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  1. In attesa che alla Malpensa sbarchino i giocatori americani, è tempo di bilancio per Michael Arcieri. Il general manager della Pallacanestro Varese ha portato a termine la sua prima estate biancorossa, con la conseguente costruzione di una squadra cambiata poco nei numeri (quattro giocatori e l’allenatore) ma tanto nella sostanza visto che la Openjobmetis avrà un quintetto base praticamente rifatto rispetto a quello che aveva terminato la stagione scorsa. Arcieri, italo-americano con una solida esperienza in diverse franchigie NBA, è il “braccio” di Luis Scola nella formazione di una squadra che nelle intenzioni dovrà correre tanto, tirare, aggredire l’avversario e – perché no – attaccare il ferro. Cercando di reggere in difesa nonostante qualche deficit in chili e centimetri. È l’obiezione più comune, in questi giorni, ma anche quella su cui Arcieri – che ha incontrato la stampa alla Enerxenia Arena – era più preparato. Davanti a lui c’è un foglio con i nomi dei giocatori e con accanto altezza, peso e dato di apertura delle braccia, sia in centimetri sia in piedi: numeri che lo aiutano a spiegare perché questa squadra è completa così com’è. «Tariq Owens, il nostro nuovo pivot, ha un’apertura di braccia di 224 centimetri, è atletico e sa giocare “sopra” al ferro. Johnson stesso e Brown hanno una ampia apertura delle braccia per il loro ruolo: la nostra idea di base era quella di essere i più atletici possibile, con giocatori in grado di occupare più ruoli e poter quindi cambiare marcatore in difesa. Lo stesso Owens, sul pick’n’roll, può difendere sui play avversari. Mancano, è vero, chili e centimetri se facciamo il totale però siamo molto contenti di come abbiamo costruito la nuova Varese». PRESI GLI UOMINI CHE AVEVAMO IN MENTE «Di cosa sono più soddisfatto? – spiega Arcieri nel suo buon italiano – Quando, “alla fine del giorno”, hai preso i giocatori che avevi in testa. Seguivamo Ross e Owens fin da gennaio: Tariq era infortunato ma anche durante la riabilitazione ci siamo informati sul suo recupero. Poi è stato bello prendere due talenti del calibro di Brown e Johnson e confermare tutto il gruppo italiano: era un obiettivo ripartire da loro perché danno continuità al lavoro di squadra e società e inoltre hanno potenzialità per il futuro come dimostrano le convocazioni in nazionale di Woldetensae e Caruso con la maggiore e di Virginio e Librizzi con l’under 20. Insomma, è stata un’estate produttiva». Tra le varie trattative, quella con Colbey Ross a un certo punto sembrava sfumata: «Ha giocato “troppo bene” le sue partite alla Summer League e lui, giustamente, inseguiva il sogno di entrare nella NBA così abbiamo dovuto aspettare per qualche giorno la sua firma. Personalmente sono felice di entrambe le cose: che abbia giocato bene con Portland e che abbia deciso di firmare con Varese. Per lui questa è una grande occasione ma non dimentichiamo che in squadra abbiamo anche Giovanni De Nicolao a fargli concorrenza: ne approfitto per dire che a ogni allenamento vedremo grande competitività. A Varese il posto da titolare si guadagna ogni giorno in allenamento: qui non promettiamo minuti a nessuno». BRASE? UN CURRICULUM ECCELLENTE Se la filosofia di gioco è la stessa annunciata da Arcieri (e Scola) al suo arrivo a gennaio – corsa, velocità, aggressività – e si è già vista con in panchina Johan Roijakkers, la scelta del direttore d’orchestra è andata ancor più in quella direzione. «Abbiamo iniziato a maggio la selezione per il nuovo allenatore e nel gruppo c’erano italiani, europei ma anche coach con esperienza NBA. Tra essi anche Matt Brase che ha un passato sulle panchine di college, di G-League e appunto di NBA: ha un curriculum che ci ha impressionato, accanto a un carattere aperto e scherzoso. È bravo anche a tenere i rapporti con i giocatori e a Houston è stato l’uomo cui affidarono la crescita di un all-star come James Harden. Ha tutto quello che cercavamo per la figura del nostro allenatore. Accanto a Matt ci sarà Paolo Galbiati e per noi è incredibile avere un assistente del suo livello: ha esperienza, carattere e personalità ed è molto bravo nel rapporto con i giocatori, specialmente con i più giovani». IL MANCATO RITORNO DI SIIM SANDER VENE Ci si ricollega alla perplessità iniziale – l’assenza di un’ala forte di ruolo – per parlare di Siim-Sander Vene che un po’ tutti avrebbero rivisto volentieri a Masnago. «Non abbiamo rinunciato ad avere con noi Vene: abbiamo offerto un contratto già a maggio e avevamo buone speranze di riaverlo con noi. Poi però non abbiamo trovato l’accordo economico nonostante un contatto costante con la sua agenzia. Questo per me è la parte di lavoro più difficile, non è bello veder andare via giocatori che sono stati parte di una famiglia; non posso che augurargli una fantastica stagione in Israele». A proposito di “numeri 4”, Arcieri ha grande fiducia in Justin Reyes: «Quando è finito il campionato gli abbiamo chiesto di migliorare la sua condizione fisica: ha lavorato molto quest’estate e ora è in grande forma. Restando in quel ruolo abbiamo anche Virginio che nel nostro sistema, secondo me, può crescere tanto». EUROPA DA COGLIERE Varese aveva fatto richiesta di disputare la FIBA Champions League ma non è stata accontentata dal “governo dei canestri” europei. «Un dispiacere, anche se non ho compreso del tutto i criteri di ammissione che hanno adottato – spiega Arcieri che arriva dal sistema USA – Però il nostro obiettivo di quest’anno è proprio quello di poter tornare a disputare le coppe grazie ai nostri risultati sul campo. Guardiamo al bicchiere mezzo pieno: non giocheremo al mercoledì e avremo più tempo di preparare le partite della domenica». Secondo il dirigente biancorosso, la mancanza di una coppa non ha inciso più di tanto sul mercato anche se, ammette, «Marcus Keene voleva disputare una competizione internazionale, quindi non abbiamo avuto la possibilità di ingaggiarlo di nuovo». IL MERCATO NBA E QUELLO ITALIANO Arcieri ha tracciato un parallelo tra le caratteristiche del basket-mercato americano e quello italiano in cui è di fatto un esordiente. «A livello numerico costruire la Openjobmetis non è stato tanto diverso da quanto si fa in NBA: laggiù si parte di solito da una buona base di giocatori sotto contratto cui vanno aggiunti i giocatori scelti al draft, un paio, e infine due o tre free-agent (quelli liberi da vincoli contrattuali ndr). A Varese partivamo da sette uomini, gli italiani più Reyes, e quindi eravamo in una situazione simile. Però guardo con curiosità alle squadre italiane che hanno cambiato sette-otto effettivi per capire come si riesce a creare un gruppo partendo da tante novità, in un tempo limitato. Piuttosto, in NBA hai in mano con costanza la lista dei giocatori liberi e sono in numero limitato: in Europa invece ci sono centinaia di nomi la cui disponibilità cambia di continuo: bisogna sperare che quelli nella tua lista siano liberi nel momento in cui formuli l’offerta». Arcieri spiega che la proposta tecnica di Varese è stata stuzzicante: «Noi ovviamente abbiamo un budget definito e al colloquio con giocatori e agenti abbiamo sempre spiegato quale fosse il range in cui ci potevamo muovere. Però credo che, qualsiasi siano i tuoi soldi, ci sia sempre la possibilità di trovare giocatori validi. Se non disponi di certe cifre devi giocare altre carte e devo dire che il gioco proposto dalla nostra squadra, fatto di tiro da 3 e attacco al ferro, ha interessato tanti giocatori». Damiano Franzetti
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