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  1. ». «Varese, ho imparato molto da te Ora voglio una stagione di successo». II dg biancorosso Claudio Coldebella: «Un bilancio? Non dimentico come eravamo messi a gennaio, ma non sono contento» Claudio Coldebella, sulle scale di ingresso del Twiggy, ci regala le sue sensazioni sulla stagione appena conclusa: «È passata via velocissima, nel senso negativo del termine. Siamo già ai saluti, e la memoria va inevitabilmente ai primi giorni, ed il tempo è volato via. Quest'annata è stata estremamente intensa, interessante, perché abbiamo fatto fatica prima di trovare la quadra con serenità e calma. Io faccio spesso l'esempio del pesciolino dentro la rete: ad un certo punto noi eravamo dentro ad una rete, capita che se ti muovi troppo la rete stessa ti imprigiona o ti strozza. Noi non abbiamo commesso questo errore, qualcuno ci criticava perché nel momento più difficile eravamo immobili, ma c'è una differenza tra l'essere passivi e lo stare sereni ma concentrati. Ciò ha dato forza ad un gruppo che ha avuto inizialmente difficoltà a trovarsi, ha supportato un coach che ha lavorato molto bene. Il finale mi lascia un po' di amaro in bocca perché, essendo stati una delle migliori squadre del girone di ritorno, è un peccato non essere ai playoff». Ora qualche giorno di riposo? Macché: «Non ci sono giorni di riposo, ma il nostro mercato non inizia solo adesso: abbiamo sempre avuto gli occhi aperti durante la stagione, siamo stati obbligati a farlo ma è anche il compito di una società. Non iniziamo ora a far mercato, lavoreremo per rinnovare qualche giocatore ma vogliamo cercare di trovare una quadra di un certo tipo, stiamo cercando giocatori che sposino il progetto. Ci siamo accorti dei valori economici in giro, ma siamo contenti di ciò che abbiamo». Sul piano personale, il primo anno a Varese è stato positivo: «Non si finisce mai di imparare, ed io ho imparato molto grazie a Varese, che è una piazza con molta passione ed un passato importante anche se il mondo è cambiato. Questa annata mi ha confermato che ci vuole poco a rendere felice una piazza, bastano due vittorie ed il pubblico si infiamma. Dopo la vittoria casalinga con Cremona però, in un ambiente molto euforico, non ero felice perché sono stato abituato in passato a vincere. Noi siamo andati bene, non dimentico come eravamo messi, ma io ho fame e voglia di fare una stagione di successo, è il mio obiettivo per il prossimo anno. Quindi sono soddisfatto di alcune cose e meno di altre». Capitolo Europa, l'anno prossimo non è prevista nei programmi: «La nostra stagione non prevederà l'Europa, c'è un chiaro messaggio che giunge dalla Lega: le coppe si giocheranno in base al merito sportivo. Noi non ci saremo». Alberto Coriele
  2. Ultimo atto del 2016-17 tra arrivederci ed addii per una Pallacanestro Varese che ha ricevuto l'abbraccio di oltre 150 tifosi nel congedo alla città organizzato al Twiggy Cafè. Classico clima da ultimo giorno di scuola tra abbracci e saluti nei confronti dei protagonisti di una stagione dai due volti, chiusa comunque all'insegna della positività grazie al rush finale da 8 vittorie nelle ultime 11 gare: «Un finale esaltante di 4 mesi comunque belli - racconta il coach Attilio Caja, che ha portato la percentuale di vittorie dal 29% di Paolo Moretti al 50% della sua gestione -Quando andai in assemblea del consorzio a metà gennaio a dire che dovevamo aver fiducia nel lavoro, che prima o poi saremmo arrivati e non servivano acquisti credo che in pochi mi abbiamo creduto. Invece la squadra ha avuto il merito di riconquistarsi l'affetto del pubblico, come dimostra la riuscita dell'evento di ieri». «Una bella serata vissuta col sorriso sulle labbra che conferma l'amore della città per la squadra - aggiunge Alberto Castelli - Basta poco per accendere la scintilla dell'entusiasmo, l'auspicio è riuscire ad alimentarla dando continuità ad un gruppo apprezzato dalla gente». Servirà però attendere gli sviluppi del mercato per capire chi ieri ha definitivamente salutato Varese, e chi invece sarà ancora al PalA2A in occasione del raduno 2017-18 agli ordini di coach Caja. Ieri "braccato" da parte di un Anosike deciso a ribadire il suo feeling col tecnico pavese («Hai cambiato la stagione della squadra e in particolare la mia» ), cancellando la "panchina punitiva" dell'ultima gara di Torino. Il più ricercato per selfie e autografi è stato Giancarlo Ferrero, il simbolo della gestione Caja tuttora in attesa di una proposta ufficiale della società, che spera ardentemente di restare a Varese indossando sin da l'inizio la fascia di capitano lasciatagli in dote da Daniele Cavaliero. All'elenco di chi vorrebbe restare c'è da aggiungere Christian Eyenga, che qui si sente a casa dopo gli esiti alterni delle avventure a Sassari e Torino. Più difficile sarà invece riuscire a trattenere Eric Maynor, pur se grato a Varese per la seconda "rigenerazione" in tre anni alla luce delle aspettative tecniche ed economiche elevate del play del North Carolina, al quale comunque coach Caja ha chiesto i suoi contatti diretti (se fra due mesi l'ex NBA non avrà ancora trovato collocazione potrebbe esserci un ripensamento?). Altrettanto complesso convincere Dominique Johnson - sempre sorridente e disponibile con i tifosi - a sposare nuovamente la causa biancorossa se dall'Italia e dall'estero arriveranno offerte più lucrose con visibilità europea. Potrebbe essere un arrivederci invece quello per Massimo Bulleri, da verificare la possibiità di rivederlo in altra veste dopo l'addio al basket giocato. Giuseppe Sciascia
  3. Una salvezza meritata, una stagione comunque a lieto fine ma orfana dell'acuto sperato, senza centrare l'obiettivo sognato. La Pallacanestro Varese chiude nuovamente a bagno maria, a mezza via tra i playoff e le sabbie mobili della retrocessione, dopo aver percepito per qualche partita il calore dell'inferno che stava sotto i piedi. Questi sono i giudizi che, andata in archivio l'ultima di campionato a Torino, abbiamo voluto dare ai giocatori, ai coach ed alla dirigenza biancorossa. Dominique Johnson 8 L'elemento che, dopo un breve periodo di ambientamento, ha dato la svolta. Ha trovato l'intesa con Maynor, ha deliziato con prestazioni sontuose come quella di Brescia (30 punti), ha messo la firma sulla salvezza biancorossa, ha dimostrato di poter essere un difensore eccelso. Di sicuro, una delle guardie, se non la guardia, più forte e completa vista a Varese in un lustro. Oderah Anosike 7 Una prima parte quasi da reietto, additato negativamente per le sue mani ineducate e poco sfruttato per la sua abilità nell'andare a rimbalzo e da lottatore sotto canestro. Poi la svolta, l'arrivo di Caja, la fiducia ed un rendimento che si innalza. Un giocatore rivitalizzato che diventa un perno indispensabile per tutta la squadra. Se accostato ad un quattro con tanti punti nelle mani, Anosike può essere un'arma impropria. Restasse... Eric Maynor 7 Tre mesi trascorsi sui livelli celestiali di due anni fa: nel momento in cui ha ritrovato condizione e fiducia nelle sue ginocchia, ha iniziato ad ingranare e si è portato dietro la squadra. Nel bilancio finale è una scommessa vinta: da lui stesso, rinato dopo un altro terribile infortunio; da chi ha avuto il coraggio di credere in lui, da chi ha saputo aspettarlo e da chi è stato in grado di toccare di nuovo le corde giuste. Aleksa Avramovic 6 Nella prima fase di stagione un po' caotica, la sua anarchia cestistica ha fatto gridare al miracolo. Le gerarchie di Caja lo hanno relegato in fondo alle rotazioni, data la necessità di mettere ordine tra gli addendi. Lui ha saputo aspettare il suo turno, pur mantenendo un rendimento altalenante: il bilancio rimane positivo, perché ha talento e faccia tosta, il punto ora è capire se sia opportuno continuare a lavorarci sopra. Norvel Pelle 6.5 Ha studiato per una stagione intera da titolare, e non è escluso che non sia già pronto per farlo. Un diamante grezzo, capace di gesti atletici fuori dall'immaginario e anche di pecche abbastanza banali. Ha saputo, grazie al certosino lavoro di coach Caja, di Paolo Conti e di Stefano Vanoncini, evolvere il suo gioco, togliere un po' di istinto ed inserire un po' di raziocinio. Riuscisse anche a limitare l'irruenza, avrebbe meno falli da gestire e più minuti da giocare. In ogni caso, lascia nel palato un gusto dolce che sa di futuro. Massimo Bulleri 8 Un voto che va ben oltre le cifre del parquet. Sempre che sia opportuno racchiudere in una risultanza numerica virtù come la professionalità, l'abnegazione e il carattere, il campione di Cecina non si merita altro che un 8. Planato nei cieli come una cometa estiva, è stato decisivo a 39 anni suonati, con la sublimazione della sua utilità ascrivibile a Caja, che lo ha eletto a tutti gli effetti di legge vice Maynor. Ordine, disciplina, intelligenza: Bulleri ieri, oggi e domani, qualsiasi cosa decida di fare nella vita. Daniele Cavaliero 5 Andamento in calando rispetto allo scorso anno, in tutte le voci statistiche eccetto il tiro da 3 punti. Onesta- mente i suoi 500 giorni varesini non passano come indimenticabili al fatturato del campo: l'aspettativa dell'estate 2015, ovvero quella di aver fatto proprio un "sesto titolare" in grado di impreziosire la panchina, non ha mai trovato riscontri continui. Alti e bassi, folate al tiro e buchi difensivi, sprazzi di leadership e calma piatta: un'incompiuta fino all'addio, pronunciato anzitempo per seguire un sogno effettivamente irrinunciabile. Luca Campani 6 Questa poteva essere l'annata della svolta per lui, si è trasformata in un Golgota. Le Final Four di Chalon ci avevano restituito un giocatore responsabilizzato, completo, imprescindibile nel progetto tecnico, su cui fondare una buona fetta di progetto tecnico: la speranza è svanita a novembre, senza grossi picchi di rendimento per un problema al ginocchio che lo ha costretto prima a soffrire, poi ad alzare bandiera bianca. Il suo contributo pertanto, è stato pressoché nullo. Non sappiamo se ci sarà ancora, ma merita un grosso in bocca al lupo. Kristjan Kangur 5 Questa stagione va agli archivi portando con sé un verdetto, una sentenza: il buon KappaKappa (come ama chiamarlo Caja) non ha più la forza per essere il quattro titolare, né ora né domani. Protagonista con due buzzer bea-ter da urlo al via, ha sofferto tremendamente sul piano fisico contro diversi avversari e solo dopo aver ridotto dra- sticamente i minuti sul rettangolo di gioco è riuscito a dare concretamente un contributo. Canavesi sv Servono giusto le dita di una mano per contare le partite in cui è sceso in campo: costoso e inutile capriccio di mezza estate dell'ex coach (con tutto il rispetto per Matteo, che meritava una piazza in grado di dargli più spazio). Ferrero 7.5 L'ultimo della panchina che diventa titolare, il cuciniere promosso a generale, la pecora nera che rinasce talismano: è lui il simbolo dei Resuscitagli di Caja. Moretti lo schifava, l'Artiglio lo hausato come elettroshock per rianimare il gruppo. Sa andare oltre i suoi limiti, sa giocare in due ruoli, è il capitano: quando la conferma ufficiale? Christian Eyenga 6 A tratti esaltante, a tratti deleterio. È la storia di Eyenga, devastante in campo aperto, molto più limitato e limitante quando c'è da attaccare fronte a canestro,per quel tiro che va e (per lo più) viene. Come tutti i compagni ha beneficiato dell'arrivo di coach Caja, togliendosi un po' di polvere in attacco e giocando spesso bene in difesa, dove realmente è in grado di fare la differenza. Moretti 3 L'errore della stagione. L'inevitabile errore della stagione, meglio, perché se a maggio 2016 c'era una certezza (per tutti. Tutti.) era proprio il coach di Arezzo. Invece... Invece ha costruito a conti fatti una squadra discreta, ma ha smesso presto di credere alla stessa. Ha usato la Cham-pions come giustificazione degli scarsi risultati. Si è inimicato buona parte dei giocatori (quelli stranieri soprattutto), la stampa e parecchie persone in società con uscite pubbliche avventate e gratuitamente provocatorie. Non ha fornito gerarchie tecniche al gruppo, non gli ha dato un gioco, un'identità, uno spirito comune. No, nella vita non esistono certezze. Tranne una: andava esonerato prima. Caja 9 A proposito di vita: le seconde chance arrivano, a volte... Saperle sfruttare, cambiando il destino di chi ti ha scelto, è un merito incommensurabile. La sua Openjobmetis ai playoff c'è arrivata: dalla 13°giornata di andata (a Masnago contro Venezia) a fine campionato, Varese ha conquistato 18 punti, che valgono esattamente l'ottavo posto a pari merito con Reggio Emilia. Per Attilio Caja "parlano" anche le standing ova-tion del PalA2A: vox populi, vox dei. Coldebella 6.5 Moretti ha dettato il roster, lui l'ha avvallato, come da precisa richiesta dei quadri societari: a consuntivo l'unica scommessa persa è stata quella più perdibile (Melvin Johnson). Ha tenuto la barra dritta nei momenti difficili, ha parlato poco (dote molto apprezzabile) e ha formato un'asse tecnica piuttosto affiatata con Toto Bulgheroni, lavorando gravato da chiari limiti economici e con un solo colpo supplettivo a disposizione (DJ, andato a segno). Promosso. Da qui in poi le aspettative salgono e di molto, tuttavia: è il professionista più rilevante della società. Il consiglio di amministrazione (Vittorelli. Fiorini. Bulgheroni. Polinelli. Salvestrin) 8 Dopo la monarchia di Stefano Coppa, ecco l'aristocrazia a capo di piazza Monte Grappa, trovatasi a sanare gli sperperi del monarca e di chi lo ha preceduto con un lavoro che non è finito sui giornali o nei tabellini ma che ha salvato la Pallacanestro Varese dal crack. Giù il cappello, con menzione d'obbligo per l'amministratore delegato Fabrizio Fiorini, lavoratore indefesso e personificazione autentica di chi mette il cuore in quello che fa senza ritorni. Fabio Gandini e Alberto Coriele
  4. O.D. Anosike lancia un messaggio alla Pallacanestro Varese alla vigilia dell'ultimo impegno agonistico della stagione 2016-17. Il centro nigeriano esprime il desiderio di restare in maglia bianco-rossa e giocare ancora con Attilio Caja, l'artefice del suo salto di qualità nella seconda metà del campionato: «Restare a Varese non dipende da me: sicuramente io vorrei rimanere, non conosco le idee della società e di coach Caja, ma se mi rivorranno sicuramente troveremo un accordo. Mi sono trovato benissimo con Attilio: c'è stata una perfetta intesa reciproca fin al primo giorno, sa quel che so e quel che non so fare e mi ha dato grande fiducia. E questo per me è perfetto: il coach rispetta il mio lavoro e io rispetto il suo, sa che non sono un uomo da 30 punti e non me li chiede, puntando su difesa, rimbalzi e concentrazione, ossia quel che so fare meglio». Intanto la vittoria contro Cremona ha rappresentato un bel congedo dal pubblico... «Abbiamo voluto vincere per orgoglio personale e senso di professionalità, ma soprattutto per i nostri tifosi che ci hanno supportato con grande entusiasmo per tutta la stagione. Non avevamo nulla da chiedere in termini di classifica, ma abbiamo voluto onorare il lavoro compiuto tutti i giorni per dare la svolta alla stagione, e sono molto contento di aver regalato una vittoria al pubblico nell'ultimo impegno casalingo stagionale». 8 vittorie su 10 negli ultimi due mesi: un ruolino di marcia da playoff, peccato che la rimonta sia partita tardi... «Siamo molto contenti di quello che abbiamo ottenuto negli ultimi due mesi con coach Caja; dall'altra parte però c'è un pizzico di tristezza, perché abbiamo imboccato troppo tardi la giusta via per rimontare dall'ultimo posto fino ai playoff. Se avessimo iniziato prima questa serie positiva ce l'avremmo fatta, per cui c'è un misto tra soddisfazione per la fine della stagione e un po' di rammarico per il risultato finale. La squadra degli ultimi due mesi avrebbe meritato i playoff: rispetto all'inizio della stagione abbiamo cambiato un solo giocatore, anche se importante. Dopo la Coppa Italia abbiamo migliorato la chimica e la fiducia, e vogliamo continuare su questa strada anche domenica a Torino». E per il quarto anno consecutivo Anosike è il re dei rimbalzi della serie A... «Una bella cosa: prendere rimbalzi è la mia qualità migliore, ma è giusto ricordare che io non posso essere un fattore sotto i tabelloni se i miei compagni non sono aggressivi in difesa. E' un lavoro di squadra e io devo essere grato a loro per quello che fanno per permettermi di fare quello che mi riesce meglio». Come giudica il suo rapporto con la città? «Varese è una piazza che esprime una grande passione per il basket e dove i tifosi sono molto caldi e coinvolti. La squadra è partita lentamente e anche io ho fatto fatica a carburare. Poi con la concentrazione, il lavoro duro e il supporto di tutto l'ambiente ho invertito il trend del mio rendimento, e anche la squadra ha cambiato completamente volto: sono molto felice di entrambe le cose». Giuseppe Sciascia
  5. Giocare in Serie A: fatto. Dimostrare di poter reggere il livello della Serie A: fatto. Giocare in quintetto in una squadra di Serie A: fatto. Essere il capitano di una squadra di Serie A: fatto. O quasi. Dopodomani la favola di Giancarlo Ferrero si comporrà di un nuovo capitolo: il ragazzino di Bra che sognava il grande basket davanti alla televisione calcherà il parquet di Masnago da capitano della Pallacanestro Varese. Fame, bravura, tenacia e destino si fondono insieme nella scalata alla vita di questo ragazzo sempre sorridente ed educato: prima di immaginare un’altra cima, prima di girare un’altra pagina, prima di scrivere un’altra riga, fermiamoci con lui e assaporiamo il qui e ora. Andrea Meneghin, Cecco Vescovi, Giacomo Galanda, Alessandro De Pol… Potremmo andare avanti ma ci fermiamo agli ultimi vent’anni e agli italiani. Capitan Giancarlo Ferrero, come ci si sente a essere parte di una lista del genere? E’ una grandissima emozione. Sapere che sarei diventato capitano dalle parole di Daniele (Cavaliero ndr), nel giorno del suo addio, mi ha fatto tanto piacere, anche perché lui non sarà mai solo un compagno di squadra quanto un amico ben oltre la pallacanestro. Per almeno due partite avrò dunque questo ruolo in un posto come Varese: se penso a dov’ero solo due anni fa, tutto ciò è proprio una bella storia. Questa investitura mi inorgoglisce e mi dà ancora più energia. Da piccolo, quando ha iniziato a giocare a basket, sognava qualcosa del genere? Sognavo di arrivare a giocare in Serie A e lo facevo guardando le partite di campionato sulla Rai il sabato o la domenica pomeriggio. Sognavo di giocare sui parquet più importanti e uno di questi era sicuramente quello di Masnago. Due anni fa ho avuto la chance di dimostrare di poter stare a questo livello e se mi guardo indietro penso di aver fatto un buon percorso: il bello, tuttavia, è poter alzare l’asticella sempre più in alto e quindi diventare capitano della Pallacanestro Varese è un nuovo traguardo raggiunto. Negli ultimi giorni le sono arrivati complimenti che ha particolarmente apprezzato? Mi hanno scritto tanti amici e mi ha fatto davvero piacere. Ma quello che ha detto Cavaliero ("Lascio Varese in buone mani" ndr) è stata la cosa più importante per me. E poi, ma non c’era bisogno di questa occasione per rendermene conto, è stato grande l’affetto dei tifosi biancorossi: loro mi fanno sentire speciale ogni domenica già alla presentazione, il loro calore nei miei confronti è senza soluzione di continuità. Cosa vuol dire essere il capitano di una squadra di basket al giorno d’oggi, con gli organici che cambiano ogni anno e colleghi che arrivano da ogni parte del mondo? Il capitano deve dare l’esempio: è una responsabilità sulle spalle non da poco. Significa essere una persona che, fin dal primo allenamento ad agosto, fa vedere ai compagni che c’è sempre, che è sempre puntuale, che si allena in un certo modo. Non contano tanto le parole che si dicono, contano i comportamenti. Giancarlo: mancano ancora due gare ma la Openjobmetis non ha ormai più nulla da chiedere a questa stagione. Qual è il suo bilancio? Siamo passati attraverso l’inferno e ne siamo venuti fuori. Alla grande. Siamo riusciti a riprenderci le vittorie che nella prima parte dell’annata ci sono scappate di mano, anche se magari ce le meritavamo, facendo un girone di ritorno di altissimo livello. Aver riportato l’entusiasmo intorno a noi penso sia una cosa che ci faccia onore: peccato solo che tutto stia per finire. Dal punto di vista strettamente personale devo ringraziare coach Caja: quando è arrivato mi ha dato grande fiducia, è sotto gli occhi di tutti. Mi ha messo in quintetto, ha sempre parlato bene di me e mi ha aiutato molto: a volte sono riuscito a fare quello che mi chiedeva, a volte avrei voluto fare di più. Il bilancio è comunque positivo: questo finale è stato entusiasmante. A proposito: come si è trovato a giocare da ala forte, un inedito finora per la sua carriera? E’ tutta una questione di spaziature e di abitudine. Ho sempre pensato che una delle mie forze fosse proprio quella di sapermi adattare alle situazioni: quando mi hanno messo a giocare da guardia ho cercato di sfruttare il vantaggio fisico, da “4” tattico i vantaggi sono stati altri. L’importante per me rimane trovare un modo per stare in campo. Ovunque. Da “dentro”, ci spiega cosa ha dato davvero coach Caja a questo gruppo? Ci ha dato innanzitutto una metodologia di allenamento che si è rivelata vincente nell’affrontare le partite, sia dal punto di vista fisico che mentale: non a caso con lui siamo riusciti a vincere parecchi match nel finale, proprio nel momento in cui gli altri calano (penso soprattutto alle rimonte con Avellino e Trento). Inoltre, sempre grazie a lui, abbiamo ritrovato l’entusiasmo. Il vero rammarico, però, è che la stagione 2016/2017 a consuntivo sia stata la fotocopia di quella precedente: gran finale, ma a maggio si guarderanno gli altri in televisione. Dobbiamo prenderne atto: un campionato dura 30 partite e solo tutte insieme arrivano a dare un verdetto. Sull’intero anno non ci siamo meritati più di quello che stiamo infine ottenendo. Ferrero, sarà con noi anche l’anno prossimo? Qui sto bene e si vede, soprattutto per l’affetto che ricevo dalla gente. Penso sia giusto che la società faccia le sue valutazioni, io posso solo ripetere che a Varese sto benissimo. Anche perché questa città mi ha dato la possibilità di vincere una scommessa, in primis con me stesso: quella di dimostrare di essere un giocatore all’altezza. Altre certezze non ci sono al momento: spero che un giorno ci si sieda al tavolo e si possa costruire insieme un futuro che mi consenta di essere ancora un elemento importante di questa realtà. Fabio Gandini
  6. «E’ una scelta esclusivamente di cuore». Gli occhi sono umidi, la voce è strozzata e lo sguardo vaga tra i seggiolini vuoti del PalA2A, incrociando gli stendardi appesi al soffitto e il parquet che ha calcato da capitano di quella che rimane una tra le più gloriose società del basket europeo. Daniele Cavaliero saluta Varese e torna nella sua Trieste: l’ufficialità nel primo pomeriggio di ieri, dopo una trattativa lampo seguita a un corteggiamento da parte della società giuliana manifestatosi nelle ultime settimane. Con la Openjobmetis fuori da ogni gioco playoff dopo la sconfitta subita a Venezia, l’ultimo tentativo in ordine di tempo dell’Alma di coach Dalmasson, da lunedì prossimo impegnata nei playoff di serie A2, non ha trovato ostacoli nei piani alti di piazza Monte Grappa. Claudio Coldebella e Toto Bulgheroni hanno semplicemente voluto parlare con Daniele e con il suo agente, appurando così la volontà del giocatore di sposare un nuovo progetto (anche di vita: tornare a Trieste per Cavaliero significa avvicinarsi alla famiglia) e lasciandolo quindi libero di accettarlo. Il contratto biennale residuo tra Varese e il suo ex capitano è stato rescisso: il classe 1984 firmerà un accordo con Trieste valido per due anni, con l’opzione per un ulteriore prolungamento di un anno; la Openjobmetis, che ha fatto sapere di non aver ricevuto alcun “buyout” per liberare la guardia, risparmierà gli emolumenti a lui dovuti da qui al termine della corrente stagione. «Sensazioni contrastanti» Cavaliero verso le 15 di ieri pomeriggio si è recato al PalA2A per salutare i compagni, lo staff tecnico e tutte le persone che a vario titolo hanno fatto parte dei due anni in biancorosso. Inevitabile un pizzico di commozione e tanti sentimenti contrastanti: «Prima di Venezia ho sempre pensato che il mio posto sarebbe stato questo - racconta - almeno finché ci fosse stato in gioco qualcosa di importante, ovvero i playoff. Adesso seguo quello che ho dentro e la possibilità di tornare a giocare per la squadra della mia città». «È stato difficile salutare i miei compagni. Vivo due sensazioni contrastanti: la prima è l’esaltazione per il fatto di tornare a casa, di giocare subito i playoff, di fare qualcosa di speciale per Trieste; l’altra è il dispiacere di lasciare un posto che mi è entrato realmente dentro. Un posto che ho apprezzato anche e forse soprattutto perché abbiamo vissuto due stagioni complicate. E allora ti affezioni alla gente che combatte con te, che è all’inferno con te, soprattutto quando poi dall’inferno ci esci. Varese è speciale per me e lo rimarrà». Fare un bilancio della permanenza sotto al Sacro Monte è difficile mentre le emozioni pungono l’anima. Daniele, tuttavia non si sottrae e “parte” dalle Final Four dello scorso anno: «La soddisfazione più grande e il rimpianto maggiore sono entrambi Chalon- dice - C’è il rimpianto di non aver portato una coppa ai nostri tifosi ma anche il grande orgoglio di essere stati lì a giocarcela: si è perso, va bene, ma a quella partita bisognava pure arrivarci. Poi c’è l’orgoglio di aver giocato con persone che sono sicuro rimarranno come Giancarlo Ferrero, come Luca Campani, Kristjan Kangur, Massimo Bulleri e tutti i ragazzi di quest’anno. Ci sono stati momenti molto tesi, lo ammetto, sfociati però in relazioni di cui veramente mi vanto. Christian, Eric, Norvel, OD, Dominique: tutti hanno un posto dentro di me. In maniera diversa sono legato anche a entrambi gli allenatori che ho avuto: a Paolo che mi ha fatto venire qui e mi ha permesso di giocare e di tagliare un traguardo come le Final Four e ad Attilio, che è l’artefice di questa rinascita e che ringrazio». La chiosa dell’addio torna a quella che per due anni ha chiamato “casa”: «L’ultimo ringraziamento va alle persone di questo palazzetto: tutto è servito, ma nulla è stato indispensabile, salvo la forza di queste mura quando si accendono. Io qualche piccola esperienza l’ho avuta nella mia carriera e Masnago è lì sopra, con tutte le grandi tifoserie. Capisco che non sempre mi sono e ci siamo meritati l’affetto del pubblico e questo è un peccato perché avremmo voluto fare di più. Grazie anche per le critiche, perché hanno reso tutto più interessante». Tre comunitari L’effetto più immediato della partenza di Daniele Cavaliero in direzione Trieste sono i gradi di capitano affidati a Giancarlo Ferrero, che “guiderà” la squadra nelle restanti partite contro Cremona e Torino ma che rimane in scadenza di contratto. Inevitabile pensare infatti anche al domani dopo la pagina chiusa ieri. La Varese proiettata verso la prossima stagione non ha al momento tra le sue fila alcun giocatore italiano: scritto di Ferrero e salutato Cavaliero, in scadenza ci sono anche Massimo Bulleri, Luca Campani e Matteo Canavesi. Si allontana l’ipotesi di seguire la strada del “5+5” (cinque stranieri e cinque italiani)? La società non ha ancora deciso e lo farà solo a bocce ferme. Rimane tuttavia un dato di fatto che non può non orientare, almeno a livello di pensiero, le strategie future: le uniche pedine dell’organico attuale sotto contratto anche per il 2017/2018 ora come ora sono tre comunitari o ad essi equiparati, ovvero Pelle, Kangur e Avramovic. Fabio Gandini
  7. L'Openjobmetis ammaina con due turni d'anticipo la bandiera del suo capitano. Ufficiale la separazione consensuale tra il club di piazza Monte Grappa e Daniele Cavaliero: come anticipato ieri su queste colonne, la guardia triestina ha scelto di tornare a casa, accettando il contratto fino al 2019 proposto dall'Alma. Ossia la società sorta nell'estate del 2004 sulle ceneri del fallimento della sua alma mater, lasciata esattamente 13 anni fa per un "pellegrinaggio" in serie A che ha toccato Milano, Roseto, Fortitudo Bologna, Montegranaro, Pesaro e Avellino prima di raggiungere Varese nell'estate 2015. Una scelta di cuore del 33enne triestino, nuovo simbolo di una società che punta al ritorno nella massima serie nei playoff di A2 al via nel weekend, oppure nelle prossime stagioni con l'aggiunta dell'esterno del 1984. La scelta di Cavaliero nasce anche da motivi personali legati al ritorno nella sua città natale, dove sta programmando l'apertura di un'attività assieme al neo-compagno di squadra Andrea Pecile. E di fronte alla richiesta del giocatore di voler tornare a casa rinunciando ai due anni residui di contratto - allungato la scorsa estate fino al 2019 - Varese non s'è messa di traverso, assecondandone la volontà attraverso la rescissione consensuale dell' accordo. In due stagioni la guardia del 1984 ha totalizzato 334 punti in 53 gare di campionato e 190 punti in 29 match europei tra FIBA Cup e Champions League. Ma il fatturato tra il 2015/' 16 e il 2016/' 17 è comunque calato da 8.0 punti in 25.5 minuti a 4.8 punti in 18.1 minuti; i 9 punti con 4 assist in 23' della sua ultima gara in biancorosso domenica a Venezia, davanti agli occhi del suo nuovo coach Eugenio Dalmasson, sono stati i suoi record nelle 16 partite dell'era Caja. Chiara, dunque, la scelta di Varese di non voler forzare la mano per trattenere un giocatore ritenuto non più insostituibile, quanto meno sul piano tecnico. La rescissione consensuale dal contratto di Cavaliero, contando le mensilità residue e i prossimi due anni garantiti, "disalloca" risorse per un totale di circa 350mila euro di costo-azienda tra stipendio netto e contributi, sia pur impoverendo ulteriormente un parco italiani che al momento non ha certezze per la stagione ventura. Anche se l'investitura a neo-capitano di Giancarlo Ferrerò rafforza i venti di rinnovo nei confronti dell'ala mancina che sin dal match contro Cremona indosserà idealmente la fascia lasciata libera dall'esterno del 1984. La partenza di Cavaliero sarà comunque l'unica a campionato in corso, con gli assalti senza esito di Virtus Bologna per Maynor e Treviso per Eyenga che evidenziano la volontà del club biancorosso di non smobilitare anche senza più obiettivi di classifica da perseguire. Nelle ultime due gaie lo spazio lasciato libero da Cavaliero tornerà a disposizione di Aleksa Avramovic, che avrà la chance di dimostrare a Caja la sua utilità per i progetti futuri nei quali - contratto garantito per il 2017/'18 alla mano - potrebbe ancora rientrare. Specie se Varese si orienterà verso il 3+4+5, come fa pensare il via libera a Cavaliero. Giuseppe Sciascia
  8. Dopo due stagioni il capitano Daniele Cavaliero lascia la Pallacanestro Varese, cui era legato da un contratto fino al termine del 2018/2019, e torna a Trieste, la squadra dover era cresciuto e che l'ha fortemente voluto come rinforzo per gli imminenti playoff di A2. Contestualmente la fascia di capitano passa ora a Giancarlo Ferrero. Questo il comunicato di Pallacanestro Varese: La Pallacanestro Openjobmetis Varese e Daniele Cavaliero hanno raggiunto un accordo per la rescissione consensuale del contratto che legava l’atleta di Oggiono al club biancorosso. L’accordo è stato preso su espressa richiesta del giocatore che così potrà tornare alla Pallacanestro Trieste, squadra nella quale è cresciuto. La Pallacanestro Openjobmetis Varese, ringraziando Daniele per l’impegno profuso con la maglia di Varese e comprendendo le ragioni della sua richiesta, augura al giocatore le migliori fortune per il prosieguo della sua carriera. Queste invece le parole di Cavaliero: «Quelle che vivo in queste ore sono sensazioni contrastanti, diverse tra di loro. Da una parte l’emozione di poter tornare a vestire la maglia della mia città, Trieste, dall’altra invece il grande dispiacere di lasciare una città che in questi due anni ho imparato ad amare. E questo grazie ai momenti belli e soprattutto a quelli più difficili: è in queste situazioni, infatti, che si scoprono le persone vere che tengono a questo club. E qui a Varese ce ne sono tante. Il dispiacere di lasciare una società come la Pallacanestro Varese è enorme, ma si tratta di una scelta di cuore. Lasciare una città e la gente a cui mi sono affezionato è molto più difficile che scrivere queste parole. Vi lascio però in buone mani perché, conoscendo la caratura dell’uomo e del professionista, Giancarlo Ferrero sarà un grande capitano per questo club. Varese per me rimarrà sempre un posto speciale. Un grazie di cuore a Toto Bulgheroni, Claudio Coldebella, agli sponsor e ai consorziati di Varese nel Cuore, ai miei compagni, ai ragazzi dello staff e a tutti quelli che lavorano in sede».
  9. La chiamata non arriva. Sono le 20.35 e per i tempi tecnici di un giornale l’orario inizia a diventare da bollino rosso. Il cellulare di Attilio Caja è ancora spento, con l’allenamento che doveva finire alle 19 o poco più. Finalmente lo squillo: «Dove sei finito, coach? Ora che è arrivata la conferma, ti fanno lavorare di più?». «Qui, caro Fabio, non si molla un attimo». Un giorno alla corte dell’Artiglio. Un giorno come un altro, se non fosse per un piccolo, grande gesto societario, profumato di gratitudine e capace in un colpo solo di cancellare un grosso torto del passato e di dare prospettiva immediata al futuro. «Stima e riconoscenza» La notizia ufficiale è del primo pomeriggio di ieri: «Il Consiglio di Amministrazione della Pallacanestro Varese, riunitosi nella mattinata di mercoledì 19 aprile 2017, ha deciso di eliminare la clausola di uscita dal contratto che lega il club biancorosso a coach Attilio Caja. Questa decisione è stata presa per dimostrare concretamente all’allenatore della Openjobmetis Varese tutta la stima e la riconoscenza per l’ottimo lavoro svolto in questi mesi sulla panchina biancorossa portando la squadra alla salvezza e ottenendo importanti risultati sia a livello di gioco che motivazionali. Coach Attilio Caja pertanto continuerà a guidare la prima squadra della Pallacanestro Varese fino al termine della stagione sportiva 2017/2018». Si riparte da lui. Da un allenatore che a settembre festeggerà il 27° anno da professionista della panchina applicata al basket. Volete un numero, uno a caso? Quando Caja ha avuto la possibilità di guidare una squadra dall’inizio della stagione, ha raggiunto i playoff 10 volte su 12. I falsi miti non sarebbero nemmeno da sfatare, se due anni fa - insieme ad altre assortite ma inintellegibili motivazioni - non fossero stati alla base di una “non conferma” che ha fatto a pugni con la meritocrazia. La vita, a volte, sa restituire: «Ma io non avevo rivincite da prendermi - confessa il coach - Capita, però, che a volte ti venga ridato ciò che ti è stato tolto. Ci vuole anche fortuna. Pensate al Milan, che dopo aver perso quell’incredibile finale di Champions contro il Liverpool (nel 2005, ai calci di rigore dopo essere stato avanti 3-0 ndr), due anni più tardi ha avuto la possibilità di riscrivere la sua storia contro lo stesso avversario: non succede spesso una cosa del genere. Io sono semplicemente molto contento di aver avuto una nuova opportunità con Varese e di aver ottenuto il medesimo risultato della prima volta» Quella Openjobmetis che aveva ricostruito dopo le macerie del Poz, l’Artiglio la sentiva sua, tanto sua. Fu un’innamoramento rapido e focoso, che realizzava un sogno (Caja non ha mai nascosto quanto mancasse una panchina come quella biancorossa alla sua già assai prestigiosa carriera) e veniva favorito dai risultati. Oggi l’amore ha messo gli esponenti: «Varese la sento mia sempre di più. Quando arrivi in un posto dove la società ti sta vicino e ti dà fiducia nei momenti difficili, un posto dove i tifosi ti incoraggiano anche quando perdi, dove la stampa ti rispetta e ti apprezza, beh... quel posto diventa per te una seconda pelle. E quando scendi in campo, se ce ne fosse bisogno, sei portato a dare il 101%, non il 100%». «Una barca in porto» Si riparte da lui. Che nel momento in cui il passato accarezza il futuro non si dimentica di nessuno: «Dedico la salvezza conquistata e questa riconferma a mia moglie. Mi è sempre stata vicino, sia nei momenti tristi passati due anni fa, sia quest’anno nelle difficoltà iniziali: mi aiuta sempre a vedere la parte buona delle cose. Con lei ci sono il mio staff e i miei giocatori: senza di loro nulla sarebbe stato possibile. Varese era una barca in mezzo al mare in tempesta che doveva tornare in porto: io sarò pure stato il “capitano”, ma senza il timoniere, il navigatore e i marinai non sarei andato da nessuna parte. Questa squadra è cambiata con la collaborazione». Si riparte da lui. Che per il futuro ha una sola ricetta. Non chiedetegli nomi, perchè vi risponderà così: «Abbiamo davanti un finale di stagione che dovrà essere vissuto come se fosse un inizio: ci sono ancora tre partite per capire chi vorrà continuare con noi, chi vorrà condividere il nostro progetto e sarà capace di dimostrarlo sul campo, quotidianamente. Ai miei giocatori l’ho detto anche oggi pomeriggio: “Lo sport non ha memoria e noi dobbiamo accettarlo, io per primo. Contano i fatti, ogni volta che andiamo in palestra”. Quindi non dico chi mi piacerebbe avere il prossimo anno con me, dico solo: “Chi ci sta?”». Si riparte da lui. Fabio Gandini
  10. Attilio Caja guiderà la Pallacanestro Varese anche nella stagione 2017/'18. Come anticipato su queste colonne dopo il derby vinto a Desio il 2 aprile, la società di piazza Monte Grappa ha eliminato la clausola contrattuale che prevedeva l'opzione di uscita dal contratto biennale stipulato quando il tecnico pavese era subentrato a Paolo Moretti il 23 dicembre 2016. È stata la decisione principale del CdA di ieri mattina, formalizzando con tre partite d'anticipo rispetto al termine della regular season una conferma guadagnata sul campo da parte di Artiglio (8-7 il record attuale di Caja rispetto al 4-8 del suo precedessore). «Un atto doveroso teso a riconoscere in maniera tangibile la qualità del lavoro svolto da Attilio - spiega il consigliere biancorosso Tota Bulgheroni -. In tal modo daremo al nostro coach la possibilità di lavorare fin da subito in previsione della prossima stagione». L'ufficialità della conferma del tecnico è il primo passo per costruire la Varese che verrà. E, alla luce del feeling che ha saputo costruire con gli elementi cardine del roster biancorosso, la certezza di avere ancora Caja al timone sarà una una carta importante da giocare per provare a convincere i pezzi pregiati a fare ancora parte del progetto. Per il momento si può ragionare soltanto sulle intenzioni, dovendo prim afare i conti di quel che si potrà mettere a disposizione della triade Coldebella-Bulgheroni-Caja per costruire la squadra 2017/18. Con i conti dell'annata corrente da chiudere e i residui del passato che dovrebbero essere smaltiti entro la conclusione del prossimo anno, definire gli scenari del budget è basilare per coniugare sostenibilità e risultati sportivi. Tra sponsor da rinnovare - o da rimpiazzare - e potenziali soci forti da coinvolgere o proseguire con l'attuale formula consortile senza new entries, il budget può oscillare parecchio tra la sostanziale conferma di quello della stagione in corso a 4,6 milioni di euro (correzioni comprese) e un "dimagrimento" forzoso di un altro 10 per cento oltre a quello già programmato nella razionalizzazione dei costi allo studio da parte del CdA. Pertanto, prima di aggiungere altre certezze a quella di Attilio Caja in panchina, servirà almeno un altro mese per capire con esattezza quali saranno le basi economiche per impostare la stagione prossima ventura. E provvedere di conseguenza alle offerte formali per i rinnovi dei contratti dei giocatori che Varese vorrebbe trattenere. Giuseppe Sciascia
  11. Daniele Cavaliero ha riscoperto il piacere di essere protagonista in occasione della vittoria dell'OJM contro Trento. Ma il capitano biancorosso sottolinea soprattutto la capacità di Varese di esprimere il basket auspicato in sede di costruzione della squadra, pur dopo un lungo e tortuoso percorso. «C'è una cosa che ricordo sempre e ogni tanto ribadisco ai compagni: ora siamo la squadra che tutti si aspettavano ad inizio stagione, però per arrivarci siamo dovuti passare attraverso l'inferno, il purgatorio e tutti i gironi danteschi possibili e immaginabili. Ora siamo pronti per combattere ogni difficoltà e lo abbiamo dimostrato sabato quando ci siamo rifiutati di lasciare i due punti a Trento, reagendo con carattere e personalità e prendendoci i due punti grazie alla spinta del pubblico. La mia prova? Sono contento quando la squadra vince, però riuscire a metterci lo zampino è la cosa più bella: in fondo si gioca per questo». Ora Varese esprime una qualità di gioco totalmente diversa rispetto a quella dell' andata... «Coach Caja sottolinea sempre le differenze tra noi e l'avversario di turno - spiega Cavaliero - sia in termini di punti in classifica che nelle statistiche principali di squadra. poi ci sprona: "Loro fanno benissimo questo e quest'altro, però non ci hanno ancora visto adesso e noi vogliamo dimostrargli quanto valiamo". Lo facciamo per noi stessi volendo redimerci dai problemi dei mesi scorsi, e poi per le persone che lavorano per questa società che abbiamo fatto dannare con i nostri risultati. Infine per chi viene a vederci e ci ha sempre creduto, o non ci ha creduto per due terzi di stagione e deve ricredersi ora». È cambiato il rendimento sul campo ma è cambiato anche l'umore dello spogliatoio: «Non è facile trovare un ambiente dove c'è il feeling che respiriamo noi: peccato sia accaduto tardi, però vogliamo finire nel miglior modo possibile. La cosa più bella è che anche nella fase più critica nessuno ha pensato a sé stesso, ma ciascuno di noi ha fatto qualcosa per la squadra. La realtà è che non si può pensare che basta un click per far funzionare una squadra: anche quando le cose vengono fatte nel modo giusto come ritengo la società avesse fatto la scorsa estate, le cose possono non andare subito bene. Si cresce anche attraverso i problemi che fanno vedere il reale carattere delle persone». Domenica si va a Venezia, la prima avversaria dell'era Caja. Un bel test per dimostrare quanto è cambiata Varese. «All'andata il coach era arrivato da 4 giorni e non poteva fare miracoli - sottolinea - ci massacrarono nel primo quarto dal perimetro. Da allora è cambiato tutto: abbiamo assimilato il sistema di Attilio ed è cambiato il nostro approccio. Purtroppo mancano solo 3 partite e il futuro non è più nelle nostre mani, i playoff sembrano una chimera ma abbiamo il dovere di crederci, dovremo dare tutto e giocare una grande partita. Le sirene dall'A2? Quando e se ci sarà qualcosa di concreto, e qualora alla società potesse essere utile, lo si prenderà in considerazione, altrimenti sono solo rumors». Giuseppe Sciascia
  12. Un mese dopo l'intervento, il secondo in poco tempo dopo quello di maggio 2016, Luca Campani è tornato a Varese per una visita di controllo. La sua stagione di fatto si è chiusa a novembre, il ginocchio non gli ha più dato la possibilità di dare del tu al parquet e la sofferenza, fisica e morale, non è stata poca. Da ieri Luca ha tolto le stampelle, ha posto fine al mese di riposo assoluto e ora inizierà la riabilitazione. Lo attende un percorso lungo, non facile, ma che dovrebbe portarlo a tornare a giocare dall'inizio della prossima stagione. Anzitutto Campani, come sta? Abbastanza bene, sono tornato a Varese dopo un mesetto. Ho passato questo tempo a casa, soprattutto perché l'indicazione post operatoria era di non fare nulla per tre settimane. Per un discorso di comodità sono tornato a casa mia, ma d'ora in poi resterò a Varese. Agli allenamenti e alle partite ci sarò sempre. Qual è il percorso che l'attende? Ho tolto le stampelle, ed è già un piccolo passettino in avanti. Ora dovrò cominciare la riabilitazione qui a Varese, diciamo che ora inizia il difficile. Conto di prendermela con calma, non ho fretta di rientrare però punto ad essere pronto per agosto, per l'inizio della prossima preparazione fisica. Non ha senso in questo momento forzare il recupero per essere pronto un mese prima quando la stagione sarà ferma. Tanto vale fare tutto con calma, l'obiettivo è essere pronto per giocare da agosto in poi. Come sarà la riabilitazione? Inizierò lavorando in piscina, più avanti in palestra. Di campo non se ne parla per un bel po'. Guarderò gli allenamenti dei miei compagni. Quanto è stato difficile doversi sottoporre ad un altro intervento dopo così poco tempo? Stavolta, e lo ammetto, è stata davvero una mazzata. Onestamente non me l'aspettavo dopo essermi operato a maggio dell'anno scorso. In vita mia di operazioni e interventi vari ne ho fatti parecchi, stavolta è stata più dura. Dopo tutti questi infortuni le è mai passato per la testa il pensiero di mollare tutto? Assolutamente no. Lo ripeto, in vita mia mi sono sottoposto a tantissimi interventi per varie sfighe che mi hanno colpito. Ci sono quasi abituato e certi pensieri tendo ad evitarli. Alla fine il basket è la mia vita, il mio lavoro, è una cosa che mi piace così come mi piace giocare. È stata una grossa botta, ma devo guardare avanti perché se ti butti giù poi non fai altro che complicare le cose. E poi mi sento un privilegiato a fare ciò che faccio. Ho tanti amici che lavorano in fabbrica e che firmerebbero con il sangue per fare quello che faccio io, per di più in Serie A che non è una cosa da tutti. Punta ad essere pronto per agosto: la vedremo ancora a Varese o altrove? Ha già affrontato l'argomento con la società? Al momento non ho idea di dove sarò. Sono in scadenza di contratto ma adesso mi sembra presto per parlare di ogni cosa. Io sto pensando al mio recupero, fino a tre settimane fa invece la situazione della squadra non era delle più rosee e la società ha avuto altri pensieri più impellenti per la testa. Di sicuro si andrà a parlare del mio contratto a fine anno, non adesso. Avevate già affrontato il discorso rinnovo nell'estate scorsa? No, l'argomento non è stato toccato ancora. Si aspettava una reazione così importante dei suoi compagni dopo il momento difficile? Sì, perché ho visto giorno per giorno come si allenavano. Stavano lavorando con intensità, forse non pensavo arrivassero a sei vittorie in fila, però ero convinto che sarebbero riusciti ad uscire da questo momento, ero sicuro che ci sarebbero stati grandi miglioramenti. Anche perdendo a Reggio, i ragazzi hanno fatto una grande partita pur senza Eric. Sono felice per loro, io non sono riuscito a dare una gran mano quest'anno però vivendo con loro tutti i giorni ho visto quanto hanno sofferto, perché quando le cose vanno male tutto diventa difficile. Adesso per fortuna gli animi sono più rilassati. Alberto Coriele
  13. Attilio Caja esorta l'Openjobmetis a stare sul pezzo fino al termine della stagione e ad onorare al meglio gli ultimi quattro impegni della regular season anche se la rimonta playoff pare ormai un sogno. Il tecnico pavese dà la carica alla squadra a prescindere da calcoli e tabelle. «Ci manca ancora la certezza arimetica della salvezza. E poi vogliamo regalare soddisfazioni alla società ed ai tifosi che non sempre hanno potuto vedere buone partite. Nel mondo dello sport si ha la memoria corta e spesso la percezione di come si finisce pesa più d'una intera stagione: proviamo a finire al meglio e divertirci tutti insieme fino al 7 maggio, poi vedremo che cosa dirà la classifica». Il piacere di veder giocare l'OJM attuale fa sperare che si possa provare a dare continuità a questi ultimi mesi... «Il gruppo sta bene insieme, il rammarico è che manchi poco al termine della stagione, e anche per rispetto dei compagni c'è voglia di onorare al meglio le ultime 4 partite. Il futuro? Non è ancora il momento di parlarne, ma a far bene non si sbaglia mai: chi vuole rimanere ha stimoli per dare bei segnali, chi ne darà di bellissimi potrà migliorare ulteriormente le sue prospettive di carriera». Di sicuro le vittorie della squadra hanno aiutato la società a migliorare l'immagine della stagione. «Ma è altrettanto vero che la società ha supportato la squadra tenendo duro nei momenti difficili nei quali ha sempre difeso i giocatori e ha dato loro fiducia con i fatti non andando mai sul mercato; pertanto debbono sentirsi in dovere di resti- tuire quanto ricevuto. Quel che hanno dato nelle ultime settimane è stato apprezzato: i tifosi che ci hanno aspettato al ritorno dalla trasferta di Desio dopo il derby vinto con Cantù hanno dato un segnale chiaro». Quanto ha contato il suo feeling con società e tifosi per mantenere sereno l'ambiente? «Sin dal mio arrivo ero convinto che ci fossero le condizioni giuste per migliorare. Aver sentito attorno a me la fiducia di società e tifosi, sentendo di essere apprezzato anche quando le cose non andavano bene, mi ha aiutato a trasmettere sempre messaggi positivi. La dirigenza mi ha dato un bel supporto: la stima l'ha dimostrata con i fatti, altrimenti avrebbe chiamato un altro allenatore, mentre nei confronti del pubblico il credito acquisito due anni fa è stato importante quando tutto sembrava buio». Le 6 vittorie consecutive prima dello stop di Reggio Emilia hanno riportato il sereno, ma non è stato un procedimento facile. «Qualcuno ci è arrivato con le buone, altri meno, ma conta il risultato e non il percorso: tutte le strade portano a Roma, ci sono quelle più comode e quelle più impervie, ma l'importante è arrivare alla meta. Sono orgoglioso di aver raggiunto il traguardo senza aggiunte di mercato e col contributo di tutti gli effettivi. Anche Avramovic, che ho impiegato meno perché ho dovuto fare delle scelte, ha mostrato belle cose in allenamento: per questo domenica, anche senza Maynor, l'ho schierato senza paura. E sono convinto che potevamo vincere anche senza Eric se solo avessimo tirato con 4/10 anziché 1/10 da 3». Giuseppe Sciascia
  14. L'Openjobmetis incrocia le dita in attesa di buone notizie dall'infermeria sul conto di Eric Maynor in vista del match casalingo di sabato contro Trento. Il regista del 1987 si è sottoposto ieri mattina a nuovi trattamenti per sbloccare la zona del collo e la parte alta della schiena ancora doloranti per il "colpo di frusta" legato all'incidente stradale della scorsa settimana che gli ha impedito di scendere in campo domenica a Reggio Emilia. La situazione del playmaker biancorosso è ancora incerta, coinvolgendo soprattutto le sicurezze dell'atleta nel reggere i contatti: si confida che il riposo di domenica al PalaBigi - con Maynor rigidissimo nei movimenti e non in grado di dare un contributo, al di là della personale soglia del dolore -possa essere servito per risolvere il problema. La condizione del giocatore statunitense sarà valutata giorno per giorno, a partire dal pomeriggio odierno, quando la squadra si allenerà al Campus - a causa dell'indisponibilità del PalA2A - iniziando la routine settimanale verso il match di sabato sera contro Trento dopo la seduta di pesi prevista in mattinata. Ovviamente sarà fondamentale recuperare Maynor per provare a battere la Dolomiti Energia, capolista del girone di ritorno (18 punti in 11 gare contro i 14 di Varese) nonostante la doppia tegola degli infortuni di Baldi Rossi e Marble. Senza l'elemento più insostituibile del suo organico, l'attacco OJM ha prodotto troppo poco e troppo male - specialmente dall'arco, pagando una serata decisamente negativa di Dominique Johnson - per riuscire a superare un ostacolo di per sé molto impegnativo come la Grissin Bon. E un'ulteriore assenza di Maynor contro la coppia Craft-Forray, i migliori difensori sulla palla dell'intera serie A, che già all'andata misero in grande affanno Varese (23 palle perse - secondo peggior dato stagionale - nell'ultima partita italiana di Paolo Moretti sulla panchina biancorossa). Con il suo attivatore principe la squadra di Caja avrebbe potuto giocarsi meglio la sua chance playoff a Reggio Emilia? Sicuramente sì, anche se non è assolutamente scontato ritenere che la presenza di Maynor al PalaBigi avrebbe garantito a Varese la settima vittoria consecutiva. Ora il magine di errore nella corsa verso l'ottavo posto è totalmente azzerato e il calendario di Pistoia (Cantù e Reggio Emilia fuori, Pesaro e Brescia in casa), che ha 4 punti di vantaggio e un più 28 nel doppio confronto con i biancorossi, rende ancor più improbabile la rimonta di Cavaliero e compagni. Ma l'Openjobmetis ci tiene ad onorare al meglio il finale di stagione ed a regalare altre vibrazioni positive nel match contro una Dolomiti Energia rinforzatasi con l'aggiunta di Shavon Shields, 23enne ala piccola statunitense con passaporto danese che i trentini hanno prelevato dal Fraport Skyliners, dove viaggiava a 13.7 punti e 5.4 rimbalzi nella Bundesliga tedesca. Giuseppe Sciascia
  15. Sognare, per fortuna, è lecito e non costa nulla. Quindi tanto vale provarci anche se tutto lascia presagire che sarà difficile, molto difficile. (Quasi) archiviato l'annoso discorso relativo alla permanenza in Serie Al, ora Varese può permettersi il lusso di guardare in alto, con il naso all'insù, per inseguire un posto al sole dei playoff. La classifica, che vede i biancorossi di Caja a sole due lunghezze di distanza dal terzetto Pistoia-Brindisi-Torino, racconta di una missione "più fattibile" di quanto non ci si potesse aspettare pochi mesi fa. I due punti, però, non sono solo due, perché da superare c'è anche lo scoglio della differenza canestri sfavorevole negli scontri diretti contro Brindisi e Pistoia, in attesa del secondo capitolo con Torino. La griglia playoff, a meno di clamorosi ribaltoni, attualmente vede vacante un solo posto, l'ottavo, e a giocarselo sono in cinque: Pistoia, Brindisi e Torino che hanno 24 punti, Varese e Brescia che ne hanno 22. Il settimo posto, occupato dal Banco di Sardegna Sassari, in condominio con Reggio Emilia e Capo d'Orlando, a quota 28 punti, è sufficientemente lontano da non poter essere preso in considerazione. Sicuramente Varese può sfruttare l'inerzia favorevole di queste sei vittorie consecutive, ma allo stesso tempo la consapevolezza della difficoltà di arrivare ai playoff è reale. Cinque squadre per un posto solo, differenza canestri negli scontri diretti sfavorevole (contro Brindisi e Pistoia) ed un calendario molto complesso da affrontare da domenica fino al 7 maggio. Ciò significa dover recuperare non due, bensì quattro punti in cinque partite a tre delle quattro dirette concorrenti, sperando di tener dietro anche Brescia. Perché un arrivo a pari punti con le suddette avversarie toglierebbe dai giochi Varese. Di queste cinque partite, almeno tre saranno da vincere e potrebbe non bastare, perché tutto dipenderà dai risultati degli altri campi. La volata dei biancorossi inizierà domenica sul difficile parquet del Pala Bigi di Reggio Emilia, contro una squadra che ha superato il suo momento di difficoltà ed è reduce da tre vittorie consecutive, oltre ad aver raggiunto per due volte negli ultimi due anni la finale dei playoff, perdendo in entrambi i casi. Gli impegni in casa, prima contro Trento e poi contro Cremona, sono i due da non sbagliare in alcun caso: contro i trentini decimati dai recenti infortuni di Marble e Baldi Rossi, Varese giocherà sabato 15 aprile alle 20.30 al PalA2A, mentre la partita contro Cremona, rientrata in lotta per la salvezza dopo la vittoria di Pesaro, è in calendario per il 30 aprile. Lo stesso Toto Bulgheroni, abbozzando un possibile cammino da qui al termine del campionato, ha predetto: «Nel caso in cui dovessimo vincere le due in casa e magari una trasferta, si può ragionevolmente pensare ai playoff». Le due trasferte mancanti però sono toste: la prima al Taliercio di Venezia il 23 aprile contro una squadra lanciatissima (e che da lì a poco si giocherà le finali di Champions League a Tenerife); la seconda al Pala Ruffini di Torino, all'ultima giornata, in cui Varese si potrebbe giocare tutto contro l'ex Vitucci. Alberto Coriele
  16. L'Openjobmetis prova a coltivare sul campo il sogno playoff, ma la società lavora per provare a dare continuità al magic-moment garantito dalla cura Caja. Già in pieno svolgimento la battaglia del grano per definire il budget da utilizzare per costruire la Varese versione 2017-18. L'entusiasmo rigenerato dalle sei vittorie consecutive con tanto di salvezza assicurata non deve far dimenticare i travagli economici dei mesi scorsi e la necessità di far quadrare i conti al termine del 2016-17 (extrabudget di 200mila euro rispetto ai 4,4 milioni iniziali, più 100mila di mancati incassi; si auspica di recuperarne la maggior parte entro il 30 giugno). D'altra parte però il clima di fiducia ristabilito grazie ai risultati del campo fa gioco a chi si sta occupando di reperire i fondi per provare a trattenere lo zoccolo duro della squadra attuale. Per questo la società di piazza Monte Grappa sta provando a stringere con gli sponsor da rinnovare per sapere entro la fine del campionato in corso (la regular season termina il 7 maggio) se c'è disponibilità, e a quali condizioni, per proseguire il rapporto. Il nodo principale riguarda l'abbinamento con Openjobmetis, sicuramente sensibile - prima in negativo, ora auspicabilmente in positivo - ai risultati del campo da legar- si agli interventi già effettuati e in divenire per dare una veste più aziendale alla Pallacanestro Varese e migliorarne la visibilità del brand. L'azienda di Gallarate, reduce da operazioni che ne hanno aumentato notevolmente la percentuale "flottante" in borsa, potrebbe avere però tempistiche non coincidenti con quelle del club biancorosso, sebbene l'auspicio in piazza Monte Grappa sia quello che la partnership possa proseguire per il quarto anno consecutivo. E la ricerca del famoso "socio forte" da parte di "Varese nel Cuore"? Al momento le uniche certezze sono quelle di due nuovi consorziati da an- nunciare a breve e altri 4-5 da mettere nero su bianco entro il 30 giugno. Poi non ci sono dubbi sul fatto che uno scambio di vedute tra i vertici del consorzio e Gianfranco Ponti sia plausibile e auspicabile con le medesime tempistiche delle risposte richieste agli sponsor, verificando se esistono punti di contatto sufficienti per l'ingresso di un socio di maggioranza relativa a fianco degli attuali 58 multiproprietari. Ma il concetto è chiaro: prima di pensare a rinnovare i contratti dei giocatori, serve rinnovare quelli degli sponsor e avere certezze relative all'apporto della proprietà. Però se si vuole evitare di disperdere i protagonisti della "resurrezione" delle ultime 5 settimane, partendo da quell'Eric Maynor sul quale Attilio Caja costruirebbe volentieri la Varese futura, servirà la certezza in tempi rapidi di poter contare quantomeno sulle stesse risorse disponibili per la stagione in corso. Giuseppe Sciascia
  17. Dopo gli Indimenticabili, ecco i Resuscitabili. La miglior versione della Pallacanestro Varese da quattro anni a questa parte merita anch’essa un soprannome, soprattutto alla luce del fatto che ora può fregiarsi di un record della pallacanestro italiana: il maggior numero di vittorie consecutive (sei) partendo dall’ultimo posto. Lo avevamo già scritto la scorsa settimana, tagliato il traguardo dei cinque successi del fu fanalino di coda (dal 1987 un ruolino simile lo aveva avuto solo la Avellino di Pancotto, nel 2013), ma non ha fatto notizia. Un po’ come fatica sempre a fare notizia il coach che di questi Resuscitabili è stato lo scarto ontologico capace di colmare la distanza tra la morte e la nuova vita. Vi raccontiamo la sua storia e quella dei suoi uomini. I Resuscitabili nascono, la prima volta (si intende), tra il luglio e l’agosto del 2016. Oggi, al culmine di questa orgia di felicità consecutiva, dobbiamo tutti delle scuse a coach Paolo Moretti, primo autore di tutte le scelte di mercato, e agli avvallanti-cooperanti dell’area tecnica (Claudio Coldebella, Toto Bulgheroni, Max Ferraiuolo): han fatto su un bel roster, non c’è che dire. Qualità diffuse, intercambiabili fra loro, la cui summa è una squadra divertente, pericolosa ed efficace. Il problema è che l’allenatore toscano prova a credere nel gruppo da lui edificato giusto lo spazio di un paio di mesi di sconfitte. Poi lo molla. E i futuri Resuscitabili muoiono. Muore l’idea di un Maynor pietra angolare del progetto tecnico. Muore l’idea di un atipico come Eyenga da far giocare in un certo modo. Muore la speranza di sfruttare appieno le doti di un giocatore di sostanza come OD Anosike. Muore la grinta di Giancarlo Ferrero. Muore l’importanza difensiva di un Kangur con un anno in più sulla carta d’identità. Muore la volontà di plasmare una materia grezza come Pelle. Muore l’idea di un gioco veloce e divertente, muore l’esigenza di una difesa stagna come punto di partenza di ogni fortuna. Tali e tanti sono i decessi in serie che gli inquirenti sono costretti a compiere delle indagini, le quali in sintesi trovano un solo, grande colpevole (oltre all’inadeguatezza intrinseca ed estrinseca dei singoli protagonisti), un unico, enorme paravento dietro al quale nascondersi dalle taglienti folate di un campionato andato in malora già a novembre: la partecipazione alla Champions League. Andiamo avanti: arriva in città Dominique Johnson, perendo anch’egli poco dopo in circostanze misteriose. Funerali, commiato, sepoltura. Ben oltre l’estrema unzione, quindi, viene chiamato Attilio Caja e gli si chiede di ricominciare la stagione da 12 tombe e da un posto in classifica che ben presto - sulla scia dei necrologi della precedente gestione - diventerà l’ultimo. L’Artiglio accetta a una sola condizione: poter disputare il precampionato, anche se il calendario segna prima lo scorrere di gennaio e poi quello di febbraio. Così è: un paio di mesi di allenamenti duri dal punto di vista tecnico e fisico, un po’ di maquillage psicologico per saldare il gruppo ed eccoci arrivati a oggi. Ovvero a un secondo posto in classifica al pari con Milano e dietro solo a Trento (è la graduatoria del girone di ritorno). No, eh? Avete ragione: siamo undicesimi e per l’ennesimo anno a maggio guarderemo gli altri giocare (a meno di nuovi miracoli). D’altronde era già tutto scritto: non esiste resurrezione senza morte. Fabio Gandini
  18. L'Openjobmetis è pronta a premiare Attilio Caja per la missione salvezza portata a termine in largo anticipo. La società di piazza Monte Grappa dovrebbe annunciare a breve l'eliminazione della clausola d'uscita prevista entro metà maggio dal contratto stipulato con il coach pavese lo scorso 23 dicembre. Togliere l'escape a pagamento attraverso la quale Varese potrebbe rescindere l'accordo valido fino al 30 giugno 2018 significherebbe formalizzare la conferma di "Artiglio" anche per la stagione prossima. Una mossa che al momento sembra scontata dopo le sei vittorie consecutive che hanno permesso ai biancorossi di passare dall'ultimo posto del 26 febbraio all'attuale undicesima piazza, a due sole lunghezze dai playoff. Ma che messa "nero su bianco", attraverso un tratto di penna sulle righe piccole del contratto già in essere, avrebbe un valore simbolico per dimostrare gratitudine e stima nei confronti dell'uomo della svolta. Nessun dubbio che sia stato Caja l'artefice primario della clamorosa inversione di tendenza dell'OJM, trovando a poco a poco la ricetta giusta per far rendere al meglio un gruppo che nell'era Moretti sembrava tecnicamente mal assortito. Il tecnico pavese ha utilizzato gli stessi "ingredienti" (al netto del correttivo Johnson per Johnson avuto dal coach di Arezzo solo per tre partite) che nella passata gestione non si erano mai amalgamati per confezionare una pietanza davvero succulenta dopo un lungo periodo di preparazione. E ancora una volta sbaglia chi indica nella Champions League il fattore determinante dei travagli dell'era Moretti e nella sua conclusione la chiave di sblocco per la rifioritura dell'ultima fase dell'era Caja: la coppa è stata l'effetto e non la causa dei problemi di Varese. Alla prova dei fatti è stato un errore affrontare il doppio impegno con giocatori poco adatti a recuperale le fatiche in tempi ristretti come Maynor, Kangur e Campani. Per non logorare elementi da centellinare sul piano fisico, il coach toscano aveva puntato su una gestione conservativa dei ritmi di allenamento che, però, si riverberavano sulla condizione atletica generale (e in particolare degli elementi "amministrati"). Caja ha decisamente aumentato l'intensità del lavoro in palestra, pagando anche dazio (vedi i finali a fari spenti con Torino e Sassari) prima di arrivare all'attuale condizione ottimale di tutti gli effettivi per un'OJM capace di mettere a frutto la sua ritrovata freschezza atletica sotto forma di una difesa aggressiva in grado di alimentare il contropiede. Per "digerire" la Champions sarebbe servita una squadra anagraficamente più fresca, come quella che nel 2015/'16 ha raggiunto la finale di FIBA Cup con i suoi 24,7 anni di media. Il regime di una partita a settimana ha funzionato da tonico per Maynor, e l'attacco costruito con circolazione di palla e movimento degli uomini negli spazi anziché con l'abuso di pick&roll in situazioni statiche è stato perfetto per far sposare ai singoli l'identità corale predicata da "Artiglio". Mai come in questo caso si può dire che il coach si è guadagnato la conferma sul campo... Giuseppe Sciascia
  19. A vederlo oggi, quando si mette in posa dopo aver fatto piovere nei canestri avversari, più che tre mesi sembrano passati tre anni. Quindici dicembre 2016, Galliate Lombardo, Fattoria “Il Gaggio”, presentazione ufficiale del nostro: fuori una nebbia che cancella addirittura il lago, dentro una tristezza da funerale del basket. Dominique abbozza un sorriso davanti ai flash, poi viene sommerso dalle domande “nere” dei cronisti: «Ma lo sai che sei arrivato in una squadra che continua a perdere?». E quel sorriso scompare, come il lago in una giornata di nebbia. Riapparirà, eccome se apparirà. Dopo cinque vittorie consecutive all’attivo, un ruolino di marcia da capocannoniere e la primavera che bussa alle porte di Masnago. Storia di DJ, o Dom, o Nique: se volete farvelo amico non parlategli del suo recente passato («No, sull’Alba Berlino non vi dico nulla...»), né del suo prossimo futuro («Rimanere? Come faccio a dirlo ora?»). Basta il presente, basta un sorriso. Johnson, partiamo da un “fotogramma” che ci ha incuriosito: domenica, quando ha messo il canestro decisivo (la penetrazione con il fallo subito intorno al 40’) si è girato e lo ha dedicato alla panchina. Come mai? Il coach mi aveva detto nel time-out di pochi secondi prima che avevamo bisogno di un canestro e io mi sono concentrato per realizzarlo, per trovare quei due punti decisivi. Così mi sono girato e ho voluto dedicarglielo. Com’è il suo rapporto con Caja? Buono, da lui sto imparando molto. Si complimenta quando faccio bene, ma allo stesso tempo mi corregge ed è puntuale nell’aiutarmi quando sbaglio. Io prendo tutti i suoi insegnamenti ed i suoi consigli nella maniera giusta, perché so che con lui posso solo migliorare. È arrivato in un momento difficilissimo per la squadra e per la società, con un ambiente dimesso e risultati che non arrivavano. Lei stesso inizialmente pareva confuso, incapace di incidere. Ora è tutto diverso, è tutto cambiato... Era proprio l’inizio, avevo tante cose in testa e stavo cercando di abituarmi ad una nuova città e ad un nuovo gruppo. È cosi quando arrivi: hai nuovi rapporti da instaurare e cerchi di trovare un feeling con tutto e tutti. Ora ogni cosa va a gonfie vele, davvero. Anche il rapporto con i suoi compagni di squadra, dentro e fuori dal campo? Sì, siamo un funny team, una squadra divertente. Ci sono tantissime personalità diverse e spesso non è semplice conciliare tutte queste differenze. Però vedo uno spogliatoio unito: tutti comunicano e stanno bene insieme, anche fuori dal campo. C’è una bella chimica anche quando usciamo dal palazzetto, e quando c’è un bel rapporto fuori dal parquet non puoi che trovarti bene anche dentro. Cinque vittorie consecutive (Pistoia, Avellino, Pesaro, Brescia e Capo d’Orlando): qual è stata la più complicata a suo giudizio? Direi Brescia, soprattutto perché dopo il blocco del cronometro loro sono rientrati, ci hanno recuperato diversi punti ed erano molto vicini quando mancavano due minuti al termine. Potevamo chiudere facilmente quella gara, però si è trasformata nella più difficile quando il tabellone si è fermato e li ha fatti rientrare. I tifosi ammirano la sua capacità di segnare, ma allo stesso tempo la sua abilità difensiva: quanto è importante nel suo gioco l’applicazione in retroguardia? La difesa è parte del mio gioco ed ogni gara disputata qui è una dura prova: non è semplice marcare le guardie avversarie. Cerco di metterci energia: nella partita casalinga contro Pesaro, ad esempio, sono riuscito a concludere una bella giocata difensiva, costringendo il mio avversario oltre i 24”. Mi ha motivato, mi ha caricato parecchio quell’azione. Come si trova a Varese dopo questi primi tre mesi? Sono già passati tre mesi? Il tempo passa in fretta. Per ora molto bene. È stata dura all’inizio, ma mi trovo davvero molto bene. Dopo un periodo di adattamento ha preso le misure con il gioco ed il ritmo italiano: cosa ne pensa del nostro campionato? Sto acquistando familiarità, mi sto abituando, anche per quanto riguarda il metro arbitrale. Sono “quello nuovo”, e devo tanto ringraziare Massimo Bulleri che mi aiuta ogni giorno e mi riempie di consigli. Il “Bullo” ha esperienza, mi dice «quello lo puoi fare, quello no», è come un mentore, è un coach in campo. Ha chiaramente più familiarità di me con il campionato e mi guida in ogni azione. Comunque mi piace la lega italiana, devo dire: è più veloce di altre. Ecco: ha giocato anche in Polonia, Israele e Germania. Differenze? Come detto, quello italiano è il campionato più veloce. Quello turco non si adatta propriamente alle mie caratteristiche, in Germania il gioco è un po’ più controllato mentre qui riesco a giocare al mio ritmo. Il più fisico è sicuramente quello polacco, in Israele - infine - mi è sembrato di essere come a casa... Com’è stata la sua infanzia? Sono nato e cresciuto a Detroit, ma uscirne è stata una benedizione. Devo ringraziare mio padre che mi ha portato fuori dalla città, perché non so se sarei vivo in questo momento. Mi ha permesso di andare a scuola e di seguire la mia carriera. I posti che ho visitato lavorando sono incredibili, da piccolo mai avrei pensato che sarei andato all’estero a giocare a pallacanestro... Ora questa è la mia vita e non la cambierei mai. Quali sono i sogni per il prosieguo della sua carriera, Dominique? Mi piacerebbe vincere dei campionati. I traguardi individuali sono belli, ma quelli di squadra hanno un sapore diverso. Ho vinto una coppa in Polonia, sono arrivato alle Final Four in Israele, tutte esperienze che inserisco nel libro dei ricordi. I record individuali si possono superare, cancellare, mentre un campionato che hai conquistato non te lo porta via nessuno. Sarebbe un sogno. Domenica si va a Cantù, una match duro, sentito, storico: cosa sa a riguardo del derby? Me ne hanno parlato ma sinceramente non conosco di preciso la rivalità tra le due squadre. Però in questo momento, nella situazione che stiamo vivendo, ogni partita è importante, non solo quella con Cantù. Per quello che stiamo facendo ora ogni singolo match ha un suo significato. In ogni caso sono pronto e carico per affrontare il derby. Cosa si può fare per tenerla qui anche per la prossima stagione? È presto per parlarne. Ci mancano sei partite di campionato, voglio concludere la stagione al massimo, dando il meglio e cercando di aiutare la squadra a vincere ed a migliorare la classifica attuale. Non sto pensando alla prossima stagione, non lo farò fino a luglio credo. Tornerò a casa e solo a quel punto mi concentrerò su ciò che potrà accadere l’anno prossimo. Alberto Coriele e Fabio Gandini
  20. L'Openjobmetis sembra ormai definitivamente al di fuori della zona retrocessione, ma il sogno playoff alimentato dalle cinque vittorie consecutive - la striscia aperta più lunga in serie A - sembra più legato alle possibilità concesse dall'aritmetica che alla realtà dei fatti. L'attualità stretta dice che nessun club dopo la Coppa Italia ha fatto meglio rispetto al pokerissimo di vittorie conquistato dalla truppa di Attilio Caja, passata dall'ultimo posto del ventesimo turno al dodicesimo attuale. Oggi Varese ha 8 punti di vantaggio sull'ultima della classe Cremona e appena 4 lunghezze da recuperare nei confronti di Brindisi e Torino, a braccetto all'ottavo posto. Ma ci sono due fattori contingenti che cozzano col sogno di agguantare in extremis l'obiettivo dichiarato nell'estate 2016: il primo è legato alla difficoltà del calendario, che proporrà a Cavaliero e compagni due soli impegni casalinghi (Trento e Cremona) nelle ultime sei gare della regular season, con trasferte impegnative sui campi di Reggio Emilia e della seconda forza Venezia, oltre al derby di domenica contro Cantù e alla tappa conclusiva a Torino. Il secondo è quello degli scontri diretti: i primi quattro mesi e mezzo di sconfitte pesanti in trasferta hanno lasciato in dote un meno 12 nel doppio confronto con l'Enel e un meno 28 con Pistoia (attualmente decima, un gradino sopra i biancorossi), oltre al meno 7 della sconfitta interna con Torino. Se la quota playoff attualmente è stimata a 30 punti, a Varese potrebbero non bastare neppure 5 vittorie nelle ultime 6 gare in un eventuale arrivo in parità multipla disciplinato dalla classifica avulsa. La versione "post Final Eight" della truppa di Attilio Caja varrebbe ampiamente le prime otto posizioni, ma le troppe occasioni sprecate nei primi due terzi del campionato hanno virtualmente azzerato il margine di errore dell'Openjobmetis. Passare il test del PalaDesio per cancellare la macchia della sconfitta casalinga dell'andata è il primo indispensabile step per alzare ulteriormente l'asticella delle ambizioni. E anche in caso di impresa sul campo di Cantù, ne servirà subito un'altra a Reggio Emilia nel secondo atto esterno consecutivo che il calendario pone sul cammino biancorosso. Certo, se l'OJM superasse a pieni voti anche i prossimi due viaggi, allora potrebbero aprirsi spiragli davvero interessanti. Ma realisticamente è meglio vivere alla giornata cercando di togliersi ulteriori soddisfazioni, a partire dal sentito derby di domenica: spazzata via la cappa di negatività che ha avvolto a lungo l'ambiente di Varese, la primavera anticipata delle ultime cinque vittorie consecutive ha riacceso entusiasmi sopiti, come evidenziato dagli oltre 1.600 paganti delle ultime due gare casalinghe. E gli umori positivi della piazza sono l'humus più fertile attraverso il quale alimentare la ricerca delle risorse necessarie - tra sponsor da rinnovare o aggiungere, e la caccia di capitali freschi tramite uno o più soci forti - per provare a non disperdere per intero i protagonisti della resurrezione frutto della "cura Caja" in vista della stagione 2017/2018. Giuseppe Sciascia
  21. La quadra trovata da Attilio Caja nella disastrosa Openjobmetis da lui ereditata a fine dicembre 2016 ha richiesto sudore e sacrifici. Del lavoro, innanzitutto, ma anche di uomini: il più evidente è quello di Aleksa Avramovic, 1,5 minuti di impiego medio nelle ultime quattro partite, quelle della rinascita biancorossa, frutto di 6 primi giocati contro Pistoia e di 3 n.e. consecutivi contro Avellino, Pesaro e Brescia. Un accantonamento evidente, per un giocatore che durante la gestione di Paolo Moretti in campionato (12 gare) restava sul parquet 18,9 minuti di media, producendo 9,5 punti ad allacciata di scarpe con il 48% da 2 e il 25,5% da 3. Un accantonamento, però, anche da spiegare, cercando parimenti di ragionare sul futuro di un atleta giovane (23 anni il prossimo 25 ottobre) e di prospettive ancora da decifrare. Oggi e ieri Una squadra lunga, con gerarchie solo apparenti (forse una delle “colpe” maggiori da addebitare a Moretti), da ricostruire tecnicamente e moralmente: il 22 dicembre 2016, giorno della firma di Caja, Varese era questo. Accanto al lavoro duro in palestra e a a al cesello psicologico sia individuale (con colloqui mirati) che collettivo, l’allenatore pavese ha dovuto fare delle scelte nel segno della funzionalità e della complementarietà del materiale tecnico a sua disposizione, cercando di far nascere un “sistema” sul quale instradare la risalita. Primo passo: un quintetto titolare (Maynor, Johnson, Eyenga, Ferrero e Anosike) “chiaro” e “consistente” nei minutaggi. Secondo: il ragionamento sugli incastri. Con due “attaccanti” come Johnson ed Eyenga, nei momenti di riposo necessari al ritrovato leader Maynor (e mettendo definitivamente al bando i cambi “morettiani” di tre-quattro pedine alla volta, come per le linee dell’hockey), l’esigenza era quella di utilizzare un playmaker puro ed esperto, ovvero l’identikit di Massimo Bulleri. Nei minuti passati da Johnson a rifiatare in panchina, poi, ecco l’utilità di un Cavaliero, giudizioso e versatile (a Brescia è stato tante volte “scambiato” con Eyenga) pur senza acuti di rilievo. Strada chiusa per “Avra”, guardia e non playmaker nelle considerazioni del coach, anarchico in virtù di quel talento ancora inesperto e uomo di rottura per eccellenza: uno da mettere quando sei sotto di 15, quando cioè il succitato “sistema” si dimostra in difficoltà, per cercare di ritornare in partita. C’è chi potrà obiettare come il serbo sia stato il migliore dei primi tre mesi disgraziati di stagione: vero, verissimo. Ma la risposta è insita nella stessa obiezione: in quella squadra che un “sistema” non lo aveva, un giocatore istintivo e abituato a giocare per conto proprio non poteva che mettersi in evidenza, in virtù di mezzi indubbiamente da non sottovalutare. Domani Bocciatura senza appelli, dunque? No: il giudizio non è sull’atleta in assoluto, anzi; il giudizio è (stato) sulla situazione e sui bisogni di una formazione caduta in fondo alla classifica. Tanto è vero che Aleksa rimane uno dei giocatori più seguiti e “rimbrottati” dall’Artiglio durante gli allenamenti, allenamenti che prima o poi diranno definitivamente se il giovanotto può aspirare a diventare un regista o meno. Chiarendo in tal modo il futuro suo e quello di Varese con lui. Perché è inevitabile pensare al domani di un ragazzo che ha ancora un anno di contratto garantito oltre a quello corrente, più un’opzione per un eventuale terzo anno di rapporto complessivo. Le variabili per capire come costruire la squadra prossima ventura sono tante e inintellegibili al momento, ma una cosa pare certa: dovesse mai essere presa in considerazione l’ipotesi del 5+5, spazio per Avramovic non ce ne sarà, considerati anche i contratti in essere con il cotonou Pelle (1+1 firmato nell’estate 2016) e il comunitario Kangur (biennale con uscita, a basso costo per Varese, a giugno 2017). Con i “5 italiani” la società si dovrebbe lanciare in tre transazioni con i giocatori sopra citati (o almeno con due di essi), con quella di Aleksa - che ha un contratto a stipendio e tutele “crescenti” - da concordare. Discorso diverso nell’ipotesi di un 3+4+5 (assolutamente non scartata a priori nei piani di piazza Monte Grappa: si può risparmiare anche con i 7 stranieri, basta creare un roster da 9 pedine “vere” invece che da 12...), nel quale il potenziale di “Avra” costituirebbe una scommessa da giocare ancora, magari cercando compagni complementari da affiancargli. Quel che è certo è che, dal mentore Coldebella in giù, nessuno - men che meno Caja - ha scaricato l’ex mvp del campionato serbo. Fabio Gandini
  22. Una nuova filosofia basata sugli italiani e sul vivaio per costruire un futuro sostenibile attraverso un'identità qualificante: questo è il "domani" di Varese. A prescindere dalle disponibilità per la stagione prossima ventura tra sponsor da rinnovare ed eventuale "socio forte" da aggiungere all'asse societario, torna di stretta attualità l'idea del passaggio al 5+5 per indirizzare il 2017-18 verso un progetto che coniughi sostenibilità economica e risultati del campo. Non è soltanto un discorso di taglio dei costi, ma un punto qualificante per proporre un progetto tecnico legato ad un marchio di fabbrica che caratterizzi nuovamente Varese dopo troppi anni di "porte girevoli" affidandosi a stranieri di passaggio. Già nel 2014-15 e nel 2015-16 la proprietà aveva espresso una preferenza per la formula con più italiani, salvo avallare poi le indicazioni dell'area tecnica che aveva optato per il 3+4+5: mercato iniziato troppo tardi due estati fa per trovare italiani validi, pregiudiziale per partecipare alla Champions League nel 2016. Ora però, nell'ottica della razionalizzazione dei costi, la scelta diventa quasi obbligata: si tratta di un risparmio in grado di assorbire due terzi del taglio del 15 per cento sulla quale sta lavorando il CdA di Pall. Varese (nel 2016-17 si era partiti con un budget da 4,4 milioni di euro, poi salito a 4,6 con le aggiunte Dom Johson e Caja; per il 2017-18 si vorrebbe ridurre a 4). Passare da 12 contratti professionistici a 9 più un prodotto del vivaio significa ridurre sensibilmente le tasse federali (40mila di luxury tax più 3 parametri da 12.500) oltre a due salari lordi in meno: il conto totale si avvicina ai 300mila euro, ai quali vanno aggiunti i possibili introiti dalla partecipazione al conseguimento del premio italiani (nel 2016-17 tutte e 6 le società che hanno scelto questa formula riceveranno una fetta tra le 4 per il minutaggio complessivo e le 4 per il minutaggio degli Under 25). E le difficoltà nel reperire elementi competitivi a costi accessibili sul mercato "tricolore"? Leggenda metropolitana facilmente smentibile: partendo da Cavaliero e (auspicabilmente) da Ferrero, non è certo impossibile pescare un cambio affidabile a costi simili - non certo proibitivi - del capitano, e scandagliare l'A2 in cerca di un investimento futuribile capitalizzando la conoscenza di Attilio Caja dei giocatori dai 22 ai 26 anni con cui ha lavorato con la Nazionale Sperimentale. Quattro italiani di rotazione in panchina, confermando il monte stipendi iniziale del 2016-17 di poco inferiore al milione di euro, significherebbe mettere sul piatto suppergiù 700mila da spalmare per il quintetto base: più o meno quanto costa lo starting five attuale dopo il cambio "Johnson per Johnson"... Ma costruire uno zoccolo duro di italiani che diano garanzie sul piano tecnico ma soprattutto umano è un valore aggiunto non misurabile soltanto soltanto nelle voci di bilancio. Così come non va valutato soltanto in termini di costi e ricavi l'opera di sviluppo del settore giovanile, sul quale nel corso degli anni sono progressivamente aumentati gli investimenti "di supporto" al di là della svolta tecnica legata ai ritorni di Giulio Besio e Gianfranco Pinelli. Un prospetto futuribile come il 16enne Matteo Parravicini - e come il leader del gruppo 2001 vicecampione d'Italia tanti altri elementi interessanti - può avere un futuro in serie A soltanto lavorando non solo sulla tecnica ma anche sul potenziamento fisico come accaduto nel 2016-17. L'altro valore aggiunto per costruire una Varese più efficace dovrà essere Claudio Coldebella: il d.g. biancorosso ha potuto incidere relativamente poco avendo sostanzialmente "ereditato" al suo arrivo uno staff già completo che operava con la serie A. Ora, dopo aver studiato per un anno intero il funzionamento del sistema Varese, potrà mettere in atto le sue idee per ottimizzare il potenziale disponibile. Giuseppe Sciascia
  23. Norvel Pelle, per ovvie ragioni anatomiche, non passa inosservato quando passeggia per la città. La gente lo riconosce, lo ferma, lo saluta. Sembra volergli istintivamente bene. Una prova? Giusto il tempo di concludere l’intervista ed un autobus suona il clacson, accostando a bordo strada: l’autista richiama con ampi gesti Norvel, lo fa salire sul mezzo, gli stringe la mano e gli dà una pacca sulla spalla. Lui lascia fare, pacifico e contento, con quel candore sorridente che tradisce - a dispetto della mole - i suoi 24 anni appena compiuti. Il gigante bambino from Antigua e Barbuda sta diventando grande sotto il Bernascone. Quasi una seconda crescita dopo quella - veloce, precoce, senza reti - che tutti quelli come lui sono costretti a vivere quando lasciano il nido per tentare il volo nel basket. La vita sotto le plance è un rebus: puoi farti planare addirittura in posti come Taiwan o il Libano, dove 211 centimetri tratteggiati alla caraibica sembrano più improbabili di una palma in Groenlandia. Poi ti può far atterrare a Varese e regalarti altri centimetri, stavolta di esperienza, da rivendere a te stesso quando le ali ricominceranno a muoversi verso altri lidi. Sì, un giorno Norvel si ricorderà di tutto questo. Si ricorderà di una stagione tragica, di un “clic” che tutto cambia e di un allenatore che - al prezzo del sudore - lo ha preso e ha rivoltato il suo gioco come si fa con un calzino. Cambiando lui, i suoi compagni e un destino nero. Pelle, come si sta dopo aver vinto la partita di Brescia e dopo aver conquistato il quarto successo consecutivo? Bene, assolutamente. Essere stati consistenti ed aver portato a casa quattro vittorie è molto importante. Qual è il segreto di questa rinascita? Non c’è un segreto, davvero. Abbiamo finalmente fatto un passo avanti come gruppo, abbiamo fatto “clic”, realizzando che solo giocando tutti insieme sarebbero arrivati i risultati. Come poi, effettivamente, sta avvenendo. Allora cambiamo la domanda: perché il clic non arrivava, prima? Cosa non andava in questa Openjobmetis? Prima Varese era una squadra solo sulla carta: non si assimilava come una squadra, non si muoveva come una squadra. Troppi, per esempio, cercavano di rompere le partite da soli e di portarle a casa con giocate personali. Ora, invece, abbiamo trovato una chimica, un giusto modo per stare insieme. La svolta è stata dopo la pausa del campionato: siamo rientrati tutti con la mente sgombra ed i risultati si sono visti. È personalmente soddisfatto della sua stagione? Sì, sicuramente: l’inizio è stato difficile, ma il finale sembra promettere bene (sorride). Nella transizione da Moretti a Caja si è notato un grosso cambiamento nel suo gioco difensivo: meno stoppate e meno spettacolarità, ma decisamente più incisività. Conferma? È vero. Io e Caja ci siamo seduti al tavolo e lui ha completamente stravolto il mio modo di giocare sia a livello difensivo che offensivo. In difesa, all’inizio della stagione cercavo di andare a stoppare su ogni tiro, lasciando magari troppo spazio al mio uomo di competenza. Ora è diverso, sto concentrato sul mio avversario e cerco di stoppare solo quando è possibile: è quello che il coach mi ha chiesto, oltre a stare sempre pronto e presente a rimbalzo. Perché una delle chiavi per lui sono i rimbalzi: ce lo ripete in continuazione. Il rapporto con lo staff è dunque buono? Lei svolge anche delle sessioni individuali insieme a Paolo Conti... Con Caja si lavora davvero duramente, e si vede in partita, dove siamo venuti fuori giocando con fisicità. Io ho la mia razione di lavoro extra con “coach Paolo” (Conti ndr), che mi aiuta molto nel gioco sotto canestro. Qual è stato il momento più difficile dell’anno finora? Ed il migliore? Il più brutto è stato chiaramente quando continuavamo a perdere e basta, perchè non riuscivamo a trovare una soluzione che fosse una. Il momento migliore, senza ombra di dubbio, è adesso: abbiamo trovato la chiave, (“we clic as a team” dice così). Come viene vissuto da voi giocatori un cambio di allenatore? Non vuoi mai che qualcuno perda il suo lavoro, chiunque sia: un giocatore, un allenatore, un membro dello staff. Non è per forza una sconfitta di noi atleti, però come squadra devi necessariamente guardarti dentro e rivalutare il lavoro che hai fatto fino a quel momento. E quando è l’allenatore a essere cacciato, all’interno dello spogliatoio si pensa: «Non è lui il problema, siamo noi, e dobbiamo fare per forza qualcosa di diverso». Si trova bene con i suoi compagni di squadra? Io amo i miei compagni di squadra. Trascorro il tempo con loro quando siamo fuori dal campo, giocando ai videogames o rilassandomi un po’, specialmente con Eric Maynor. E Varese, le piace? La città è bella, piccola, quasi una tana. Le persone ed i tifosi sono molto amichevoli e cercano di aiutarmi, perché non so l’italiano. Sono nato ad Antigua e Barbuda, però sono cresciuto in California: casa mia è Long Beach. Ecco, arriva da un posto un po’ sperduto come Antigua e Barbuda: tanti lettori non sapranno nemmeno dove sia... Ci racconti un po’ com’è. È una piccola isola, un posto bellissimo. Mia nonna, alle spalle di casa sua, ha una spiaggia privata: è fantastico. Antigua si può comparare molto alla Jamaica, è simile. Io non ci torno da parecchio tempo, forse dieci anni, perchè quando non sto giocando vado in California, oppure a New York. Però sento costantemente la parte della famiglia che è rimasta lì, mi manca molto. Anche se so che loro sono contenti ed eccitati per quello che sto facendo qui. Come si trova nel basket italiano dopo aver giocato a Taiwan ed in Libano? Il basket italiano è sicuramente differente rispetto agli altri in cui ho militato. È molto più tecnico, molto più basato sui fondamentali, più fisico. Se lo paragoniamo ai campionati di Taiwan e del Libano, questa è assolutamente una top league. Com’era vivere in quei Paesi? A Taiwan camminavo per strada e la gente mi guardava in maniera molto strana per via della mia statura. Mentre il Libano sembra una piccola America: consiglio a tutti di andarci perché è un posto favoloso. Come immagina il suo futuro professionale? Ho ancora due anni di contratto qui, innanzitutto. Poi, chissà: se continuo a lavorare e a giocare come sto facendo ora, tutto può accadere. E per il resto della stagione invece cosa si augura? Vorrei semplicemente continuare a vincere, continuare a fare quello che stiamo facendo ora: perché fermarci proprio adesso? Solo alla fine vedremo dove saremo arrivati, chi lo sa? Magari conquisteremo i playoff... Tra due partite c’è il derby con Cantù: qualcuno le ha raccontato il significato che ha questa partita per la città ed i tifosi? So che c’è una forte rivalità perché sono due posti molto vicini tra loro, e so che di queste gare si parla per una stagione intera, soprattutto quando si vincono. Stavolta, prometto, li batteremo. Sappiamo che è come chiederle chi preferisce tra fratello e sorella, però ci proviamo: è meglio una stoppata o una schiacciata, Norvel? Entrambe (ride) Però mi piace davvero tanto stoppare e poi guardare negli occhi il mio avversario, per vedere la sua reazione dopo che il suo tiro è finito chissà dove. Alberto Coriele e Fabio Gandini
  24. Quattro perle, un unico - vero - filo conduttore: la difesa. Il resto sono modi diversi di vincere, protagonisti che si alternano sul palco, un’affidabilità di fondo di alcune pedine e la fragorosa sorpresa di altre. La somma fa una crescita collettiva che le cifre certificano in maniera evidente: nelle ultime partite Varese ha tirato con il 55,7% da 2, il 41,5% da 3, ha segnato 84,3 punti di media, preso 37,1 rimbalzi, smazzato 16,3 assist, perso 11,5 palloni, conseguito un 94,3 medio di valutazione e subito 75 punti a gara. Prima la situazione era questa: i punti segnati erano 75,6, frutto di un 48% al tiro da 2 e di un 32,9% in quello da 3, corredati dallo stesso numero di rimbalzi (37,1), da 13,2 assist, da 15,6 palle perse, da un misero 73,7 di valutazione media e soprattutto da 81,7 punti subiti ad allacciata di scarpe. Un’altra vita, in un solo mese fa. Riviviamo le 4 vittorie che l’hanno cambiata Pistoia Quello contro Pistoia è un successo sudato al cospetto dei propri fantasmi: la Openjobmetis, prima di entrare in campo nel posticipo del lunedì, è ultimissima, staccata da Pesaro e Cremona. Sul parquet regna la paura, fino al tiro di Johnson che frustra ogni ulteriore tentativo di recupero di una The Flexx risalita fino al -4. Il gioco ne risente: Varese tira con il 26% da 3, segna solo 75 punti, perde 14 palloni ed è vittima di alcuni fuori giri offensivi personali di Eyenga e Maynor. Però difende - a uomo, in modo generoso, cambiando su tutti i blocchi, “volando” sugli aiuti - costruendo in tal modo il suo vantaggio e mantenendolo fino alla sirena. Individualmente spiccano i 15 rimbalzi di Anosike, i 7 assist di Maynor e i 23 cristallini punti del Dominique ex Alba Berlino. Avellino In Campania si va con speranze relative: i segnali di vita mostrati contro i prodi di Esposito confortano, ma non parrebbero sufficienti a spaventare la seconda in classifica. Invece la Openjobmetis riesce a sorprendere, partendo ancora una volta da una retroguardia avvincente. Stavolta è la tattica a farla da padrone: si va a zona e c’è tanta attenzione nelle transizioni difensive. Per la squadra di Sacripanti la trappola è servita: nel secondo tempo la Sidigas segna 26 punti in 20 minuti, subendo un parziale di 3-17 che cambia volto al match. L’attacco è corsa quando possibile e un uso magistrale dei giochi a due, con Maynor (16 punti e soprattutto 9 assist) che innesca la prova offensiva di Anosike (19 punti). Johnson, per una domenica, è spuntato dall’arco: ci pensano i suoi compagni, trovando un clamoroso 60% da 2, conseguito - tra l’altro - contro il centro più ingombrante e temibile della serie A (Fesenko). Pesaro Si ritorna al PalA2A ed arriva la vittoria della consapevolezza. Sudata ma alla fine assai convincente. Chi si aspetta la zona ad asfissiare gli avversari, trova invece una “uomo” che si esalta nelle prestazioni personali di Johnson ed Eyenga e che riduce Pesaro al lumicino nella ripresa: 9 punti concessi nel terzo quarto, 18 nell’ultimo, dopo averne subiti 51 nel primo tempo. Dall’altra parte della luna l’attacco funziona a meraviglia, sull’arco, all’interno di esso, a difesa schierata e in transizione: Varese tira ancora con il 60% da 2, ma stavolta ci aggiunge il 41% da tre e l’incredibile dato di solo 6 perse. Per Johnson sono altri 20, Maynor scrive 15+8 assist, Anosike ne fa 18, Eyenga 15 senza forzature. E mentre il mostruoso Ferrero ritorna semi-normale (ma il suo lo fa sempre in maniera encomiabile) si rivede Kangur, che suona la carica per tutti nel momento della rimonta. Brescia Per il ratto di Montichiari non servono tante parole: il ricordo è ancora fresco. E’ un successo che riassume tutti gli altri, come se Varese, dopo aver studiato, fosse riuscita a superare un esame complesso e multidisciplinare. C’è la zona che si alterna sapientemente alla uomo, c’è la difesa dedicata ad anestetizzare i pick and roll di Vitali con cambi rigorosi e ben portati, c’è l’attacco a due punte (Johnson e Maynor) con tanti piccoli ma importanti cammei a dare supporto. E c’è la solidità mentale acquisita che permette ai biancorossi di scappare prima e di non farsi recuperare del tutto in un palazzetto caldissimo poi. Da sottolineare a dovere, oltre alle “evidenti” 18 “bombe” di una squadra in stato di grazia, anche i 17 assist e i 39 rimbalzi, a vincere - ancora una volta - il duello sotto le plance. Quattro vittorie, quattro grandi Varese: la squadra di Attilio Caja, ora, sa fare (quasi) tutto. Fabio Gandini
  25. L'Openjobmetis si avvicina a vele spiegate al traguardo salvezza, ma per programmare un 2017-18 che a meno di improbabili tracolli la vedrà nuovamente al via della serie A c'è bisogno di tempo. Il poker di vittorie post-Coppa Italia ha permesso alla squadra di anticipare i tempi della missione salvezza, passando il testimone alla società nella costruzione delle strategie future che passano da un paio di snodi vitali sul piano economico. Portafoglio contratti a parte, a oggi l'unica certezza inossidabile sembra legata alla posizione di Attilio Caja: l'architetto della ricostruzione di Varese sta guadagnandosi settimana dopo settimana una riconferma tanto meritata quanto inconfutabile. Chi si sentirebbe di mettere in discussione l'uomo della svolta, "scaricandolo" come già accaduto nel 2015? Il contratto già in esssere - l'OJM ha penale di uscita entro metà maggio - pare preludio ad una continuità auspicabilmente da estendere anche al parco-giocatori, alla luce dell'ottimo feeling che Artiglio ha sviluppato con alcuni giocatori cardine della rinascita (Maynor e Anosike su tutti). Ma per qualsiasi ragionamento futuro ci sarà da aspettare gli sviluppi della "campagna-conferme" delle sponsorizzazioni in scadenza e dell'apertura al "socio forte" deliberata dall'assemblea della scorsa settimana di "Varese nel Cuore". Gli scenari per il 2017-18 sono essenzialmente due: senza aggiunte all'attuale assetto societario e con la necessità di verificare l'interesse del main sponsor Openjobmetis a proseguire il rapporto, evidente la necessità di allestire un progetto economicamente meno impegnativo e più sostenibile. Dunque lo schema 5+5 - che rispetto al 3+4+5 con 12 professionisti della stagione attuale garantirebbe un risparmio di oltre 200mila euro - cercando qualche italiano emergente a supporto di Cavaliero e Ferrero (contratto in scadenza, ma la conferma di Caja e il feeling con la piazza lo rendono l'unico possibile rinnovo da mettere a fuoco in tempi rapidi) e scommettendo su Pelle come titolare sarebbe una strategia obbligata, con la salvezza come obiettivo primario e il sogno di fare jackpot con gli incastri per ripetere le imprese di Cremona 2015-16 e Capo d'Orlando 2016-17. Se invece dovessero arrivare uno o più "soci forti", allora le prospettive potrebbero non essere dissimili da quelle iniziali della stagione attuale, provando a convincere anche qualcuno dei big attuali a iniziare da Dominique Johnson (che però ha costi importantissimi e senza una vetrina europea - comunque solo FIBA Europe Cup nella migliore delle ipotesi - non prenderebbe in considerazione nessuna proposta). Due strade comunque divergenti, sia pur entrambe compatibili con la gestione Caja, che andranno percorse in un senso o nell'altro a seconda delle risorse disponibili. E mentre la squadra cercherà di onorare al meglio le 7 giornate ancora mancanti per chiudere il 2016-17, starà alla società operare affinchè entro il 7 maggio - data conclusiva della regular season - si possa stabilire con quale budget, e di conseguenza con quali strategie, costruire la prossima edizione di Varese. Giuseppe Sciascia