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  1. Giancarlo Ferrero pensa a un'Openjobmetis all'insegna della continuità per la stagione ventura. L'ala di Bra sarà per il quinto anno consecutivo il punto di riferimento dei tifosi che si identificano con la sua mentalità da colletto blu: col trio Ferrero, Tambone e Natali affiancato - auspicabilmente -da Cain e Attilio Caja sempre al timone, la Varese 2019/20 avrà tanti punti di contatto con quella della stagione appena archiviata a dispetto degli (almeno) sei volti nuovi da reperire sul mercato. Ma il rapporto con il capitano sarà ancora più lungo visto il rinnovo fino al 2022 già definito da tempo in attesa di un annuncio ufficiale che dovrebbe coincidere con l'avvio della campagna abbonamenti. «Essere considerato la bandiera di Varese è un grande onore e motivo d'orgoglio; percepisco l'affetto della città nei miei confronti e condivido i valori di questo club che ha creduto in me. Sono caricatissimo da questa possibilità, ma non mi sento assolutamente arrivato. Vivo di motivazioni e sono certo che per competere contro le grandi squadre - e nel 2019/20 ce ne saranno ancora di più - dovrò lavorare ancora tantissimo per essere sempre al top. Riguarderò che cosa ho fatto bene e che cosa potrò migliorare in vista della prossima stagione». L'atleta dell'OJM ribadisce la necessità di mantenere l'identità che nella stagione appena conclusa ha regalato soddisfazioni ai tifosi dell'Enerxenia Arena. «Dovremo esser bravi a ricreare subito questa identità, a prescindere dagli uomini che faranno parte della quadra, starà a chi come me è rimasto trasmettere i valori ai nuovi arrivati. Masnago è un fortino, dovrà essere anche nella prossima annata una casa da proteggere col nostro modo di giocare basato su aggressività, difesa e collettivo. Nel 2018/19 abbiamo perso appena tre volte in casa, sarà questa la base dalla quale ripartire». L'ala piemontese, reduce dalla miglior annata in carriera nelle triple (40,2% da 3 ) che ha chiuso con 6,2 punti in 14,5 minuti rispetto ai 6,4 in 18,0 del 2017/18, archivia così la stagione appena conclusa: «Il bilancio finale è positivo e non arrivare ai playoff con 16 vittorie è stato un caso più unico che raro (nei campionati a 16 squadre non accadeva dal 1990/91 - ndr). Il verdetto del campo ha detto questo e ne prendiamo atto: volevamo fortemente coronare il sogno che coltivavamo dal giorno 1, ma ci teniamo il clima magico respirato per tutto l'anno all'Enerxenia Arena e l'identità chiara frutto del lavoro di tutti: giocatori, staff tecnico e società». Il rimpianto maggiore per Ferrero riguarda quella maledetta sconfitta di metà marzo ad Avellino, dove non capitalizzando il più 23 di metà gara è arrivato lo stop fatale per i sogni playoff. «Rispetto al girone d'andata sono cambiati i valori e tante avversarie sono cresciute, penso a Trento ed a Trieste che erano nella metà bassa della classifica. L'ammucchiata risolta dall'avulsa è stata frutto di un equilibrio esasperato, l'anno scorso a 32 punti avevamo festeggiato il sesto posto, con lo stesso bottino siamo arrivati noni. Rimpianti per Avellino? Ripensarci è ancora oggi una pugnalata, quella vittoria avrebbe forse potuto cambiare tutto...». Giuseppe Sciascia
  2. L’Openjobmetis programma il futuro partendo dagli italiani. Dopo il rinnovo fino al 2021 con Matteo Tambone discusso in estate e finalizzato nei giorni scorsi, la società di piazza Monte Grappa è pronta a sedersi al tavolo con Giancarlo Ferrero per estendere il rapporto in scadenza al 30 giugno 2019. Per ora si tratta solo di un “pour parler” con un appuntamento che sarà approfondito nelle prossime settimane. Ma il rapporto tra il capitano e Varese – intesa anche come città e non solo sul piano sportivo – si è talmente consolidato nelle 4 stagioni in cui ha vestito la maglia biancorossa, che l’accordo almeno per un altro anno sembra solo una formalità. Tra la tesi di laurea con argomento “Varese nel Cuore”, l’ulteriore master biennale alla Liuc e la possibilità lavorativa che la compagna dell’ala piemontese ha trovato in città, la sensazione è che tra Ferrero e Varese ci sia un feeling molto più consistente del semplice rapporto sportivo. D’altra parte l’ala mancina è un esempio concreto di come il sacrificio e l’impegno costante messi al servizio di un allenatore impregnato di cultura del lavoro come Attilio Caja permettano di raggiungere traguardi importanti. In maglia OJM Ferrero ha dimostrato di essere giocatore di serie A, ed è diventato il simbolo della mentalità operaia alla base del “sistema-Artiglio” nonché il punto di riferimento per tutti i tifosi biancorossi che si identificano nella sua coinvolgente carica agonistica. Basti pensare a quanto importante sia stata la spinta della “pattuglia tricolore” Tambone e Ferrero in occasione dello spunto decisivo della partita di domenica contro Trento per cogliere il valore dello zoccolo duro italiano per l’oggi e per il domani. Soprattutto in vista dell’allargamento della serie A a 18 squadre dal prossimo anno, che ridurrà ulteriormente gli spazi di manovra sul mercato degli italiani che in corrispondenza delle maggiori necessità imposte dalle formule di eleggibilità 5+5 e 6+6 entrate in vigore da questa stagione. Se hai in casa italiani validi ed affidabili, oltre che benvoluti dal pubblico che si identificano più facilmente con atleti “nostrani”, meglio tenerseli stretti: così ha ragionato e sta ragionando il d.g. Andrea Conti, nell’ottica di provare a costruire una base solida e duratura per la Varese che verrà. Per l’oggi e il domani Tambone e Ferrero hanno già dimostrato – e non solo domenica – di poter dare garanzie importanti. Per il dopodomani l’italianità dell’Openjobmetis arriverà auspicabilmente dai prodotti del vivaio biancorosso che oggi offre già prospetti di interesse nazionale come il 17enne Matteo Parravicini, il 15enne Nicolò Virginio e il 14enne Benjamin Nobile, oltre ai 4 prospetti “pescati” da Gianfranco Ponti tra Serbia e Montenegro (fatti salvi i problemi burocratici relativi al tesseramento che ne hanno rallentato l’innesto in campionato). E che in tempi ragionevolmente brevi è pronta ad avviare un reclutamento su scala nazionale – compatibilmente alla nascita della foresteria che è compresa nel progetto della nuova palestra di Calcinate degli Orrigoni – per aggiungere fisicità ai gruppi già validi prodotti dal Minibasket biancorosso. Giuseppe Sciascia
  3. Giancarlo Ferrero non vede l'ora di giocarsi un posto ai playoff in un altro "tempio" del basket italiano come il PalaDozza di Bologna. Il capitano dell'Openjobmetis racconta così il momento magico vissuto dalla sua squadra e lo stato d'animo del gruppo in vista dello spareggio di domenica sul campo della Segafredo: «Dopo aver raggiunto aritmeticamente la salvezza ci siamo ulteriormente galvanizzati, sapendo di poter raggiungere un obiettivo che darebbe ulteriore valore a quello che abbiamo costruito tutti insieme, dai giocatori allo staff alla società ed ai tifosi. Sappiamo che le ultime 4 partite saranno tutte decisive a partire da quella di Bologna. Affronteremo una grande squadra che è reduce da una bella impresa a Torino, non sarà facile ma giocare al PalaDozza con in palio un piazzamento playoff è una di quelle partite che qualsiasi giocatore vorrebbe avere la fortuna di disputare». Dal sedicesimo posto di fine andata al settimo a 4 turni al termine: comunque finisca la volata playoff, un'impresa notevole... «La nostra forza, anche nei momenti più difficili del girone d'andata, è stata quella di mantenere la fiducia nel sistema e nel lavoro in palestra che portavamo avanti quotidianamente. Anche quando abbiamo perso 5 partite consecutive, molte delle quali in volata o per episodi avversi, eravamo comunque consapevoli che c'era una identità forte alla quale fare riferimento, e alla fine avrebbe pagato. Sta pagando adesso, e vogliamo continuare su questa strada perché vincere dà una grande spinta per provare ad andare fino in fondo in questa rimonta playoff». Dunque è la compattezza del gruppo a fare la differenza? «La cosa bella è che chiunque entra riesce a dare il suo contributo, proprio perché c'è un sistema ben chiaro in campo e c'è un modo di lavorare altrettanto costante in settimana. Sono le stesse certezze che ci hanno permesso di proseguire senza sbalzi di tensione in occasione dei tanti cambi del roster: la storia di quest'anno è stata travagliata dagli infortuni, però l'importante è il collettivo che portiamo avanti sempre e comunque a prescindere da chi è protagonista a rotazione e chi gioca di più in una singola partita. L'identità della squadra vale più dei singoli, è questo il nostro segreto». Domenica contro Reggio Emila è stata una vittoria più di cuore che di tecnica, quanto conta l'empatia con il PalA2A che vi segue con un calore sempre più vibrante? «Ci ha dato una grossa mano il pubblico: ad un certo punto non si sentiva più nulla in campo, per noi la spinta dei tifosi è importantissima e ci ha stimolato a mettere in campo l'energia necessaria per quelle piccole cose che hanno fatto la differenza. Poi sulla tripla della sicurezza di Larson è esploso letteralmente il PalA2A...». Ora anche il tabù dei finali in volata fatale spesso all'andata sembra superato... «Il meglio di noi riusciamo a darlo quando riusciamo ad imprimere il marchio della nostra difesa, pressando e mettendo in campo la nostra aggressività. Poi capita di avere qualche calo se gli avversari provano a mischiare le carte, ma l'importante è continuare sempre a giocare con le nostre regole: vincere nel finale dopo essere partiti a più 20 ed essere stati sorpassati era già capitato contro Avellino, ci siamo ripetuti contro Reggio Emilia e questo ci dà grande fiducia per questo rush finale». Giuseppe Sciascia
  4. Pensando a Parravicini e alla sua tripla fenomenale che ha portato ai 100 punti ricordate un momento della vostra carriera in cui ancora giovanissimi vi siete resi conto che quella era una piccola grande soddisfazione? Ferrero: Per me il grande momento che posso paragonare a quello di Parra è quando ho esordito in Lega2 a Casale Monferrato. Avevo più o meno la sua stessa età quindi 17/18 anni. Ho esordito a Imola ed è stato un momento molto bello, a cui non ero preparato. Di solito l’esordio avviene quando la squadra è molto avanti, invece l’allenatore dell’epoca, Franco Gramenzi, mi ha buttato in campo alla fine del secondo quarto. Quando ho sentito il mio nome è stato un momento molto emozionante: è stata la mia prima volta in un campionato professionistico. Natali: A me è successa una cosa molto simile. Anche io avevo 17 anni e giocavo per la squadra della mia città, Montecatini Terme, all’epoca in A2. Ero aggregato a tutte le trasferte ma non giocavo mai. Un giorno eravamo a una partita a Capo d’Orlando e come per Giancarlo non era una situazione ben definita: non stavamo vincendo o perdendo di tanto. Insomma, non si sa come mai il mio allenatore mi abbia messo dentro ;-). Quello fu il mio esordio. Feci anche un tiro e il mio primo canestro in A2. Fu un’emozione incredibile, molto simile a quella di Parra. Abbiamo perso, ma il giorno dopo a scuola tutti che ti fanno i complimenti… Sempre riguardo al discorso studi e lauree, tu Giancarlo ti stai laureando mentre Nicola tu sei laureato ma so che studi lingue. Come pensate di usare le vostre lauree in futuro? Insomma, cosa volete fare "da grandi"? Ferrero: Onestamente non ho ancora ben capito che cosa vorrei fare ma sto studiando Economia e Managment. Si tratta di un settore a cui sono interessato e che posso applicare al basket oppure no. La mia formazione, come per Nicola, è una formazione che aiuta a crescere, ad aprire gli orizzonti, a vedere le cose in modo diverso, ti dà gli strumenti per affrontare il post carriera. Quando finiremo di giocare avremo degli strumenti in più. Natali: Riallacciandomi al suo discorso, neanche io so esattamente quale sarà la mia professione nel momento in cui smetterò di giocare. Ritengo comunque fondamentale, e con questo mi rivolgo soprattutto a voi giovani, il cercare di capire il prima possibile che cosa vi piace fare. Puntate tutto su quello! Leggete, informatevi, non solo in ambito scolastico, ma nel tempo libero. Oggi con internet c'è modo di approfondire e imparare moltissime cose anche da soli, a casa. Facendo questo tipo di lavoro, noi abbiamo la fortuna di non avere avuto la necessità immediata di capire che lavoro volessimo fare. Normalmente, possiamo permetterci di giocare fino ai 35 anni, così abbiamo approfittato di questi 15 anni di carriera per costruirci un futuro basato sulle nostre passioni e su quello che ci piacerebbe fare. Io mi sono laureato in Management dello Sport e adesso sto studiando la lingua cinese. Anche se non so esattamente quello che farò mi piacerebbe stare nel mondo del business, del management e dello sport. Conto nel giro di magari cinque anni di imparare il cinese. Basta leggere i giornali per rendersi conto che la Cina sta entrando nel mondo dello sport in maniera dominante. Sono tutti strumenti che spero mi serviranno in futuro. Chiedendo ai giocatori che aria si respirasse in spogliatoio hanno aggiunto che vivono serenamente l'esperienza a Varese perché tra compagni si è instaurata una forte amicizia. Hanno detto di stare bene assieme, di scherzare e spesso di prendersi in giro, com'è giusto che sia. Sicuramente il compagno più irrequieto è Aleksa, definito come una "trottola" carica di energia sempre pronta a saltare e cantare incomprensibili canzoni in serbo. Stando in tema di musica anche gli americani fanno la loro parte, portandosi sempre dietro le loro casse hip-pop. I compagni allora, scherzosamente: “Tyler, metti un po’ di musica?” “In che senso, volete che alzi il volume?” “No no, metti musica vera, questa non è musica!” Progetto VareseFansBasket con Liceo Classico Ernesto Cairoli, Elisa Romano e Martina Rossato
  5. 1) Oltre al basket hai qualche altra passione e come riesci a conciliarla con il basket e la tua vita privata? FERRERO: Una mia grande passione è il tennis, fino a tre o quattro anni fa lo guardavo semplicemente e poi durante un’estate con un maestro e qualche amico “scarso come me” ho iniziato a giocare. Ovviamente posso giocare a tennis soltanto durante l’estate per evitare infortuni, ma quando pratico anche quest’altro sport mi diverto moltissimo e è un modo per trascorrere del tempo con i miei amici. Il tennis quindi è per me un piacevole svago. Per riuscire a conciliare sia il basket che quest’altra mia passione all’interno della mia vita privata ho capito che ci vuole molto equilibrio ed una persona che stia accanto a te, sostenendoti emotivamente e nel mio caso posso ritenermi fortunato perché accanto a me ho la mia ragazza. Dopo una partita, non si ritorna a casa sempre con il sorriso, è quindi importante tenere a mente un obbiettivo fisso e saper mantenere il giusto equilibrio anche nei momenti difficili. Oltre alla mia ragazza, molto importante per me è anche la mia famiglia, che mi permette di “performare” nel modo migliore la partita della domenica, che è solo l’ultima parte di una lunga preparazione vista e attesa dai tifosi. Ho scelto queste persone, perché con loro sto molto bene e riescono a capirmi, aiutandomi nei momenti pre e post partita, che sono importanti come la partita vera e propria della domenica. NATALI: Su questa domanda ho molti aspetti simili a lui, che ha fatto il modesto ma in realtà si sta laureando e deve trovare il tempo anche per questo; anche io mi sono laureato due anni fa e ora sto continuando un altro percorso di studio, perché mi è sempre piaciuto imparare cose nuove e lo uso anche come svago, che posso quindi considerare come una passione. Nel momento in cui non sono in palestra, mi piace utilizzare il tempo libero per imparare, leggere e guardare video e posso ritenermi fortunato perché con il lavoro che faccio ho molto tempo a disposizione, visto che non devo stare otto ore al giorno in ufficio. Altre mie passioni sono il marketing e la lettura di biografie; è importante per coltivare queste passioni trovare il tempo, senza sottrarre energie all’allenamento e sopratutto alla partita. Queste mie passioni, come il basket, le ho coltivate sin da quando ero più giovane e dal liceo, io ho fatto quello scientifico, in cui ho iniziato ad organizzarmi per riuscire sia a giocare a basket che a portare avanti lo studio, svegliandomi il mattino presto per ultimare gli ultimi compiti (ne sappiamo qualche cosa anche noi del classico!). Tornando alle biografie, sono molte e diverse quelle che ho letto: l’ultima è stata l’autobiografia di Nelson Mandela, ma anche di alcuni personaggi del business e del marketing e è difficile per me trovarne una migliore dell’altra. 2) Qual è la vostra reazione nei confronti degli errori commessi in campo durante una partita e sopratutto sotto gli occhi dei tifosi? FERRERO: Gli errori fanno parte del gioco, però molto spesso quando sbagli sei tu il primo che si accorge di aver sbagliato. Durante la partita non puoi fermarti a pensare, il basket è un sport così veloce, in cui bisogna essere concentrati sulla cosa dopo: hai sbagliato un tiro, ma c’è una difesa da fare, hai sbagliato una difesa ma c’è un attacco o viceversa. L’errore è bello rivederlo in modo positivo durante i giorni seguenti, ma non immediatamente, perché se ti fermi a pensarci non è utile per te. NATALI: Un aspetto “comico” dell’errore è quello durante l’allenamento, in cui si è in circa dieci compagni e ti viene da pensare che nessuno se ne accorga, in realtà anche se è una minima virgola è impossibile. Come diceva lui, non bisogna soffermarsi sull’errore, ma guardare oltre, perché se no continui a farne altri. Matteo Molinari, progetto liceo classico "E. Cairoli" con Varesefansbasket PALA2A Masnago - VA, 28-03-2018
  6. Questo pomeriggio, insieme ai miei colleghi Martina Rossato e Matteo Molinari, tre ragazzi del Liceo Classico Ernesto Cairoli abbiamo avuto l’immenso piacere di poter intervistare Giancarlo Ferrero e Nicola Natali. Nella cornice del PalA2A, siamo stati introdotti nella sala stampa dall’addetto alle pubbliche relazioni della Pallacanestro Varese Minazzi, attraverso i corridoi tappezzati di maglie, foto e trofei che hanno fatto la storia della società biancorossa, da far venire i brividi solo a guardarli. Subito dopo siamo stati introdotti ai due giocatori, apparsi fin da subito molto cordiali e disponibili. Ecco riportate le domande fatte dal sottoscritto ai due giocatori: Siamo ormai verso la fine del campionato, tempo di primi bilanci e sguardi al futuro: cosa dite della squadra in cui avete giocato/state giocando quest’anno e cosa vi aspettate da queste ultime partite? FERRERO: Beh innanzitutto si è creato un bel gruppo, penso sia sotto gli occhi di tutti il fatto che stiamo bene insieme e si vede, si vede che ci divertiamo insieme, e non sempre nelle squadre succede; questa chimica di squadra non è per nulla scontata; quest’anno ci siamo riusciti appieno. Un segnale evidente di questo è che quando succede qualcosa di positivo in campo, una buona difesa o un canestro, c’è tutta la panchina, tutta la squadra che esulta, ci si da il cinque e ci si carica a vicenda, e ripeto, questo non in tutte le squadre succede. Attraverso il lavoro abbiamo creato un bel gruppo, e s vede anche dal rapporto con i tifosi, soprattutto nelle partite in casa, ci danno tanta energia mentre giochiamo, si è creato un bel clima. E per riallacciarmi alla seconda domanda, quello che vorrei dalle prossime sette partite che rimangono (quattro in casa) è proprio questo grande entusiasmo, questo grande scambio di energia con la tanta gente che viene a vederci, noi diamo qualcosa a loro, ma loro danno tanto a noi; e questo ti fa vivere il momento in modo ancora più emozionante. NATALI: Poco da aggiungere, la chimica che si è formata come ho già detto altre volte, è nata innanzitutto dal ritiro di dieci giorni che abbiamo fatto a Chiavenna, quando all’inizio non ci si conosce, hai sette stranieri in squadra, l’allenatore è nuovo, la società è nuova. Escludersi completamente dalla città e dal nucleo famigliare, e stare solo con i compagni ha aiutato sicuramente. E ripeto anch’io, non è scontato questo, anche perché per motivi di infortuni abbiamo dovuto aggiungere tre giocatori, e sembra che siano qui da inizio anno; siamo stati noi a farli integrare e loro ad integrarsi, capire le regole e le gerarchie dentro e fuori dal campo, e i risultati si vedono. Una domanda al capitano Ferrero, cioè come vedi e come vivi questo ruolo, di onore ma anche responsabilità di essere capitano? FERRERO: Penso che la cosa migliore da fare sia quella di cercare di essere di esempio, esempio nel lavoro, negli allenamenti, nella quotidianità, nelle cose che si fanno e nell’atteggiamento. Poi in questo gruppo non c’è questo grande bisogno, perché quando si rema tutti nella stessa direzione tutto diventa più facile. Poi sicuramente come hai detto tu è un onore, una cosa bella che ti rende orgoglioso. Cosa potete dire di Caja, cosa ha portato alla squadra e qual è il vostro pensiero su di lui? FERRERO: Sicuramente un grande lavoratore, e anche lui mette al disopra di tutto il gruppo, prima di parlare di tattica o altro cerca di creare gruppo; è un allenatore che crede molto nel lavoro, e si vede nel nostro modo di essere squadra, si creato nei momenti di duro lavoro e allenamento, ti forma una mentalità che magari ti può anche aiutare a superare momenti difficili che ci sono stati durante la stagione. NATALI: Confermo quanto detto, aggiungo come sia evidente che ogni anno con lui almeno uno/due giocatori esplodono, escono nelle loro piene potenzialità, sintomo di quanto ti aiuti durante l’anno e ti faccia migliorare attraverso il lavoro, soprattutto per quanto riguarda la durezza mentale e l’attenzione psicofisica costante: sempre al 100% della concentrazione fisica e mentale, dopo una partita persa si parla degli errori ma in funzione di un miglioramento con positività, e dopo una partita vinta per non rilassarsi ci si concentra sui dettagli, sempre al 100% di attenzione. Esempio di questo lo stesso Ferro (Ferrero, ndr) che l’anno scorso veniva da una situazione in cui giocava poco e col suo arrivo è esploso, oppure quello che sta facendo quest’anno Okoye è sulla bocca di tutti. Al termine dell’intervista, una foto sul parquet dove i nostri giocatori ci fanno emozionare ha posto termine all’incontro. È stato davvero un piacere avere avuto l’occasione di un’esperienza simile. (negli altri due articoli le risposte alle altre domande J) Giosuè Ballerio, progetto VareseFansBasket con Liceo Classico Cairoli
  7. Giancarlo Ferrero non vede l’ora di tornare in campo dopo lo stop forzato a causa dell’infortunio alla caviglia destra riportato durante la pausa per Coppa Italia e Nazionali. Il capitano biancorosso vede finalmente la luce in fondo al tunnel dopo le assenze contro Pistoia e Trento. «Stare fuori è stato bruttissimo, ma finalmente è finita: la settimana scorsa avevo fatto qualcosina ma la caviglia era ancora un po’ gonfia e per Trento non ero arruolabile. Ora la penitenza si è conclusa: sto riuscendo ad allenarmi con gli altri e sarò pronto per domenica. Tengo a ringraziare i dottori, i fisioterapisti e il preparatore Marco Armenise per l’aiuto e la disponibilità che mi hanno dimostrato in questo periodo». La sua assenza è risultata fatale nelle ultime due trasferte. «Ma alla fine erano due partite difficili contro squadre che in casa danno il meglio; Pistoia è un ambiente caldissimo mentre Trento è in ottima forma come dimostrano le 4 vittorie consecutive. Mi sarebbe piaciuto dare un contributo, non è stato possibile ma non sono comunque state partite negative, anzi in diversi sprazzi ci siamo espressi a buon livello e siamo sempre stati attaccati». Domenica torna Ferrero, ma soprattutto torna il fattore campo del PalA2A a ben 5 settimane dal trionfo contro Brescia: quanto è mancata la spinta dei tifosi? «Il PalA2A ci è mancato tantissimo e non vediamo l’ora di ritrovare la sua atmosfera. Quando il palazzo è caldo e pieno ci divertiamo noi in campo e si diverte la gente in tribuna; cinque settimane di digiuno state lunghe, io poi avrò ancora più adrenalina con la voglia di rientrare. Si è creato un clima positivo con la squadra che gasa il pubblico e viceversa; la “Ola” che ho visto contro Brescia mi è rimasta impressa, l’avevo vista solo una volta in tre anni a Varese e mi dà ancora grande carica». Varese lavora da lunedì per preparare l’impegno, la Sidigas ha giocato ieri a Minsk una dura battaglia in FIBA Cup: può essere un vantaggio? «Concentriamoci su noi stessi pensando a giocare con il coltello tra i denti: se scendiamo in campo con la giusta fame ed aggressività sia in attacco che in difesa possiamo dire la nostra contro chiunque. Pensare ad una Avellino stanca per la coppa sarebbe presuntuoso; dedichiamoci alla necessità di mettere in campo le nostre energie. Vincere in casa dà una goduria particolare e ci darebbe energia per le ultime 8 partite; di certo non siamo appagati perché non c’è motivo per esserlo, il campionato è aperto in tutte le direzioni e vogliamo dare il massimo fino alla fine». Intanto la conferma di Attilio Caja è stato un segnale evidente che l’identità attuale basata su intensità ed aggressività resterà tale anche nelle prossime due stagioni. «Il messaggio è stato chiaro: ogni società attraversa periodi storici diversi, il marchio di fabbrica attuale della Pallacanestro Varese è basato su energia e voglia di lottare. Qui quando dai tutto sul campo la gente ti applaude anche se non vinci; personalmente sento mio questo tipo di identità, la risposta del pubblico e l’attaccamento che ha mostrato nei confronti della squadra indica che i tifosi hanno capito la situazione ed apprezzano il nostro stile di gioco». Giuseppe Sciascia
  8. Giancarlo Ferrero fa leva sulla spinta garantita dal ritorno alla vittoria contro Capo d'Orlando per prendere l'abbrivio verso la difficile trasferta di sabato a Reggio Emilia. Il capitano lo considera un match impegnativo sul campo di una squadra dalla classifica fasulla: «Serviva fortemente sbloccarci con una vittoria costruita su aggressività e corsa dopo tre partite nelle quali abbiamo raccolto meno di quello che avevamo messo in campo, in particolare ad Avellino e Pesaro dove siamo stati condannati dagli episodi. Ora arriva un test importante ed impegnativo: Reggio Emilia è forte, lunga e completa in tutti i ruoli, che abbia ripreso a vincere una volta superati i problemi di infortuni è normale e l'impresa di sabato scorso a Venezia dimostra il loro valore». Sarà importante provare a replicare anche lontano dal PaiA2A l'aggressività difensiva della versione casalinga... «In casa sicuramente abbiamo una spinta importante, quando riusciamo ad essere così aggressivi come domenica sfruttando al meglio la settimana di preparazione tattica della partita. Le percentuali di tiro? Il nostro compito è creare le migliori soluzioni possibili, certamente il contropiede sviluppato grazie alla difesa che genera canestri facili ci aiuta a prendere fiducia. Anche a Pesaro avevamo costruito tanto ma convertito poco: il problema non è la qualità dei tiri ma le percentuali». A proposito di triple, sappiamo che lei ha una dedica speciale per le due di domenica... «Tengo a dedicarle a Matteo Jemoli: non segnavo da un po' da 3 punti e per questo in settimana avevo lavorato tantissimo insieme all'assistente, che avrà preso 4mila rimbalzi sulle mie ripetizioni al tiro. Gli ho promesso che avrei segnato due triple e gliele dedico di cuore: non penso che basti tirare tanto in settimana per segnare tanto in partita, però ci tengo a ringraziarlo perchè mi ha aiutato tanto». Primo terzo di stagione in archivio: quale bilancio? «I bilanci li rimando a fine stagione; abbiamo perso qualche partita in volata che potevamo vincere, ma guardiamo avanti e concentriamoci su quello che dobbiamo ancora affrontare, a partire dalla trasferta di sabato. E sulla necessità di portare avanti la nostra identità di squadra: la partita di domenica conferma ancora una volta che il nostro sistema offre a tutti l'opportunità di essere protagonisti. Non ci sono punte di diamante: sono importanti lo staff e il sistema, poi a rotazione ciascuno di noi 10 giocatori di rotazione può essere decisivo. Le vittorie si costruiscono di squadra e tramite la squadra possiamo superare le difficoltà». Giuseppe Sciascia
  9. La sconfitta subita contro la Dinamo Sassari brucia e lascia il segno. Il giorno dopo, il primo di due settimane di palestra senza sfogo sul campo, il capitano Giancarlo Ferrero lo ha trascorso davanti ai microfoni del Social Show di Eurosport al Mind the Gap di Milano, cercando di sdrammatizzare e di smussare gli angoli di una domenica che gli ha tolto il sonno. All’alba della prima pausa del campionato c’è però materiale sufficiente per fare un primo piccolo bilancio della stagione appena cominciata, partendo inevitabilmente dalla debacle contro la Dinamo di Pasquini: «Mi spiace molto per il modo in cui abbiamo giocato, perché c’era un palazzetto bello carico, con più gente del solito. Avevamo preparato molto bene la partita in settimana, ci è mancata l’energia, che è la base di ogni nostro risultato. Non possiamo iniziare subendo 27 punti nel solo primo quarto, dobbiamo partire dalla difesa cercando poi di correre a tutto campo. C’è stata una buona reazione nel secondo quarto, non sufficiente però a passare avanti. Poi bisogna dar merito anche a loro, che erano in un momento complesso e hanno trovato canestri difficili. Però se una squadra ci deve battere deve dimostrare di essere più forte di noi, non possiamo togliercelo dalla testa, quindi dobbiamo rimetterci subito a lavorare». L’analisi della sconfitta continua su aspetti più tecnici: «Ci è mancata fluidità in attacco, ci sono stati momenti in cui non riuscivamo ad eseguire e ci mancava il nostro ritmo. Lavoriamo sempre per creare tiri aperti, se pensiamo di risolverla nell’uno contro uno diventa dura». Di Cameron Wells, di cui si è parlato anche durante l’intervista con Eurosport, capitan Ferrero parla così: «Non penso di essere io a dover dare valutazioni su un compagno, posso però raccontarvi ciò che vedo, ossia un ragazzo molto serio, che si sbatte in allenamento e che è importante per noi, avendo in mano molti palloni. Ma in una partita come ieri il problema tecnico è secondario. C’era energia nello spogliatoio prima del match, poi quando siamo scesi in campo abbiamo preso subito due pugni e ci abbiamo messo un bel po’ prima di reagire, e senza mai farlo del tutto. Non è una questione di un singolo o dell’altro: quando si perde ciascuno ha una parte di colpa». Alla prima pausa, come dicevamo in apertura, è tempo di un bilancio iniziale dell’annata: «La società ad inizio anno è stata molto chiara, l’obiettivo è quello di salvarsi. Dopo aver vinto con Trento ho sentito parlare di playoff, ma ripeto, dobbiamo pensare a salvarci. Poi è chiaro che chi tifa e chi scende in campo spera sempre di arrivare più in alto possibile, ma il nostro approccio ed il nostro modo di giocare non devono cambiare assolutamente. Solo così, con l’idea di lottare con il coltello tra i denti su ogni pallone, possiamo permetterci magari di raggiungere altri obiettivi. Non possiamo pensare ad altro, dobbiamo essere questa squadra, che se qualcuno la batte è solo perché dimostra sul campo di essere più bravo. In generale penso che l’inizio sia stato buono, se avessimo due punti in più non avremmo rubato niente. Ma non li abbiamo, quindi bisogna lavorare per riprendere subito alla grande contro Pesaro». La pausa può servire a ricaricare le batterie? «Con il coach sicuramente il lavoro in palestra non può mancare, lavoriamo bene e siamo una squadra migliorata rispetto all’inizio della stagione. Dobbiamo continuare su questa strada, con questa identità e riprenderci da questa brutta prestazione». Ultima postilla: Ferrero sperava in una convocazione in nazionale? «È il sogno di tutti, però per indole mi concentro sulle cose che posso controllare ed una chiamata in nazionale dipende da molti fattori. Non mi ha toccato la mancata convocazione, perché sento una grossa responsabilità qui a Varese da capitano ed il mio obiettivo è fare bene qui». Alberto Coriele
  10. Giancarlo Ferrero apprezza la coralità già metabolizzata dalla nuova Varese. Il capitano biancorosso condivide la sensazione generale emersa dalle prime tre amichevoli della stagione 2017 -18 : la squadra ha già trovato una sua identità basata sui concetti tanto cari al coach Attilio Caja. E questa sua fisionomia votata al pensare "noi" in ogni situazione dovrà essere il punto di riferimento per l'intera annata: «Sicuramente abbiamo mostrato una faccia fin da subito: è quello che il coach vuole, stiamo lavorando per mettere in pratica le sue indicazioni e sviluppare la nostra identità. La cosa importante sarà quella di riuscire a mantenere questo tipo di atteggiamento anche nei momenti non facili, che sicuramente arriveranno. Proprio in base alla costruzione della squadra è quello che ci vuole: il punto di partenza del sistema sono l'aggressività, la presenza mentale e la capacità di aiutarci uno con l'altro. Dovremo essere bravi a mantenere sempre questo spirito come abbiamo fatto dal giorno 1 della stagione». In attesa di riscontri ulteriori di un precampionato che si appresta ad entrare nel vivo, è stata comunque apprezzabile la concentrazione difensiva mantenuta per 40' filati anche in una serata povera di qualità balistica come quella di Castelletto Ticino. «Dovrà essere questa la chiave che ci dovrà accompagnare per tutta la stagione. Mercoledì abbiamo commesso errori ma siamo stati lì per tutta la partita, provando a essere aggressivi e mettendo sempre in campo la giusta voglia di fare. Capiteranno altre serate negative in attacco, ma dovremo prendere l'energia dalla difesa, essere intensi e non permettere agli avversari di fare quello che vogliono. C'è volontà e disponibilità di aiutarci e questo è un ottimo punto di partenza: continuiamo a lavorare concentrandoci su noi stessi anche nei prossimi test impegnativi ad iniziare dal Trofeo Lombardia». L'ala piemontese ribadisce l'importanza dell'aspetto motivazionale per stimolare i singoli a dare il massimo nella stagione alle porte: «Questa squadra è stata creata con un'idea di forte motivazione per tutti. Ciascuno di noi, pur con età ed esperienze diverse, è in un momento importante della carriera. E un passaggio importante per tutti e vogliamo sfruttare al meglio questa opportunità. L'obiettivo è questo: ci saranno anche momenti difficili, magari già nel precampionato o durante la stagione. Ma se avremo la forza di restare fedeli alla nostra identità ne verremo fuori, perché per noi sarà fondamentale mantenere le certezze acquisite». Di certo la Varese vista nelle prime tre amichevoli ha saputo tener fede alle promesse fatte da Attilio Caja ai tifosi biancorossi nel primo incontro pubblico del 18 agosto: «E il mio terzo anno a Varese, ed ho imparato che questo pubblico ha una straordinaria capacità di supportare una squadra che pur con dei limiti getta in campo tutte le risorse a sua disposizione. Se metteremo in campo l'atteggiamento giusto, sicuramente risponderà presente nel nostro palazzetto come è successo quando la squadra ha tirato fuori gli attributi negli ultimi due anni». Giuseppe Sciascia
  11. Maggio, campagna abbonamenti, Masnago: tra sala Gualco ed entrata del PalA2A si intervistano i temerari andati a sottoscrivere la tessera annuale, praticamente a scatola chiusa. Sul taccuino finiscono parole di fedeltà alla causa, di tifo incondizionato, di fiducia e di speranza. E finisce una costante: «… sì, però mi aspetto che la società confermi il capitano… ». Una, due, tre volte… Oggi - e andrà avanti fino a sabato sera - la campagna abbonamenti ricomincia con quella certezza allora mancante. Che poi è generale: un singolo giocatore, fosse anche il più brillante degli assi del parquet, non può prendersi alcun palcoscenico a discapito di uno squadra; di tipi alla Giancarlo Ferrero, però, è difficile fare a meno. E il perché lo leggerete nella seguente intervista. Come procede l’estate, Ferrero? Bene, come prima cosa sono stato a trovare Cavaliero a Trieste, il mese scorso: mi sono presentato a sorpresa alla fine dell’ultimo allenamento prima della finale, poi da Trieste sono andato quattro giorni in Croazia. E basta. Tutto qui? Ammetto che non ho tutta questa necessità di andare in vacanza: mi piace stare tranquillo a casa e fare quelle cose che durante l’anno non riesco a fare per ovvie questioni di tempo. E tra queste cose ci sono anche gli esami universitari: ne ho superati altri tre. E ha partecipato alla Basket Fest, nonché presenziato all’inaugurazione del campetto al Campus in memoria di Paolo Talamoni… Mi fa piacere partecipare a questi eventi, sono stato anche al camp estivo a Druogno, per esempio: le faccio volentieri, mi gratificano. A giornate come la Basket Fest è bello esserci perché ritrovi ragazzi che ti conoscono, che ti danno il cinque, che magari ti chiedono una foto. C’è stato entusiasmo e grande partecipazione, così come al campetto per Paul. Questa sua indole e questo suo coinvolgimento altro non fanno che confermare la bontà dell’esito della trattativa che l’ha vista protagonista il mese scorso con la società: Ferrero non sposa solo le cause del parquet a Varese… C’era bisogno di parlarsi a quattr’occhi, di incontrarsi: l’intento era comune, era necessario soltanto guardarsi negli occhi e trovare un accordo. E mi fa enormemente piacere averlo trovato, perché da quello che ho capito in questi due anni qui Varese si immedesima nei giocatori ma anche nelle persone, ed è bello essere una di queste. Durante lo stallo della trattativa, e poi all’esito positivo della stessa, in tantissimi mi hanno scritto o telefonato, facendomi sentire il loro affetto. Alcuni tifosi mi hanno addirittura voluto ringraziare per ciò che avevo fatto, nel caso in cui non fossi rimasto. Facciamo il gioco delle figurine. Lei arrivò a Varese nell’estate 2015: due anni dopo, è l’unico superstite di quella squadra, la prima di Moretti. Sente una responsabilità diversa o maggiore, quasi un “dovere di anzianità” ora? Ho fatto più di una volta questa riflessione. Nella mia abitazione qui a Varese ho un calendario fatto per Openjobmetis durante la prima stagione: quando sono tornato a casa dopo aver firmato il rinnovo, quasi per combinazione, ho guardato quel calendario e mi sono “accorto” che di quei giocatori non era rimasto nessuno… Sì, c’è della responsabilità, ma non penso di dover fare niente di più di quello che ho sempre fatto: l’esempio è l’unica cosa che conta. Nelle settimane scorse alcuni tra i nuovi acquisti mi hanno chiamato per sapere di più sulla squadra, sulla città e sui tifosi: a loro ho spiegato cosa significa stare a Varese e l’attenzione che ci viene dedicata da tutti. A proposito dei nuovi: come vede gli innesti italiani di Nicola Natali e Matteo Tambone? Natali ha giocato tre anni a Casale Monferrato, lo conosco come persona e come atleta, mentre Matteo Tambone l’ho conosciuto due anni fa perché, prima di firmare per Varese e dopo aver chiuso l’esperienza a Trapani, mi ero fermato due settimane ad allenarmi a Ravenna e ho avuto modo di farlo con lui. Entrambi, come me due anni fa, hanno voglia di provare a fare un salto di qualità, di vivere un miglioramento nella loro carriera. Sono, però, due giocatori che attraversano momenti molto diversi. Tambone ha 23 anni e ha davanti a sé un lungo futuro agonistico. Ha fatto un ottimo campionato in Legadue, da più di un anno è molto consistente e sta dimostrando di poter migliorare in progressione: ora ha una grande opportunità da giocarsi. Nico Natali è un mio coetaneo, è arrivato alla maturità: penso abbia fatto altrettanto bene a raccogliere la proposta di Varese. Sono due ragazzi seri e molto motivati, poi parlerà il campo, ma auguro a loro di vivere il mio stesso percorso. Seguendo le parole del coach e della società, l’idea è quella di costruire una squadra che abbia voglia di mettersi in gioco e che soprattutto abbia fame: credo che sia Natali che Tambone siano perfetti per questo tipo di attitudine. Che cosa ha consigliato a loro? Ho detto di prepararsi ad un ambiente caldo, perché qui se dai il massimo ti viene riconosciuto. La prerogativa è quella di impegnarsi ogni giorno, ma non ho alcun dubbio sul loro conto. Coach Attilio Caja e il direttore generale Claudio Coldebella sono stati pubblicamente molto chiari nelle loro recenti dichiarazioni sugli obiettivi stagionali “di partenza”: i playoff non saranno una conditio sine qua non per giudicare la prossima stagione soddisfacente. Lei cosa pensa? Sono d’accordo. Ovviamente ogni giocatore o allenatore o dirigente inizia una stagione puntando al massimo: ogni partita è da vincere e ogni avversario è da battere. Però le loro parole mi sono sembrate corrette perché hanno spiegato la reale situazione e le nostre possibilità: a un pubblico competente come quello di Varese, sia a livello di campo che nelle dinamiche extra-campo, è giusto raccontare le cose come stanno. Anche perché, per esaltare quel pubblico di cui sopra, non serve molto… Una dimostrazione è stata la seconda parte della stagione scorsa: da gennaio in poi si è giocato solo per la salvezza ma si è visto un PalA2A caldo, pieno, soddisfatto… Dopo due vittorie in fila, oppure quando vede una squadra che diverte e ha un modo di giocare energico, il pubblico di Varese si esalta. Tutto è legato a come giochiamo e soprattutto a come ci comportiamo in campo. Ecco: non conosco benissimo gli stranieri che arriveranno (anche se ho cercato di studiarli un po’), ma penso sia stato fatto il possibile per raggiungere quell’idea di squadra che ha ridato la carica a fine annata scorsa. Abbiamo parlato in generale, ora scendiamo al particolare: con che obiettivo inizierà l’annata agonistica di Giancarlo Ferrero? Voglio alzare la mia asticella ancora più in alto. Quando sono arrivato due anni dovevo dimostrare di valere la Serie A: se Varese mi ha offerto la possibilità di rimanere, significa che ci sono riuscito. Ora devo provare a essere costante, a diventare una garanzia, pur con i miei limiti e difetti: quello che posso dare, lo devo dare sempre. Come sarà il cammino della nazionale ad Eurobasket? A mio parere possono arrivare molto avanti, penso ci sia la giusta motivazione, l’energia e la voglia di riuscire bene. C’è anche del fermento dovuto alle prestazioni dell’Under 19 e della femminile: mi auguro che tutta questa energia venga messa anche dalla nazionale maggiore. A proposito di Under 19: per una nazionale juniores che arriva a conquistare l’argento a un Mondiale, non sembra esistere un corrispettivo di spazio o di considerazione nel massimo campionato italiano per i giovani che la compongono. Cosa manca per permettere a quei ragazzi di esprimersi tra i “grandi”? Parto dalla mia esperienza: per arrivare a un rinnovo in Serie A ho iniziato dalla C1 e ho fatto tutto il percorso salendo un gradino dopo l’altro. Capisco quanto sia difficile finire le giovanili ed essere subito pronti e condivido un’analisi che coach Marco Crespi ha fatto durante la finale dell’Under 19: è necessario capire quali siano le motivazioni di questo problema. Non è scritto da nessuna parte che questi ragazzi, dopo un argento mondiale, debbano giocare in Serie A, però in Italia alla fine del 19° anno di età manca un anello di congiunzione. I giocatori top probabilmente trovano spazio, i giocatori medi hanno una fase di stacco. Negli Stati Uniti c’è il college che ti permette di confrontarti con quelli che probabilmente sono i migliori al mondo della tua età. Da noi questo banco di prova manca. Alberto Coriele e Fabio Gandini
  12. Ha terminato il campionato da capitano ed ora si sta lavorando per la sua permanenza. Giancarlo Ferrero, dopo due stagioni con la maglia della Pallacanestro Varese, sembrava nelle settimane scorse molto lontano dal poter rimanere in bianco-rosso anche per la prossima: con la società, distanza economica tra domanda e offerta e diversi silenzi. Poi, però, si è andati oltre, non ci si è fermati al muro contro muro: le due parti hanno continuato a parlare. Forse anche sorprendentemente. Di più: si sono viste a quattr'occhi, nei giorni scorsi. Simboleggiando la volontà di trovare un accordo, spingendo in una comune direzione pur viaggiando ancora su binari diversi. A quando l'ultima parola? E, soprattutto, quale sarà questa ultima parola? Nel fine settimana si attendono novità. La permanenza dell'ala nativa di Bra aggiungerebbe un nuovo tassello al roster 2017/2018, che per il momento conta dell'unico movimento di mercato che ha riportato alla corte di Caja Stanley Okoye, tornato a vestirsi di biancorosso dopo due stagioni a girovagare in A2 tra Matera, Trapani ed Udine, e delle conferme di Aleksa Avramovic e Norvel Pelle. Comunque vada con Ferrerò, l'attenzione si sposterà anche su eventuali altre conferme di giocatori del vecchio roster, vagliando costantemente le volontà degli stessi. E, d'altro canto, continuerà ad essere focalizzata su eventuali affari da cogliere al volo, in un momento del "gioco" in cui certe strade sono assai ripide, praticamente impossibili, da percorrere. Alberto Coriele
  13. Giancarlo Ferrero ancora in biancorosso? A oggi le chance di rivedere nell’organico 2017/2018 l’ala, capitano della Openjobmetis nelle ultime due partite della stagione appena conclusa, non paiono altissime: una sua conferma è al momento tutt’altro che scontata. Il dialogo tra i rappresentanti del giocatore classe 1988, che ha il contratto in scadenza al 30 giugno 2017, e la società di piazza Monte Grappa vive un momento di assoluta stasi, ben lontano dalla concretezza di una trattativa in fase avanzata o di un’offerta di una parte nei confronti dell’altra. Cosa accadrà nelle prossime settimane è difficile da prevedere, ma chi si aspettava che il rinnovo di uno degli idoli più “lampanti” del PalA2A, simbolo - per carattere, impegno e orgoglio - della rinascita di una squadra finita in fondo alla classifica, fosse una pura formalità si dovrà ricredere. Nell’immobilismo attuale pesano questioni tecniche o economiche? Impossibile rispondere a questa domanda: l’unico dato certo è che il destino dell’uomo di Bra (4,4 punti in 13,7 minuti con il 57,1% da 2 e il 38% da 3 il suo “score” in campionato, ma nelle 18 partite con Caja alla guida siamo a 6 punti in 17 minuti con il 54,3% da 2 e il 40,6% da 3) è diventato un punto interrogativo che fa compagnia ai tanti altri della tarda primavera varesina. Perché la verità è solo una: al 18 maggio notizie vere non ce ne sono. L’unico rumor che assomiglia a una certezza è la volontà di uscire dall’1+1 che lega Varese a Krjstian Kangur: piazza Monte Grappa sarebbe pronta a pagare entro il 30 di giugno una penale di 10mila euro e a rinunciare ai servigi dell’ala estone. Per il resto, fatti salvi alcuni colloqui esplorativi, il bollettino piange per assenza di (vera) carne al fuoco. Con Maynor, Johnson, Anosike ed Eyenga pensare di intavolare una proficua trattativa quando maggio campeggia ancora sui calendari è fantasioso: troppe le variabili in gioco per una società che non è in grado di presentare offerte economiche "a prova di no” e per dei giocatori che si guarderanno necessariamente in giro prima di valutare la permanenza. Diverso il discorso con Pelle e Avramovic, due pedine già dotate di contratto garantito per la prossima annata: per “Avra” il sì definitivo (al momento probabile) scaturirà da un’attenta valutazione tecnica ; nel caso del caraibico, invece, sarà decisiva l’assenza di offerte, nel complesso più vantaggiose, che lo convincerebbero a esercitare la clausola rescissoria a suo favore. Fabio Gandini
  14. Giocare in Serie A: fatto. Dimostrare di poter reggere il livello della Serie A: fatto. Giocare in quintetto in una squadra di Serie A: fatto. Essere il capitano di una squadra di Serie A: fatto. O quasi. Dopodomani la favola di Giancarlo Ferrero si comporrà di un nuovo capitolo: il ragazzino di Bra che sognava il grande basket davanti alla televisione calcherà il parquet di Masnago da capitano della Pallacanestro Varese. Fame, bravura, tenacia e destino si fondono insieme nella scalata alla vita di questo ragazzo sempre sorridente ed educato: prima di immaginare un’altra cima, prima di girare un’altra pagina, prima di scrivere un’altra riga, fermiamoci con lui e assaporiamo il qui e ora. Andrea Meneghin, Cecco Vescovi, Giacomo Galanda, Alessandro De Pol… Potremmo andare avanti ma ci fermiamo agli ultimi vent’anni e agli italiani. Capitan Giancarlo Ferrero, come ci si sente a essere parte di una lista del genere? E’ una grandissima emozione. Sapere che sarei diventato capitano dalle parole di Daniele (Cavaliero ndr), nel giorno del suo addio, mi ha fatto tanto piacere, anche perché lui non sarà mai solo un compagno di squadra quanto un amico ben oltre la pallacanestro. Per almeno due partite avrò dunque questo ruolo in un posto come Varese: se penso a dov’ero solo due anni fa, tutto ciò è proprio una bella storia. Questa investitura mi inorgoglisce e mi dà ancora più energia. Da piccolo, quando ha iniziato a giocare a basket, sognava qualcosa del genere? Sognavo di arrivare a giocare in Serie A e lo facevo guardando le partite di campionato sulla Rai il sabato o la domenica pomeriggio. Sognavo di giocare sui parquet più importanti e uno di questi era sicuramente quello di Masnago. Due anni fa ho avuto la chance di dimostrare di poter stare a questo livello e se mi guardo indietro penso di aver fatto un buon percorso: il bello, tuttavia, è poter alzare l’asticella sempre più in alto e quindi diventare capitano della Pallacanestro Varese è un nuovo traguardo raggiunto. Negli ultimi giorni le sono arrivati complimenti che ha particolarmente apprezzato? Mi hanno scritto tanti amici e mi ha fatto davvero piacere. Ma quello che ha detto Cavaliero ("Lascio Varese in buone mani" ndr) è stata la cosa più importante per me. E poi, ma non c’era bisogno di questa occasione per rendermene conto, è stato grande l’affetto dei tifosi biancorossi: loro mi fanno sentire speciale ogni domenica già alla presentazione, il loro calore nei miei confronti è senza soluzione di continuità. Cosa vuol dire essere il capitano di una squadra di basket al giorno d’oggi, con gli organici che cambiano ogni anno e colleghi che arrivano da ogni parte del mondo? Il capitano deve dare l’esempio: è una responsabilità sulle spalle non da poco. Significa essere una persona che, fin dal primo allenamento ad agosto, fa vedere ai compagni che c’è sempre, che è sempre puntuale, che si allena in un certo modo. Non contano tanto le parole che si dicono, contano i comportamenti. Giancarlo: mancano ancora due gare ma la Openjobmetis non ha ormai più nulla da chiedere a questa stagione. Qual è il suo bilancio? Siamo passati attraverso l’inferno e ne siamo venuti fuori. Alla grande. Siamo riusciti a riprenderci le vittorie che nella prima parte dell’annata ci sono scappate di mano, anche se magari ce le meritavamo, facendo un girone di ritorno di altissimo livello. Aver riportato l’entusiasmo intorno a noi penso sia una cosa che ci faccia onore: peccato solo che tutto stia per finire. Dal punto di vista strettamente personale devo ringraziare coach Caja: quando è arrivato mi ha dato grande fiducia, è sotto gli occhi di tutti. Mi ha messo in quintetto, ha sempre parlato bene di me e mi ha aiutato molto: a volte sono riuscito a fare quello che mi chiedeva, a volte avrei voluto fare di più. Il bilancio è comunque positivo: questo finale è stato entusiasmante. A proposito: come si è trovato a giocare da ala forte, un inedito finora per la sua carriera? E’ tutta una questione di spaziature e di abitudine. Ho sempre pensato che una delle mie forze fosse proprio quella di sapermi adattare alle situazioni: quando mi hanno messo a giocare da guardia ho cercato di sfruttare il vantaggio fisico, da “4” tattico i vantaggi sono stati altri. L’importante per me rimane trovare un modo per stare in campo. Ovunque. Da “dentro”, ci spiega cosa ha dato davvero coach Caja a questo gruppo? Ci ha dato innanzitutto una metodologia di allenamento che si è rivelata vincente nell’affrontare le partite, sia dal punto di vista fisico che mentale: non a caso con lui siamo riusciti a vincere parecchi match nel finale, proprio nel momento in cui gli altri calano (penso soprattutto alle rimonte con Avellino e Trento). Inoltre, sempre grazie a lui, abbiamo ritrovato l’entusiasmo. Il vero rammarico, però, è che la stagione 2016/2017 a consuntivo sia stata la fotocopia di quella precedente: gran finale, ma a maggio si guarderanno gli altri in televisione. Dobbiamo prenderne atto: un campionato dura 30 partite e solo tutte insieme arrivano a dare un verdetto. Sull’intero anno non ci siamo meritati più di quello che stiamo infine ottenendo. Ferrero, sarà con noi anche l’anno prossimo? Qui sto bene e si vede, soprattutto per l’affetto che ricevo dalla gente. Penso sia giusto che la società faccia le sue valutazioni, io posso solo ripetere che a Varese sto benissimo. Anche perché questa città mi ha dato la possibilità di vincere una scommessa, in primis con me stesso: quella di dimostrare di essere un giocatore all’altezza. Altre certezze non ci sono al momento: spero che un giorno ci si sieda al tavolo e si possa costruire insieme un futuro che mi consenta di essere ancora un elemento importante di questa realtà. Fabio Gandini
  15. La classe operaia di Giancarlo Ferrero non varrà il paradiso, ma sarà utile per provare ad allontanare l'Openjobmetis dall'inferno della zona retrocessione. La 28enne ala piemontese, simbolo dell'identità corale e da battaglia che Attilio Caja sta provando ad instillare nel gruppo, farà di tutto per ripagare della fiducia il tecnico che lo ha rilanciato, considerandolo alla stregua di un acquisto. «Mi sento onorato delle parole di stima del coach: fa piacere godere di questa considerazione. Ma, oltre all'orgoglio personale, questo mi dà ancora più carica nel ripagare la fiducia. Di certo non mi sento un acquisto: sono una persona che lavora e prova sempre a dare il massimo, a volte ci riesco ed altre no. Ma se tutti abbiamo questo spirito, ed a giudicare dalla vittoria di martedì lo possediamo, usciremo insieme dai guai». Quindi la cura Caja inizia a dare frutti? «A Radom abbiamo fatto quel che ci chiede il coach: essere aggressivi in difesa, giocare l'uno per l'altro passandoci la palla e farci trovare pronti quando si esce dalla panchina. L'esultanza successiva alla vittoria dimostra che c'era forte bisogno di tornare al successo: l'atteggiamento in campo e l'atmosfera in spogliatoio dimostra che la squadra è viva, adesso dobbiamo proseguire su questa strada». Il successo in Polonia ha confermato un trend positivo evidenziato in ognuna delle partite precedenti... «A Cremona eravamo ancora a meno 3 fino a 4' dalla fine, con Torino è andata ancora peggio dopo 30 minuti di buona fattura. Non tutto era da buttare, avevamo fatto cose buone senza essere lucidi e cinici per approfittare dell'inerzia positiva quando l'avevamo in mano. A poco a poco stiamo imparando a mettere in pratica i dettami di Caja, ma c'è ancora tanto da fare: serve un'altra buona partita mercoledì in Champions League e poi muovere la classifica in campionato perché abbiamo assoluto bisogno di punti». Si vede in campo una Varese diversa anche sul piano tecnico-tattico. «Queste regole offensive e difensive servono ad aiutarci quando le cose non vanno bene, sono dei punti di riferimento che servono a darci sicurezza. Il trend positivo e la disponibilità di tutti a sposare il sistema ci fa capire che dobbiamo continuare a credere in quel che stiamo facendo. Anche in occasione delle sconfitte l'analisi con i video delle buone cose fatte di squadra ci ha aiutato a capire che quel che mettevamo in campo dava frutti; logico che una vittoria sia la miglior dimostrazione della validità del percorso intrapreso». Dunque, quale la ricetta per uscire dalla zona retrocessione? «L'unico modo per invertire la rotta è sposare ulteriormente l'identità corale che porta vantaggi per tutti perché permette a ciascuno di noi di trarre benefici dal sistema. Per tutti noi è un grosso dispiacere vivere momenti come questo dopo aver iniziato la stagione con ben altre ambizioni. Ma ormai i rimpianti sono inutili, dobbiamo rimboccarci le maniche e affrontare con la mentalità di martedì le quindici partite che ci aspettano nel girone di ritorno». Giuseppe Sciascia
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