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  1. Maggio, campagna abbonamenti, Masnago: tra sala Gualco ed entrata del PalA2A si intervistano i temerari andati a sottoscrivere la tessera annuale, praticamente a scatola chiusa. Sul taccuino finiscono parole di fedeltà alla causa, di tifo incondizionato, di fiducia e di speranza. E finisce una costante: «… sì, però mi aspetto che la società confermi il capitano… ». Una, due, tre volte… Oggi - e andrà avanti fino a sabato sera - la campagna abbonamenti ricomincia con quella certezza allora mancante. Che poi è generale: un singolo giocatore, fosse anche il più brillante degli assi del parquet, non può prendersi alcun palcoscenico a discapito di uno squadra; di tipi alla Giancarlo Ferrero, però, è difficile fare a meno. E il perché lo leggerete nella seguente intervista. Come procede l’estate, Ferrero? Bene, come prima cosa sono stato a trovare Cavaliero a Trieste, il mese scorso: mi sono presentato a sorpresa alla fine dell’ultimo allenamento prima della finale, poi da Trieste sono andato quattro giorni in Croazia. E basta. Tutto qui? Ammetto che non ho tutta questa necessità di andare in vacanza: mi piace stare tranquillo a casa e fare quelle cose che durante l’anno non riesco a fare per ovvie questioni di tempo. E tra queste cose ci sono anche gli esami universitari: ne ho superati altri tre. E ha partecipato alla Basket Fest, nonché presenziato all’inaugurazione del campetto al Campus in memoria di Paolo Talamoni… Mi fa piacere partecipare a questi eventi, sono stato anche al camp estivo a Druogno, per esempio: le faccio volentieri, mi gratificano. A giornate come la Basket Fest è bello esserci perché ritrovi ragazzi che ti conoscono, che ti danno il cinque, che magari ti chiedono una foto. C’è stato entusiasmo e grande partecipazione, così come al campetto per Paul. Questa sua indole e questo suo coinvolgimento altro non fanno che confermare la bontà dell’esito della trattativa che l’ha vista protagonista il mese scorso con la società: Ferrero non sposa solo le cause del parquet a Varese… C’era bisogno di parlarsi a quattr’occhi, di incontrarsi: l’intento era comune, era necessario soltanto guardarsi negli occhi e trovare un accordo. E mi fa enormemente piacere averlo trovato, perché da quello che ho capito in questi due anni qui Varese si immedesima nei giocatori ma anche nelle persone, ed è bello essere una di queste. Durante lo stallo della trattativa, e poi all’esito positivo della stessa, in tantissimi mi hanno scritto o telefonato, facendomi sentire il loro affetto. Alcuni tifosi mi hanno addirittura voluto ringraziare per ciò che avevo fatto, nel caso in cui non fossi rimasto. Facciamo il gioco delle figurine. Lei arrivò a Varese nell’estate 2015: due anni dopo, è l’unico superstite di quella squadra, la prima di Moretti. Sente una responsabilità diversa o maggiore, quasi un “dovere di anzianità” ora? Ho fatto più di una volta questa riflessione. Nella mia abitazione qui a Varese ho un calendario fatto per Openjobmetis durante la prima stagione: quando sono tornato a casa dopo aver firmato il rinnovo, quasi per combinazione, ho guardato quel calendario e mi sono “accorto” che di quei giocatori non era rimasto nessuno… Sì, c’è della responsabilità, ma non penso di dover fare niente di più di quello che ho sempre fatto: l’esempio è l’unica cosa che conta. Nelle settimane scorse alcuni tra i nuovi acquisti mi hanno chiamato per sapere di più sulla squadra, sulla città e sui tifosi: a loro ho spiegato cosa significa stare a Varese e l’attenzione che ci viene dedicata da tutti. A proposito dei nuovi: come vede gli innesti italiani di Nicola Natali e Matteo Tambone? Natali ha giocato tre anni a Casale Monferrato, lo conosco come persona e come atleta, mentre Matteo Tambone l’ho conosciuto due anni fa perché, prima di firmare per Varese e dopo aver chiuso l’esperienza a Trapani, mi ero fermato due settimane ad allenarmi a Ravenna e ho avuto modo di farlo con lui. Entrambi, come me due anni fa, hanno voglia di provare a fare un salto di qualità, di vivere un miglioramento nella loro carriera. Sono, però, due giocatori che attraversano momenti molto diversi. Tambone ha 23 anni e ha davanti a sé un lungo futuro agonistico. Ha fatto un ottimo campionato in Legadue, da più di un anno è molto consistente e sta dimostrando di poter migliorare in progressione: ora ha una grande opportunità da giocarsi. Nico Natali è un mio coetaneo, è arrivato alla maturità: penso abbia fatto altrettanto bene a raccogliere la proposta di Varese. Sono due ragazzi seri e molto motivati, poi parlerà il campo, ma auguro a loro di vivere il mio stesso percorso. Seguendo le parole del coach e della società, l’idea è quella di costruire una squadra che abbia voglia di mettersi in gioco e che soprattutto abbia fame: credo che sia Natali che Tambone siano perfetti per questo tipo di attitudine. Che cosa ha consigliato a loro? Ho detto di prepararsi ad un ambiente caldo, perché qui se dai il massimo ti viene riconosciuto. La prerogativa è quella di impegnarsi ogni giorno, ma non ho alcun dubbio sul loro conto. Coach Attilio Caja e il direttore generale Claudio Coldebella sono stati pubblicamente molto chiari nelle loro recenti dichiarazioni sugli obiettivi stagionali “di partenza”: i playoff non saranno una conditio sine qua non per giudicare la prossima stagione soddisfacente. Lei cosa pensa? Sono d’accordo. Ovviamente ogni giocatore o allenatore o dirigente inizia una stagione puntando al massimo: ogni partita è da vincere e ogni avversario è da battere. Però le loro parole mi sono sembrate corrette perché hanno spiegato la reale situazione e le nostre possibilità: a un pubblico competente come quello di Varese, sia a livello di campo che nelle dinamiche extra-campo, è giusto raccontare le cose come stanno. Anche perché, per esaltare quel pubblico di cui sopra, non serve molto… Una dimostrazione è stata la seconda parte della stagione scorsa: da gennaio in poi si è giocato solo per la salvezza ma si è visto un PalA2A caldo, pieno, soddisfatto… Dopo due vittorie in fila, oppure quando vede una squadra che diverte e ha un modo di giocare energico, il pubblico di Varese si esalta. Tutto è legato a come giochiamo e soprattutto a come ci comportiamo in campo. Ecco: non conosco benissimo gli stranieri che arriveranno (anche se ho cercato di studiarli un po’), ma penso sia stato fatto il possibile per raggiungere quell’idea di squadra che ha ridato la carica a fine annata scorsa. Abbiamo parlato in generale, ora scendiamo al particolare: con che obiettivo inizierà l’annata agonistica di Giancarlo Ferrero? Voglio alzare la mia asticella ancora più in alto. Quando sono arrivato due anni dovevo dimostrare di valere la Serie A: se Varese mi ha offerto la possibilità di rimanere, significa che ci sono riuscito. Ora devo provare a essere costante, a diventare una garanzia, pur con i miei limiti e difetti: quello che posso dare, lo devo dare sempre. Come sarà il cammino della nazionale ad Eurobasket? A mio parere possono arrivare molto avanti, penso ci sia la giusta motivazione, l’energia e la voglia di riuscire bene. C’è anche del fermento dovuto alle prestazioni dell’Under 19 e della femminile: mi auguro che tutta questa energia venga messa anche dalla nazionale maggiore. A proposito di Under 19: per una nazionale juniores che arriva a conquistare l’argento a un Mondiale, non sembra esistere un corrispettivo di spazio o di considerazione nel massimo campionato italiano per i giovani che la compongono. Cosa manca per permettere a quei ragazzi di esprimersi tra i “grandi”? Parto dalla mia esperienza: per arrivare a un rinnovo in Serie A ho iniziato dalla C1 e ho fatto tutto il percorso salendo un gradino dopo l’altro. Capisco quanto sia difficile finire le giovanili ed essere subito pronti e condivido un’analisi che coach Marco Crespi ha fatto durante la finale dell’Under 19: è necessario capire quali siano le motivazioni di questo problema. Non è scritto da nessuna parte che questi ragazzi, dopo un argento mondiale, debbano giocare in Serie A, però in Italia alla fine del 19° anno di età manca un anello di congiunzione. I giocatori top probabilmente trovano spazio, i giocatori medi hanno una fase di stacco. Negli Stati Uniti c’è il college che ti permette di confrontarti con quelli che probabilmente sono i migliori al mondo della tua età. Da noi questo banco di prova manca. Alberto Coriele e Fabio Gandini
  2. Ha terminato il campionato da capitano ed ora si sta lavorando per la sua permanenza. Giancarlo Ferrero, dopo due stagioni con la maglia della Pallacanestro Varese, sembrava nelle settimane scorse molto lontano dal poter rimanere in bianco-rosso anche per la prossima: con la società, distanza economica tra domanda e offerta e diversi silenzi. Poi, però, si è andati oltre, non ci si è fermati al muro contro muro: le due parti hanno continuato a parlare. Forse anche sorprendentemente. Di più: si sono viste a quattr'occhi, nei giorni scorsi. Simboleggiando la volontà di trovare un accordo, spingendo in una comune direzione pur viaggiando ancora su binari diversi. A quando l'ultima parola? E, soprattutto, quale sarà questa ultima parola? Nel fine settimana si attendono novità. La permanenza dell'ala nativa di Bra aggiungerebbe un nuovo tassello al roster 2017/2018, che per il momento conta dell'unico movimento di mercato che ha riportato alla corte di Caja Stanley Okoye, tornato a vestirsi di biancorosso dopo due stagioni a girovagare in A2 tra Matera, Trapani ed Udine, e delle conferme di Aleksa Avramovic e Norvel Pelle. Comunque vada con Ferrerò, l'attenzione si sposterà anche su eventuali altre conferme di giocatori del vecchio roster, vagliando costantemente le volontà degli stessi. E, d'altro canto, continuerà ad essere focalizzata su eventuali affari da cogliere al volo, in un momento del "gioco" in cui certe strade sono assai ripide, praticamente impossibili, da percorrere. Alberto Coriele
  3. Giancarlo Ferrero ancora in biancorosso? A oggi le chance di rivedere nell’organico 2017/2018 l’ala, capitano della Openjobmetis nelle ultime due partite della stagione appena conclusa, non paiono altissime: una sua conferma è al momento tutt’altro che scontata. Il dialogo tra i rappresentanti del giocatore classe 1988, che ha il contratto in scadenza al 30 giugno 2017, e la società di piazza Monte Grappa vive un momento di assoluta stasi, ben lontano dalla concretezza di una trattativa in fase avanzata o di un’offerta di una parte nei confronti dell’altra. Cosa accadrà nelle prossime settimane è difficile da prevedere, ma chi si aspettava che il rinnovo di uno degli idoli più “lampanti” del PalA2A, simbolo - per carattere, impegno e orgoglio - della rinascita di una squadra finita in fondo alla classifica, fosse una pura formalità si dovrà ricredere. Nell’immobilismo attuale pesano questioni tecniche o economiche? Impossibile rispondere a questa domanda: l’unico dato certo è che il destino dell’uomo di Bra (4,4 punti in 13,7 minuti con il 57,1% da 2 e il 38% da 3 il suo “score” in campionato, ma nelle 18 partite con Caja alla guida siamo a 6 punti in 17 minuti con il 54,3% da 2 e il 40,6% da 3) è diventato un punto interrogativo che fa compagnia ai tanti altri della tarda primavera varesina. Perché la verità è solo una: al 18 maggio notizie vere non ce ne sono. L’unico rumor che assomiglia a una certezza è la volontà di uscire dall’1+1 che lega Varese a Krjstian Kangur: piazza Monte Grappa sarebbe pronta a pagare entro il 30 di giugno una penale di 10mila euro e a rinunciare ai servigi dell’ala estone. Per il resto, fatti salvi alcuni colloqui esplorativi, il bollettino piange per assenza di (vera) carne al fuoco. Con Maynor, Johnson, Anosike ed Eyenga pensare di intavolare una proficua trattativa quando maggio campeggia ancora sui calendari è fantasioso: troppe le variabili in gioco per una società che non è in grado di presentare offerte economiche "a prova di no” e per dei giocatori che si guarderanno necessariamente in giro prima di valutare la permanenza. Diverso il discorso con Pelle e Avramovic, due pedine già dotate di contratto garantito per la prossima annata: per “Avra” il sì definitivo (al momento probabile) scaturirà da un’attenta valutazione tecnica ; nel caso del caraibico, invece, sarà decisiva l’assenza di offerte, nel complesso più vantaggiose, che lo convincerebbero a esercitare la clausola rescissoria a suo favore. Fabio Gandini
  4. Giocare in Serie A: fatto. Dimostrare di poter reggere il livello della Serie A: fatto. Giocare in quintetto in una squadra di Serie A: fatto. Essere il capitano di una squadra di Serie A: fatto. O quasi. Dopodomani la favola di Giancarlo Ferrero si comporrà di un nuovo capitolo: il ragazzino di Bra che sognava il grande basket davanti alla televisione calcherà il parquet di Masnago da capitano della Pallacanestro Varese. Fame, bravura, tenacia e destino si fondono insieme nella scalata alla vita di questo ragazzo sempre sorridente ed educato: prima di immaginare un’altra cima, prima di girare un’altra pagina, prima di scrivere un’altra riga, fermiamoci con lui e assaporiamo il qui e ora. Andrea Meneghin, Cecco Vescovi, Giacomo Galanda, Alessandro De Pol… Potremmo andare avanti ma ci fermiamo agli ultimi vent’anni e agli italiani. Capitan Giancarlo Ferrero, come ci si sente a essere parte di una lista del genere? E’ una grandissima emozione. Sapere che sarei diventato capitano dalle parole di Daniele (Cavaliero ndr), nel giorno del suo addio, mi ha fatto tanto piacere, anche perché lui non sarà mai solo un compagno di squadra quanto un amico ben oltre la pallacanestro. Per almeno due partite avrò dunque questo ruolo in un posto come Varese: se penso a dov’ero solo due anni fa, tutto ciò è proprio una bella storia. Questa investitura mi inorgoglisce e mi dà ancora più energia. Da piccolo, quando ha iniziato a giocare a basket, sognava qualcosa del genere? Sognavo di arrivare a giocare in Serie A e lo facevo guardando le partite di campionato sulla Rai il sabato o la domenica pomeriggio. Sognavo di giocare sui parquet più importanti e uno di questi era sicuramente quello di Masnago. Due anni fa ho avuto la chance di dimostrare di poter stare a questo livello e se mi guardo indietro penso di aver fatto un buon percorso: il bello, tuttavia, è poter alzare l’asticella sempre più in alto e quindi diventare capitano della Pallacanestro Varese è un nuovo traguardo raggiunto. Negli ultimi giorni le sono arrivati complimenti che ha particolarmente apprezzato? Mi hanno scritto tanti amici e mi ha fatto davvero piacere. Ma quello che ha detto Cavaliero ("Lascio Varese in buone mani" ndr) è stata la cosa più importante per me. E poi, ma non c’era bisogno di questa occasione per rendermene conto, è stato grande l’affetto dei tifosi biancorossi: loro mi fanno sentire speciale ogni domenica già alla presentazione, il loro calore nei miei confronti è senza soluzione di continuità. Cosa vuol dire essere il capitano di una squadra di basket al giorno d’oggi, con gli organici che cambiano ogni anno e colleghi che arrivano da ogni parte del mondo? Il capitano deve dare l’esempio: è una responsabilità sulle spalle non da poco. Significa essere una persona che, fin dal primo allenamento ad agosto, fa vedere ai compagni che c’è sempre, che è sempre puntuale, che si allena in un certo modo. Non contano tanto le parole che si dicono, contano i comportamenti. Giancarlo: mancano ancora due gare ma la Openjobmetis non ha ormai più nulla da chiedere a questa stagione. Qual è il suo bilancio? Siamo passati attraverso l’inferno e ne siamo venuti fuori. Alla grande. Siamo riusciti a riprenderci le vittorie che nella prima parte dell’annata ci sono scappate di mano, anche se magari ce le meritavamo, facendo un girone di ritorno di altissimo livello. Aver riportato l’entusiasmo intorno a noi penso sia una cosa che ci faccia onore: peccato solo che tutto stia per finire. Dal punto di vista strettamente personale devo ringraziare coach Caja: quando è arrivato mi ha dato grande fiducia, è sotto gli occhi di tutti. Mi ha messo in quintetto, ha sempre parlato bene di me e mi ha aiutato molto: a volte sono riuscito a fare quello che mi chiedeva, a volte avrei voluto fare di più. Il bilancio è comunque positivo: questo finale è stato entusiasmante. A proposito: come si è trovato a giocare da ala forte, un inedito finora per la sua carriera? E’ tutta una questione di spaziature e di abitudine. Ho sempre pensato che una delle mie forze fosse proprio quella di sapermi adattare alle situazioni: quando mi hanno messo a giocare da guardia ho cercato di sfruttare il vantaggio fisico, da “4” tattico i vantaggi sono stati altri. L’importante per me rimane trovare un modo per stare in campo. Ovunque. Da “dentro”, ci spiega cosa ha dato davvero coach Caja a questo gruppo? Ci ha dato innanzitutto una metodologia di allenamento che si è rivelata vincente nell’affrontare le partite, sia dal punto di vista fisico che mentale: non a caso con lui siamo riusciti a vincere parecchi match nel finale, proprio nel momento in cui gli altri calano (penso soprattutto alle rimonte con Avellino e Trento). Inoltre, sempre grazie a lui, abbiamo ritrovato l’entusiasmo. Il vero rammarico, però, è che la stagione 2016/2017 a consuntivo sia stata la fotocopia di quella precedente: gran finale, ma a maggio si guarderanno gli altri in televisione. Dobbiamo prenderne atto: un campionato dura 30 partite e solo tutte insieme arrivano a dare un verdetto. Sull’intero anno non ci siamo meritati più di quello che stiamo infine ottenendo. Ferrero, sarà con noi anche l’anno prossimo? Qui sto bene e si vede, soprattutto per l’affetto che ricevo dalla gente. Penso sia giusto che la società faccia le sue valutazioni, io posso solo ripetere che a Varese sto benissimo. Anche perché questa città mi ha dato la possibilità di vincere una scommessa, in primis con me stesso: quella di dimostrare di essere un giocatore all’altezza. Altre certezze non ci sono al momento: spero che un giorno ci si sieda al tavolo e si possa costruire insieme un futuro che mi consenta di essere ancora un elemento importante di questa realtà. Fabio Gandini
  5. La classe operaia di Giancarlo Ferrero non varrà il paradiso, ma sarà utile per provare ad allontanare l'Openjobmetis dall'inferno della zona retrocessione. La 28enne ala piemontese, simbolo dell'identità corale e da battaglia che Attilio Caja sta provando ad instillare nel gruppo, farà di tutto per ripagare della fiducia il tecnico che lo ha rilanciato, considerandolo alla stregua di un acquisto. «Mi sento onorato delle parole di stima del coach: fa piacere godere di questa considerazione. Ma, oltre all'orgoglio personale, questo mi dà ancora più carica nel ripagare la fiducia. Di certo non mi sento un acquisto: sono una persona che lavora e prova sempre a dare il massimo, a volte ci riesco ed altre no. Ma se tutti abbiamo questo spirito, ed a giudicare dalla vittoria di martedì lo possediamo, usciremo insieme dai guai». Quindi la cura Caja inizia a dare frutti? «A Radom abbiamo fatto quel che ci chiede il coach: essere aggressivi in difesa, giocare l'uno per l'altro passandoci la palla e farci trovare pronti quando si esce dalla panchina. L'esultanza successiva alla vittoria dimostra che c'era forte bisogno di tornare al successo: l'atteggiamento in campo e l'atmosfera in spogliatoio dimostra che la squadra è viva, adesso dobbiamo proseguire su questa strada». Il successo in Polonia ha confermato un trend positivo evidenziato in ognuna delle partite precedenti... «A Cremona eravamo ancora a meno 3 fino a 4' dalla fine, con Torino è andata ancora peggio dopo 30 minuti di buona fattura. Non tutto era da buttare, avevamo fatto cose buone senza essere lucidi e cinici per approfittare dell'inerzia positiva quando l'avevamo in mano. A poco a poco stiamo imparando a mettere in pratica i dettami di Caja, ma c'è ancora tanto da fare: serve un'altra buona partita mercoledì in Champions League e poi muovere la classifica in campionato perché abbiamo assoluto bisogno di punti». Si vede in campo una Varese diversa anche sul piano tecnico-tattico. «Queste regole offensive e difensive servono ad aiutarci quando le cose non vanno bene, sono dei punti di riferimento che servono a darci sicurezza. Il trend positivo e la disponibilità di tutti a sposare il sistema ci fa capire che dobbiamo continuare a credere in quel che stiamo facendo. Anche in occasione delle sconfitte l'analisi con i video delle buone cose fatte di squadra ci ha aiutato a capire che quel che mettevamo in campo dava frutti; logico che una vittoria sia la miglior dimostrazione della validità del percorso intrapreso». Dunque, quale la ricetta per uscire dalla zona retrocessione? «L'unico modo per invertire la rotta è sposare ulteriormente l'identità corale che porta vantaggi per tutti perché permette a ciascuno di noi di trarre benefici dal sistema. Per tutti noi è un grosso dispiacere vivere momenti come questo dopo aver iniziato la stagione con ben altre ambizioni. Ma ormai i rimpianti sono inutili, dobbiamo rimboccarci le maniche e affrontare con la mentalità di martedì le quindici partite che ci aspettano nel girone di ritorno». Giuseppe Sciascia