembra prematuro parlare di scontro diretto; di sicuro noi saremo protagonisti fino in fondo della lotta per la salvezza visto che abbiamo il sedicesimo budget della serie A, mentre Varese mi sembra di un livello superiore. Come tutte le squadre che hanno scelto la formula 3+4+5 ha più profondità di rotazioni e di conseguenza più qualità; sicuramente è stata penalizzata dal calendario ma sono convinto che risalirà ben presto in classifica, speriamo non da domenica...». Per Pesaro ci sarà da soffrire anche quest'anno dopo 4 penultimi posti consecutivi? «Abbiamo un roster molto giovane, con 3 rookies e tre Under 20, che tra l'altro non ha mai giocato al completo; in casa comunque ci siamo espressi discretamente, bucando solo la gara contro Cremona. Con l'inserimento di Kuksiks ci aspettiamo una scossa emotiva da parte della squadra; ci siamo allenati bene durante la pausa e sappiamo che non possiamo permetterci un altro passo falso casalingo». Come inciderà la pausa per le Nazionali e quanto potrà dare subito il tiratore lettone? «Sia noi che Varese abbiamo disputato amichevoli per tenere alta la tensione agonistica, non credo che ci saranno scorie da smaltire. A noi la pausa è servita per l'aggiunta di Kuksiks; era comunque un giocatore in attività e dunque confidiamo possa darci subito un contributo importante, specialmente in attacco. Siamo ultimi nel tiro da 3 punti e le sue doti balistiche sono ben note...». Come giudica la squadra di Attilio Caja? «Ho visto giocare diverse volte Varese, finora hanno sbagliato solo la partita con Sassari e in tutte le altre occasioni se la sono giocata fino in fondo. Come da previsioni estive è una squadra che ha un'identità ben definita in termini di coralità e consistenza difensiva; se tutto andrà per il verso giusto potrà provare a competere per i playoff, anche nel caso peggiore però non mi sembra una squadra che rischi di essere invischiata nella lotta per la salvezza». Lei è stato responsabile delle giovanili di una Varese che vinceva scudettini e produceva giocatori, come giudica la situazione attuale? «Constato con piacere che con l'avvento di Gianfranco Ponti ci sia l'intenzione di investire nuovamente sulle giovanili: nel corso degli anni Varese è stata una fucina per lanciare giocatori. Per tanti motivi è più difficile rispetto al passato produrre talenti, però se le disponibilità economiche sono poche costruirsi giocatori in casa, direi almeno 2-3 elementi da inserire nei 12 della serie A, è una soluzione quasi obbligata per ottimizzare le risorse». Giuseppe Sciascia
  11. Cominciamo dalla fine. Ovvero da una delle (poche) buone notizie arrivate sulla riviera adriatica negli ultimi tempi. A Pesaro sta per approdare Rihards Kuksiks, vecchia conoscenza biancorossa con il vizio del canestro (se oltre l’arco da tre punti è meglio: 46% dalla lunga in campionato nella sua parentesi varesina): a ieri mancava ancora il nulla osta della società di provenienza (i lituani del Nevezis) e poi ci saranno anche le visite mediche da superare, ma l’ala lettone potrebbe e dovrebbe fare in tempo a esordire domenica contro la sua ex squadra. L’ormai più che probabile addizione di valore al roster di Spiro Leka (non scriviamo di un campione, certo, ma si tratta comunque di un giocatore affidabile) è stata accolta dall’ambiente che gravita intorno a una delle più storiche e rinomate realtà del nostro basket come un raggio di sole in mezzo a nubi piuttosto dense. Il viaggio nel mondo della prossima avversaria della Openjobmetis di Attilio Caja si deve pertanto fare con l’ombrello ben aperto. Infortuni, mancanza di sponsor, competitività altalenante: piove. Come spesso è accaduto negli ultimi anni prima che un’indomita capacità (dirigenziale e forse addirittura atavica, ripensando ai fasti di un passato rinomato che non muore almeno nella voglia di lottare fino in fondo) rimettesse tutto a posto appena in tempo. Piove fuori e piove in campo (anche se non diluvia). Fuori perché la Vuelle è l’unica società tra le sedici che militano in Serie A a non aver trovato un main sponsor: alle chiamate di via Bertozzini sono arrivati solo e soltanto dei gran “no”. La baracca è retta dal Consorzio Pesaro Basket (il precursore della proprietà diffuse, nato nel 2005, 23 aziende sostenitrici attualmente) e da alcuni partner commerciali che però non forniscono il conquibus di uno sponsor. Nemmeno da scrivere che le difficoltà nel reperimento delle risorse si siano riverberate sulla costruzione della squadra, fatta al risparmio (e anche qui ne sappiamo qualcosa) e per di più vittima di fughe (l’ala Zac Irvin se n’è andato a settembre senza nemmeno mettere piede in campo in una gara ufficiale) e infortuni (quello pesante di Mario Little dopo due partite, motivo per il quale è stato cercato Kuksiks che - se tutto va bene - firmerà un contratto mensile estendibile fino a fine stagione). Tre sono le travi portanti della squadra del coach albanese Leka. E sono tre rookie, come da buona tradizione marchigiana o “costiana” (da Ario Costa, presidente) che sugli esordienti tra i professionisti (una necessità anche economica) a volte pecca e a volte ci azzecca: Dallas Moore, prolifica guardia - è il secondo miglior realizzatore del campionato - che nelle dinamiche marchigiane deve però fare anche il play, Eric Mika e il nigeriano Emmanuel Omogbo, punti e rimbalzi in grande quantità in un settore da cerchiare con la matita rossa per qualsiasi avversario. L’asse play-pivot (anzi: play-lunghi) c’è tutta, manca il resto: Pesaro gioca in sette, Pesaro tira malissimo da fuori (26,3%: non c’è chi fa peggio), Pesaro non difende (terza squadra più battuta dopo Cantù e Pistoia) Pesaro vince a Reggio Emilia ma molla di schianto contro Capo d’Orlando e fa suoi solo 2 match su 8. Piove sull’Adriatico, anche se i tifosi rispondono sempre in massa quando c’è da abbonarsi (e quest’anno sono stati pure alzati i prezzi). Piove. Ma a certe latitudini basta poco a rivedere il sereno. Attenta Varese. Fabio Gandini
  12. La Pallacanestro Varese si appella al calendario per guardare con fiducia alla seconda metà del girone d'andata all'insegna degli scontri diretti. Il coefficiente di difficoltà delle prime 8 giornate della regular season è stato decisamente elevato per la truppa di Attilio Caja: lo testimonia anche l'indicatore del totale dei punti "fatturati" in classifica dalle avversarie dei biancorossi. Che avendo sfidato 4 delle prime 5 della classe (Milano, Brescia e Avellino fuori casa e Venezia in casa) hanno un coefficiente di 80, inferiore soltanto a quello di Brindisi (a quota 82) nel maxi-plotone delle nove squadre sospese tra l'ottavo posto a quota 6 punti e l'ultimo a quota 4. Dunque Varese ha avuto un cammino molto più insidioso e "accidentato" delle varie Reggio Emilia (60), Pesaro (62), Pistoia (64), Cremona (66), Capo d'Orlando (68), Virtus Bologna (70) e Trento (72). E sulla carta, avendo affrontato la maggior parte delle big nel primo blocco di impegni prima della pausa per l'Italbasket (l'unica eccezione è Torino, ultima sfida del girone d'andata il 14 gennaio), dopo la salita dovrebbe esserci la discesa. Ossia un ciclo di scontri diretti con le squadre che navigano a fianco o appena al di sotto della truppa di Attilio Caja, che nelle cinque settimane dal 3 dicembre al 7 gennaio prepara un ciclo di impegni decisivi per indirizzare le sue prospettive stagionali. L'attuale classifica corta è in formato "Imprevisti e probabilità", come nel vecchio ma sempre attuale gioco del Monopoli: se Ferrero e soci rimetteranno in campo l'atteggiamento ammirato nelle sfide con Cantù e Trento, ma anche a Milano ed Avellino pur senza punti da mettere in saccoccia, l'attuale situazione ingarbugliata lascerebbe ancora qualche chance nella volata per le Final Eight di Coppa Italia. La Varese pre-Sassari può sognare il colpaccio a Pesaro, oppure più avanti a Reggio Emilia, ed infine a Brindisi o Cremona nella doppia trasferta di inizio 2018? Ed è in grado di sfruttare il fattore campo del PalA2A per "mettere sotto" le prossime avversarie Capo d'Orlando e Virtus Bologna, a a dispetto del rinforzo Maynor e dei grandi nomi del basket europeo sondati dalla Segafredo per potenziare il roster attuale? I valori espressi attualmente dalla classifica potrebbero essere stravolti proprio dal mercato, visti i rinforzi in arrivo alla Grissin Bon (il play spagnolo Llompart per sopperire all'infortunio di Chris Wright) e all'Happy Casa (il lungo americano Donte Greene, 4 stagioni di NBA a Sacramento in uscita dal Libano). Argomento che non riguarderà certamente Varese, per scelta prima ancora che per necessità, con Attilio Caja che sta lavorando durante la pausa (ieri tappa a Vedano Olona, oggi a Gorla Maggiore) per rimettere a punto i meccanismi e soprattutto per ricaricare le batterie del gruppo dopo il passo falso contro Sassari. Per un "animale da palestra" come il coach pavese, la sosta può essere un vantaggio nel momento in cui serve un tagliando: lo scorso anno fu decisiva quella per la Coppa Italia a febbraio, già dalla trasferta di Pesaro del 3 dicembre si capirà se anche nel 2017-18 il pit-stop avrà avuto effetti benefici sulla squadra. Giuseppe Sciascia
  13. Le triple di Sassari sgonfiano i sogni di gloria di una Varese piccola piccola. Il Banco Sardegna allunga a quota 5 la serie positiva al PalA2A, infliggendo una punizione pesante alla peggior versione stagionale della squadra di Attilio Caja. Biancorossi spenti e senza mordente in una serata povera di lucidità, ma anche di energie: e in un match giocato su cadenze sincopate, la maggior qualità della Dinamo è il fattore chiave di una serata dove la solare differenza nelle percentuali da 3 (2/18 contro 12/28) è la prima ma non l'unica causa di una sconfitta nettissima. Di certo Varese ha scelto la peggior serata possibile per giocare una partita così vuota di contenuti tecnici ed agonistici: il primo colpo d'occhio abbondantemente oltre quota 4mila paganti convinti dalle ultime prestazioni brillanti (quasi 600 presenze in più rispetto all'esordio con Venezia) coincide con una sorta di "ripartenza dal via" modello gioco dell'oca con una prestazione quasi in fotocopia rispetto a quella contro l'Umana (61 punti con 2/18 da 3 contro i 62 e 2/21 della prima di campionato). E i tre ex Chris Eyenga, O.D. Anosike e Dominique Johnson tornati per una rimpatriata tra Varese e Milano dopo aver giocato sabato in Spagna e a Venezia si sono goduti applausi e saluti ma non la prestazione dei loro ex compagni. Di mezzo c'è la qualità espressa da un solidissimo Banco Sardegna, i cui giocatori dimostrano sul campo che la fiducia accordata domenica scorsa a coach Pasquini è ben riposta. Nella sfida tra la terza miglior difesa e il secondo miglior attacco ad uscire nettamente vincitore è la squadra ospite, che punisce con precisione scientifica ogni tentativo di Varese di aggredire uomini e spazi; prima con le soluzioni interne (74% da 2 al 30', alla fine 67% da sotto) e poi con le triple a raffica (43% da 3) che vanificano l'energia profusa dal quintetto delle seconde linee nel quarto periodo. Insomma le geometrie prodotte dalle lucide esecuzioni della Dinamo hanno facilmente ragione di una Varese in modalità "sacco vuoto": e senza giocare al 101 per cento dell'intensità, la squadra di Attilio Caja mostra rutti i suoi limiti in termini di qualità, specie se in mancanza di scintille non riesce mai a spremere punti facili in campo aperto e deve sbattere più e più volte la testa contro i rompicapi a difesa schierata. Chiaro che il problema diventa irresolubile nella serata in cui la coppia Wells-Waller ripete il "ciapanò" balistico di Avellino (4/19 in due dopo il 4/21 del PalaDel-Mauro); difficile però stilare gerarchie negative in una prestazione negativa sul piano della coralità. Perchè se è vero che Varese è squadra di sistema, quando non funziona l'impianto di gioco - ed è la prima volta in assoluto che capita per mancanza di energia - allora vengono meno tutti i presupporti che avevano portato i biancorossi a "macinare" Cantù e Trento e a sfiorare l'impresa al PalaDelMauro. Stanchezza fisica o mentale dopo 3 mesi vissuti stabilmente "sul pezzo"? Di sicuro Varese non può prescindere dalla freschezza atletica e dall'energia da riversare in ogni aspetto del gioco, specie poi contro un'avversaria che ha disputato una partita di impressionante linearità come Sassari. Ben venga la sosta per la Nazionale con due settimane per fare il tagliando e preparare al meglio gli scontri verità con Pesaro e Capo d'Orlando. Giuseppe Sciascia
  14. Più del risultato, seconda sconfitta casalinga della stagione, a far male è l’avvolgente sensazione di non essere stati all’altezza della situazione. Anche in questo caso si tratta di un bis: prima di ieri, solo l’esordio di campionato contro Venezia aveva prodotto un sentimento simile negli occhi di spettatori e critica. Si è perso anche a Milano, a Brescia e ad Avellino, tutte occasioni nelle quali - però - Varese aveva sempre dimostrato di poter degnamente reggere lo stesso terreno di combattimento delle contendenti. Nel -21 (61-82 il risultato finale) con cui il Banco di Sardegna Sassari ha piegato la Openjobmetis al PalA2A, invece, la squadra di Attilio Caja non ha retto il confronto con gli avversari e ciò è stato purtroppo evidente dal primo al quarantesimo minuto. Errori ed errori Non lo ha retto dal punto di vista tecnico e non lo ha retto da quello mentale, palesando molta meno fame degli isolani di coach Pasquini, più attrezzati (pur senza il regista Stipcevic) della banda dell’Artiglio e per questo da affrontare con maggior “garra” e con meno - molta meno - paura di sbagliare (sentimento che è sembrato attanagliare i biancorossi fin dalla palla a due). Varese si è sciolta negli errori. Quelli difensivi, inediti, commessi durante il primo quarto, da questo punto di vista nettamente il peggiore della stagione (27 punti subiti), condizionante per il prosieguo del match. Errori individuali (tagli non seguiti, rotazioni non puntuali) diventati collettivi, perché sistematicamente puniti da una Dinamo bravissima a far girare la palla con rapidità e a trovare buone percentuali (la cifra da sottolineare in questo caso è tuttavia il 19/28 da 2 - 9/11 nel primo quarto - perché esemplificativa di un avversario arrivato troppo facilmente a concludere sotto canestro). Quelli offensivi, molto meno inediti, ben rappresentati dalle percentuali (2/18, pari all’11%, da 3), figli di prestazioni individuali clamorosamente sottotono (Wells su tutti: 2/8 al tiro, assolutamente non in grado di guidare l’attacco varesino e completamente spuntato ogni volta che ha provato a fare tutto da solo. Ma sono da segnalare anche Waller, 3/11, e Okoye, 4/11...) e di una manovra che sembra essersi dimenticata dell’efficace proporzione tra gioco esterno e gioco interno messa in mostra in altre occasioni. Chiaro che se poi non fai mai canestro, ed è la seconda volta consecutiva - dopo Avellino - che succede, diventa anche difficile continuare a ricamare con qualsiasi commento. Si salva solo un quarto La Openjobmetis ha subìto fisicamente (lo dice anche il dato dei rimbalzi, 31 a 37 per il Banco), iniziando fin da principio a sottomettersi alla legge di Sassari. Il -11 della prima frazione è stato limato in una seconda giocata sulle ali di Avramovic e Pelle che è stata la migliore del collettivo casalingo (la seconda sirena è suonata sul 38-44), l’unica all’altezza sui due lati del campo (22 punti segnati, 17 subiti). Ma il recupero non è stato confermato in una terza che ha visto i padroni di casa non segnare per i primi 4 minuti e produrre in generale la miseria di 8 punti: non esattamente lo score di chi ha bisogno di recuperare. La prima tranche di campionato va in archivio con una pesante debacle che fa male più all’umore, agli occhi e al ricordo di precedenti prestazioni decisamente diverse e ben più efficaci, che non alla classifica. Dopo otto giornate Varese si trova esattamente dove doveva essere nelle speranze più realistiche del precampionato: nel gruppo ben nutrito di metà graduatoria, dietro cioè a quelle squadre che verosimilmente si giocheranno l’accesso prima alla Coppa Italia e poi ai playoff (salvo intrusi che perderanno posizioni ed ex decadute che le recupereranno). Va però notato che le vittorie di Brindisi e Reggio Emilia hanno anche avvicinato l’ultimo posto, ora distante solo due punti. Fabio Gandini
  15. Varese si appella alla legge del PalA2A per provare a sorprendere Sassari. Oggi a Masnago (palla a due alle 18.15) la truppa di Attilio Caja cercherà di allungare a quota 4 la sua serie di vittorie casalinghe ospitando un Banco Sardegna sempre corsaro nelle sue ultime 4 visite sulle Prealpi. Partita ricca di spunti per i biancorossi alla vigilia della pausa per la Nazionale che manderà a riposo il campionato per due settimane, permettendo i primi bilanci a metà del girone d'andata. Battere una squadra con ambizioni playoff come la Dinamo confermerebbe l'elevato spessore del "sistema-Varese" anche contro avversarie di alto livello. E in una classifica cortissima, arrivare alla prima boa di una stagione divisa in quattro tronconi (anche nel ritorno ci sarà una pausa per lasciare spazio all'Italbasket) nella zona che si contende l'accesso alla Coppa Italia darebbe una ulteriore iniezione di fiducia ad un ambiente conquistato dal mix di impegno, determinazione ed energia profuso costantemente dalla "Varese operaia" del coach pavese. Gli ottimi riscontri delle prevendite, con oltre mille biglietti già staccati prima dell'apertura dei botteghini, preludono al primo match stagionale con più di 4.000 spettatori in tribuna. Almeno 500 in più rispetto ai tifosi che sette settimane fa si presentarono al PalA2A per l'esordio casalingo contro Venezia: un dato eloquente riguardo ai consensi conquistati in corsa dalla "sporca dozzina" biancorossa. E ovviamente una spinta supplementare in vista della sfida odierna per Ferrerò e soci, chiamati a riproporre il feroce approccio difensivo che ha permesso loro di schiantare Cantù e Trento sul piano del ritmo e dell'intensità. I numeri danno indicazioni chiare sull'indole antitetica delle squadre in campo stasera al PalA2A: la terza difesa della serie A impostata da "Artiglio" ospiterà una Dinamo che ha conservato la storica matrice votata all'attacco (secondo del torneo a 83,9 di media). Se da un lato però Varese prepara un assalto che non preveda soltanto baionetta ma anche logoramento (leggi il più che probabile uso della zona, arma determinante con la quale domenica scorsa Capo d'Orlando ha espugnato il PalaSerradimigni), dall'altro è lo stesso Banco Sardegna - attraverso le considerazioni pie gara di coach Federico Pasquini - a ipotizzare una partita "camminata" per non esaltare le qualità in campo aperto dei biancorossi. L'assenza dell'ex Stipcevic (out per una pulizia di un ginocchio) potrà essere però d'aiuto a Varese: la Dinamo ha grande talento perimetrale con la guardia Bamforth (14,4 punti col 58% da 2 e il 42% da 3) e la coppia in regia Hatcher-Spissu, sotto canestro l'altro ex Polonara e il piccolo ma esplosivo centro Jones sviluppano un notevole potenziale atletico, e il roster è profondo con rotazioni a 9 giocatori. Contro una squadra dinamica ma non pesantissima (eccetto per il centro di riserva Planinic) servirà prima di tutto il controllo dei tabelloni e di conseguenza quello del ritmo: servirà una Varese arrembante ma anche lucida per fare poker al PalA2A e arrivare alla pausa sognando la metà alta della classifica... Giuseppe Sciascia
  16. Sulla carta quella di oggi sarà un’altra montagna: Sassari vale una parte di classifica (quella di sinistra) nella quale Varese non dovrebbe avere diritto di cittadinanza (mentre la squadra di Pasquini sì, al pari di Venezia, Milano, Brescia, Trentino e Avellino). Sulla carta quella di oggi sarà un’altra montagna, scivolosa per di più. C’entra la psicologia: la Dinamo ha già sfiorato il suo fondo (dimissioni dell’allenatore dopo la sconfitta interna di domenica scorsa contro Capo d’Orlando), ha immediatamente ricominciato la risalita (dimissioni ritirate davanti alla presa di posizione compatta dei giocatori e vittoria convincente in Champions League contro l’Hapoel Holon) e si presenterà a Masnago con l’animo lindo di chi ha scampato un pericolo e con la ferocia di chi sa che non può più permettersi di perdere altri punti per strada. Sulla carta quella di oggi sarà un’altra montagna, di quelle che la Openjobmetis di Attilio Caja, però, ha finora sempre dimostrato di saper scalare, pur non riuscendo talvolta ad arrivare fino in cima. Scorie dopo il successo pregustato ma sfuggito ad Avellino domenica scorsa? No, se conosciamo un minimo l’Artiglio, la disciplina mentale insita nei suoi insegnamenti e la classe alla quale la impartisce. Servirà la solita cordata, perché il Banco di Sardegna opporrà la stessa moneta, seppur con una diversa gradazione di talento. Cinque giocatori in doppia cifra (per punti) di media nelle prime sette gare: dietro a Bamforth, 14,3, ci sono Jones, Polonara, Randolph e Hatcher, tutti intorno agli 11 ad allacciata di scarpe. E se si guarda oltre, il concetto si rafforza: Pierre, Spissu, Planinic, Stipcevic (che oggi, però, marcherà visita), tutti sugli 8 di media. Una cooperativa della palla al cesto, senza apparentemente un leader ma ben assortita e poliedrica: la trazione anteriore di guardie che vedono il canestro (Bamforth viaggia con oltre il 42% da tre su cinque tentativi a gara, l’ex Avellino Randolph sa mettere sapientemente la palla per terra e poi c’è la solidità tecnica e mentale di un uomo da ultimo tiro come l’ex Partizan Hatcher), unita a tanti modi di far male sotto le plance: Polonara a parte (mobilità, altezza, rimbalzi in posizione 4: lo conosciamo bene), un centro alto e intimidatorio da opporre a Pelle (Planinic) e un altro che è quasi la fotocopia fisica di Cain (Jones). Scopa e scopa: a favore di chi, lo dirà il campo. È difesa e rimbalzi (Varese) contro attacco (Sassari), anche se il basket frizzantino (storico marchio isolano) non è certo la stella polare di coach Pasquini, che le quattro sconfitte su sette match disputati le vede forse spiegate nell’essere la seconda retroguardia (dopo Cantù) più battuta del campionato (83,7 punti subiti contro i 70,7 di Varese). Poi c’è la coppa (che un po’ di “bua” la fa quasi sempre...) e il fatto che la sua Dinamo, come Varese, è un’altra squadra rifondata da zero o quasi nell’ultima estate. Openjobmetis in versione Cagiva (absit iniuria verbis), che il fortino lo difendeva sempre con le unghie e con i denti? Servirà anche il pubblico, partecipe e incantato contro Trentino due settimane or sono. E qui una risposta è già arrivata: prima della presentazione delle squadre, l’instancabile trust “Il Basket siamo Noi” coinvolgerà e colorerà il palazzetto con una bella coreografia, tanto per iniziare con il piede giusto. Appuntamento alle 18.15, puntuali. Poi, complice la pausa, sarà già tempo dei primi bilanci. Fabio Gandini
  17. Attilio Caja chiede alla sua Varese un passo avanti rispetto ad Avellino e di mantenere il trend di crescita portato avanti nelle prime sette giornate. La ricetta in vista della gara di domani contro Sassari prevede anche la massima attenzione alle eventuali zone che Federico Pasquini potrebbe schierare per imbrigliare il contropiede biancorosso in versione PalA2A: «Per battere una squadra di prima fascia, che ambisce legittimamente ad un posto nei playoff - spiega il tecnico - dovremo disputare una partita migliore rispetto a quella di domenica scorsa. Noi siamo sempre cresciuti una partita dopo l'altra, auspichiamo di farlo anche in questa occasione. Dovremo essere capaci di misurarci contro un'avversaria che proverà a portare il match sui binari della fisicità e del gioco a metà campo; serviranno lucidità e idee chiare, facendoci trovare pronti di fronte alle varie difese che potranno proporre». Il coach pavese sottolinea inoltre la necessità di trovare contributo da tutti gli effettivi per far risaltare la coralità: «Controllo dei rimbalzi, difesa di squadra e attacco corale: queste dovranno essere le chiavi del match, ribadendo che noi possiamo prescindere da prestazioni all'altezza da parte di tutti i nostri giocatori. Solo in questo modo avremo tante chances di fare risultato; dobbiamo concentrarci sulla necessità di giocare la miglior partita possibile». Di certo il Banco Sardegna che Caja ha visto in Tv mercoledì battere nettamente l'Hapoel Holon non ha dato al tecnico di Varese l'impressione di essere in crisi a dispetto delle dimissioni rassegnate domenica scorsa dal coach Federico Pasquini, poi immediatamente respinte dalla società. «È difficile conoscere le dinamiche delle situazioni - sottolinea -prendo atto che mercoledì hanno disputato un'ottima partita e non ho certo visto una squadra in difficoltà. Non dimentichiamoci che Sassari ha vinto nettamente contro Milano solo 3 settimane fa; poi ha perso a Cremona e in casa contro Capo d'Orlando, ma nell'arco della stagione ci sta l'alternanza dei risultati». Dunque per sfatare il tabù Dinamo - l'ultima vittoria a Masnago contro i sardi risale a cinque anni fa servirà una partita di alto livello contro un'avversaria con tante qualità a dispetto dell'assenza di Stipcevic: «Sassari partecipa alle coppe e per tradizione è abituata a stare nella parte alta della classifica; ha grande qualità offensiva, in particolar modo sul perimetro, con attaccanti che hanno tanti punti nelle mani come Hatcher, Bamforth, Randolph e Spissu, più un lungo che non ha bisogno di presentazioni come Polonara e due centri che hanno taglia e struttura fisica come Jones e Planinic». Infine Caja dedica un pensiero a Gianluca Mattioli, il 49enne arbitro internazionale di Pesaro scomparso improvvisamente giovedì sera a Murcia, dove avrebbe dovuto arbitrare martedì una partita di Champions League (nel weekend minuto di silenzio su tutti i campi disposto dalla FIP): «Una tragedia che mi ha veramente scosso, l'ho conosciuto bene anche fuori dal campo quando allenavo a Rimini e mi spiace tantissimo che non sia più con noi a condividere questa grande passione». Giuseppe Sciascia
  18. Dottor Jeckill e Mister Hyde in versione cestistica? Signore e signori, ecco a voi la Pallacanestro Varese versione 2017-18. O almeno questo si evince analizzando la differenza nettissima per la squadra di Attilio Caja fra il rendimento al PalA2A e quello esterno. Non si tratta soltanto del ruolino di marcia, confrontando le 3 vittorie casalinghe su 4 impegni a Masnago rispetto alle 3 sconfitte esterne su altrettante partite lontano dalla tana biancorossa. La certezza attorno alla quale Varese costruisce le sue fortune resta la difesa, che non presenta invece alcuno scostamento tra casa e trasferta (70.8 contro 70.7). Ma la qualità del gioco espresso in attacco è diametralmente opposta: davanti al pubblico amico, Ferrero e compagni sono uno dei migliori attacchi della A, il quinto, producendo 82,8 punti di media. Mentre in trasferta i biancorossi segnano solo 67,0 punti (quattordicesima assoluta), viaggiando a quasi 10 punti percentuali in meno nel tiro da 2 (53,6% contro 44,2%). Quali le ragioni di questo rendimento così differente a seconda del fattore campo? Si tratta di una somma di concause, tra le quali prima di tutto non va sottovalutata la portata delle avversarie affrontate lontano da Masnago. Varese finora ha fatto visita alla prima della classe Brescia, alla seconda forza Milano e alla quinta Avellino, e dunque risultati e fatturato statistico sono logicamente legati al valore delle controparti. Poi c'è un aspetto tecnico indiscutibile: la squadra di Caja utilizza con più continuità e profitto l'arma del contropiede nella sua versione casalinga. Ciò è frutto di un atteggiamento differente nell'attitudine difensiva, ed è interconnesso alla terza ragione che porta ai dati attuali: davanti ai tifosi di casa Varese riesce ad essere più aggressiva e di conseguenza a trovare più occasioni per spingere sull'acceleratore. Fuori casa, invece, l'atteggiamento della retroguardia - a parità di efficacia - è più contenitivo che graffiante; ed allora, con meno opportunità in campo aperto, emergono quei limiti sul piano del talento puro tipici di una squadra operaia. Non a caso il giocatore di maggior classe ma meno "garra", ossia Damian Hollis, viaggia in assoluta controtendenza tra rendimento interno (8,0 punti in 18,5 minuti) e quello esterno (13,7 punti - top scorer assoluto - in 23,3 minuti). D'altra parte Varese è una squadra nuova e con tanti giocatori all'esordio in Italia o in serie A; per certi versi naturale dunque che la spinta del PalA2A possa aumentare certezze ed energia di elementi che invece fuori casa hanno un approccio meno "ringhiante". E commettono errori banali - come accaduto domenica ad Avellino - per poca esperienza o precipitazione anche nelle poche occasioni in cui il motore del contropiede era riuscito ad accendersi. È un problema grave o irresolubile? Non in assoluto, considerando che l'obiettivo salvezza tranquilla andrà conquistato principalmente in casa. Certo, la sconfitta del PalaDelMauro lascia rimpianti per l'occasione perduta; se però Varese farà tesoro della lezione di domenica, i prossimi viaggi a Pesaro, Reggio Emilia e Brindisi - ad oggi le ultime tre della classe - potranno garantire risultati differenti rispetto alle sconfitte sui campi delle big per un totale di 11 punti di scarto in tre partite. Giuseppe Sciascia
  19. Varese fa la partita, la Sidigas la vince. La truppa di Caja si fa sfuggire l'occasione di un colpaccio sull'imbattuto campo di Avellino: i biancorossi non coronano una rimonta furiosa dal meno 10 del 33' al sorpasso dell'ultimo giro di lancetta, finendo infilzati da una tripla di pura classe di Jason Rich, fino a quel momento contenuto alla perfezione dalla difesa ospite (2/14 dal campo, compresala tripla del 62-61 a meno 45"). Legittimi i rimpianti di Varese per non aver raccolto i frutti di una partita tatticamente dominata grazie a un'applicazione in retroguardia oltremodo efficace per togliere dal campo il capocannoniere della serie A (19,3 punti prima della sfida di ieri) e imbrigliare gli irpini con un efficace mix di uomo e zona. Per vincere in trasferta non occorre soltanto distruggere ma anche costruire: e da questo punto di vista la squadra di Caja è mancata all'appello, prima di tutto nel fatturato balistico delle sue punte (4/21 in due per Wells e Waller, che comunque ha saputo farsi valere in altri aspetti del gioco), poi sprecando tante chances tra errori banali da sotto e contropiedi mal gestiti in eccesso di frenesia per coronare l'inerzia favorevole nei primi 20 minuti. A supporto di una difesa praticamente perfetta - impossibile criticarla anche sulla magìa decisiva di Rich, l'unico appunto riguarda i troppi rimbalzi d'attacco concessi - sarebbe occorso qualcosa di meglio rispetto al minimo stagionale dei 61 punti segnati col 43% da 2 e il 27% da 3. Grande opportunità non coronata di sbancare il PalaDelMauro capitalizzando le assenze di Fitipaldo e Fesenko, oppure conferma che il sistema di gioco ha retto al meglio anche allo stress test di un' altra big pur con la necessità di migliorare il rapporto tra quantità e qualità? La verità sta nel mezzo: Varese non avrebbe rubato nulla in caso di vittoria, perchè il team di Caja ha avuto il merito di incanalare la partita sui binari preparati meticolosamente in settimana. Solo a cavallo tra terzo e quarto periodo Avellino ha saputo punire con continuità le scelte difensive biancorosse; e anche in questo caso Ferrero e soci hanno avuto la forza di non crollare sul meno 10 del 33", riannodando i fili del gioco in attacco grazie ad un ottimo Hollis e all'azzeccata mossa dei 3 piccoli proposta da Artiglio. Che solo il precoce quinto fallo di Waller - appena dopo la tripla del sorpasso da parte dell'esterno statunitense - ha disinnescato in un rush finale nel quale i biancorossi hanno pagato dazio sul piano dell'esperienza e della personalità. Se da una parte Rich ha avuto il coraggio di prendersi una forzatura da giocatore di talento puro dopo una partita a dir poco anonima, dall'altro la gestione degli ultimi tre possessi di Varese (passi di Hollis dopo aver rinunciato a una tripla aperta, forzatura di Wells dopo un tiro apertissimo "passato" da Avramovic ed errore da sotto del mancino serbo) è stata quantomeno rivedibile sul piano delle scelte. I prealpini tornano dal PalaDelMauro con tanti complimenti ma con un pugno di mosche in mano; resta però la certezza della solidità dell'impianto di gioco e la volontà di incanalare la voglia di riscatto verso un'altra prova casalinga ruggente. Dopo lo stop in volata coi rimpianti per i 10 liberi sbagliati a Milano, Varese reagì travolgendo Cantù. Domenica arriverà Sassari: Ferrero e soci sapranno fare il bis? Giuseppe Sciascia
  20. Deluso. Ma deluso per il risultato, non da chi ha giocato. Il commento non è nostro: è di un tifoso biancorosso (MarkBuford è il suo “soprannome” online). Lo citiamo perché, anche a distanza di ore, anche a mente raffreddata, non troviamo nulla di più calzante e sensato nel descrivere l’arcobaleno di sensazioni che la sconfitta della Openjobmetis ad Avellino ha lasciato in dote. Delusi da un’occasione persa grande come una casa, non da chi ha mantenuto l’ennesima promessa. Risalire dagli inferi di uno svantaggio in doppia cifra accusato tra le mura di una delle tre squadre più forti del campionato, giocarsela fino alla fine senza vedere il canestro grande come piazza Tienanmen come accaduto invece contro Trento, aver dimostrato di essere ancora una volta competitivi e all’altezza delle aspettative in tutto quello che non si compra al supermercato dell’innato (ovvero grinta, voglia, spirito di sacrificio): sono nodi di fedeltà che questa Varese, per una domenica ancora, non ha sciolto. Constatato questo, pure i bruciori di stomaco degli ultimi 60 secondi della partita di ieri e il conseguente nulla di fatto alla voce “punti in classifica” fanno meno male. Numeri che spiegano Sul maledetto rettilineo finale del match ci si tornerà fra un po’. Prima vale la pena guardare Sidigas-Openjobmetis 65-61 nel suo insieme. E scrivere di una gara offensivamente difficile, a tal punto da essere condizionante. Chi non vuole leggere la sconfitta solo negli episodi conclusivi, la può leggere nelle cifre che sintetizzano la produzione offensiva di squadra: 61 punti segnati (il peggior fatturato varesino di questo 2017/2018), 43,9% da 2 (peggio si è fatto solo a Milano), 27,3% da 3 (in questo caso il 9,5% contro Venezia è - si spera - ineguagliabile). A guardare i numeri dei singoli, poi, non va meglio: 3/11 dal campo per Waller, 1/10 per Wells, 0/4 dai 6,75 combinato di Avramovic e Tambone (tutti tiri aperti). Per pretendere una vittoria esterna i pretoriani dell’Artiglio hanno insomma combinato poco nella metà campo avversaria: se ci sono dei rimpianti, al di là del rush finale, è perché - come sempre - nella propria si sono superati, mettendo alle corde una Scandone che non ha avuto cifre migliori (38,9% da 2, il capocannoniere del campionato Rich lasciato a 2/14, Dezmine Wells a 6/17). Davanti alla costanza offensiva di Ferrero e compagni, Avellino ci ha dovuto mettere la testa per lucrare qualcosa e ha tentato di portare a scuola Varese, girando sapientemente la palla (che ribaltamenti di lato...) nel terzo quarto quando ha capito che talento e balistica non erano sul menu di giornata. Il “memento” di Rich Ci è riuscita ( a tratti hanno colpito le seconde linee segnalate da Caja alla vigilia, su tutti Lorenzo D’Ercole: 3/3 da tre), dall’alto della maggior caratura complessiva. Ma non ci è riuscita fino in fondo e soprattutto non senza cercare di render pan per focaccia quando toccava a lei difendere e andare a rimbalzo (16 quelli offensivi concessi dai biancorossi, mai così tanti in 7 giornate). È stata la Sidigas, insomma, a dover fare la partita della Openjobmetis e non viceversa. È per questo che Varese ha colto la chance di arrivare punto a punto nel finale, trascinata dall’ottima vena di Hollis (14 punti e 6/9 al tiro) e dalla verve di Avramovic, punte di un gruppo ancora una volta bravo a trovare alternative diverse all’interno di se stesso. Quella palla persa dello stesso Damian con poco più di un minuto sul cronometro e avanti di 2 (che giocata difensiva, però, del Wells irpino...), il tiro rifiutato da Avramovic subito dopo (che ha mandato fuori giri l’attacco nella specifica azione) raccontano semplicemente di un paragrafo - decisivo, per l’amor del cielo - di una storia più complessa, più lunga e per l’ennesima volta non certo triste. Poi c’è la bomba di Rich. Quella segnata da un giocatore che fino a quel momento non aveva mai visto il canestro. Quella che ha ribaltato tutto. La giocata del campione. Un memento potente e imperituro per la squadra di Caja, che un uomo solo al comando invece non lo possiede: ogni fortuna, qui, passerà dai tanti che diventano uno, passerà dal lavoro. Continuare così allora, please, senza cedere un centimetro. La cronaca Con Pelle confermato in quintetto, Varese inizia forte: Wells, Waller e Okoye martellano il canestro irpino dalla lunga e dalla media (2-10 al 3’), Avellino risponde lucrando qualche punto con Wells e Leunen davanti alla solita, problematica (per gli avversari) difesa biancorossa. Cameron Wells prende un colpo in entrata e deve tornare in panchina per le medicazioni, Okoye commette il secondo fallo: la Opernjobmetis accusa uno smarrimento (la Scandone rientra: 10-12 al 5’), risolto dalla leadership di Hollis, che serve Cain, va forte a rimbalzo e favorisce il 10-16 della prima sirena. E’ ancora lui a trascinare i suoi al rientro in campo: liberi, entrata, tripla, pregevolezze intervallate dal bel canestro sull’asse Waller-Pelle e dai punti del Wells in maglia verde che scrivono il 19-27 dei primi 5’ della seconda frazione. Gli ospiti, però, con il passare dei minuti non traducono tutto il loro lavoro difensivo: i padroni di casa ringraziano e con un parziale di 8-0 pareggiano, venendo però puniti dalla tripla di Ferrero allo scadere del tempo (27-30 al 20’). Ndyaie fa la voce grossa al ritorno in campo, davanti e dietro: con la collaborazione di Filloy è subito +4 Avellino (34-30). Pelle ed Okoye (da fuori e a rimbalzo) riequilibrano la situazione in difesa, ma in attacco la Openjobmetis spreca tutto ciò che fa di buono dietro: la Scandone, che pure non fa tanto meglio, prova e riprova e alla fine con D’Ercole riesce a scappare (47-41 al 30’). Finita? No: i biancorossi restano all’asciutto anche per i primi 3’ dell’ultima frazione (Zerini da 3: è 53-43 al 33’), ma si ritrovano affidandosi a Hollis e Avramovic e disegnano un parziale di 14-6 (Waller in contropiede e con la bomba, Hollis rubando palla, Avra in penetrazione) che li riporta davanti (59-61) quando manca poco più di un minuto. Qui la palla persa di Hollis, la bomba da campione di Rich e i successivi attacchi non andati a buon fine degli ospiti consegnano la vittoria agli irpini. Finisce 65-61. Fabio Gandini
  21. Avellino: se la conosci… sai cosa ti aspetta. Attilio Caja, forse anche più delle altre volte e più della classica attenzione che va prestata a una delle formazioni sulla carta più forti dell’intero campionato, è ben consapevole del cimento che attende la sua truppa. Alcuni giocatori del roster irpino, infatti, sono passati sotto le sue grinfie da Artiglio nell’arco della carriera: parliamo del capocannoniere del campionato Jason Rich (a Cremona), di Lorenzo D’Ercole (ancora alla Vanoli, sempre del 2011/2012) e parzialmente anche di Benjamin Ortner (uno scampolo di stagione a Udine nel 2008/2009). E se non li ha allenati, avrebbe voluto farlo: è il caso di Ariel Filloy, cercato da Caja per la all’epoca sua Cremona quando il play di Cordoba era il quarto regista a Milano. Un professionista che usa sempre ciò che è stato come magistero, quindi, non può che partire da qui nella sua analisi: «Ho avuto Jason Rich a Cremona dove aveva già dimostrato di essere un giocatore di altissimo livello, tanto da sorprendermi per il fatto che non militasse in squadre più forti. Penso che meriti il palcoscenico del campionato italiano e una realtà di vertice come Avellino: è il capocannoniere della Serie A non a caso. Filloy, invece, non l’ho allenato ma ci sono andato vicino in passato. Oggi è facile parlare bene di lui dopo lo scudetto e l’Europeo: le sue qualità sono evidenti e io sono contento di averle intraviste in passato tanto da volerlo fortemente alla Vanoli. Loro due sono capaci di spostare l’inerzia di una partita: ci vorrà massima attenzione». Le parole su un’avversaria come la Scandone, però, non possono finire con l’elogio a Rich e Filloy: «C’è l’ala Wells, grande uno contro uno e forza fisica in avvicinamento a canestro: un altro giocatore da non sottovalutare. Poi Scrubb, che è un po’ quello che per noi è Okoye: molto dinamico, sempre in movimento, gran tiro da 3 punti, dote che ha aggiunto all’uno contro uno. E a proposito di tiro da 3 c’è anche Leunen, che ha tanto talento individuale. Parlare di tutti questi atleti dà la dimensione delle difficoltà che incontreremo durante la partita. Complimenti al gm Nicola Alberani per la formazione della squadra e a coach Pino Sacripanti per come mette in campo i suoi: penso che Avellino arriverà dove ci si aspetta, cioè nelle prime posizioni». Il primo comandamento davanti a una contendente del genere sarà quello di «controllare le loro bocche da fuoco. La Sidigas tira molto bene da 2 punti (57%, seconda percentuale del campionato dietro Sassari ndr) ed è formata da individualità con un quoziente cestistico molto elevato: questo rende ancora più difficile affrontare una squadra del genere. Hanno gente navigata, con esperienza, dei marpioni che riescono a ritrovarsi anche nelle difficoltà». L’assenza di Fitipaldo? «Possono risentirne a lungo termine - argomenta Caja - ma nelle prime gara, con la panchina lunga che hanno, sarà difficile che ne risentano». E Varese? Varese va avanti per la sua strada, come giusto che sia: «Abbiamo continuato il programma settimanale di lavoro - conclude Caja - Nessun passo indietro dopo la vittoria contro Trento, non ci siamo cullati sugli allori: abbiamo i piedi ben piantati per terra, cerchiamo di migliorarci individualmente, perché sappiamo che ciò comporterà un miglioramento di squadra. Andiamo ad Avellino consapevoli dei loro punti forti, ma anche consapevoli dei nostri e di essere sulla strada giusta: quella cioè di essere competitivi e di potercela giocare con tutti». Fabio Gandini
  22. Attilio Caja punta sulla difesa come chiave di volta della trasferta di domani ad Avellino: contro la Sidigas del capocannoniere Jason Rich la tenuta della retroguardia biancorossa sarà determinante per le chances di conquistare la prima vittoria esterna stagionale. «Ci attende un banco di prova importante per la consistenza della nostra difesa che rappresenta una componente fondamentale del nostro gioco. Ci siamo preparati bene in una settimana di lavoro al livello di quelle precedenti; le ultime due vittorie casalinghe non hanno cambiato la nostra applicazione, abbiamo tenuto i piedi ben piantati per terra». Il tecnico pavese ribadisce la sua fiducia nell'identità corale della sua Varese, in grado di renderla competitiva su ogni campo. «Più va avanti il campionato e più sarà necessario alzare la qualità delle prestazioni corali per fare risultato. Andiamo al PalaDelMauro consapevoli che ci aspetta un test esterno impegnativo: massimo rispetto per i loro punti forti, ma anche fiducia nel nostro sistema che ha già dimostrato la sua solidità nelle partite precedenti. Siamo sulla via giusta, il che non vuol dire vincere o perdere, ma essere competitivi e poter giocare la posta in palio contro qualsiasi squadra». Il coach biancorosso sottolinea comunque la difficoltà dell'impegno di domani contro un'avversaria che considera tra le protagoniste. «Dopo Milano, Venezia e Brescia ce la vedremo con un' altra squadra da vertice. Conosco personalmente molti giocatori della Sidigas per averli allenati nel corso degli anni, e ne apprezzo le qualità tecniche e umane. C'è da fare di nuovo i complimenti a Nicola Alberani per la costruzione del roster ed a Pino Sacripanti per come fa esprimere i suoi giocatori sul campo; se all'inizio Avellino ha avuto qualche difficoltà derivante dai tanti giocatori nuovi, sono certo che il team campano arriverà anche in questa stagione dove gli compete». Infine Artiglio indica in Rich e Filloy gli elementi chiave della Sidigas. «Ho allenato Jason a Cremona e mi era parso un giocatore di grandissima qualità; lo sta confermando in questo scorcio iniziale di campionato nel quale è capocannoniere; inoltre apprezzo tantissimo Ariel che avrei voluto a Cremona quand'era il terzo play di Milano. Si tratta di due giocatori che hanno talento ma soprattutto capacità di risolvere una partita nei momenti chiave. Proprio su loro due dovremo prestare tantissima attenzione e in generale gli esterni avranno grandi sollecitazioni difensive. L'assenza di Fitipaldo? Sul lungo periodo potrà essere un problema, ma Avellino ha comunque tante alternative». Giuseppe Sciascia
  23. La sesta giornata di Serie A ha portato in dote risultati inediti, sorprendenti. Difficile ammettere che la larga vittoria della Openjobmetis di Attilio Caja fosse preventivabile, non tanto nell’esito quanto nelle proporzioni con cui è giunta. Rimandare a casa i vice-campioni d’Italia con quasi trenta punti sul groppone non era sicuramente tra le attese opzioni iniziali. E, ripensandoci, nel caso specifico non è neanche così spendibile la teoria della stanchezza da coppe europee della Dolomiti Energia, che ha raggiunto Varese nella giornata di giovedì direttamente da Gran Canaria, avendo così due giorni completi a disposizione per preparare la partita. Varese stessa sa molto bene, per esperienza diretta nelle due stagioni precedenti, quanto l’impegno infrasettimanale pesi sul rendimento in campionato. E quest’anno, paradossalmente, può permettersi di sfruttare l’empasse di tutte quelle squadre che stanno faticando per via degli impegni europei. Un esempio? Il calendario, nelle prossime due settimane, mette i biancorossi di fronte a due formazioni di caratura sicuramente superiore all’organico di Caja: prima la Sidigas Avellino poi il Banco di Sardegna Sassari. Domenica all’ora di pranzo la Openjobmetis sarà al Pala Del Mauro contro la Sidigas di Pino Sacripanti, che mercoledì sarà impegnata sempre in casa contro il Cez Nymburk, formazione della Repubblica Ceca. La sconfitta in Polonia contro lo Zielona Gora ha aperto una mini-serie negativa per la Scandone di due sconfitte consecutive dopo quella ai supplementari con Brindisi, che rientra a pieno titolo nel faldone delle sorprese di quest’ultima giornata. Il “peso” della competizione europea, almeno in questo inizio di stagione, si sta facendo sentire anche in roster lunghi e completi come quelli di Avellino e Sassari, che domenica è crollata sul campo della Vanoli Cremona al cospetto dei grandi ex Sacchetti e i cugini Diener, e anche questa partita è da catalogare allo stesso modo di Brindisi-Avellino. La Openjobmetis incontrerà entrambe in seguito a un impegno casalingo europeo: per Avellino, come detto, mercoledì contro Nymburk; mentre Sassari mercoledì prossimo (15/11) ospiterà l’Hapoel Holon, prima di viaggiare a Varese per la sfida delle 18.15 di domenica 19 nobembre. Varrà lo stesso anche per le sfide con Orlandina e Reggio Emilia, che Varese incontrerà rispettivamente il 10 e il 16 dicembre senza che sulle avversarie pesino i chilometri di una trasferta (Reggio arriverà dalla partita casalinga con i lituani del Lietkabelis, Capo d’Orlando prima di Varese affronterà al Pala Fantozzi Ludwigsburg). La stessa Reggio Emilia domenica ha annunciato l’arrivo dell’ex Varese Chris Wright in cabina di regia e a dicembre potrebbe rivelarsi una squadra già diversa da quella attuale. Nel caso specifico, dunque, potrebbe al contrario non rivelarsi così valida la carta della stanchezza da coppe nell’immediato, che può però essere spendibile sul lungo periodo. I gironi di Champions League e Eurocup si protrarranno fino a fine dicembre o ai primi di gennaio, e ciò potrebbe comunque regalare qualche sorpresa. Sono otto le formazioni italiane impegnate nelle varie competizioni europee (Milano, Reggio, Torino, Avellino, Sassari, Orlandina, Venezia e Trento) e questo abbrivio di campionato sta confermando la teoria che qualche punto per strada viene sempre lasciato: sarà compito di squadre come Brescia (che visto l’inizio di campionato meriterebbe però un capitolo a parte), Varese, Bologna e Cantù saperlo sfruttare, per sperare perché no in qualche interessante exploit. Alberto Coriele
  24. Bastano sei partite - tra le quali due trionfi casalinghi strappa-applausi - per attribuire alla Varese operaia di Attilio Caja la patente di miglior squadra degli ultimi 5 anni? La prova del campo ha promosso senza riserve tutte le premesse estive sulle quali era stata costruito il roster della stagione 2017-18, e già questo basta e avanza per evitare gli equivoci e le correzioni in corsa forzose ripetutesi senza soluzione di continuità dal 2013-14 al 2016-17. I numeri puri e semplici dicono che dopo 6 giornate solo la Varese di Frates aveva un bilancio analogo a quella di "Artiglio" con tre vittorie e tre sconfitte. Ma quella era una squadra fortemente sbagliata - vedi l'asse sbilenco Clark-Hassell - nonché costosa - 50mila euro netti in meno degli indimenticabili nonostante il meno 600mila di budget - che inaugurò l'elenco dei mercati di riparazione in corso d'opera e dei cambi di allenatore. La squadra plasmata da "Artiglio" sembra invece fatta ad immagine e somiglianza di un tecnico che ha bisogno di giocatori disponibili a lavorare tanto con le gambe e con la testa (non solo intensità fine a sé stessa, ma anche applicazione dei piani-partita che hanno permesso nelle ultime due settimane di non dipendere più soltanto dal tiro da 3 punti). In buona sostanza la versione 2017-18 di Varese è una squadra pensata bene in sede di mercato, e poi bene - oltre che molto - allenata in palestra: puntare su giocatori "affamati" provenienti dal sommerso delle leghe minori europee e dall'A2, il roster lungo di 10 giocatori 10, gli abbinamenti complementari Ferrero-Hollis e Cain-Pelle nei ruoli interni si sono rivelate scelte vincenti per far fruttare i (pochi) talenti disponibili in termini di risorse da investire. Il classico caso nel quale il valore complessivo del gruppo è superiore alla somma di quello dei singoli, perché tutti gli ingranaggi del sistema -l'area tecnica che ha scelto i giocatori, l'allenatore che li mette in campo e gli atleti stessi che profondono il 101 per cento dell'intensità e dell'applicazione - hanno girato, e continuano a farlo, in maniera sincronica. Il primo mese abbondante di stagione ha certificato due dati di fatto importanti: Varese ha saputo concretizzare sul campo le strategie sulle quali ha costruito il roster, ed è in grado di produrre un volume di gioco sufficiente per mantenersi a distanza dalla zona retrocessione. Ricordate le premesse estive? Vivere una stagione tranquilla, togliersi belle soddisfazioni in casa per regalare emozioni importanti al pubblico del PalA2A, evitare le partenze false delle ultime 4 stagioni con conseguenti necessità di correttivi sul mercato, e in ultima analisi fare meglio del dodicesimo posto del 2016-17. Il risultato finale è lontanissimo, ma fino a questo momento le promesse del 18 agosto sono state rispettate appieno da Attilio Caja e dal suo gruppo di operai col coltello tra i denti. Ora toccherà al match di Avellino rispondere alla domanda su quanto vale Varese al cambio della trasferta sul campo di una big: la fame e la voglia di stupire saranno le stesse anche dopo due vittorie consecutive al PalA2A? Giuseppe Sciascia
  25. “Gli spietati”. È la prima qualifica che balza alla mente. Oppure “quelli seri”, quelli cioè che non buttano via nemmeno un minuto di partita, nemmeno un grammo del loro impegno. Oppure ancora, “quelli che non possono che giocare così”, ovvero con un’intensità pazzesca dal 1’ al 40’ e senza mai fermarsi, perchè se fossero diversi non vincerebbero nemmeno una gara. Solo 7 volte in 30 anni Davanti alla seconda “goleada” cestistica in sole 6 giornate di campionato, gli aggettivi più appropriati trovateli voi. Noi ci limiteremo a raccontare i numeri e la storia. Varese-Cantù: +31. Varese-Trentino: +27. Era dalla stagione 1998/1999, quella che si concluse con lo Scudetto della Stella, che Varese non vinceva almeno due partite di campionato con uno scarto superiore ai 20 punti. La squadra di Carlo Recalcati ci riuscì 3 volte in 37 partite (26 di regular season e 11 di playoff): all’epoca ci fu un +26 su Pistoia alla 4a di andata e due +25 (contro Gorizia alla 1a di ritorno e contro Rimini all’11a di ritorno). Quella di Caja i suoi 2 “ultra ventelli” li ha piazzati in 6 gare. Partendo dalla stagione 1987/1988 e arrivando a oggi, 2 o più successi con più di 20 punti di scarto nella stessa annata agonistica (abbiamo preso a riferimento solo le partite di campionato) sono capitati solo 7 volte alla Pallacanestro Varese: nel 2017/2018 e nel 1998/1999 come già scritto, poi nel 1997/1998 (un +50 e un +23), nel 1994/1995 (un +37, un +30 e un +27), nel 1991/1992 (un +25 e un +21), nel 1989/1990 (un +29, un +23 e un +21) e nel 1988/1989 (un +40, un +30 e un +20). Nella top ten dall’87/88 Il “quanto” deve poi essere considerato anche da un’altra prospettiva. Prima di Varese-Cantù 95-64 dello scorso 16 ottobre, la vittoria più larga di una Varese in campionato negli ultimi vent’anni era stata Varese-Milano 94-64 (+30) nella stagione 1999/2000. Dopo di essa, e prima del +31 e del +27 recenti, si sono registrati un +22 (Varese-Reggio Calabria nel 2002/2003), un +21 (su Roma nel 2006/2007), una sfilza di +20 e di +19 (massimo scarto positivo stagionale sia l’anno scorso (contro Caserta alla 2° giornata) che nel 2014/2015, nel 2013/2014 e nel 2012/2013, l’anno degli Indimenticabili. Se il raggio di ricerca ritorna trentennale, le due super vittorie di questo 2017/2018 entrano entrambe nella “top ten” dei successi più cospicui. Inarrivabile il +50 su Rimini nei quarti di finale playoff della stagione 1997/1998 (vicino al record storico societario, un +54 segnato in Ignis Varese-Gamma Varese del lontanissimo 11/03/1973), seguito da un +40 su Pesaro (stagione 1988/1989, 10a d’andata) e da un +37 su Reggio Emilia (stagione 1994/1995, 1a di ritorno). Al quarto posto ecco Openjobmetis-Red October della 3a giornata della stagione corrente, mentre Openjobmetis-Dolomiti Energia dell’altro ieri si classifica al 9°posto, a pari merito con Cagiva Varese-Teorematur Roma 92-65 della 5a giornata di ritorno della Serie A 1994/1995. Fabio Gandini
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