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  1. La Pallacanestro Openjobmetis Varese è lieta di annunciare di aver raggiunto un accordo con Massimo Bulleri che da oggi ricoprirà il ruolo di allenatore della squadra biancorossa fino al termine dell’attuale stagione sportiva con opzione per la successiva. Per Bulleri si tratta di un gradito ritorno; a Varese, infatti, ha chiuso la sua straordinaria carriera da giocatore ed ha mosso i primi passi da allenatore ricoprendo il ruolo di assistente per due stagioni. Coach Massimo Bulleri sarà presentato alla stampa nel pomeriggio di domani, mercoledì 9 settembre, alle ore 16:00. Massimo Bulleri è uno dei personaggi più conosciuti e stimati della pallacanestro italiana. La sua carriera da giocatore è costellata di successi; con la maglia di Treviso, infatti, tra il 1999 ed il 2005 ha vinto 2 scudetti, 4 Coppe Italia, 2 Supercoppe Italiane, 1 Coppa Saporta e 2 titoli MVP di Serie A. Con la canotta della Nazionale ha segnato 1063 punti in 127 partite vincendo l’argento all’Olimpiade di Atene nel 2004, un bronzo agli Europei di Svezia nel 2003 e un bronzo ai Giochi del Mediterraneo di Tunisi nel 2001. Chiude la sua carriera nel 2017 a Varese, città nella quale inizia il suo percorso da allenatore ricoprendo il ruolo di assistente di Attilio Caja. Dopo due stagioni ai piedi del Sacro Monte, si trasferisce a Ravenna, ambiziosa squadra di A2, dove affianca Massimo Cancellieri alla guida tecnica del club.
  2. Dopo la sconfitta contro Brescia, più netta di quanto il punteggio finale (73-67) non lasci intendere, la Openjobmetis Varese riprende a lavorare facendo tesoro delle buone cose fatte ma anche consapevole degli aggiustamenti che saranno necessari. Con Massimo Bulleri, da quest’anno nel coaching staff di Attilio Caja, ripercorriamo la partita del Pala George e anche l’intero inizio di stagione. Bulleri, prima le cose buone: nonostante uno svantaggio a tratti superiore ai 20 punti, Varese ha avuto il merito di non uscire mai dalla partita. Può essere un aspetto positivo da cui ripartire? È senza dubbio l’aspetto principale dal quale ripartire. Però bisogna allo stesso tempo essere obiettivi e prendere atto del fatto che ci siamo compromessi la partita con 5 pessimi minuti alla fine del secondo quarto. Guardando il bicchiere mezzo pieno, è vero che la squadra non ha mollato, però dobbiamo sicuramente migliorare determinati aspetti del nostro gioco. Si può dire che, in una ipotetica tabella di marcia delle prime quattro giornate una volta visto il calendario, questa squadra sta viaggiando secondo previsioni? Indipendentemente dai discorsi estivi noi dobbiamo avere la genuina presunzione di giocare per vincere ogni partita, indipendentemente dal blasone di chi abbiamo di fronte e dal fatto che si giochi in casa o in trasferta. Di quelle giocate fino ad ora, la peggior partita è stata contro Venezia, la migliore sicuramente in casa con Cantù. Con Milano e Brescia per certi versi recitato il nostro ruolo, al Forum per 40 e a Brescia per 35. Però non posso pensare di essere contento per questo. Noi siamo contenti solo quando vinciamo. E per ora lo siamo appieno solo per la partita con Cantù in casa. Per quanto riguarda le altre dobbiamo essere obiettivi e capire che ci sono cose da migliorare, ma anche essere consapevoli che ci sono aspetti incoraggianti, come quello di non mollare mai il colpo. La nota dolente della trasferta di Brescia, e in generale dell’inizio di campionato, è Wells. Lo stesso Caja in conferenza stampa non si è nascosto nel dire che da Cameron ci si aspetti qualcosa di più. Come giudica lei questo impatto lento e difficile del play? Anzitutto non mi sento in grado di commentare quanto detto dal coach. Specificato questo, Wells è un ragazzo molto serio che in allenamento offre estrema disponibilità. Ci tiene molto e questo è sotto gli occhi di tutti, poi è chiaro che non sta attraversando il miglior momento della carriera, ma sappiamo e siamo convinti che il grande lavoro che sta facendo arriverà a dare i suoi frutti. Altre note sui singoli: in un’intervista estiva ci aveva confidato che questa per Aleksa Avramovic sarebbe dovuta essere una stagione importante, un trampolino di lancio, avendo azzerato le zavorre dell’ambientamento. Come giudica il suo inizio? Queste sono mie dichiarazioni, quindi devo commentarle per forza. Avramovic è un giocatore estremamente motivato, che ha grandissima fame e lo si evince in allenamento. È basilare per avere una stagione importante, che è ciò che noi ci aspettiamo da lui e lui da se stesso. L’ho visto molto bene con Cantù, finora gli è mancata un po’ di continuità, ma è migliorato. Ora conosce meglio il ruolo e anche l’ambiente, penso e mi auguro che la sua sia una grande stagione. Da Wells ad Avramovic fino ad arrivare a Tambone, sempre restando nel ruolo che tanto piace a lei: ogni partita che passa, il classe 1994 sembra togliersi un po’ di timidezza di dosso. A che punto dei progressi siamo? Tambone è bravo nell’immagazzinare notizie e concetti che lo aiutano a velocizzare il passaggio di categoria, rispetto al quale deve necessariamente pagare dazio. Lui riesce finora a far sì che il processo sia più veloce e mi piace che dall’esterno si notino i miglioramenti. Ne farà altri nel corso della stagione ed è in linea con ciò che tutti ci aspettiamo da lui. Infine, Massimo Bulleri: è bella la vita nel nuovo ruolo di assistente allenatore? Io ho il mio quadernino, lo riempio giorno per giorno cercando di immagazzinare più cose possibili. Per me il percorso è lungo, sono al giorno due di una nuova vita. Ho grande entusiasmo e desiderio di sfruttare al meglio questa occasione. Questa è l’opportunità che sognavo, sono contento e soddisfatto - ma non sazio - di essere nel posto in cui sono. Alberto Coriele
  3. Dal campo alla panchina, nel giro di pochi mesi. A maggio, Massimo Bulleri ha dato l’addio al basket giocato, alle emozioni del campo, ma si è rimesso subito al lavoro per dare vita ad una nuova pagina della sua avventura nel mondo della pallacanestro. Come annunciato nelle settimane scorse dalla società, L’ex regista ci spiega anzitutto come è nata l’idea di entrare nello staff tecnico della Pallacanestro Varese: «Ne abbiamo parlato fin dalla stagione scorsa insieme alla società in primis, poi ad annata conclusa ne ho discusso anche con il coach. C’è stata disponibilità da parte sua, la mia c’era di sicuro, era una cosa a cui pensavo già dall’anno scorso e per cui sono particolarmente motivato». Sono giorni di riunioni tecniche, di mercato, di decisioni: insomma, giorni di lavoro in piena estate per porre le basi per la Openjobmetis che verrà. I primi passi I primi passi il “Bullo” ce li riassume così: «Mi trovo molto bene, nel senso che c’è un’ottima atmosfera tra di noi e soprattutto c’è il desiderio di far bene. Noto una grande cura del particolare e del dettaglio, da parte mia c’è da imparare giorno per giorno, secondo per secondo, sono contentissimo e soprattutto motivatissimo di poter imparare da chi fa questo mestiere da trent’anni. Ho voglia di apprendere molto nel minor tempo possibile». Manca solo una pedina a completare il roster che lo staff dovrà allenare dal 16 agosto prossimo in poi, ma le idee di Bulleri sull’impronta che tale squadra dovrà avere già c’è: «Sta nascendo un gruppo che credo e spero sia formato da gente motivata, che sceglie ed ha scelto Varese per una crescita professionale importante. Gente che ha voglia di affermarsi in un campionato valido, gente che vuole sfruttare questa occasione e questa vetrina nel modo giusto, gente che prova il campionato italiano per la prima volta. Speriamo di aver scelto giocatori che hanno desiderio ma soprattutto che hanno fame di essere qui a Varese e di giocare con questa maglia». Aleksa alla prova Dalla coppia Maynor-Bulleri alla coppia Wells-Tambone, il pacchetto playmaker a disposizione di Caja è completamente cambiato, ma Bulleri ha buona sensazioni sui nuovi arrivi: «Abbiamo a disposizione due registi di stazza, fisicamente importanti e con statura. Sotto l’aspetto tecnico li vedremo in maniera approfondita più avanti quando saranno qui con noi. Entrambi hanno scelto Varese con una forte motivazione individuale, uno - Tambone - perché è alla prima vera esperienza in Serie A e l’altro - Wells - perché ha alle spalle una carriera pluriennale in Germania e vuole confermare le qualità in un campionato competitivo e per certi versi più importante di quello tedesco. Wells vorrà dare conferma alle buone informazioni e sensazioni che abbiamo su di lui». E Avramovic? Aleksa nell’ultima intervista, rilasciata di recente al nostro giornale, ha speso parole di grande elogio per Bulleri: «Per Avramovic questa stagione sarà ancora più importante di quella precedente, l’anno scorso era un rookie per la prima volta fuori dalla Serbia. Ora conosce tutto, conosce Varese, conosce il campionato, l’allenatore, l’ambiente e deve calarsi subito nel ruolo che gli viene richiesto». Nei giorni scorsi Bulleri è stato ospite della nazionale italiana in ritiro a Folgaria, queste le sue impressioni sugli azzurri di Ettore Messina: «Non so dire dove possa arrivare, ma trovato un ambiente piacevole, estremamente desideroso di far bene e di fare risultato. Il vantaggio è che quest’anno Ettore Messina conosce tutti per averli già allenati e non avrà solo venti giorni per preparare la competizione». Alberto Coriele
  4. Massimo Bulleri è pronto ad affrontare il primo giorno della sua nuova vita sportiva. Il nuovo assistant coach di Attilio Caja prepara la prima riunione dello staff tecnico della Pallacanestro Varese, in programma domani mattina assieme al coach pavese ed ai colleghi Matteo Jemoli e Raimondo Diamante, con la curiosità di chi si affaccia per la prima volta ad un mondo nuovo e comunque affascinante. «Dopo aver preparato per 30 anni la borsa da gioco devo prima di tutto capire quali sono i materiali indispensabili per l'attività da allenatore. E sarà strano imboccare la seconda porta di ingresso agli spogliatoi riservata ai coach anziché la prima per i giocatori.... In realtà il passaggio da giocatore ad allenatore nella stessa società è estremamente gratificante, emozionante e motivante: in 20 anni di carriera ricordo pochissime persone che hanno finito la carriera in pantaloni corti e hanno indossato subito quelli lunghi, tra loro ricordo il nostro attuale d.g. Claudio Coldebella a Milano. Mi ritengo estremamente fortunato per questa opportunità che mi ha offerto Varese: per me è un libro del tutto nuovo, scopriremo nel tempo se avrò capacità di scrivere solo qualche riga o delle pagine, di sicuro l'entusiasmo è alle stelle per scoprire un mestiere per me del tutto nuovo». A differenza di tanti ex giocatori che hanno iniziato subito da capi allenatori, lei ha scelto di iniziare da apprendista di un tecnico esperto. «Mi affaccio a questa avventura con la massima umiltà: serviranno non due ma 22 orecchie e non due ma 222 occhi per assimilare il più possibile nel minor tempo possibile. Perché ho iniziato da assistente? È la cosa che reputo giusta per me, pur col massimo rispetto e ammirazione per chi è partito subito da capo allenatore, e la possibilità di imparare da un tecnico di estrema esperienza e grande affidabilità come Attilio Caja è stato uno stimolo in più». Da nemico a idolo di Varese in pochi mesi, e ora si troverà ad allenare probabilmente qualche compagno del 2016-17... «Mi capita spesso di pensare a quella famosa mattina dell'agosto 2016 quando ricevetti la chiamata di Claudio Coldebella per venire ad allenarmi a Varese: sorrido ripensando all'accoglienza che avevo sempre ricevuto a Masnago e a questi 10 mesi bellissimi che si sono evoluti in una nuova possibilità lavorativa. Allenare gli ex compagni? Sarà sicuramente strano, ma è tra le piccole cose che potrò mettere a disposizione del coach vista la conoscenza diretta di ragazzi con i quali potrò dialogare direttamente». Che tipo di obiettivo si prefigge nella sua carriera da allenatore? «Mi piacerebbe rivestire ad un ruolo importante nel settore senior, ma se per arrivarci mi capiterà di insegnare ai giovani lo farò volentieri. La realtà è che sono all'inizio di un percorso a tappe estremamente difficile: per raggiungere certi traguardi bisognerà vedere quanto lo desidero e quanti sacrifici sono disposto a fare, al di là delle capacità. Però sono estremamente contento di intraprendere il cammino con grande curiosità e voglia di iniziare». C'è qualcuno dei suoi allenatori nella sua ultra-ventennale carriera da coach a cui si ispirerà? «Tutti i miei allenatori mi hanno lasciato qualcosa in maniera diversa e con tempi diversi; nei trascorsi da giocatore sicuramente Ettore Messina ha influito più di chiunque altro, ma non so ancora a chi voglio assomigliare. La cosa importante è riuscire ad assimilare il più possibile da Attilio Caja, capendo in che modo gli posso essere utile; da entrambe le parti c'è stima e rispetto, partiamo da questo rapporto esistente in vista delle considerazioni più pratiche nell'imparare il mestiere del coach». Giuseppe Sciascia
  5. Varese celebra l'ultimo atto della carriera di Massimo Bulleri tra tanti big del basket italiano. Il 39enne giocatore di Cecina ha scelto il PalA2A per la cerimonia d'addio all'attività agonistica, celebrata tra le maglie più importanti dei suoi 21 anni di carriera in serie A, tra le quali il 6 biancorosso griffato Openjobmetis. Per salutare il Bullo sono arrivati tutti i personaggi più importanti della carriera, dagli ex compagni Marconato e Iacopini agli ex coach Pasquali e Recalcati insieme ad Alberto Mattioli (suo dirigente in azzurro quando vinse il bronzo europeo a Stoccolma e l'argento olimpico ad Atene), mentre sono arrivati video messaggi da Ettore Messina, Mike D'Antoni e Maurizio Gherardini. Ma c'è stata anche tanta Varese, da Attilio Caja a capitan Ferrerò passando per Toto Bulgheroni, che gli ha donato la maglia OJM con cui scenderà in campo domani a Torino per la presenza numero 624 in serie A (ventiquattresimo assoluto nella classifica di tutti i tempi). «Per la nostra società è stato un onore enorme che Massimo Bulleri abbia chiuso da noi la carriera - ha detto il consigliere della club di piazza Monte Grappa - Abbiamo apprezzato nel corso della stagione le sue qualità tecniche ed umane, e da varesino sono orgoglioso di come la gente lo abbia accolto e applaudito». Il Bullo, visibilmente emozionato durante la sfilata degli interventi live e video delle figure che hanno accompagnato la sua carriera, ha spiegato così le ragioni del ritiro: «Ne ho parlato con il mio agente e la società a fine gennaio; ci avevo già riflettuto lo scorso anno, ma avevo guardato dentro di me e c'erano ancora margini per proseguire perché avevo ancora qualcosa da dare. Del ruolo da giocatore mi mancheranno l'atmosfera e i sentimenti che si provano nello spogliatoio, una cosa unica legata al fatto di essere giocatore. Questa cerimonia è stata una bella esperienza: ero un po' emozionato ma sono contento delle parole che sono state spese, ora si smorzeranno i sentimenti e deciderò cosa fare nel dopo basket». Ma il feeling scoccato in un attimo tra il playmaker toscano e Varese potrebbe essere preludio ad un futuro in biancorosso. «Sono stato fortunatissimo nel vivere questa splendida avventura all'Openjobmetis. Il primo giorno qui, quando gli Arditi mi hanno salutato con un applauso nonostante l'accoglienza mai particolarmente benevola in passato, pensavo di essere su Scherzi a Parte. Però la vita riserva sorprese come la meravigliosa accoglienza che mi ha riservato il PalA2A prima, durante e dopo la partita di domenica. Un futuro a Varese? Mi farebbe estremamente piacere, ma sarà la società a stabilire se possa fare qualcosa con i pantaloni lunghi. Se il club pensa che possa dare una mano in questo ambiente resterei molto volentieri; altrimenti ringrazierò comunque per un'annata superiore ad ogni aspettativa: ero arrivato lo scorso agosto come ospite, lascio dopo aver scelto di festeggiare qui la fine della carriera. Giuseppe Sciascia
  6. Immaginatevi una storia di basket raccontata con il dono della tridimensionalità e dell’autenticità. Le immagini hanno i variegati colori delle canotte, con una netta prevalenza del verde griffato nord-est, e la plasticità ovattata di corse per il campo, scivolamenti laterali, arresti e tiri (imparati stando seduto su una sedia, con il piede rotto) e retine deformate da cesti puntuali e quasi sempre decisivi. Le parole non sono quelle dei giornalisti, non sono il verbo di osservatori esterni, ospiti casuali sulla scena, professionisti della narrazione: appartengono ai colleghi, ai maestri, agli amici e, come tali, hanno in dote la condivisione di attimi vissuti sullo stesso palco. Pura. Vera. Appassionata e appassionante. Poi immaginatevi un luogo che faccia da scenografia alla storia di cui sopra, una cattedrale vuota e silenziosa che per una mattina si inchina, nella sua maestosità, a un campione nel passo d’addio. Un privilegio: «Massimo, il fatto che tu concluda proprio qui la tua carriera è un onore per questa società. Personalmente ti ringrazio». Quel verde unico L’inchino è di Toto Bulgheroni ed è tra i fiori più belli del bouquet emozionale che ha contraddistinto la giornata di ieri. Massimo Bulleri lascia il basket in mezzo alla famiglia che si è scelto, quella della pallacanestro: padri, madri, fratelli sono venuti da ogni parte d’Italia per stringergli la mano. Lui è in mezzo e ha già dismesso la tuta d’ordinanza, in luogo di un completo nero in cui la sua anima d’atleta sta inevitabilmente stretta. E lì, combattuto tra l’agio dell’abbraccio fragoroso di chi lo ama e il disagio del pudore davanti alla cascata di sentimenti che si impilano uno sull’altro, lunghi praticamente vent’anni. Ciò che per tutti gli altri presenti è una favola da gustare, per lui è contrasto, è gioia ma anche dolore. Lo sfondo, allestito lungo la linea di centrocampo (un guerriero “muore” sempre sul terreno di battaglia), è nelle maglie di Treviso, Brindisi, Varese e Milano, tra le più importanti della parabola agonistica. La voce guida è quella di Simone Fregonese, addetto stampa ai tempi della Benetton, che passa subito la parola a coach Renato Pasquali, “la chioccia” del Bullo. Il primo capitolo della storia sono gli inizi: «Il PalaVerde si innamorò di lui in una partita di Coppa Italia: c’era un -20 da recuperare e tutti ammirarono questo scricciolo che come una scheggia impazzava per il campo. Massimo si è sempre fatto trovare pronto al passaggio dei treni del destino. Per esempio quando Mike D’Antoni venne a vederlo a Livorno, poi a Forlì, dove lo presi chiedendolo in prestito a Maurizio Gherardini (lui mi rispose: «prendilo, tanto da noi non gioca mai...) perché si fece male Di Lorenzo: in una gara ne fece 12 in faccia a Ginobili e per lui si riaprirono le porte di Treviso. Bulleri è sempre stato uno da mandare via dalla palestra, uno da 150 tiri dopo ogni allenamento. Quando si fece male al piede, infortunio che lo costrinse a stare fuori per 5 mesi, ogni mattina andavamo sul parquet e lui si metteva a tirare seduto su una sedia, proprio perchè non poteva camminare: ribaltammo la sua tecnica, il famoso arresto e tiro nacque lì». Gli anni in questione accarezzano la fine di un secolo e l’inizio di un altro: dopo la gavetta al Gira, a Mestre e a Forlì, la Benetton se lo riporta a casa, da campione pronto ormai a sbocciare, scalpitante dietro a una leggenda come Petar Naumovski . Alla Ghirada incontra capitan Denis Marconato. Compagno, fratello: «Il nostro è un sogno nato e cresciuto insieme - dice Denis - Il feeling che ci legava si vedeva in campo: difficile trovare al giorno d’oggi dei pick and roll come i nostri, difficile trovare oggi un giocatore come lui». Azzurro cielo e argento Nel frattempo c’è un altro colore che inizia a reclamare i suoi servigi di playmaker capace di abbinare magistralmente l’ordine della regia alla pericolosità offensiva: è quello del cielo. Il 22 novembre del 2000, a Vilnius, l’esordio in Azzurro: «Boscia Tanjevic controllò che non fosse più basso di lui (l’altezza dei giocatori è sempre stata un pallino dell’allenatore montenegrino ndr) e poi diede l’ok - racconta Alberto Mattioli, storico consigliere Fip con delega alle squadre nazionali e oggi presidente della sezione Lombardia - Massimo segnò 19 punti in quel suo primo match: era già pronto. Delle Olimpiadi d’argento ad Atene tutti ricordano la semifinale contro la Lituania: io oggi, invece, vi parlo dei quarti contro Portorico. Lì Bulleri fece il suo capolavoro, fu il top scorer, ci consegnò la qualificazione. Non ho mai visto una “faccia di tolla” come lui, eppure una volta l’ho visto piangere: fu quando Tanjevic gli disse che non sarebbe andato agli Europei in Turchia. Alla fine capì, andò ai Giochi del Mediterraneo e si portò a casa un bronzo». Nazionale uguale Carlo Recalcati: «Subentrando a Tanjevic fui gravato del compito di ricostruire un gruppo che perdeva in un colpo solo gente come Andrea Meneghin, Myers e Fucka. Il Bullo contribuì alla ricostruzione. Vi confesso una cosa: Bulleri è stato il giocatore che nel 2003 mi ha convinto a lasciare fuori Pozzecco dalla selezione prima degli Europei di Svezia. Quella squadra aveva bisogno di riconoscersi nella sua leadership». Già, leader. Dentro e fuori dal campo: «Come quando, sempre in Svezia, ci trovammo all’aeroporto per un trasferimento dopo una partita impegnativa e aspettavamo che la squadra israeliana liberasse l’aereo. Alla fine non c’erano più facchini e io mi chiesi come avremmo fatto con i bagagli e tutta l’attrezzatura. «Ci penso io, coach», mi disse lui. E si mise a dare l’esempio. Come ha sempre fatto». L’ultima tonalità di azzurro la pennella Dino-Mito Meneghin, iniziando da una battuta delle sue: «Perché tu, Righetti e Basile vi ritirate così giovani? Scherzi a parte, non mi sorprendo che Bulleri sia diventato un campione: fa gli allenamenti con la stessa intensità con cui gioca una finale. Se devo fissare un’immagine della sua carriera cito il nostro abbraccio dopo Italia-Lituania: lì c’era la gioia di un uomo consapevole di aver fatto felice l’Italia intera. Ora che non giocherà più, non lasciatelo in disparte: nel mondo del basket deve esserci ancora spazio per la sua intelligenza e per la sua forza d’animo. Biancorossa la ciliegina «Grazie per gli insegnamenti che mi hai lasciato. Giusto ieri mi hai detto, riferendoti a un nostro giovane: ricordati che in una squadra c’è bisogno di tutti, dal primo all’ultimo. E tutti meritano il tuo rispetto». È capitan Giancarlo Ferrero a introdurre il capitolo finale, le cui righe raccontano il valore della riconoscenza. La riconoscenza di Varese: «Anche da noi si è fatto trovare pronto - prende la parola Attilio Caja - Contro Pistoia, forse la partita più difficile della nostra risalita, Maynor aveva problemi di falli e Bulleri, chiamato in causa, ci ha dato sicurezza. Tutti i compagni lo hanno apprezzato, sia per la conoscenza del gioco, sia a livello personale. Grazie di cuore, Massimo». Toto Bulgheroni corrobora: «Vi confesso che all’inizio quasi temevo a tenerlo da noi: Masnago lo aveva “apprezzato” per anni come avversario ero preoccupato che il pubblico non lo avrebbe accettato. Invece è andata molto diversamente: e questo, se mi permettete, è un orgoglio e lo dico da varesino. Merito suo, merito di tutto quello che ha fatto». E pensare che «no, Bulleri è qui solo per allenarsi. Non farà la squadra quest’anno...». Il destino, come sempre, aveva piani diversi. Sette mesi più tardi, qualche arresto e tiro e qualche bomba più tardi, una Salvezza più tardi, Massimo Bulleri sembra non aver mai giocato in nessun posto se non a Varese. A proposito: grazie, campione.
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