simon89

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  1. In un'intervista con il quotidiano La Stampa, Luca Banchi, neo head coach della Fiat Torino Auxilium, ha espresso parecchi dubbi sul mercato portato avanti dalla società, evidenziando parecchie incomprensioni con la dirigenza: "All'inizio tutto è andato bene e le scelte sono state condivise. Non posso dire lo stesso sulla parte restante del mercato. Alcuni ingaggi sono stati fatti a insaputa, scavalcandomi completamente. E' stato frustrante, una cosa che non mi era mai capitata in carriera. Io esigo rispetto dei ruoli e a causa di queste scelte si è venuta a creare una situazione di tensione forte, che mi ha spinto anche a pensare ad ipotesi drastiche, pur di vedere rispettata la mia dignità'
  2. È dove doveva essere. Dove si è conquistato di essere. Dove tutti quelli che sanno dare valore al merito volevano che lui fosse. Davanti ad Attilio Caja da Pavia, però, ora c’è un libro bianco senza memoria. Completamente da scrivere. In attesa di prendere carta e penna sul campo (al raduno mancano ormai solo due giorni), l’Artiglio inizia a farlo da questa intervista: passato, presente, futuro, programmi, appelli, sogni ed emozioni di un uomo che ama la pallacanestro. Cui chiedere un altro miracolo: un’altra salvezza. «E io non ho paura». È giunta a metà strada la sua prima estate di lavoro varesina: facciamo un bilancio, coach? Il bilancio è indubbiamente positivo, soprattutto dal punto di vista umano. Ho lavorato con un gruppo di lavoro collaudato: Jemoli, Diamante, Bulleri e Armenise sono tutti ragazzi che già avevo avuto modo di apprezzare per le loro qualità. E lo stesso discorso vale per Claudio Coldebella e Toto Bulgheroni. Il punto è che quando ci sono stima e rispetto reciproco ogni incontro di lavoro non rimane asettico, diventando invece piacevole e costruttivo. Il tempo trascorso (che sia in ufficio, al telefono o sul parquet) e la fatica non pesano in queste condizioni: è la stessa cosa che dicevo ai miei giocatori verso la fine dello scorso campionato. Come si forma una squadra? Come si “fa” il mercato? Per i tifosi potrebbe essere curioso saperlo… Scouting, confronti e scambio di idee, immaginando il gruppo che sarà, come potrà giocare e in quale modo esaltare le caratteristiche dei singoli. Dei quali si valutano sia le attitudini tecniche che quelle caratteriali. All’inizio è più facile, nel senso che puoi permetterti di fare valutazioni quasi esclusivamente individuali, poi però il discorso cambia: il mercato diventa un puzzle i cui pezzi giusti vanno cercati con attenzione. Non serve il giocatore più bravo in assoluto (posto che il giocatore perfetto, se esiste, è irraggiungibile perché costa e gioca o in Nba o in Eurolega): serve quello che si incastra meglio. … e che abbia motivazioni particolari, visto che Varese non è economicamente in grado di coprire d’oro nessuno e non può garantire ribalte continentali… Anche questo è da spiegare. Abbiamo scelto giocatori non a digiuno di esperienza europea e in una fase ascendente della carriera, con la voglia di misurarsi in un campionato competitivo come quello italiano e soprattutto di migliorare il proprio status. Il beneficio cercato è duplice: immediato, per noi e per l’annata che ci aspetta; futuro, per loro, che realizzandosi a Varese possono accrescere le loro aspirazioni, anche economiche. Abbiamo parlato con tutti e con tutti abbiamo usato questo argomento. Come mettere sul parquet chi ha detto di sì a queste premesse? Cercheremo una pallacanestro di mentalità, aggressiva, con una forte attitudine difensiva. Sarà l’unico modo per colmare il gap fisico e tecnico con le altre squadre: se le affronteremo a viso aperto saremo più deboli e non c’è offesa per nessuno ad ammetterlo. La chiave per noi sarà la determinazione, da applicare in difesa, a rimbalzo e nella ricerca di un imprescindibile gioco veloce. Come si arriva a questo obiettivo? Come verrà impostato il lavoro nel precampionato? La pallacanestro è abitudine e ripetizione: ciò che fai bene durante la settimana riesci a farlo anche in partita. Quindi sarà fondamentale insistere fin da subito su quegli esercizi che sono in grado di sviluppare le caratteristiche che cerchiamo. E poi ci sono i video, altrettanto fondamentali. Avete presente il derby di ritorno contro Cantù della scorsa stagione? Li abbiamo battuti con anticipi sulle rimesse, rimbalzi e contropiede. Dietro c’era un lavoro di studio delle caratteristiche avversarie che ha coinvolto i giocatori, preliminare agli esercizi sul campo. Il precampionato sarà importante anche perché sarà pieno di verifiche: le amichevoli ci diranno se siamo sulla strada giusta o meno. Andiamo per un attimo sui singoli. Di Hollis si conoscono pregi e difetti, Cain ed Okoye sono due giocatori che cercano il salto dopo aver reso molto bene nella serie A2 italiana, Wells viene da solidi campionati in Germania: la vera incognita del quintetto, sinceramente, pare la guardia Antabia Waller… Beh, consideriamo che Waller viene sì da un campionato minore come quello montenegrino, ma ha anche avuto la possibilità di giocare in un torneo competitivo come la Lega Adriatica, contro squadre di Eurolega e di Eurocup. E ha dimostrato di essere un ottimo tiratore: se sai fare canestro, lo sai fare dappertutto. La vera incognita è quella di capire come si adatterà a una fisicità più marcata come quella della Serie A e a pressioni mentali più forti. Questo discorso, però, vale davvero per tutti: per tutti quelli che si presentano per la prima volta in Italia e per tutte le squadre che ripartono dai nastri di partenza completamente nuove. Ogni g.m, ogni allenatore pensa di aver fatto bene sul mercato, ma quello che conta è la prova del campo: ci sono squadre che nascono quasi da sole, con i giocatori che si “annusano” fin da subito, prodotto di una miscela quasi magica; altre, invece, hanno bisogno di tanto sudore e applicazione. Vedremo cosa sarà questa Varese: di certo le incognite sono tante. Gli italiani: a Matteo Tambone, 23 anni, spetterà il non facile compito del regista di riserva… Io mi aspetto molto da lui e penso che la fiducia non sarà mal riposta. Per la verità mi aspetto molto da tutta la mia panchina: chi per un motivo, chi per un altro, ogni giocatore avrà la chance di ritagliarsi spazi importanti. Ho incontrato Avramovic alla Basket Fest a luglio e l’ho visto molto motivato nel continuare il percorso di crescita iniziato lo scorso anno. Avrà un vantaggio: conosce già il mio metodo e sa cosa deve fare. Lo stesso vale per Giancarlo Ferrero. E Pelle? Non si spengono le voci che lo vorrebbero lontano dal Sacro Monte… Lo voglio guardare in faccia, appena ci sarà la prima occasione. E ci voglio “leggere” quella voglia e quella convinzione che l’anno scorso mi hanno fatto ben sperare. Mi auguro che chi gli sta vicino lo sappia consigliare nel modo giusto: è ancora molto giovane e a quell’età è un attimo prendere strade sbagliate. Se in tre mesi non gli è arrivata nessuna vera offerta, significa che al suo percorso di crescita manca ancora qualcosa: per lui Varese è il posto adatto per colmare questa mancanza. Salvezza: chi lotterà contro la Openjobmetis? Le solite tre e quattro squadre, quelle che se la sono giocata anche l’anno scorso. Tutte, compreso Varese, hanno cambiato moltissimo: sarà una lotta lunga, da combattere con il coltello tra i denti. Si salverà chi riuscirà a rimanere lucido di testa. Ricordiamoci tutti dov’era Varese il lunedì della partita contro Pistoia: ultima, da sola. Dovremo essere pronti a tutto e non lasciarci sorprendere da niente. Quanta voglia ha di tornare sul parquet, coach? Tanta. Ma più che la mancanza del campo, ciò che mi stuzzica è la curiosità. Ho voglia di vedere i giocatori che abbiamo scelto, di passare dalla teoria alla pratica. Uno può essere anche il migliore degli scout, ma finché non conosci un atleta (ovvero: lo alleni) sei solo all’inizio dell’opera. Non vedo l’ora di scoprire le loro caratteristiche, le loro virtù nascoste, di misurare la loro capacità di ascoltare, di prendersi delle responsabilità ma anche di saper diventare gregari quando serve. Non vedo l’ora, anche, di poter capire come aiutarli. La Pallacanestro Varese che arriva dal pieno di una grave crisi economica ha trovato in lei una sorta di esempio di morigeratezza contrattuale: a dicembre 2016 ha firmato al minimo possibile, quest’anno il suo stipendio sarà un po’ più alto ma non certo al livello di tanti altri colleghi. I soldi non sono importanti per lei, Caja? Ognuno nella propria vita fa delle scelte, che dipendono necessariamente dalle predilezioni di un determinato momento. Per me, oggi come oggi, conta la possibilità di lavorare con persone valide e di farlo in un ambiente motivante come lo è la Varese della pallacanestro. Qui ci sono tifosi veri, generosi, che sono stati capaci di stare vicino alla squadra anche nei momenti più duri dello scorso anno, quando continuavamo a perdere: ci hanno aiutato a non perdere la serenità. Vedere che a ogni allenamento della settimana c’è gente che viene a sostenerti e potersi relazionare con soggetti competenti, fedeli e appassionati è un privilegio che vale più di un contratto a tanti zeri, almeno in questo momento della mia carriera. Piuttosto sento il dovere di ripagare chi impegna tempo e soldi per seguirci e su questo tasto spingerò molto anche con i giocatori. Cosa dirà ai nuovi (cioè a quasi tutta la squadra…)? Che qui c’è gente che vuole solo una cosa: dei combattenti. Nessuno pretende che si vincano tutte le partite, ma un determinato atteggiamento sarà fondamentale. Confido molto anche in Giancarlo Ferrero: mi darà una mano nel far passare il giusto messaggio. I tifosi sono gli unici depositari del “marchio” Varese: vige l’obbligo di rispettarli. Se tu li rispetti, loro ti aiutano. E noi avremo bisogno di una bella atmosfera nella nostra casa di Masnago per raggiungere la salvezza. Pavia 1992, Varese 2017: sono venticinque anni esatti che fa il capo allenatore. Andato bene il viaggio? Di più, è stato ottimo. E sono orgoglioso di tagliare un traguardo del genere. Sono stato retribuito per realizzare la mia passione: non penso che capiti a tutti, così come non capita a tutti di partire con dei sogni e realizzarli nel percorso. Ci vuole fortuna, quella di essere nel posto giusto al momento giusto, ma bisogna anche meritarselo: e io penso di essermelo meritato. Il segreto è imparare dagli errori, dagli alti e bassi della vita, migliorandosi con il tempo: ritengo di essere stato in grado di farlo. Che mestiere faceva prima di diventare allenatore? Facevo il rilevatore tributario per il Comune di Pavia. Per cinque anni, dai 21 ai 26, andavo al lavoro al mattino e allenavo le giovanili al pomeriggio, poi mi sono licenziato dal posto fisso e ho rischiato per inseguire solo il basket. Sono stato l’assistente di Arnaldo Taurisano e Tonino Zorzi, poi sono diventato capo-allenatore. E’ andata bene. Caja, lei lo sa che quest’anno sarà dura, tanto, anche per lei? Dopo due brillanti salvezze conquistate quando tanto (e l’anno scorso praticamente quasi tutto…) sembrava perso, i tifosi biancorossi la amano e i dirigenti hanno piena fiducia in lei. Ma la memoria, nello sport, può essere cortissima: lo diceva anche lei ai suoi giocatori dopo la striscia vincente dell’ultima parte dello scorso campionato… La verità è che una regola non esiste: la memoria può essere lunghissima o cortissima. E vale in assoluto l’esempio di Claudio Ranieri nel calcio: dopo aver vinto un titolo impensabile con il Leicester è stato cacciato via. Comunque sì, lo so. So che ci saranno delle difficoltà, conosco il lavoro che faccio e le sue “regole” e so anche che gli allenatori a Varese negli ultimi tempi non sono durati moltissimo (ne sono cambiati sei in quattro anni, effettivamente… ndr). Ma non sono per nulla spaventato. Venticinque anni di carriera non ti portano solo a perdere i capelli e a mettere gli occhiali: ho acquistato una tranquillità che mi permette di andare avanti. Si può avere paura di una visita in ospedale, non di una stagione di pallacanestro. Fabio Gandini
  3. Il Meo è tornato a casa. Concetto labile, variamente interpretabile, utilizzabile e ricamabile: noi ci proviamo, cercando di non tralasciare nulla. Il Meo è tornato a casa perché a vederlo sbucare dall'ascensore della redazione sembra di accogliere un vecchio amico, informale com'è per costituzione dell'anima, modo di porsi, abbigliamento e confidenza regalata a pieno cuore. Il Meo è tornato a casa perché prima di parlare di basket ci si mette una buona mezz'ora: il coach di Altamura vuole sapere tutto sul Varese Calcio, sul nostro giornale, su ciò che succede in città. Il Meo è tornato a casa perché la parola Varese esce quasi ad ogni risposta: sia un ricordo, un collegamento, persino un lapsus, del quale -peraltro - Freud andrebbe fiero. Il Meo è tornato a casa perché quella dimora a Luvinate, dal cui belvedere si potevano ammirare quattro laghi, non sarà stata l'Alghero accarezzata dal Libeccio, ma sapeva far emozionare. Il Meo è tornato a casa perché Varese è un pallino anche di Olimpia, Lady Sacchetti, l'indispensabile metà di quest'omone che la vita ha prestato alla storia del basket. Il Meo è tornato a casa perché, almeno per una volta, in questa intervista non leggerete la classica, inevitabile e onnipresente domanda, il cliché varesino per eccellenza, qualcosa che - per frequenza di comparsa fra le righe - è capace di far impallidire robe come "vero e proprio" vicino ad "arsenale": «Allora, quando viene ad allenare Varese?». Bandita: tanto - che dovesse succedere e non è successo, che succederà o non succederà mai - il Meo, a casa, ci torna sempre e comunque. Il Meo è tornato a casa perché da novembre allenerà la nazionale italiana di basket. E, almeno su questo sarete d'accordo, quella è la casa di tutti. A proposito, c.t. Sacchetti: ci racconti come ha saputo di essere il prescelto per la panchina azzurra. Ero in macchina con mia moglie, stavamo andando a Novara. Dovete sapere che nella settimana trascorsa a Las Vegas ho perso (o me l'hanno rubato, non lo so...) il cellulare e di conseguenza tutti i numeri di telefono. L'unico che avevo salvato sulla nuova rubrica era quello del presidente Gianni Petrucci, che già mi aveva cercato per una premiazione a cui non avevo potuto partecipare. Quando ho visto il suo nome sullo schermo ho pensato: «e ora cos'ho combinato?». Poi ho risposto e mi ha insultato: «Meo, non ti si riesce mai a trovare! Rispondi ad Ettore (Messina ndr), che ti deve chiedere una cosa importante!». L'ho saputo così... Beh, se lo aspettava? No, sinceramente no. Alla nazionale ci avevo fatto un pensierino dopo lo scudetto con Sassari, ma c'era già Pianigiani. Uscito di scena lui, è arrivato Messina e sinceramente non poteva esserci scelta migliore. Mi ero messo l'anima in pace e, quando ho ricevuto la recente chiamata, per un po' ho pensato che fosse uno scherzo. Mia moglie no: «Io ci ho sempre creduto» mi ha detto. Si è presa subito il merito, insomma. Non è poi così usuale che un allenatore uscente raccomandi il suo successore come ha fatto Messina con lei... O no? Non posso che esserne orgoglioso. Ettore è un'icona per chi fa il nostro mestiere: con quello che è stato capace di vincere, dà valore alla categoria degli allenatori italiani. Petrucci dixit: «Abbiamo scelto Sacchetti perché è uno normale»... Penso intendesse che sono normale come persona, non come allenatore. Nel senso che non vivo solo per la pallacanestro, anche se rimane una delle cose più importanti che ho. Nella vita c'è anche tanto altro. E poi sono come appaio: faccio ciò che mi piace, compreso il basket che mi piace. Per me è un concetto basilare: se questo sport lo vivi solo come un lavoro, anche ad altissimo livello, non va bene. «Nella vita c'è anche altro...». Cos'è "l'altro" di Sacchetti? Beh... è il mio giardino ad Alghero, per esempio. Dove faccio l'olio, il mirto e dove ci sono un paio di filari d'uva Moscato. Finito lo scorso campionato con Brindisi, sono tornato e ho trovato l'erba alta un metro e mezzo. Allora mi sono messo di buzzo buono e me la sono tagliata tutta: più di 7000 metri quadri, alzandomi alle 6 del mattino. Quando ho finito, mi sono seduto sul terrazzo a guardare il lavoro svolto, con una bella birra in mano. Soddisfatto. È lì che si ritirerà una volta smesso di allenare? A me piacerebbe, ma Olimpia ha già detto la sua: «Non più di due mesi all'anno, il resto a Varese...». Dove, al di là del periodo trascorso in canotta e pantaloncini, avrebbe dovuto trasferirsi già due volte... Vero. E poi non è successo: una volta per "colpa" mia, un'altra per "colpa" di Varese. La prima è stata nel 2010. Avevo parlato con Cecco Vescovi, ero stato a casa sua insieme a Max Ferraiuolo: loro mi volevano, ma ero molto combattuto. Perché? Perché avevo appena vinto l'A2 con Sassari. Mi dicevano: guarda che lì di più non puoi ottenere... Ma io la pensavo diversamente e volevo provare a misurarmi in Sardegna anche con la Serie A. Espressi i miei dubbi a mia moglie: «Devi fare quello che hai dentro...». E scelsi di rimanere. ...E la storia ha sancito la bontà della sua decisione, visto lo storico scudetto conquistato nel 2015. La seconda, invece? Fu proprio dopo lo scudetto. Era tutto fatto, tutto deciso. Poi Varese si tirò indietro, improvvisamente... Torniamo alla Nazionale. Il suo contratto è di due anni, ma i Mondiali del 2019, le cui qualificazioni inizieranno a novembre, potrebbero portare alle Olimpiadi del 2020, a Tokyo. Un sogno? Un sogno vero. Ho sempre vissuto di sogni e non ho intenzione di smettere proprio ora: le Olimpiadi sono la cosa più bella di tutte. Cosa si ricorda di Mosca 1980, quando l'Italia di cui faceva parte vinse uno storico argento? Tutto, a partire dalla sfilata iniziale alla quale, in virtù del boicottaggio, noi atleti non avevamo potuto partecipare. Allora ci mettemmo ad osservarla da un angolino dello stadio. L'ultimo tedoforo era Sergey Belov e una scena che non dimenticherò mai - ho anche la foto - è la gente che reggeva degli assi di legno in modo tale che fungessero da scalini per farlo arrivare fino al braciere. E poi le foto con la Comaneci, con Ul'jana Semionova, gigantessa di 213 centimetri e tante altre... Ricordi senza prezzo. L'argento alle Olimpiadi è stato più importante dell'oro agli Europei di Nantes 1983. Il giorno della presentazione ufficiale di Cagliari, una settimana fa, ha citato Dido Guerrieri, come accadde anche dopo la conquista della finale di campionato nel 2015. Lo considera il suo maestro? Ho avuto tanti allenatori importantissimi. Sandro Gamba, in primis, poi Riccardo Sales e Ettore Zuccheri, a Bologna, che mi trasformò in una guardia. Dido l'ho conosciuto sia da giocatore che da allenatore, essendo stato anche suo vice, e l'ho apprezzato tanto come persona di cultura oltre che come uomo di basket. Lui è stato il primo a insegnarmi che la vita non è solo pallacanestro. È vero che sarà Max Menetti, coach di Reggio Emilia, il suo vice nell'avventura azzurra? No, è una bufala. Max è un amico ed è un professionista che stimo moltissimo, ma non ho ancora preso alcuna decisione in merito e non lo farò finché non saranno finiti gli Europei di settembre. È una questione di rispetto per chi sta ancora lavorando. Prima della chiamata per la panchina dell'Italia, a giugno ha accettato la corte della Vanoli. Perché ha deciso di lasciare la Puglia e di sposare Cremona? A Brindisi sono stato bene. Bene con il mio staff e con l'ambiente, ma non ho avuto un gran feeling con la proprietà. Non avevo intenzione di far passare un altro anno lì e si è palesata la possibilità della Vanoli. Di Cremona mi hanno parlato positivamente in tanti, in primis i giocatori che ci sono stati e così ho deciso di accettare. Sapeva già della possibilità di un ripescaggio? Sarebbe stato un problema allenare in A2 per lei? C'era la speranza, ma nessuna certezza. E per me non ci sarebbe stato alcun problema a rimanere in seconda serie. Figuriamoci, ho allenato anche in C2... Lo dimostra il fatto che stavamo facendo la squadra proprio per l'A2, poi è arrivata l'esclusione di Caserta e abbiamo dovuto cambiare i nostri piani in corsa. Dalla sua avrà, per l'ennesima volta in carriera, i cugini Drake e Travis Diener... Drake ha telefonato a mio figlio Brian e gli ha detto che voleva giocare con me: Capo d'Orlando, con le trasferte europee, iniziava a diventare pesante come impegno, vista l'età e la famiglia (ha tre figli ndr). Travis, sinceramente, non me l'aspettavo, non ci pensavo. Ma le sue intenzioni mi sono sembrate subito serie e quando l'ho incontrato a Las Vegas l'ho visto bene, in forma. Mi ha detto: «Voglio tornare a divertirmi». E ci credo, so che non vorrà fare brutte figure. Io cercherò di preservarlo dal punto di vista fisico e so già che lui si arrabbierà un mondo, come accadeva a Sassari... Come vede il prossimo campionato di Serie A, coach? In pole position ci saranno sicuramente Venezia, Milano, io dico anche Sassari e vediamo Bologna... Per quanto riguarda Cremona, e penso che il discorso valga anche per Varese, l'obiettivo sarà quello di salvarsi il prima possibile. Poi non si sa mai: ogni anno possono esserci delle sorprese. Qualificazioni Mondiali 2019: non avrà a disposizione né i giocatori NBA, né quelli di Eurolega: si apriranno degli spazi nel roster dell'Italia... Certamente, anche per chi non è mai stato convocato. Quest'estate Varese ha preso un giovane promettente come Matteo Tambone: cosa ne pensa sul suo conto? Penso che abbia buone potenzialità e in tanti me ne hanno parlato bene. Gli auguro la stessa parabola di Davide Pascolo: guardate da dov'è partito e dov'è arrivato... Domanda secca: se non avessero chiamato lei per guidare la Nazionale, chi avrebbe Meo Sacchetti voluto su quella panchina? Maurizio Buscaglia. Capitolo amarcord. Quali sono le scaramanzie e i riti da spogliatoio più curiosi che ricorda da giocatore prima e da coach poi? Beh, il sottoscritto da giocatore, a Torino, non si è cambiato la maglietta da gioco per mesi e - da allenatore - le calze, perché pensavo portassero fortuna. Ho conosciuto atleti che andavano in bagno regolarmente prima di ogni partita e poi, tra tutti, cito l'ex Divarese Larry Micheaux: lui in panchina voleva a tutti i costi la Coca Cola perché gli dava "Energy". E la foto cestistica sul comodino? Due abbracci. Il primo con capitan Manuel Vannuzzo a Bologna, nel 2012: segnò all'ultimo secondo il canestro del nostro passaggio alle semifinali e poi, dopo aver esultato con i compagni, venne da me e mi abbracciò, sorridendo. Il secondo con Travis Diener. Nel finale di una partita a Siena lo avevo tolto dal campo mentre eravamo sotto di 10, lui si arrabbiò moltissimo e mi affrontò a muso duro: «Per te non giocherò mai più». Il giorno dopo si presentò all'allenamento e corse subito ad abbracciarmi: foto bellissima. Sì, so che ora Brian sarà un po' geloso: anche il nostro abbraccio dopo aver battuto Milano nella semifinale 2015 rimane indimenticabile. A proposito di Brian: come ha preso il fatto di avere un padre allenatore della nazionale? Io e mia moglie non gli abbiamo detto nulla per un po', poi Olimpia gliel'ha confessato. Risposta: «Che cazzo dici?». Uguale Tommy, mio figlio minore... Romeo Sacchetti coach dell'Italia del basket: si chiude un cerchio, aperto da quel maledetto infortunio nella finale 1990 contro la Scavolini con la canotta di Varese? No. Non si chiude nulla. La vita ti dà e ti toglie. Quell'infortunio era destino, lo scudetto con Sassari è stato destino: ogni gioia mi ha ripagato di ogni delusione. Non serbo alcun rimpianto nella mia esistenza, men che meno per quello che sarebbe potuto essere con Varese e invece non è stato. Fabio Gandini
  4. Chiusa la campagna acquisti per i giocatori, la Pallacanestro Varese apre quella per gli sponsor. Priorità assoluta per la società di piazza Monte Grappa la ricerca di nuovi compagni di viaggio in cerca di visibilità sulle divise biancorosse. A meno di colpi di scena dell'ultima ora, saranno solo due - Openjobmetis e Cimberio - gli sponsor di maglia con cui la formazione di Attilio Caja inizierà la stagione 2017-18. Cinque, invece, gli spazi liberi tra canotta e pantaloncini. Il nulla di fatto con Teva - probabilmente legato anche alla prossima scadenza del mandato dell' a.d. della divisione Italia, Hubert Puech, storicamente molto legato ai colori biancorossi - lascia un vuoto pesante da col- mare. La multinazionale del settore farmaceutico dava un contributo sostanzioso (poco più di 300mila euro, il 20% dei quali riservato al settore giovanile) alla causa di Varese. Che negli ultimi 4 anni ha progressivamente ridotto i ricavi dalle sponsorizzazioni principali: nel 2012-13 gli sponsor di maglia fruttarono circa 1,6 milioni di euro, ora - pur con tanti contatti aperti che il settore marketing e lo stesso d.g. Claudio Coldebella dovranno approfondire a settembre - il 2017-18 inizia con poco più di 500mila euro. E proprio questo il comparto "in sofferenza": da qui la necessità di ridurre il budget dai 5,2 milioni dell'anno degli "Indimenticabili" (che produsse però oltre 1,2 milioni lordi di introiti al botteghino) ai circa 4 della stagione alle porte. Si è ridotto l'appeal del brand Pallacanestro Varese per i risultati negativi delle ultime 4 stagioni? La lenta ma progressiva crescita del consorzio (sceso a poco dìù di 40 soci nel 2014. ora siamo oltre quota 55) dà segnali contrari. Tra i problemi più importanti c'è invece l'appeal relativo del "prodotto basket": manca la capacità di "fare sistema" della Lega Basket come quando negli anni '80 e '90 la generazione di proprietari, tra i quali loto Bulgheroni era un esponente di spicco, aveva creato un sistema di regole capace di attirare i marchi della grande distribuzione. E poi c'è l'indotto del territorio che è diverso dai tempi della grande Ignis, ma anche di altri marchi fortemente varesini - Cagiva, DiVarese, Ranger e i membri dell'impresa sportiva antesignana del consorzio creata da Edo Bulgheroni per i Roosters - che rende più facile trovare consorziati a cinque cifre rispetto a sponsor di maglia da 6 cifre. L'estate 2017 ha portato però tre novità positive che fanno ben sperare. La prima è rappresentata da Gianfranco Ponti e dal suo portafoglio di contatti internazionali che potrebbe aprire porte nuove e diverse dai canali battuti finora. La seconda è la novità della fruibilità via streaming della serie A grazie al nuovo accordo con Discovery Channel tramite il portale Eurosport. che aumenterà la visibilità e di conseguenza l'appetibilità per gli sponsor del "prodotto-basket". La terza è il nuovo tabellone a cubo in arrivo a Masnago entro la fine dell' anno che aumenterà quantità e qualità degli spazi pubblicitari al PalA2A. invertire l'attuale trend negativo è indispensabile per costruire una Varese più ambiziosa. Giuseppe Sciascia
  5. Meo Sacchetti «Ora ho un sogno colorato d'azzurro La vita? Nel mio giardino di Alghero» di Fabio Gandini Il Meo è tornato a casa. Concetto labile, variamente interpretabile, utilizzabile e ricamabile: noi ci proviamo, cercando di non tralasciare nulla. Il Meo è tornato a casa perché a vederlo sbucare dall'ascensore della redazione sembra di accogliere un vecchio amico, informale com'è per costituzione dell'anima, modo di porsi, abbigliamento e confidenza regalata a pieno cuore. Il Meo è tornato a casa perché prima di parlare di basket ci si mette una buona mezz'ora: il coach di Altamura vuole sapere tutto sul Varese Calcio, sul nostro giornale, su ciò che succede in città. Il Meo è tornato a casa perché la parola Varese esce quasi ad ogni risposta: sia un ricordo, un collegamento, persino un lapsus, del quale -peraltro - Freud andrebbe fiero. Il Meo è tornato a casa perché quella dimora a Luvinate, dal cui belvedere si potevano ammirare quattro laghi, non sarà stata l'Alghero accarezzata dal Libeccio, ma sapeva far emozionare. Il Meo è tornato a casa perché Varese è un pallino anche di Olimpia, Lady Sacchetti, l'indispensabile metà di quest'omone che la vita ha prestato alla storia del basket. Il Meo è tornato a casa perché, almeno per una volta, in questa intervista non leggerete la classica, inevitabile e onnipresente domanda, il cliché varesino per eccellenza, qualcosa che - per frequenza di comparsa fra le righe - è capace di far impallidire robe come "vero e proprio" vicino ad "arsenale": «Allora, quando viene ad allenare Varese?». Bandita: tanto - che dovesse succedere e non è successo, che succederà o non succederà mai - il Meo, a casa, ci torna sempre e comunque. Il Meo è tornato a casa perché da novembre allenerà la nazionale italiana di basket. E, almeno su questo sarete d'accordo, quella è la casa di tutti. A proposito, c.t. Sacchetti: ci racconti come ha saputo di essere il prescelto per la panchina azzurra. Ero in macchina con mia moglie, stavamo andando a Novara. Dovete sapere che nella settimana trascorsa a Las Vegas ho perso (o me l'hanno rubato, non lo so...) il cellulare e di conseguenza tutti i numeri di telefono. L'unico che avevo salvato sulla nuova rubrica era quello del presidente Gianni Petrucci, che già mi aveva cercato per una premiazione a cui non avevo potuto partecipare. Quando ho visto il suo nome sullo schermo ho pensato: «e ora cos'ho combinato?». Poi ho risposto e mi ha insultato: «Meo, non ti si riesce mai a trovare! Rispondi ad Ettore (Messina ndr), che ti deve chiedere una cosa importante!». L'ho saputo così... Beh, se lo aspettava? No, sinceramente no. Alla nazionale ci avevo fatto un pensierino dopo lo scudetto con Sassari, ma c'era già Pianigiani. Uscito di scena lui, è arrivato Messina e sinceramente non poteva esserci scelta migliore. Mi ero messo l'anima in pace e, quando ho ricevuto la recente chiamata, per un po' ho pensato che fosse uno scherzo. Mia moglie no: «Io ci ho sempre creduto» mi ha detto. Si è presa subito il merito, insomma. Non è poi così usuale che un allenatore uscente raccomandi il suo successore come ha fatto Messina con lei... O no? Non posso che esserne orgoglioso. Ettore è un'icona per chi fa il nostro mestiere: con quello che è stato capace di vincere, dà valore alla categoria degli allenatori italiani. Petrucci dixit: «Abbiamo scelto Sacchetti perché è uno normale»... Penso intendesse che sono normale come persona, non come allenatore. Nel senso che non vivo solo per la pallacanestro, anche se rimane una delle cose più importanti che ho. Nella vita c'è anche tanto altro. E poi sono come appaio: faccio ciò che mi piace, compreso il basket che mi piace. Per me è un concetto basilare: se questo sport lo vivi solo come un lavoro, anche ad altissimo livello, non va bene. «Nella vita c'è anche altro...». Cos'è "l'altro" di Sacchetti? Beh... è il mio giardino ad Alghero, per esempio. Dove faccio l'olio, il mirto e dove ci sono un paio di filari d'uva Moscato. Finito lo scorso campionato con Brindisi, sono tornato e ho trovato l'erba alta un metro e mezzo. Allora mi sono messo di buzzo buono e me la sono tagliata tutta: più di 7000 metri quadri, alzandomi alle 6 del mattino. Quando ho finito, mi sono seduto sul terrazzo a guardare il lavoro svolto, con una bella birra in mano. Soddisfatto. È lì che si ritirerà una volta smesso di allenare? A me piacerebbe, ma Olimpia ha già detto la sua: «Non più di due mesi all'anno, il resto a Varese...». Dove, al di là del periodo trascorso in canotta e pantaloncini, avrebbe dovuto trasferirsi già due volte... Vero. E poi non è successo: una volta per "colpa" mia, un'altra per "colpa" di Varese. La prima è stata nel 2010. Avevo parlato con Cecco Vescovi, ero stato a casa sua insieme a Max Ferraiuolo: loro mi volevano, ma ero molto combattuto. Perché? Perché avevo appena vinto l'A2 con Sassari. Mi dicevano: guarda che lì di più non puoi ottenere... Ma io la pensavo diversamente e volevo provare a misurarmi in Sardegna anche con la Serie A. Espressi i miei dubbi a mia moglie: «Devi fare quello che hai dentro...». E scelsi di rimanere. ...E la storia ha sancito la bontà della sua decisione, visto lo storico scudetto conquistato nel 2015. La seconda, invece? Fu proprio dopo lo scudetto. Era tutto fatto, tutto deciso. Poi Varese si tirò indietro, improvvisamente... Torniamo alla Nazionale. Il suo contratto è di due anni, ma i Mondiali del 2019, le cui qualificazioni inizieranno a novembre, potrebbero portare alle Olimpiadi del 2020, a Tokyo. Un sogno? Un sogno vero. Ho sempre vissuto di sogni e non ho intenzione di smettere proprio ora: le Olimpiadi sono la cosa più bella di tutte. Cosa si ricorda di Mosca 1980, quando l'Italia di cui faceva parte vinse uno storico argento? Tutto, a partire dalla sfilata iniziale alla quale, in virtù del boicottaggio, noi atleti non avevamo potuto partecipare. Allora ci mettemmo ad osservarla da un angolino dello stadio. L'ultimo tedoforo era Sergey Belov e una scena che non dimenticherò mai - ho anche la foto - è la gente che reggeva degli assi di legno in modo tale che fungessero da scalini per farlo arrivare fino al braciere. E poi le foto con la Comaneci, con Ul'jana Semionova, gigantessa di 213 centimetri e tante altre... Ricordi senza prezzo. L'argento alle Olimpiadi è stato più importante dell'oro agli Europei di Nantes 1983. Il giorno della presentazione ufficiale di Cagliari, una settimana fa, ha citato Dido Guerrieri, come accadde anche dopo la conquista della finale di campionato nel 2015. Lo considera il suo maestro? Ho avuto tanti allenatori importantissimi. Sandro Gamba, in primis, poi Riccardo Sales e Ettore Zuccheri, a Bologna, che mi trasformò in una guardia. Dido l'ho conosciuto sia da giocatore che da allenatore, essendo stato anche suo vice, e l'ho apprezzato tanto come persona di cultura oltre che come uomo di basket. Lui è stato il primo a insegnarmi che la vita non è solo pallacanestro. È vero che sarà Max Menetti, coach di Reggio Emilia, il suo vice nell'avventura azzurra? No, è una bufala. Max è un amico ed è un professionista che stimo moltissimo, ma non ho ancora preso alcuna decisione in merito e non lo farò finché non saranno finiti gli Europei di settembre. È una questione di rispetto per chi sta ancora lavorando. Prima della chiamata per la panchina dell'Italia, a giugno ha accettato la corte della Vanoli. Perché ha deciso di lasciare la Puglia e di sposare Cremona? A Brindisi sono stato bene. Bene con il mio staff e con l'ambiente, ma non ho avuto un gran feeling con la proprietà. Non avevo intenzione di far passare un altro anno lì e si è palesata la possibilità della Vanoli. Di Cremona mi hanno parlato positivamente in tanti, in primis i giocatori che ci sono stati e così ho deciso di accettare. Sapeva già della possibilità di un ripescaggio? Sarebbe stato un problema allenare in A2 per lei? C'era la speranza, ma nessuna certezza. E per me non ci sarebbe stato alcun problema a rimanere in seconda serie. Figuriamoci, ho allenato anche in C2... Lo dimostra il fatto che stavamo facendo la squadra proprio per l'A2, poi è arrivata l'esclusione di Caserta e abbiamo dovuto cambiare i nostri piani in corsa. Dalla sua avrà, per l'ennesima volta in carriera, i cugini Drake e Travis Diener... Drake ha telefonato a mio figlio Brian e gli ha detto che voleva giocare con me: Capo d'Orlando, con le trasferte europee, iniziava a diventare pesante come impegno, vista l'età e la famiglia (ha tre figli ndr). Travis, sinceramente, non me l'aspettavo, non ci pensavo. Ma le sue intenzioni mi sono sembrate subito serie e quando l'ho incontrato a Las Vegas l'ho visto bene, in forma. Mi ha detto: «Voglio tornare a divertirmi». E ci credo, so che non vorrà fare brutte figure. Io cercherò di preservarlo dal punto di vista fisico e so già che lui si arrabbierà un mondo, come accadeva a Sassari... Come vede il prossimo campionato di Serie A, coach? In pole position ci saranno sicuramente Venezia, Milano, io dico anche Sassari e vediamo Bologna... Per quanto riguarda Cremona, e penso che il discorso valga anche per Varese, l'obiettivo sarà quello di salvarsi il prima possibile. Poi non si sa mai: ogni anno possono esserci delle sorprese. Qualificazioni Mondiali 2019: non avrà a disposizione né i giocatori NBA, né quelli di Eurolega: si apriranno degli spazi nel roster dell'Italia... Certamente, anche per chi non è mai stato convocato. Quest'estate Varese ha preso un giovane promettente come Matteo Tambone: cosa ne pensa sul suo conto? Penso che abbia buone potenzialità e in tanti me ne hanno parlato bene. Gli auguro la stessa parabola di Davide Pascolo: guardate da dov'è partito e dov'è arrivato... Domanda secca: se non avessero chiamato lei per guidare la Nazionale, chi avrebbe Meo Sacchetti voluto su quella panchina? Maurizio Buscaglia. Capitolo amarcord. Quali sono le scaramanzie e i riti da spogliatoio più curiosi che ricorda da giocatore prima e da coach poi? Beh, il sottoscritto da giocatore, a Torino, non si è cambiato la maglietta da gioco per mesi e - da allenatore - le calze, perché pensavo portassero fortuna. Ho conosciuto atleti che andavano in bagno regolarmente prima di ogni partita e poi, tra tutti, cito l'ex Divarese Larry Micheaux: lui in panchina voleva a tutti i costi la Coca Cola perché gli dava "Energy". E la foto cestistica sul comodino? Due abbracci. Il primo con capitan Manuel Vannuzzo a Bologna, nel 2012: segnò all'ultimo secondo il canestro del nostro passaggio alle semifinali e poi, dopo aver esultato con i compagni, venne da me e mi abbracciò, sorridendo. Il secondo con Travis Diener. Nel finale di una partita a Siena lo avevo tolto dal campo mentre eravamo sotto di 10, lui si arrabbiò moltissimo e mi affrontò a muso duro: «Per te non giocherò mai più». Il giorno dopo si presentò all'allenamento e corse subito ad abbracciarmi: foto bellissima. Sì, so che ora Brian sarà un po' geloso: anche il nostro abbraccio dopo aver battuto Milano nella semifinale 2015 rimane indimenticabile. A proposito di Brian: come ha preso il fatto di avere un padre allenatore della nazionale? Io e mia moglie non gli abbiamo detto nulla per un po', poi Olimpia gliel'ha confessato. Risposta: «Che cazzo dici?». Uguale Tommy, mio figlio minore... Romeo Sacchetti coach dell'Italia del basket: si chiude un cerchio, aperto da quel maledetto infortunio nella finale 1990 contro la Scavolini con la canotta di Varese? No. Non si chiude nulla. La vita ti dà e ti toglie. Quell'infortunio era destino, lo scudetto con Sassari è stato destino: ogni gioia mi ha ripagato di ogni delusione. Non serbo alcun rimpianto nella mia esistenza, men che meno per quello che sarebbe potuto essere con Varese e invece non è stato.
  6. -5 AL RADUNO DELLA OPENJOBMETIS. GIOVEDÌ 17 TUTTI AL PALA2A! Tutto è pronto per l’inizio ufficiale della stagione 2017-2018 in casa Pallacanestro Openjobmetis Varese. Mercoledì 16, tutti i giocatori biancorossi (ad esclusione di Norvel Pelle, impegnato nella FIBA Asian Cup con la maglia del Libano) faranno il loro arrivo a Varese dove avranno modo di conoscere coach Attilio Caja ed il suo staff prendendo confidenza con la città che li ospiterà nell’arco di tutta la stagione. Giovedì 17, Wells e compagni svolgeranno le visite mediche di rito, al termine delle quali, intorno alle ore 18:00, si recheranno al PALA2A; sarà questa la tradizionale occasione in cui i tifosi e i sostenitori della Openjobmetis potranno conoscere i loro nuovi beniamini che saranno disponibili per autografi e fotoricordo. Il giorno dopo, venerdì 18, i biancorossi partiranno alla volta di Chiavenna, per il quarto anno consecutivo sede del ritiro precampionato, dove la squadra inizierà la preparazione in vista dell’esordio in campionato previsto per domenica 1 ottobre contro i Campioni d’Italia dell’Umana Reyer Venezia.
  7. Cinque spazi liberi su una maglia gloriosa Chiusa la campagna acquisti per i giocatori, la Pallacanestro Varese apre quella per gli sponsor. Priorità assoluta per la società di piazza Monte Grappa la ricerca di nuovi compagni di viaggio in cerca di visibilità sulle divise biancorosse. A meno di colpi di scena dell'ultima ora, saranno solo due - Openjobmetis e Cimberio - gli sponsor di maglia con cui la formazione di Attilio Caja inizierà la stagione 2017-18. Cinque, invece, gli spazi liberi tra canotta e pantaloncini. Il nulla di fatto con Teva - probabilmente legato anche alla prossima scadenza del mandato dell' a.d. della divisione Italia, Hubert Puech, storicamente molto legato ai colori biancorossi - lascia un vuoto pesante da col- mare. La multinazionale del settore farmaceutico dava un contributo sostanzioso (poco più di 300mila euro, il 20% dei quali riservato al settore giovanile) alla causa di Varese. Che negli ultimi 4 anni ha progressivamente ridotto i ricavi dalle sponsorizzazioni principali: nel 2012-13 gli sponsor di maglia fruttarono circa 1,6 milioni di euro, ora - pur con tanti contatti aperti che il settore marketing e lo stesso d.g. Claudio Coldebella dovranno approfondire a settembre - il 2017-18 inizia con poco più di 500mila euro. E proprio questo il comparto "in sofferenza": da qui la necessità di ridurre il budget dai 5,2 milioni dell'anno degli "Indimenticabili" (che produsse però oltre 1,2 milioni lordi di introiti al botteghino) ai circa 4 della stagione alle porte. Si è ridotto l'appeal del brand Pallacanestro Varese per i risultati negativi delle ultime 4 stagioni? La lenta ma progressiva crescita del consorzio (sceso a poco dìù di 40 soci nel 2014. ora siamo oltre quota 55) dà segnali contrari. Tra i problemi più importanti c'è invece l'appeal relativo del "prodotto basket": manca la capacità di "fare sistema" della Lega Basket come quando negli anni '80 e '90 la generazione di proprietari, tra i quali loto Bulgheroni era un esponente di spicco, aveva creato un sistema di regole capace di attirare i marchi della grande distribuzione. E poi c'è l'indotto del territorio che è diverso dai tempi della grande Ignis, ma anche di altri marchi fortemente varesini - Cagiva, DiVarese, Ranger e i membri dell'impresa sportiva antesignana del consorzio creata da Edo Bulgheroni per i Roosters - che rende più facile trovare consorziati a cinque cifre rispetto a sponsor di maglia da 6 cifre. L'estate 2017 ha portato però tre novità positive che fanno ben sperare. La prima è rappresentata da Gianfranco Ponti e dal suo portafoglio di contatti internazionali che potrebbe aprire porte nuove e diverse dai canali battuti finora. La seconda è la novità della fruibilità via streaming della serie A grazie al nuovo accordo con Discovery Channel tramite il portale Eurosport. che aumenterà la visibilità e di conseguenza l'appetibilità per gli sponsor del "prodotto-basket". La terza è il nuovo tabellone a cubo in arrivo a Masnago entro la fine dell' anno che aumenterà quantità e qualità degli spazi pubblicitari al PalA2A. invertire l'attuale trend negativo è indispensabile per costruire una Varese più ambiziosa. Giuseppe Sciascia
  8. Fabrizio Fiorini non sarà più l’amministratore delegato della Pallacanestro Varese. La notizia delle dimissioni, che sarebbero state date dall’imprenditore milanese già alcune settimane fa, è circolata nelle ultime ore, sebbene non abbia trovato la conferma diretta dell’interessato nella giornata di ieri. Quel che è certo è che Fiorini dovrà comunque rimanere in carica almeno fino al prossimo 1 settembre, giorno in cui è stato convocato il consiglio d’amministrazione di piazza Monte Grappa, unico organo deputato a ratificare l’addio. Se le suddette intenzioni venissero conclamate, per la società si aprirebbe il problema della successione in un ruolo delicato e di primaria importanza, soprattutto nei mala tempora attuali caratterizzati da una non semplice situazione economico-finanziaria. Fiorini, 50 anni, di Bresso, era entrato in carica al termine della stagione agonistica 2015/2016, a conclusione dell’era da presidente di Stefano Coppa e in corrispondenza dell’insediamento del nuovo cda biancorosso, composto da lui, Toto Bulgheroni, Riccardo Polinelli, Monica Salvestrin e Marco Vittorelli (attuale presidente). Già consorziato da diversi anni (nonché consigliere d’amministrazione dello stesso Varese nel Cuore, carica che dovrebbe mantenere anche in futuro) da allora si era messo gratuitamente a servizio della causa in uno dei momenti più difficili della settantennale storia societaria, caratterizzato dalla necessità di fronteggiare un buco di bilancio (eredità del recente passato) superiore agli 800 mila euro e di prendere conseguenti e complicate scelte gestionali al fine di mantenere in vita la Pallacanestro Varese. Nulla si sa, al momento, sulle motivazioni delle dimissioni. Fiorini negli ultimi giorni ha continuato a lavorare in piazza Monte Grappa, per garantire la continuità societaria anche nel mese di agosto. Fabio Gandini
  9. Si avvicina il raduno. Ma senza saluto ai tifosi La società sta però cercando di ritagliare uno spazio nel programma Si avvicina a grandi passi il 16 agosto, giorno designato per il raduno della Pallacanestro Varese. Al momento in cui scriviamo non è prevista alcuna uscita pubblica della squadra, che non avrà tempo e modo di incontrare i tifosi come invece accaduto più volte negli anni scorsi nel momento del “serrate le righe”. La società sta cercando di porre rimedio a quella che sarebbe una mancanza non di poco conto, per tradizione e opportunità (il contatto tra giocatori e supporter all’inizio della stagione è sempre stato vissuto dai secondi con entusiasmo e partecipazione), e l’auspicio di tutti è quello che si riesca a ritagliare uno spazio nel fitto programma degli eventi. Non sarà facile, tuttavia. Gli americani - ad esclusione del playmaker Cameron Wells, che raggiungerà Varese qualche giorno prima degli altri da Francoforte- sbarcheranno a Malpensa proprio nella mattinata del 16 agosto, tutti (e per tutti si intendono Antabia Waller, Tyler Cain, Damian Hollis e Stanley Okoye) con lo stesso volo in partenza da Atlanta. Appena giunti in città si uniranno ai compagni, presenti in formazione completa ad esclusione di Norvel Pelle, ancora impegnato ai campionati continentali asiatici. Il 17 agosto spazio alle visite mediche, concentrate - anche questo a differenza delle stagioni passate, nelle quali i giocatori arrivavano scaglionati - tutte in un’unica giornata. Il 18 mattina partenza, molto presto, per Chiavenna, dove prenderà il via la settimana di ritiro. Fabio Gandini
  10. Matteo Laganà ha scelto Capo d'Orlando. Niente colpo finale per il mercato di Varese: il 17enne talento Calabro ha preferito la soluzione logisticamente più comoda rispetto ad una nuova avventura in Lombardia dopo la stagione 2016-17 disputata a Milano. L'atleta del 2000 firmerà un accordo quadriennale con la Betaland, che nel 2017-18 lo utilizzerà come terzo playmaker dietro all'americano Talton e allo slovacco Ihring, dandogli spazio di gioco nella società satellite Agatirno militante in C Silver. L'alternativa Varese, che a sua volta proponeva un accordo pluriennale con doppio tesseramento per la prossima stagione con la Coelsanus in serie B, è stata presa in seria considerazione fino all'ultimo, ma alla fine la possibilità di riavvicinarsi a casa ha giocato un ruolo decisivo nella scelta della famiglia dell' atleta. Al momento non sono previsti ulteriori innesti nel roster biancorosso che comunque sarebbe al completo se Manuel Rossi dovesse sciogliere l'attuale riserva ed accettare il contratto biennale che la società gli aveva proposto due settimane fa. La situazione è in stallo: il 19enne playmaker nato cestisticamente alla Valceresio preferirebbe giocare da protagonista nelle Minors (era un obiettivo primario della Coelsanus che però si è ritirata in buon ordine quando la Pall.Varese ha inserito l'atleta del 1997 nei suoi piani), se però non firmerà il contratto accettando il ruolo da undicesimo in serie A, rischia di restare ai box per tutta la stagione fino allo svincolo automatico l'1 luglio del prossimo anno. L'unica alternativa è che Varese valuti la possibilità di aggregare un ospite per il ritiro e la prima parte del precampionato, pescando tra i giocatori senza contratto come era accaduto lo scorso anno con Massimo Bulleri (e per qualche settimana anche Stefano Borsato). Ma non sembrano esserci le condizioni per un'aggiunta "extra": l'operazione Laganà avrebbe rappresentato un investimento interessante in ottica futura a costi inizialmente limitati, un undicesimo giocatore senior rischierebbe di "erodere" il tesoretto (circa 70mila euro sugli 800mila ipotizzati inizialmente come monte stipendi netto) da conservare in caso di necessità per evitare extrabudget a stagione in corso. Intanto continuano le chiamate di allenatori stranieri ad Attilio Caja in cerca di notizie sul conto di O.D. Anosike ed Eric Mavnor: l'ultimo a farsi vivo è stato Eric Elfassi, coach dell'Ironi Nahariya del campionato israeliano, intessato sia al centro nigeriano che al play statunitense. Il lungo del 1991 resta comunque in corsa per tutte e quattro le situazioni aperte in serie A di squadre in caccia del centro titolare. Però Capo d'Orlando e Brindisi (dove peraltro è già stato nella seconda metà del 2014-15) hanno risorse troppo limitate, Cremona lo valuta ma Meo Sacchetti preferirebbe un lungo più atletico, e alla Virtus Bologna è considerato un profilo in subordine a quello di altri elementi dal pedigree più importante (a partire da Joey Dorsey, che dopo aver iniziato la stagione 2016-17 al Barcellona ha chiuso in Turchia al Best Balikesir retrocedendo in seconda lega). Giuseppe Sciascia
  11. Laganà, no a Varese. II giovane play ha scelto di firmare per Capo d'Orlando Matteo Laganà ha scelto Capo d'Orlando. Niente colpo finale per il mercato di Varese: il 17enne talento Calabro ha preferito la soluzione logisticamente più comoda rispetto ad una nuova avventura in Lombardia dopo la stagione 2016-17 disputata a Milano. L'atleta del 2000 firmerà un accordo quadriennale con la Betaland, che nel 2017-18 lo utilizzerà come terzo playmaker dietro all'americano Talton e allo slovacco Ihring, dandogli spazio di gioco nella società satellite Agatirno militante in C Silver. L'alternativa Varese, che a sua volta proponeva un accordo pluriennale con doppio tesseramento per la prossima stagione con la Coelsanus in serie B, è stata presa in seria considerazione fino all'ultimo, ma alla fine la possibilità di riavvicinarsi a casa ha giocato un ruolo decisivo nella scelta della famiglia dell' atleta. Al momento non sono previsti ulteriori innesti nel roster biancorosso che comunque sarebbe al completo se Manuel Rossi dovesse sciogliere l'attuale riserva ed accettare il contratto biennale che la società gli aveva proposto due settimane fa. La situazione è in stallo: il 19enne playmaker nato cestisticamente alla Valceresio preferirebbe giocare da protagonista nelle Minors (era un obiettivo primario della Coelsanus che però si è ritirata in buon ordine quando la Pall.Varese ha inserito l'atleta del 1997 nei suoi piani), se però non firmerà il contratto accettando il ruolo da undicesimo in serie A, rischia di restare ai box per tutta la stagione fino allo svincolo automatico l'1 luglio del prossimo anno. L'unica alternativa è che Varese valuti la possibilità di aggregare un ospite per il ritiro e la prima parte del precampionato, pescando tra i giocatori senza contratto come era accaduto lo scorso anno con Massimo Bulleri (e per qualche settimana anche Stefano Borsato). Ma non sembrano esserci le condizioni per un'aggiunta "extra": l'operazione Laganà avrebbe rappresentato un investimento interessante in ottica futura a costi inizialmente limitati, un undicesimo giocatore senior rischierebbe di "erodere" il tesoretto (circa 70mila euro sugli 800mila ipotizzati inizialmente come monte stipendi netto) da conservare in caso di necessità per evitare extrabudget a stagione in corso. Intanto continuano le chiamate di allenatori stranieri ad Attilio Caja in cerca di notizie sul conto di O.D. Anosike ed Eric Mavnor: l'ultimo a farsi vivo è stato Eric Elfassi, coach dell'Ironi Nahariya del campionato israeliano, intessato sia al centro nigeriano che al play statunitense. Il lungo del 1991 resta comunque in corsa per tutte e quattro le situazioni aperte in serie A di squadre in caccia del centro titolare. Però Capo d'Orlando e Brindisi (dove peraltro è già stato nella seconda metà del 2014-15) hanno risorse troppo limitate, Cremona lo valuta ma Meo Sacchetti preferirebbe un lungo più atletico, e alla Virtus Bologna è considerato un profilo in subordine a quello di altri elementi dal pedigree più importante (a partire da Joey Dorsey, che dopo aver iniziato la stagione 2016-17 al Barcellona ha chiuso in Turchia al Best Balikesir retrocedendo in seconda lega). Giuseppe Sciascia
  12. Fabrizio Fiorini verso l’addio. Lascerà il cda di Varese Fabrizio Fiorini non sarà più l’amministratore delegato della Pallacanestro Varese. La notizia delle dimissioni, che sarebbero state date dall’imprenditore milanese già alcune settimane fa, è circolata nelle ultime ore, sebbene non abbia trovato la conferma diretta dell’interessato nella giornata di ieri. Quel che è certo è che Fiorini dovrà comunque rimanere in carica almeno fino al prossimo 1 settembre, giorno in cui è stato convocato il consiglio d’amministrazione di piazza Monte Grappa, unico organo deputato a ratificare l’addio. Se le suddette intenzioni venissero conclamate, per la società si aprirebbe il problema della successione in un ruolo delicato e di primaria importanza, soprattutto nei mala tempora attuali caratterizzati da una non semplice situazione economico-finanziaria. Fiorini, 50 anni, di Bresso, era entrato in carica al termine della stagione agonistica 2015/2016, a conclusione dell’era da presidente di Stefano Coppa e in corrispondenza dell’insediamento del nuovo cda biancorosso, composto da lui, Toto Bulgheroni, Riccardo Polinelli, Monica Salvestrin e Marco Vittorelli (attuale presidente). Già consorziato da diversi anni (nonché consigliere d’amministrazione dello stesso Varese nel Cuore, carica che dovrebbe mantenere anche in futuro) da allora si era messo gratuitamente a servizio della causa in uno dei momenti più difficili della settantennale storia societaria, caratterizzato dalla necessità di fronteggiare un buco di bilancio (eredità del recente passato) superiore agli 800 mila euro e di prendere conseguenti e complicate scelte gestionali al fine di mantenere in vita la Pallacanestro Varese. Nulla si sa, al momento, sulle motivazioni delle dimissioni. Fiorini negli ultimi giorni ha continuato a lavorare in piazza Monte Grappa, per garantire la continuità societaria anche nel mese di agosto. Fabio Gandini
  13. McGee a Pistoia...
  14. Laganà sfoglia la margherita Varese o Capo d'Orlando? Matteo Laganà dovrebbe sciogliere a breve la riserva tra le due alternative di serie A con vista Minors che ha sul piatto. Non c'è solo la società di piazza Monte Grappa a voler ingaggiare il 17enne atleta calabrese: anche la Betaland ha messo gli occhi addosso al figlio minore di Lucio, ex giocatore di serie A con la Viola negli anni '80 e '90, e tra i migliori prospetti dell'annata 2000 con all'attivo già due edizioni degli Europei Under 16 disputate con la maglia azzurra (1,1 punti e 0,9 rimbalzi "sotto età" nel 2015; 6.0 punti, 3,1 rimbalzi e 2,0 assist nell'edizione 2016). Varese vorrebbe convincere il giovane atleta che nel 2016-17 era in prestito alle giovanili di Milano con un programma di crescita pluriennale che nel 2017-18 prevederebbe una "finestra" per farsi le ossa in serie B alla Coelsanus. Ossia la stessa categoria disputata nella passata stagione con la maglia dell'Urania Milano, che dovrebbe servire a Laganà - inserito nel roster della serie A biancorossa come terzo playmaker - ad aumentare il bagaglio di esperienza per poi scalare le gerarchie verso un inserimento nelle rotazioni della serie A. Capo d'Orlando aggregherebbe Laganà nel gruppo di lavoro della prima squadra - anche in questo caso come undicesimo giocatore - e gli darebbe spazio per giocare nella squadra satellite dell'Agatirno militante in C Silver. Sulla carta gli stimoli maggiori per la crescita tecnica del prospetto del 2000 sono quelli proposti da Varese, soluzione considerata allettante dall'atleta. A giocare in favore della Betaland c'è la vicinanza con Reggio Calabria, dove risiede la famiglia dell'atleta che gradirebbe maggiormente l'alternativa logisticamente più comoda per gli spostamenti. Varese spera di aver giocato le carte giuste per convincere della bontà della sua proposta tecnica presente e futura; il 17enne atleta vuole risolvere il ballottaggio prima dell'inizio del camp "Basketball Without Borders" che lo vedrà impegnato dal 13 al 16 agosto in Israele. Forse già oggi comunicherà la sua decisione alle pretendenti. Giuseppe Sciascia
  15. «Varese, non è andata come speravo. Mi porterò dentro le finali di Chalon» Il tempo delle novità, della curiosità, della voglia di iniziare, della voglia di basket. Ma anche il tempo dei saluti e degli addii, che spesso passano sotto silenzio, ed è un vero peccato. Una squadra quasi totalmente nuova, ed esclusione di Ferrero, Pelle ed Avramovic, sarà accompagnata e guidata da uno staff altrettanto rinnovato: Matteo Jemoli, Raimondo Diamante e Massimo Bulleri. Non ci sono più, e a questo punto non è che sia più una novità, Stefano Vanoncini e Paolo Conti. Se Vanoncini ha ritrovato la via di casa alla Poderosa Montegranaro, diversi sono i progetti di Conti, che si gode l’estate in montagna in attesa di scoprire cosa il futuro gli riserverà. Partiamo dall’addio, o dalla separazione, come dir si voglia: come si è consumata? È stata una mia scelta, questi due anni di esperienza come allenatore non sono andati come mi attendevo. Sicuramente continuare non secondo le mie aspettative iniziali mi ha portato a compiere la scelta di non proseguire questa avventura. Poi probabilmente la Pallacanestro Varese nemmeno mi avrebbe confermato, questo non lo so, però in generale non mi aspettavo che andasse nel modo in cui è andata. Volendo approfondire, cosa nello specifico non ha funzionato rispetto ai pensieri di inizio esperienza? Mi immaginavo che essere dall’altra parte della barricata, pur non avendolo mai fatto da senior, volesse dire determinate cose e, a livello personale, mi aspettavo un altro tipo di gratificazione che non è arrivata. Purtroppo il basket non è una scienza esatta, hai aspettative all’inizio che magari non vengono confermate. Probabilmente non sono fatto io per questo mestiere, però mi aspettavo un coinvolgimento maggiore nelle scelte, sul campo, sulla visione e sulla gestione dei giocatori, sulla progettazione di una stagione. Da assistente pensi di poter essere coinvolto nelle scelte, cosa che non è accaduta. In quali rapporti si è lasciato con la società? In maniera molto tranquilla, io stesso ho comunicato che non avrei voluto continuare a fare l’allenatore ma ho dato la disponibilità per assumere altri incarichi. La chiamata per altri ruoli non è arrivata, ma lo dico senza alcuna polemica. Di queste due stagioni in panchina cosa si porterà dietro? Sono stati due anni intensissimi, la gente non immagina quando sia gravoso a livello di energie il lavoro dell’assistente. Io e Stefano per due anni abbiamo lavorato dodici ore al giorno, senza sosta e senza orari. Mi porto a casa i rapporti personali, quello con Paolo Moretti, una persona a modo che tuttora sento: nelle difficoltà con lui si è cementato un rapporto limpido. Con Stefano Vanoncini è nata un’amicizia, ho visto più lui che mia moglie: un rapporto che è nato tra le difficoltà e gli scontri che sul lavoro inevitabilmente ci sono. Mi porto a casa un importante arricchimento tecnico, al di là della mia scelta finale sono cresciuto molto, ho iniziato ad osservare la pallacanestro sotto sfaccettature diverse. E del campo, cosa ricorderà? Indubbiamente le Final Four di Chalon, per tutto ciò che hanno comportato: l’emozione nell’arrivarci e nell’affrontarle, l’approccio, la preparazione dall’interno, la possibilità di vivere i momenti più belli. Difficilmente me ne dimenticherò. E ora, che si fa? A livello di pallacanestro non ho avuto chiamate e non ho alcuna possibilità, quindi per il momento non ho la certezza di un futuro all’interno del basket. Per il resto, vedremo. Alberto Coriele