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  1. Giovanni De Nicolao è pronto a prendere in mano il volante dell’Openjobmetis dal giorno 1 della nuova stagione. Il 26enne playmaker padovano, passato da riserva a titolare fisso nel cambio d’identità della rimonta salvezza dell’era Roijakkers, sposa volentieri la causa di un basket che ricalcherà sotto molti aspetti quello visto dal gennaio 2022. «Lo stile di gioco sarà lo stesso rispetto alla seconda metà della stagione passata. Il concetto chiave è quello di correre tanto sì, però con la testa: non è un “run&gun” senza regole, anzi il sistema ha regole ben precise che prevedono di attaccare molto l’area per creare vantaggi e situazioni di tiri aperti sul perimetro. Di fatto non c’è soluzione intermedia: o si va al ferro con una penetrazione o uno scarico, oppure si tira da 3 punti, l’importante è prendere una soluzione ad alta percentuale». Dunque, De Nicolao ripartirà dal compito di essere architrave della difesa e motore dell’attacco che ha interpretato al meglio nella seconda metà del 2021/22? «Quel che mi viene chiesto coincide con quel che voglio fare: dare il ritmo alla difesa iniziando a pressare l’uomo e in attacco avere il controllo della manovra, o iniziando il gioco per battere l’uomo per creare un vantaggio o aprendo uno schema. Di fatto significa riprendere il discorso esattamente dove l’avevo lasciato alla fine della stagione passata». È stato questo il motivo che l’ha portata a restare all’OJM senza sfruttare l’escape prevista dal suo contratto? «Il ruolo è stato determinante: avrò tante responsabilità in quella che per me sarà la prima annata da titolare. Mi ero prefissato un percorso del genere quando due anni fa avevo firmato per Varese. In questo contesto tornerò al ruolo che avevo già rivestito a San Antonio, negli Usa, e ad Agrigento: è quel mi viene meglio perché riesco a imprimere la mia impronta». Com’è stato il primo impatto con Matt Brase? «È una persona molto disponibile e tranquilla, sempre pronto ad aiutarti in tutte le situazioni. Ha un carattere molto aperto, utilizza molto il dialogo ed è coinvolgente negli allenamenti». Lei, Caruso e Woldetensae avete esperienza di gioco negli Stati Uniti a livello universitario: vi aiuta a sposare meglio la mentalità americaneggiante del nuovo corso? «A mio avviso è un bene che ci siano così tanti italiani che hanno giocato e vissuto negli Stati Uniti. In tal modo è più facile adattarci alla nuova mentalità. In un gruppo con più veterani, come ad esempio la Reyer Venezia di mio fratello Andrea, sarebbe stato più complicato cambiare certe abitudini acquisite». Com’è stato l’approccio con i nuovi metodi di lavoro? E possono funzionare anche in Italia? «Stiamo ancora prendendo il ritmo, perché la settimana di Gressoney non è indicativa del programma abituale. Sicuramente c’è molto da lavorare. Può funzionare se c’è disponibilità da parte dei giocatori e tutti condividono l’importanza di questo tipo di lavoro». Impressioni sui quattro nuovi arrivati? «Sono tutti bravissimi ragazzi con i quali è nato subito un buon feeling. Ross ha un ottimo primo passo e una buona visione di gioco, Brown è un gran tiratore e ha le stimmate del leader perché parla tanto anche in difesa. Owens è un grande atleta e ci darà una gran mano in difesa, e Johnson è forte: grande talento, silenzioso, ma fa canestro in tanti modi». Il g.m. Mike Arcieri ha parlato di obiettivo playoff: è un traguardo plausibile? «Non confermo né smentisco; vedremo giorno per giorno dove ci porteranno mentalità, identità e lavoro. Quel che è certo è che il campionato è salito ancora di livello: sono arrivati giocatori fortissimi e tutte le squadre sulla carta sembrano competitive. Noi dovremo correre più degli altri ed essere più intensi degli altri». Giuseppe Sciascia
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