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  1. La chiamata non arriva. Sono le 20.35 e per i tempi tecnici di un giornale l’orario inizia a diventare da bollino rosso. Il cellulare di Attilio Caja è ancora spento, con l’allenamento che doveva finire alle 19 o poco più. Finalmente lo squillo: «Dove sei finito, coach? Ora che è arrivata la conferma, ti fanno lavorare di più?». «Qui, caro Fabio, non si molla un attimo». Un giorno alla corte dell’Artiglio. Un giorno come un altro, se non fosse per un piccolo, grande gesto societario, profumato di gratitudine e capace in un colpo solo di cancellare un grosso torto del passato e di dare prospettiva immediata al futuro. «Stima e riconoscenza» La notizia ufficiale è del primo pomeriggio di ieri: «Il Consiglio di Amministrazione della Pallacanestro Varese, riunitosi nella mattinata di mercoledì 19 aprile 2017, ha deciso di eliminare la clausola di uscita dal contratto che lega il club biancorosso a coach Attilio Caja. Questa decisione è stata presa per dimostrare concretamente all’allenatore della Openjobmetis Varese tutta la stima e la riconoscenza per l’ottimo lavoro svolto in questi mesi sulla panchina biancorossa portando la squadra alla salvezza e ottenendo importanti risultati sia a livello di gioco che motivazionali. Coach Attilio Caja pertanto continuerà a guidare la prima squadra della Pallacanestro Varese fino al termine della stagione sportiva 2017/2018». Si riparte da lui. Da un allenatore che a settembre festeggerà il 27° anno da professionista della panchina applicata al basket. Volete un numero, uno a caso? Quando Caja ha avuto la possibilità di guidare una squadra dall’inizio della stagione, ha raggiunto i playoff 10 volte su 12. I falsi miti non sarebbero nemmeno da sfatare, se due anni fa - insieme ad altre assortite ma inintellegibili motivazioni - non fossero stati alla base di una “non conferma” che ha fatto a pugni con la meritocrazia. La vita, a volte, sa restituire: «Ma io non avevo rivincite da prendermi - confessa il coach - Capita, però, che a volte ti venga ridato ciò che ti è stato tolto. Ci vuole anche fortuna. Pensate al Milan, che dopo aver perso quell’incredibile finale di Champions contro il Liverpool (nel 2005, ai calci di rigore dopo essere stato avanti 3-0 ndr), due anni più tardi ha avuto la possibilità di riscrivere la sua storia contro lo stesso avversario: non succede spesso una cosa del genere. Io sono semplicemente molto contento di aver avuto una nuova opportunità con Varese e di aver ottenuto il medesimo risultato della prima volta» Quella Openjobmetis che aveva ricostruito dopo le macerie del Poz, l’Artiglio la sentiva sua, tanto sua. Fu un’innamoramento rapido e focoso, che realizzava un sogno (Caja non ha mai nascosto quanto mancasse una panchina come quella biancorossa alla sua già assai prestigiosa carriera) e veniva favorito dai risultati. Oggi l’amore ha messo gli esponenti: «Varese la sento mia sempre di più. Quando arrivi in un posto dove la società ti sta vicino e ti dà fiducia nei momenti difficili, un posto dove i tifosi ti incoraggiano anche quando perdi, dove la stampa ti rispetta e ti apprezza, beh... quel posto diventa per te una seconda pelle. E quando scendi in campo, se ce ne fosse bisogno, sei portato a dare il 101%, non il 100%». «Una barca in porto» Si riparte da lui. Che nel momento in cui il passato accarezza il futuro non si dimentica di nessuno: «Dedico la salvezza conquistata e questa riconferma a mia moglie. Mi è sempre stata vicino, sia nei momenti tristi passati due anni fa, sia quest’anno nelle difficoltà iniziali: mi aiuta sempre a vedere la parte buona delle cose. Con lei ci sono il mio staff e i miei giocatori: senza di loro nulla sarebbe stato possibile. Varese era una barca in mezzo al mare in tempesta che doveva tornare in porto: io sarò pure stato il “capitano”, ma senza il timoniere, il navigatore e i marinai non sarei andato da nessuna parte. Questa squadra è cambiata con la collaborazione». Si riparte da lui. Che per il futuro ha una sola ricetta. Non chiedetegli nomi, perchè vi risponderà così: «Abbiamo davanti un finale di stagione che dovrà essere vissuto come se fosse un inizio: ci sono ancora tre partite per capire chi vorrà continuare con noi, chi vorrà condividere il nostro progetto e sarà capace di dimostrarlo sul campo, quotidianamente. Ai miei giocatori l’ho detto anche oggi pomeriggio: “Lo sport non ha memoria e noi dobbiamo accettarlo, io per primo. Contano i fatti, ogni volta che andiamo in palestra”. Quindi non dico chi mi piacerebbe avere il prossimo anno con me, dico solo: “Chi ci sta?”». Si riparte da lui. Fabio Gandini
  2. Attilio Caja guiderà la Pallacanestro Varese anche nella stagione 2017/'18. Come anticipato su queste colonne dopo il derby vinto a Desio il 2 aprile, la società di piazza Monte Grappa ha eliminato la clausola contrattuale che prevedeva l'opzione di uscita dal contratto biennale stipulato quando il tecnico pavese era subentrato a Paolo Moretti il 23 dicembre 2016. È stata la decisione principale del CdA di ieri mattina, formalizzando con tre partite d'anticipo rispetto al termine della regular season una conferma guadagnata sul campo da parte di Artiglio (8-7 il record attuale di Caja rispetto al 4-8 del suo precedessore). «Un atto doveroso teso a riconoscere in maniera tangibile la qualità del lavoro svolto da Attilio - spiega il consigliere biancorosso Tota Bulgheroni -. In tal modo daremo al nostro coach la possibilità di lavorare fin da subito in previsione della prossima stagione». L'ufficialità della conferma del tecnico è il primo passo per costruire la Varese che verrà. E, alla luce del feeling che ha saputo costruire con gli elementi cardine del roster biancorosso, la certezza di avere ancora Caja al timone sarà una una carta importante da giocare per provare a convincere i pezzi pregiati a fare ancora parte del progetto. Per il momento si può ragionare soltanto sulle intenzioni, dovendo prim afare i conti di quel che si potrà mettere a disposizione della triade Coldebella-Bulgheroni-Caja per costruire la squadra 2017/18. Con i conti dell'annata corrente da chiudere e i residui del passato che dovrebbero essere smaltiti entro la conclusione del prossimo anno, definire gli scenari del budget è basilare per coniugare sostenibilità e risultati sportivi. Tra sponsor da rinnovare - o da rimpiazzare - e potenziali soci forti da coinvolgere o proseguire con l'attuale formula consortile senza new entries, il budget può oscillare parecchio tra la sostanziale conferma di quello della stagione in corso a 4,6 milioni di euro (correzioni comprese) e un "dimagrimento" forzoso di un altro 10 per cento oltre a quello già programmato nella razionalizzazione dei costi allo studio da parte del CdA. Pertanto, prima di aggiungere altre certezze a quella di Attilio Caja in panchina, servirà almeno un altro mese per capire con esattezza quali saranno le basi economiche per impostare la stagione prossima ventura. E provvedere di conseguenza alle offerte formali per i rinnovi dei contratti dei giocatori che Varese vorrebbe trattenere. Giuseppe Sciascia
  3. Daniele Cavaliero ha riscoperto il piacere di essere protagonista in occasione della vittoria dell'OJM contro Trento. Ma il capitano biancorosso sottolinea soprattutto la capacità di Varese di esprimere il basket auspicato in sede di costruzione della squadra, pur dopo un lungo e tortuoso percorso. «C'è una cosa che ricordo sempre e ogni tanto ribadisco ai compagni: ora siamo la squadra che tutti si aspettavano ad inizio stagione, però per arrivarci siamo dovuti passare attraverso l'inferno, il purgatorio e tutti i gironi danteschi possibili e immaginabili. Ora siamo pronti per combattere ogni difficoltà e lo abbiamo dimostrato sabato quando ci siamo rifiutati di lasciare i due punti a Trento, reagendo con carattere e personalità e prendendoci i due punti grazie alla spinta del pubblico. La mia prova? Sono contento quando la squadra vince, però riuscire a metterci lo zampino è la cosa più bella: in fondo si gioca per questo». Ora Varese esprime una qualità di gioco totalmente diversa rispetto a quella dell' andata... «Coach Caja sottolinea sempre le differenze tra noi e l'avversario di turno - spiega Cavaliero - sia in termini di punti in classifica che nelle statistiche principali di squadra. poi ci sprona: "Loro fanno benissimo questo e quest'altro, però non ci hanno ancora visto adesso e noi vogliamo dimostrargli quanto valiamo". Lo facciamo per noi stessi volendo redimerci dai problemi dei mesi scorsi, e poi per le persone che lavorano per questa società che abbiamo fatto dannare con i nostri risultati. Infine per chi viene a vederci e ci ha sempre creduto, o non ci ha creduto per due terzi di stagione e deve ricredersi ora». È cambiato il rendimento sul campo ma è cambiato anche l'umore dello spogliatoio: «Non è facile trovare un ambiente dove c'è il feeling che respiriamo noi: peccato sia accaduto tardi, però vogliamo finire nel miglior modo possibile. La cosa più bella è che anche nella fase più critica nessuno ha pensato a sé stesso, ma ciascuno di noi ha fatto qualcosa per la squadra. La realtà è che non si può pensare che basta un click per far funzionare una squadra: anche quando le cose vengono fatte nel modo giusto come ritengo la società avesse fatto la scorsa estate, le cose possono non andare subito bene. Si cresce anche attraverso i problemi che fanno vedere il reale carattere delle persone». Domenica si va a Venezia, la prima avversaria dell'era Caja. Un bel test per dimostrare quanto è cambiata Varese. «All'andata il coach era arrivato da 4 giorni e non poteva fare miracoli - sottolinea - ci massacrarono nel primo quarto dal perimetro. Da allora è cambiato tutto: abbiamo assimilato il sistema di Attilio ed è cambiato il nostro approccio. Purtroppo mancano solo 3 partite e il futuro non è più nelle nostre mani, i playoff sembrano una chimera ma abbiamo il dovere di crederci, dovremo dare tutto e giocare una grande partita. Le sirene dall'A2? Quando e se ci sarà qualcosa di concreto, e qualora alla società potesse essere utile, lo si prenderà in considerazione, altrimenti sono solo rumors». Giuseppe Sciascia
  4. Un mese dopo l'intervento, il secondo in poco tempo dopo quello di maggio 2016, Luca Campani è tornato a Varese per una visita di controllo. La sua stagione di fatto si è chiusa a novembre, il ginocchio non gli ha più dato la possibilità di dare del tu al parquet e la sofferenza, fisica e morale, non è stata poca. Da ieri Luca ha tolto le stampelle, ha posto fine al mese di riposo assoluto e ora inizierà la riabilitazione. Lo attende un percorso lungo, non facile, ma che dovrebbe portarlo a tornare a giocare dall'inizio della prossima stagione. Anzitutto Campani, come sta? Abbastanza bene, sono tornato a Varese dopo un mesetto. Ho passato questo tempo a casa, soprattutto perché l'indicazione post operatoria era di non fare nulla per tre settimane. Per un discorso di comodità sono tornato a casa mia, ma d'ora in poi resterò a Varese. Agli allenamenti e alle partite ci sarò sempre. Qual è il percorso che l'attende? Ho tolto le stampelle, ed è già un piccolo passettino in avanti. Ora dovrò cominciare la riabilitazione qui a Varese, diciamo che ora inizia il difficile. Conto di prendermela con calma, non ho fretta di rientrare però punto ad essere pronto per agosto, per l'inizio della prossima preparazione fisica. Non ha senso in questo momento forzare il recupero per essere pronto un mese prima quando la stagione sarà ferma. Tanto vale fare tutto con calma, l'obiettivo è essere pronto per giocare da agosto in poi. Come sarà la riabilitazione? Inizierò lavorando in piscina, più avanti in palestra. Di campo non se ne parla per un bel po'. Guarderò gli allenamenti dei miei compagni. Quanto è stato difficile doversi sottoporre ad un altro intervento dopo così poco tempo? Stavolta, e lo ammetto, è stata davvero una mazzata. Onestamente non me l'aspettavo dopo essermi operato a maggio dell'anno scorso. In vita mia di operazioni e interventi vari ne ho fatti parecchi, stavolta è stata più dura. Dopo tutti questi infortuni le è mai passato per la testa il pensiero di mollare tutto? Assolutamente no. Lo ripeto, in vita mia mi sono sottoposto a tantissimi interventi per varie sfighe che mi hanno colpito. Ci sono quasi abituato e certi pensieri tendo ad evitarli. Alla fine il basket è la mia vita, il mio lavoro, è una cosa che mi piace così come mi piace giocare. È stata una grossa botta, ma devo guardare avanti perché se ti butti giù poi non fai altro che complicare le cose. E poi mi sento un privilegiato a fare ciò che faccio. Ho tanti amici che lavorano in fabbrica e che firmerebbero con il sangue per fare quello che faccio io, per di più in Serie A che non è una cosa da tutti. Punta ad essere pronto per agosto: la vedremo ancora a Varese o altrove? Ha già affrontato l'argomento con la società? Al momento non ho idea di dove sarò. Sono in scadenza di contratto ma adesso mi sembra presto per parlare di ogni cosa. Io sto pensando al mio recupero, fino a tre settimane fa invece la situazione della squadra non era delle più rosee e la società ha avuto altri pensieri più impellenti per la testa. Di sicuro si andrà a parlare del mio contratto a fine anno, non adesso. Avevate già affrontato il discorso rinnovo nell'estate scorsa? No, l'argomento non è stato toccato ancora. Si aspettava una reazione così importante dei suoi compagni dopo il momento difficile? Sì, perché ho visto giorno per giorno come si allenavano. Stavano lavorando con intensità, forse non pensavo arrivassero a sei vittorie in fila, però ero convinto che sarebbero riusciti ad uscire da questo momento, ero sicuro che ci sarebbero stati grandi miglioramenti. Anche perdendo a Reggio, i ragazzi hanno fatto una grande partita pur senza Eric. Sono felice per loro, io non sono riuscito a dare una gran mano quest'anno però vivendo con loro tutti i giorni ho visto quanto hanno sofferto, perché quando le cose vanno male tutto diventa difficile. Adesso per fortuna gli animi sono più rilassati. Alberto Coriele
  5. Attilio Caja esorta l'Openjobmetis a stare sul pezzo fino al termine della stagione e ad onorare al meglio gli ultimi quattro impegni della regular season anche se la rimonta playoff pare ormai un sogno. Il tecnico pavese dà la carica alla squadra a prescindere da calcoli e tabelle. «Ci manca ancora la certezza arimetica della salvezza. E poi vogliamo regalare soddisfazioni alla società ed ai tifosi che non sempre hanno potuto vedere buone partite. Nel mondo dello sport si ha la memoria corta e spesso la percezione di come si finisce pesa più d'una intera stagione: proviamo a finire al meglio e divertirci tutti insieme fino al 7 maggio, poi vedremo che cosa dirà la classifica». Il piacere di veder giocare l'OJM attuale fa sperare che si possa provare a dare continuità a questi ultimi mesi... «Il gruppo sta bene insieme, il rammarico è che manchi poco al termine della stagione, e anche per rispetto dei compagni c'è voglia di onorare al meglio le ultime 4 partite. Il futuro? Non è ancora il momento di parlarne, ma a far bene non si sbaglia mai: chi vuole rimanere ha stimoli per dare bei segnali, chi ne darà di bellissimi potrà migliorare ulteriormente le sue prospettive di carriera». Di sicuro le vittorie della squadra hanno aiutato la società a migliorare l'immagine della stagione. «Ma è altrettanto vero che la società ha supportato la squadra tenendo duro nei momenti difficili nei quali ha sempre difeso i giocatori e ha dato loro fiducia con i fatti non andando mai sul mercato; pertanto debbono sentirsi in dovere di resti- tuire quanto ricevuto. Quel che hanno dato nelle ultime settimane è stato apprezzato: i tifosi che ci hanno aspettato al ritorno dalla trasferta di Desio dopo il derby vinto con Cantù hanno dato un segnale chiaro». Quanto ha contato il suo feeling con società e tifosi per mantenere sereno l'ambiente? «Sin dal mio arrivo ero convinto che ci fossero le condizioni giuste per migliorare. Aver sentito attorno a me la fiducia di società e tifosi, sentendo di essere apprezzato anche quando le cose non andavano bene, mi ha aiutato a trasmettere sempre messaggi positivi. La dirigenza mi ha dato un bel supporto: la stima l'ha dimostrata con i fatti, altrimenti avrebbe chiamato un altro allenatore, mentre nei confronti del pubblico il credito acquisito due anni fa è stato importante quando tutto sembrava buio». Le 6 vittorie consecutive prima dello stop di Reggio Emilia hanno riportato il sereno, ma non è stato un procedimento facile. «Qualcuno ci è arrivato con le buone, altri meno, ma conta il risultato e non il percorso: tutte le strade portano a Roma, ci sono quelle più comode e quelle più impervie, ma l'importante è arrivare alla meta. Sono orgoglioso di aver raggiunto il traguardo senza aggiunte di mercato e col contributo di tutti gli effettivi. Anche Avramovic, che ho impiegato meno perché ho dovuto fare delle scelte, ha mostrato belle cose in allenamento: per questo domenica, anche senza Maynor, l'ho schierato senza paura. E sono convinto che potevamo vincere anche senza Eric se solo avessimo tirato con 4/10 anziché 1/10 da 3». Giuseppe Sciascia
  6. L'Openjobmetis incrocia le dita in attesa di buone notizie dall'infermeria sul conto di Eric Maynor in vista del match casalingo di sabato contro Trento. Il regista del 1987 si è sottoposto ieri mattina a nuovi trattamenti per sbloccare la zona del collo e la parte alta della schiena ancora doloranti per il "colpo di frusta" legato all'incidente stradale della scorsa settimana che gli ha impedito di scendere in campo domenica a Reggio Emilia. La situazione del playmaker biancorosso è ancora incerta, coinvolgendo soprattutto le sicurezze dell'atleta nel reggere i contatti: si confida che il riposo di domenica al PalaBigi - con Maynor rigidissimo nei movimenti e non in grado di dare un contributo, al di là della personale soglia del dolore -possa essere servito per risolvere il problema. La condizione del giocatore statunitense sarà valutata giorno per giorno, a partire dal pomeriggio odierno, quando la squadra si allenerà al Campus - a causa dell'indisponibilità del PalA2A - iniziando la routine settimanale verso il match di sabato sera contro Trento dopo la seduta di pesi prevista in mattinata. Ovviamente sarà fondamentale recuperare Maynor per provare a battere la Dolomiti Energia, capolista del girone di ritorno (18 punti in 11 gare contro i 14 di Varese) nonostante la doppia tegola degli infortuni di Baldi Rossi e Marble. Senza l'elemento più insostituibile del suo organico, l'attacco OJM ha prodotto troppo poco e troppo male - specialmente dall'arco, pagando una serata decisamente negativa di Dominique Johnson - per riuscire a superare un ostacolo di per sé molto impegnativo come la Grissin Bon. E un'ulteriore assenza di Maynor contro la coppia Craft-Forray, i migliori difensori sulla palla dell'intera serie A, che già all'andata misero in grande affanno Varese (23 palle perse - secondo peggior dato stagionale - nell'ultima partita italiana di Paolo Moretti sulla panchina biancorossa). Con il suo attivatore principe la squadra di Caja avrebbe potuto giocarsi meglio la sua chance playoff a Reggio Emilia? Sicuramente sì, anche se non è assolutamente scontato ritenere che la presenza di Maynor al PalaBigi avrebbe garantito a Varese la settima vittoria consecutiva. Ora il magine di errore nella corsa verso l'ottavo posto è totalmente azzerato e il calendario di Pistoia (Cantù e Reggio Emilia fuori, Pesaro e Brescia in casa), che ha 4 punti di vantaggio e un più 28 nel doppio confronto con i biancorossi, rende ancor più improbabile la rimonta di Cavaliero e compagni. Ma l'Openjobmetis ci tiene ad onorare al meglio il finale di stagione ed a regalare altre vibrazioni positive nel match contro una Dolomiti Energia rinforzatasi con l'aggiunta di Shavon Shields, 23enne ala piccola statunitense con passaporto danese che i trentini hanno prelevato dal Fraport Skyliners, dove viaggiava a 13.7 punti e 5.4 rimbalzi nella Bundesliga tedesca. Giuseppe Sciascia
  7. Sognare, per fortuna, è lecito e non costa nulla. Quindi tanto vale provarci anche se tutto lascia presagire che sarà difficile, molto difficile. (Quasi) archiviato l'annoso discorso relativo alla permanenza in Serie Al, ora Varese può permettersi il lusso di guardare in alto, con il naso all'insù, per inseguire un posto al sole dei playoff. La classifica, che vede i biancorossi di Caja a sole due lunghezze di distanza dal terzetto Pistoia-Brindisi-Torino, racconta di una missione "più fattibile" di quanto non ci si potesse aspettare pochi mesi fa. I due punti, però, non sono solo due, perché da superare c'è anche lo scoglio della differenza canestri sfavorevole negli scontri diretti contro Brindisi e Pistoia, in attesa del secondo capitolo con Torino. La griglia playoff, a meno di clamorosi ribaltoni, attualmente vede vacante un solo posto, l'ottavo, e a giocarselo sono in cinque: Pistoia, Brindisi e Torino che hanno 24 punti, Varese e Brescia che ne hanno 22. Il settimo posto, occupato dal Banco di Sardegna Sassari, in condominio con Reggio Emilia e Capo d'Orlando, a quota 28 punti, è sufficientemente lontano da non poter essere preso in considerazione. Sicuramente Varese può sfruttare l'inerzia favorevole di queste sei vittorie consecutive, ma allo stesso tempo la consapevolezza della difficoltà di arrivare ai playoff è reale. Cinque squadre per un posto solo, differenza canestri negli scontri diretti sfavorevole (contro Brindisi e Pistoia) ed un calendario molto complesso da affrontare da domenica fino al 7 maggio. Ciò significa dover recuperare non due, bensì quattro punti in cinque partite a tre delle quattro dirette concorrenti, sperando di tener dietro anche Brescia. Perché un arrivo a pari punti con le suddette avversarie toglierebbe dai giochi Varese. Di queste cinque partite, almeno tre saranno da vincere e potrebbe non bastare, perché tutto dipenderà dai risultati degli altri campi. La volata dei biancorossi inizierà domenica sul difficile parquet del Pala Bigi di Reggio Emilia, contro una squadra che ha superato il suo momento di difficoltà ed è reduce da tre vittorie consecutive, oltre ad aver raggiunto per due volte negli ultimi due anni la finale dei playoff, perdendo in entrambi i casi. Gli impegni in casa, prima contro Trento e poi contro Cremona, sono i due da non sbagliare in alcun caso: contro i trentini decimati dai recenti infortuni di Marble e Baldi Rossi, Varese giocherà sabato 15 aprile alle 20.30 al PalA2A, mentre la partita contro Cremona, rientrata in lotta per la salvezza dopo la vittoria di Pesaro, è in calendario per il 30 aprile. Lo stesso Toto Bulgheroni, abbozzando un possibile cammino da qui al termine del campionato, ha predetto: «Nel caso in cui dovessimo vincere le due in casa e magari una trasferta, si può ragionevolmente pensare ai playoff». Le due trasferte mancanti però sono toste: la prima al Taliercio di Venezia il 23 aprile contro una squadra lanciatissima (e che da lì a poco si giocherà le finali di Champions League a Tenerife); la seconda al Pala Ruffini di Torino, all'ultima giornata, in cui Varese si potrebbe giocare tutto contro l'ex Vitucci. Alberto Coriele
  8. L'Openjobmetis prova a coltivare sul campo il sogno playoff, ma la società lavora per provare a dare continuità al magic-moment garantito dalla cura Caja. Già in pieno svolgimento la battaglia del grano per definire il budget da utilizzare per costruire la Varese versione 2017-18. L'entusiasmo rigenerato dalle sei vittorie consecutive con tanto di salvezza assicurata non deve far dimenticare i travagli economici dei mesi scorsi e la necessità di far quadrare i conti al termine del 2016-17 (extrabudget di 200mila euro rispetto ai 4,4 milioni iniziali, più 100mila di mancati incassi; si auspica di recuperarne la maggior parte entro il 30 giugno). D'altra parte però il clima di fiducia ristabilito grazie ai risultati del campo fa gioco a chi si sta occupando di reperire i fondi per provare a trattenere lo zoccolo duro della squadra attuale. Per questo la società di piazza Monte Grappa sta provando a stringere con gli sponsor da rinnovare per sapere entro la fine del campionato in corso (la regular season termina il 7 maggio) se c'è disponibilità, e a quali condizioni, per proseguire il rapporto. Il nodo principale riguarda l'abbinamento con Openjobmetis, sicuramente sensibile - prima in negativo, ora auspicabilmente in positivo - ai risultati del campo da legar- si agli interventi già effettuati e in divenire per dare una veste più aziendale alla Pallacanestro Varese e migliorarne la visibilità del brand. L'azienda di Gallarate, reduce da operazioni che ne hanno aumentato notevolmente la percentuale "flottante" in borsa, potrebbe avere però tempistiche non coincidenti con quelle del club biancorosso, sebbene l'auspicio in piazza Monte Grappa sia quello che la partnership possa proseguire per il quarto anno consecutivo. E la ricerca del famoso "socio forte" da parte di "Varese nel Cuore"? Al momento le uniche certezze sono quelle di due nuovi consorziati da an- nunciare a breve e altri 4-5 da mettere nero su bianco entro il 30 giugno. Poi non ci sono dubbi sul fatto che uno scambio di vedute tra i vertici del consorzio e Gianfranco Ponti sia plausibile e auspicabile con le medesime tempistiche delle risposte richieste agli sponsor, verificando se esistono punti di contatto sufficienti per l'ingresso di un socio di maggioranza relativa a fianco degli attuali 58 multiproprietari. Ma il concetto è chiaro: prima di pensare a rinnovare i contratti dei giocatori, serve rinnovare quelli degli sponsor e avere certezze relative all'apporto della proprietà. Però se si vuole evitare di disperdere i protagonisti della "resurrezione" delle ultime 5 settimane, partendo da quell'Eric Maynor sul quale Attilio Caja costruirebbe volentieri la Varese futura, servirà la certezza in tempi rapidi di poter contare quantomeno sulle stesse risorse disponibili per la stagione in corso. Giuseppe Sciascia
  9. Dopo gli Indimenticabili, ecco i Resuscitabili. La miglior versione della Pallacanestro Varese da quattro anni a questa parte merita anch’essa un soprannome, soprattutto alla luce del fatto che ora può fregiarsi di un record della pallacanestro italiana: il maggior numero di vittorie consecutive (sei) partendo dall’ultimo posto. Lo avevamo già scritto la scorsa settimana, tagliato il traguardo dei cinque successi del fu fanalino di coda (dal 1987 un ruolino simile lo aveva avuto solo la Avellino di Pancotto, nel 2013), ma non ha fatto notizia. Un po’ come fatica sempre a fare notizia il coach che di questi Resuscitabili è stato lo scarto ontologico capace di colmare la distanza tra la morte e la nuova vita. Vi raccontiamo la sua storia e quella dei suoi uomini. I Resuscitabili nascono, la prima volta (si intende), tra il luglio e l’agosto del 2016. Oggi, al culmine di questa orgia di felicità consecutiva, dobbiamo tutti delle scuse a coach Paolo Moretti, primo autore di tutte le scelte di mercato, e agli avvallanti-cooperanti dell’area tecnica (Claudio Coldebella, Toto Bulgheroni, Max Ferraiuolo): han fatto su un bel roster, non c’è che dire. Qualità diffuse, intercambiabili fra loro, la cui summa è una squadra divertente, pericolosa ed efficace. Il problema è che l’allenatore toscano prova a credere nel gruppo da lui edificato giusto lo spazio di un paio di mesi di sconfitte. Poi lo molla. E i futuri Resuscitabili muoiono. Muore l’idea di un Maynor pietra angolare del progetto tecnico. Muore l’idea di un atipico come Eyenga da far giocare in un certo modo. Muore la speranza di sfruttare appieno le doti di un giocatore di sostanza come OD Anosike. Muore la grinta di Giancarlo Ferrero. Muore l’importanza difensiva di un Kangur con un anno in più sulla carta d’identità. Muore la volontà di plasmare una materia grezza come Pelle. Muore l’idea di un gioco veloce e divertente, muore l’esigenza di una difesa stagna come punto di partenza di ogni fortuna. Tali e tanti sono i decessi in serie che gli inquirenti sono costretti a compiere delle indagini, le quali in sintesi trovano un solo, grande colpevole (oltre all’inadeguatezza intrinseca ed estrinseca dei singoli protagonisti), un unico, enorme paravento dietro al quale nascondersi dalle taglienti folate di un campionato andato in malora già a novembre: la partecipazione alla Champions League. Andiamo avanti: arriva in città Dominique Johnson, perendo anch’egli poco dopo in circostanze misteriose. Funerali, commiato, sepoltura. Ben oltre l’estrema unzione, quindi, viene chiamato Attilio Caja e gli si chiede di ricominciare la stagione da 12 tombe e da un posto in classifica che ben presto - sulla scia dei necrologi della precedente gestione - diventerà l’ultimo. L’Artiglio accetta a una sola condizione: poter disputare il precampionato, anche se il calendario segna prima lo scorrere di gennaio e poi quello di febbraio. Così è: un paio di mesi di allenamenti duri dal punto di vista tecnico e fisico, un po’ di maquillage psicologico per saldare il gruppo ed eccoci arrivati a oggi. Ovvero a un secondo posto in classifica al pari con Milano e dietro solo a Trento (è la graduatoria del girone di ritorno). No, eh? Avete ragione: siamo undicesimi e per l’ennesimo anno a maggio guarderemo gli altri giocare (a meno di nuovi miracoli). D’altronde era già tutto scritto: non esiste resurrezione senza morte. Fabio Gandini
  10. L'Openjobmetis è pronta a premiare Attilio Caja per la missione salvezza portata a termine in largo anticipo. La società di piazza Monte Grappa dovrebbe annunciare a breve l'eliminazione della clausola d'uscita prevista entro metà maggio dal contratto stipulato con il coach pavese lo scorso 23 dicembre. Togliere l'escape a pagamento attraverso la quale Varese potrebbe rescindere l'accordo valido fino al 30 giugno 2018 significherebbe formalizzare la conferma di "Artiglio" anche per la stagione prossima. Una mossa che al momento sembra scontata dopo le sei vittorie consecutive che hanno permesso ai biancorossi di passare dall'ultimo posto del 26 febbraio all'attuale undicesima piazza, a due sole lunghezze dai playoff. Ma che messa "nero su bianco", attraverso un tratto di penna sulle righe piccole del contratto già in essere, avrebbe un valore simbolico per dimostrare gratitudine e stima nei confronti dell'uomo della svolta. Nessun dubbio che sia stato Caja l'artefice primario della clamorosa inversione di tendenza dell'OJM, trovando a poco a poco la ricetta giusta per far rendere al meglio un gruppo che nell'era Moretti sembrava tecnicamente mal assortito. Il tecnico pavese ha utilizzato gli stessi "ingredienti" (al netto del correttivo Johnson per Johnson avuto dal coach di Arezzo solo per tre partite) che nella passata gestione non si erano mai amalgamati per confezionare una pietanza davvero succulenta dopo un lungo periodo di preparazione. E ancora una volta sbaglia chi indica nella Champions League il fattore determinante dei travagli dell'era Moretti e nella sua conclusione la chiave di sblocco per la rifioritura dell'ultima fase dell'era Caja: la coppa è stata l'effetto e non la causa dei problemi di Varese. Alla prova dei fatti è stato un errore affrontare il doppio impegno con giocatori poco adatti a recuperale le fatiche in tempi ristretti come Maynor, Kangur e Campani. Per non logorare elementi da centellinare sul piano fisico, il coach toscano aveva puntato su una gestione conservativa dei ritmi di allenamento che, però, si riverberavano sulla condizione atletica generale (e in particolare degli elementi "amministrati"). Caja ha decisamente aumentato l'intensità del lavoro in palestra, pagando anche dazio (vedi i finali a fari spenti con Torino e Sassari) prima di arrivare all'attuale condizione ottimale di tutti gli effettivi per un'OJM capace di mettere a frutto la sua ritrovata freschezza atletica sotto forma di una difesa aggressiva in grado di alimentare il contropiede. Per "digerire" la Champions sarebbe servita una squadra anagraficamente più fresca, come quella che nel 2015/'16 ha raggiunto la finale di FIBA Cup con i suoi 24,7 anni di media. Il regime di una partita a settimana ha funzionato da tonico per Maynor, e l'attacco costruito con circolazione di palla e movimento degli uomini negli spazi anziché con l'abuso di pick&roll in situazioni statiche è stato perfetto per far sposare ai singoli l'identità corale predicata da "Artiglio". Mai come in questo caso si può dire che il coach si è guadagnato la conferma sul campo... Giuseppe Sciascia
  11. A vederlo oggi, quando si mette in posa dopo aver fatto piovere nei canestri avversari, più che tre mesi sembrano passati tre anni. Quindici dicembre 2016, Galliate Lombardo, Fattoria “Il Gaggio”, presentazione ufficiale del nostro: fuori una nebbia che cancella addirittura il lago, dentro una tristezza da funerale del basket. Dominique abbozza un sorriso davanti ai flash, poi viene sommerso dalle domande “nere” dei cronisti: «Ma lo sai che sei arrivato in una squadra che continua a perdere?». E quel sorriso scompare, come il lago in una giornata di nebbia. Riapparirà, eccome se apparirà. Dopo cinque vittorie consecutive all’attivo, un ruolino di marcia da capocannoniere e la primavera che bussa alle porte di Masnago. Storia di DJ, o Dom, o Nique: se volete farvelo amico non parlategli del suo recente passato («No, sull’Alba Berlino non vi dico nulla...»), né del suo prossimo futuro («Rimanere? Come faccio a dirlo ora?»). Basta il presente, basta un sorriso. Johnson, partiamo da un “fotogramma” che ci ha incuriosito: domenica, quando ha messo il canestro decisivo (la penetrazione con il fallo subito intorno al 40’) si è girato e lo ha dedicato alla panchina. Come mai? Il coach mi aveva detto nel time-out di pochi secondi prima che avevamo bisogno di un canestro e io mi sono concentrato per realizzarlo, per trovare quei due punti decisivi. Così mi sono girato e ho voluto dedicarglielo. Com’è il suo rapporto con Caja? Buono, da lui sto imparando molto. Si complimenta quando faccio bene, ma allo stesso tempo mi corregge ed è puntuale nell’aiutarmi quando sbaglio. Io prendo tutti i suoi insegnamenti ed i suoi consigli nella maniera giusta, perché so che con lui posso solo migliorare. È arrivato in un momento difficilissimo per la squadra e per la società, con un ambiente dimesso e risultati che non arrivavano. Lei stesso inizialmente pareva confuso, incapace di incidere. Ora è tutto diverso, è tutto cambiato... Era proprio l’inizio, avevo tante cose in testa e stavo cercando di abituarmi ad una nuova città e ad un nuovo gruppo. È cosi quando arrivi: hai nuovi rapporti da instaurare e cerchi di trovare un feeling con tutto e tutti. Ora ogni cosa va a gonfie vele, davvero. Anche il rapporto con i suoi compagni di squadra, dentro e fuori dal campo? Sì, siamo un funny team, una squadra divertente. Ci sono tantissime personalità diverse e spesso non è semplice conciliare tutte queste differenze. Però vedo uno spogliatoio unito: tutti comunicano e stanno bene insieme, anche fuori dal campo. C’è una bella chimica anche quando usciamo dal palazzetto, e quando c’è un bel rapporto fuori dal parquet non puoi che trovarti bene anche dentro. Cinque vittorie consecutive (Pistoia, Avellino, Pesaro, Brescia e Capo d’Orlando): qual è stata la più complicata a suo giudizio? Direi Brescia, soprattutto perché dopo il blocco del cronometro loro sono rientrati, ci hanno recuperato diversi punti ed erano molto vicini quando mancavano due minuti al termine. Potevamo chiudere facilmente quella gara, però si è trasformata nella più difficile quando il tabellone si è fermato e li ha fatti rientrare. I tifosi ammirano la sua capacità di segnare, ma allo stesso tempo la sua abilità difensiva: quanto è importante nel suo gioco l’applicazione in retroguardia? La difesa è parte del mio gioco ed ogni gara disputata qui è una dura prova: non è semplice marcare le guardie avversarie. Cerco di metterci energia: nella partita casalinga contro Pesaro, ad esempio, sono riuscito a concludere una bella giocata difensiva, costringendo il mio avversario oltre i 24”. Mi ha motivato, mi ha caricato parecchio quell’azione. Come si trova a Varese dopo questi primi tre mesi? Sono già passati tre mesi? Il tempo passa in fretta. Per ora molto bene. È stata dura all’inizio, ma mi trovo davvero molto bene. Dopo un periodo di adattamento ha preso le misure con il gioco ed il ritmo italiano: cosa ne pensa del nostro campionato? Sto acquistando familiarità, mi sto abituando, anche per quanto riguarda il metro arbitrale. Sono “quello nuovo”, e devo tanto ringraziare Massimo Bulleri che mi aiuta ogni giorno e mi riempie di consigli. Il “Bullo” ha esperienza, mi dice «quello lo puoi fare, quello no», è come un mentore, è un coach in campo. Ha chiaramente più familiarità di me con il campionato e mi guida in ogni azione. Comunque mi piace la lega italiana, devo dire: è più veloce di altre. Ecco: ha giocato anche in Polonia, Israele e Germania. Differenze? Come detto, quello italiano è il campionato più veloce. Quello turco non si adatta propriamente alle mie caratteristiche, in Germania il gioco è un po’ più controllato mentre qui riesco a giocare al mio ritmo. Il più fisico è sicuramente quello polacco, in Israele - infine - mi è sembrato di essere come a casa... Com’è stata la sua infanzia? Sono nato e cresciuto a Detroit, ma uscirne è stata una benedizione. Devo ringraziare mio padre che mi ha portato fuori dalla città, perché non so se sarei vivo in questo momento. Mi ha permesso di andare a scuola e di seguire la mia carriera. I posti che ho visitato lavorando sono incredibili, da piccolo mai avrei pensato che sarei andato all’estero a giocare a pallacanestro... Ora questa è la mia vita e non la cambierei mai. Quali sono i sogni per il prosieguo della sua carriera, Dominique? Mi piacerebbe vincere dei campionati. I traguardi individuali sono belli, ma quelli di squadra hanno un sapore diverso. Ho vinto una coppa in Polonia, sono arrivato alle Final Four in Israele, tutte esperienze che inserisco nel libro dei ricordi. I record individuali si possono superare, cancellare, mentre un campionato che hai conquistato non te lo porta via nessuno. Sarebbe un sogno. Domenica si va a Cantù, una match duro, sentito, storico: cosa sa a riguardo del derby? Me ne hanno parlato ma sinceramente non conosco di preciso la rivalità tra le due squadre. Però in questo momento, nella situazione che stiamo vivendo, ogni partita è importante, non solo quella con Cantù. Per quello che stiamo facendo ora ogni singolo match ha un suo significato. In ogni caso sono pronto e carico per affrontare il derby. Cosa si può fare per tenerla qui anche per la prossima stagione? È presto per parlarne. Ci mancano sei partite di campionato, voglio concludere la stagione al massimo, dando il meglio e cercando di aiutare la squadra a vincere ed a migliorare la classifica attuale. Non sto pensando alla prossima stagione, non lo farò fino a luglio credo. Tornerò a casa e solo a quel punto mi concentrerò su ciò che potrà accadere l’anno prossimo. Alberto Coriele e Fabio Gandini
  12. L'Openjobmetis sembra ormai definitivamente al di fuori della zona retrocessione, ma il sogno playoff alimentato dalle cinque vittorie consecutive - la striscia aperta più lunga in serie A - sembra più legato alle possibilità concesse dall'aritmetica che alla realtà dei fatti. L'attualità stretta dice che nessun club dopo la Coppa Italia ha fatto meglio rispetto al pokerissimo di vittorie conquistato dalla truppa di Attilio Caja, passata dall'ultimo posto del ventesimo turno al dodicesimo attuale. Oggi Varese ha 8 punti di vantaggio sull'ultima della classe Cremona e appena 4 lunghezze da recuperare nei confronti di Brindisi e Torino, a braccetto all'ottavo posto. Ma ci sono due fattori contingenti che cozzano col sogno di agguantare in extremis l'obiettivo dichiarato nell'estate 2016: il primo è legato alla difficoltà del calendario, che proporrà a Cavaliero e compagni due soli impegni casalinghi (Trento e Cremona) nelle ultime sei gare della regular season, con trasferte impegnative sui campi di Reggio Emilia e della seconda forza Venezia, oltre al derby di domenica contro Cantù e alla tappa conclusiva a Torino. Il secondo è quello degli scontri diretti: i primi quattro mesi e mezzo di sconfitte pesanti in trasferta hanno lasciato in dote un meno 12 nel doppio confronto con l'Enel e un meno 28 con Pistoia (attualmente decima, un gradino sopra i biancorossi), oltre al meno 7 della sconfitta interna con Torino. Se la quota playoff attualmente è stimata a 30 punti, a Varese potrebbero non bastare neppure 5 vittorie nelle ultime 6 gare in un eventuale arrivo in parità multipla disciplinato dalla classifica avulsa. La versione "post Final Eight" della truppa di Attilio Caja varrebbe ampiamente le prime otto posizioni, ma le troppe occasioni sprecate nei primi due terzi del campionato hanno virtualmente azzerato il margine di errore dell'Openjobmetis. Passare il test del PalaDesio per cancellare la macchia della sconfitta casalinga dell'andata è il primo indispensabile step per alzare ulteriormente l'asticella delle ambizioni. E anche in caso di impresa sul campo di Cantù, ne servirà subito un'altra a Reggio Emilia nel secondo atto esterno consecutivo che il calendario pone sul cammino biancorosso. Certo, se l'OJM superasse a pieni voti anche i prossimi due viaggi, allora potrebbero aprirsi spiragli davvero interessanti. Ma realisticamente è meglio vivere alla giornata cercando di togliersi ulteriori soddisfazioni, a partire dal sentito derby di domenica: spazzata via la cappa di negatività che ha avvolto a lungo l'ambiente di Varese, la primavera anticipata delle ultime cinque vittorie consecutive ha riacceso entusiasmi sopiti, come evidenziato dagli oltre 1.600 paganti delle ultime due gare casalinghe. E gli umori positivi della piazza sono l'humus più fertile attraverso il quale alimentare la ricerca delle risorse necessarie - tra sponsor da rinnovare o aggiungere, e la caccia di capitali freschi tramite uno o più soci forti - per provare a non disperdere per intero i protagonisti della resurrezione frutto della "cura Caja" in vista della stagione 2017/2018. Giuseppe Sciascia
  13. La quadra trovata da Attilio Caja nella disastrosa Openjobmetis da lui ereditata a fine dicembre 2016 ha richiesto sudore e sacrifici. Del lavoro, innanzitutto, ma anche di uomini: il più evidente è quello di Aleksa Avramovic, 1,5 minuti di impiego medio nelle ultime quattro partite, quelle della rinascita biancorossa, frutto di 6 primi giocati contro Pistoia e di 3 n.e. consecutivi contro Avellino, Pesaro e Brescia. Un accantonamento evidente, per un giocatore che durante la gestione di Paolo Moretti in campionato (12 gare) restava sul parquet 18,9 minuti di media, producendo 9,5 punti ad allacciata di scarpe con il 48% da 2 e il 25,5% da 3. Un accantonamento, però, anche da spiegare, cercando parimenti di ragionare sul futuro di un atleta giovane (23 anni il prossimo 25 ottobre) e di prospettive ancora da decifrare. Oggi e ieri Una squadra lunga, con gerarchie solo apparenti (forse una delle “colpe” maggiori da addebitare a Moretti), da ricostruire tecnicamente e moralmente: il 22 dicembre 2016, giorno della firma di Caja, Varese era questo. Accanto al lavoro duro in palestra e a a al cesello psicologico sia individuale (con colloqui mirati) che collettivo, l’allenatore pavese ha dovuto fare delle scelte nel segno della funzionalità e della complementarietà del materiale tecnico a sua disposizione, cercando di far nascere un “sistema” sul quale instradare la risalita. Primo passo: un quintetto titolare (Maynor, Johnson, Eyenga, Ferrero e Anosike) “chiaro” e “consistente” nei minutaggi. Secondo: il ragionamento sugli incastri. Con due “attaccanti” come Johnson ed Eyenga, nei momenti di riposo necessari al ritrovato leader Maynor (e mettendo definitivamente al bando i cambi “morettiani” di tre-quattro pedine alla volta, come per le linee dell’hockey), l’esigenza era quella di utilizzare un playmaker puro ed esperto, ovvero l’identikit di Massimo Bulleri. Nei minuti passati da Johnson a rifiatare in panchina, poi, ecco l’utilità di un Cavaliero, giudizioso e versatile (a Brescia è stato tante volte “scambiato” con Eyenga) pur senza acuti di rilievo. Strada chiusa per “Avra”, guardia e non playmaker nelle considerazioni del coach, anarchico in virtù di quel talento ancora inesperto e uomo di rottura per eccellenza: uno da mettere quando sei sotto di 15, quando cioè il succitato “sistema” si dimostra in difficoltà, per cercare di ritornare in partita. C’è chi potrà obiettare come il serbo sia stato il migliore dei primi tre mesi disgraziati di stagione: vero, verissimo. Ma la risposta è insita nella stessa obiezione: in quella squadra che un “sistema” non lo aveva, un giocatore istintivo e abituato a giocare per conto proprio non poteva che mettersi in evidenza, in virtù di mezzi indubbiamente da non sottovalutare. Domani Bocciatura senza appelli, dunque? No: il giudizio non è sull’atleta in assoluto, anzi; il giudizio è (stato) sulla situazione e sui bisogni di una formazione caduta in fondo alla classifica. Tanto è vero che Aleksa rimane uno dei giocatori più seguiti e “rimbrottati” dall’Artiglio durante gli allenamenti, allenamenti che prima o poi diranno definitivamente se il giovanotto può aspirare a diventare un regista o meno. Chiarendo in tal modo il futuro suo e quello di Varese con lui. Perché è inevitabile pensare al domani di un ragazzo che ha ancora un anno di contratto garantito oltre a quello corrente, più un’opzione per un eventuale terzo anno di rapporto complessivo. Le variabili per capire come costruire la squadra prossima ventura sono tante e inintellegibili al momento, ma una cosa pare certa: dovesse mai essere presa in considerazione l’ipotesi del 5+5, spazio per Avramovic non ce ne sarà, considerati anche i contratti in essere con il cotonou Pelle (1+1 firmato nell’estate 2016) e il comunitario Kangur (biennale con uscita, a basso costo per Varese, a giugno 2017). Con i “5 italiani” la società si dovrebbe lanciare in tre transazioni con i giocatori sopra citati (o almeno con due di essi), con quella di Aleksa - che ha un contratto a stipendio e tutele “crescenti” - da concordare. Discorso diverso nell’ipotesi di un 3+4+5 (assolutamente non scartata a priori nei piani di piazza Monte Grappa: si può risparmiare anche con i 7 stranieri, basta creare un roster da 9 pedine “vere” invece che da 12...), nel quale il potenziale di “Avra” costituirebbe una scommessa da giocare ancora, magari cercando compagni complementari da affiancargli. Quel che è certo è che, dal mentore Coldebella in giù, nessuno - men che meno Caja - ha scaricato l’ex mvp del campionato serbo. Fabio Gandini
  14. Una nuova filosofia basata sugli italiani e sul vivaio per costruire un futuro sostenibile attraverso un'identità qualificante: questo è il "domani" di Varese. A prescindere dalle disponibilità per la stagione prossima ventura tra sponsor da rinnovare ed eventuale "socio forte" da aggiungere all'asse societario, torna di stretta attualità l'idea del passaggio al 5+5 per indirizzare il 2017-18 verso un progetto che coniughi sostenibilità economica e risultati del campo. Non è soltanto un discorso di taglio dei costi, ma un punto qualificante per proporre un progetto tecnico legato ad un marchio di fabbrica che caratterizzi nuovamente Varese dopo troppi anni di "porte girevoli" affidandosi a stranieri di passaggio. Già nel 2014-15 e nel 2015-16 la proprietà aveva espresso una preferenza per la formula con più italiani, salvo avallare poi le indicazioni dell'area tecnica che aveva optato per il 3+4+5: mercato iniziato troppo tardi due estati fa per trovare italiani validi, pregiudiziale per partecipare alla Champions League nel 2016. Ora però, nell'ottica della razionalizzazione dei costi, la scelta diventa quasi obbligata: si tratta di un risparmio in grado di assorbire due terzi del taglio del 15 per cento sulla quale sta lavorando il CdA di Pall. Varese (nel 2016-17 si era partiti con un budget da 4,4 milioni di euro, poi salito a 4,6 con le aggiunte Dom Johson e Caja; per il 2017-18 si vorrebbe ridurre a 4). Passare da 12 contratti professionistici a 9 più un prodotto del vivaio significa ridurre sensibilmente le tasse federali (40mila di luxury tax più 3 parametri da 12.500) oltre a due salari lordi in meno: il conto totale si avvicina ai 300mila euro, ai quali vanno aggiunti i possibili introiti dalla partecipazione al conseguimento del premio italiani (nel 2016-17 tutte e 6 le società che hanno scelto questa formula riceveranno una fetta tra le 4 per il minutaggio complessivo e le 4 per il minutaggio degli Under 25). E le difficoltà nel reperire elementi competitivi a costi accessibili sul mercato "tricolore"? Leggenda metropolitana facilmente smentibile: partendo da Cavaliero e (auspicabilmente) da Ferrero, non è certo impossibile pescare un cambio affidabile a costi simili - non certo proibitivi - del capitano, e scandagliare l'A2 in cerca di un investimento futuribile capitalizzando la conoscenza di Attilio Caja dei giocatori dai 22 ai 26 anni con cui ha lavorato con la Nazionale Sperimentale. Quattro italiani di rotazione in panchina, confermando il monte stipendi iniziale del 2016-17 di poco inferiore al milione di euro, significherebbe mettere sul piatto suppergiù 700mila da spalmare per il quintetto base: più o meno quanto costa lo starting five attuale dopo il cambio "Johnson per Johnson"... Ma costruire uno zoccolo duro di italiani che diano garanzie sul piano tecnico ma soprattutto umano è un valore aggiunto non misurabile soltanto soltanto nelle voci di bilancio. Così come non va valutato soltanto in termini di costi e ricavi l'opera di sviluppo del settore giovanile, sul quale nel corso degli anni sono progressivamente aumentati gli investimenti "di supporto" al di là della svolta tecnica legata ai ritorni di Giulio Besio e Gianfranco Pinelli. Un prospetto futuribile come il 16enne Matteo Parravicini - e come il leader del gruppo 2001 vicecampione d'Italia tanti altri elementi interessanti - può avere un futuro in serie A soltanto lavorando non solo sulla tecnica ma anche sul potenziamento fisico come accaduto nel 2016-17. L'altro valore aggiunto per costruire una Varese più efficace dovrà essere Claudio Coldebella: il d.g. biancorosso ha potuto incidere relativamente poco avendo sostanzialmente "ereditato" al suo arrivo uno staff già completo che operava con la serie A. Ora, dopo aver studiato per un anno intero il funzionamento del sistema Varese, potrà mettere in atto le sue idee per ottimizzare il potenziale disponibile. Giuseppe Sciascia
  15. Norvel Pelle, per ovvie ragioni anatomiche, non passa inosservato quando passeggia per la città. La gente lo riconosce, lo ferma, lo saluta. Sembra volergli istintivamente bene. Una prova? Giusto il tempo di concludere l’intervista ed un autobus suona il clacson, accostando a bordo strada: l’autista richiama con ampi gesti Norvel, lo fa salire sul mezzo, gli stringe la mano e gli dà una pacca sulla spalla. Lui lascia fare, pacifico e contento, con quel candore sorridente che tradisce - a dispetto della mole - i suoi 24 anni appena compiuti. Il gigante bambino from Antigua e Barbuda sta diventando grande sotto il Bernascone. Quasi una seconda crescita dopo quella - veloce, precoce, senza reti - che tutti quelli come lui sono costretti a vivere quando lasciano il nido per tentare il volo nel basket. La vita sotto le plance è un rebus: puoi farti planare addirittura in posti come Taiwan o il Libano, dove 211 centimetri tratteggiati alla caraibica sembrano più improbabili di una palma in Groenlandia. Poi ti può far atterrare a Varese e regalarti altri centimetri, stavolta di esperienza, da rivendere a te stesso quando le ali ricominceranno a muoversi verso altri lidi. Sì, un giorno Norvel si ricorderà di tutto questo. Si ricorderà di una stagione tragica, di un “clic” che tutto cambia e di un allenatore che - al prezzo del sudore - lo ha preso e ha rivoltato il suo gioco come si fa con un calzino. Cambiando lui, i suoi compagni e un destino nero. Pelle, come si sta dopo aver vinto la partita di Brescia e dopo aver conquistato il quarto successo consecutivo? Bene, assolutamente. Essere stati consistenti ed aver portato a casa quattro vittorie è molto importante. Qual è il segreto di questa rinascita? Non c’è un segreto, davvero. Abbiamo finalmente fatto un passo avanti come gruppo, abbiamo fatto “clic”, realizzando che solo giocando tutti insieme sarebbero arrivati i risultati. Come poi, effettivamente, sta avvenendo. Allora cambiamo la domanda: perché il clic non arrivava, prima? Cosa non andava in questa Openjobmetis? Prima Varese era una squadra solo sulla carta: non si assimilava come una squadra, non si muoveva come una squadra. Troppi, per esempio, cercavano di rompere le partite da soli e di portarle a casa con giocate personali. Ora, invece, abbiamo trovato una chimica, un giusto modo per stare insieme. La svolta è stata dopo la pausa del campionato: siamo rientrati tutti con la mente sgombra ed i risultati si sono visti. È personalmente soddisfatto della sua stagione? Sì, sicuramente: l’inizio è stato difficile, ma il finale sembra promettere bene (sorride). Nella transizione da Moretti a Caja si è notato un grosso cambiamento nel suo gioco difensivo: meno stoppate e meno spettacolarità, ma decisamente più incisività. Conferma? È vero. Io e Caja ci siamo seduti al tavolo e lui ha completamente stravolto il mio modo di giocare sia a livello difensivo che offensivo. In difesa, all’inizio della stagione cercavo di andare a stoppare su ogni tiro, lasciando magari troppo spazio al mio uomo di competenza. Ora è diverso, sto concentrato sul mio avversario e cerco di stoppare solo quando è possibile: è quello che il coach mi ha chiesto, oltre a stare sempre pronto e presente a rimbalzo. Perché una delle chiavi per lui sono i rimbalzi: ce lo ripete in continuazione. Il rapporto con lo staff è dunque buono? Lei svolge anche delle sessioni individuali insieme a Paolo Conti... Con Caja si lavora davvero duramente, e si vede in partita, dove siamo venuti fuori giocando con fisicità. Io ho la mia razione di lavoro extra con “coach Paolo” (Conti ndr), che mi aiuta molto nel gioco sotto canestro. Qual è stato il momento più difficile dell’anno finora? Ed il migliore? Il più brutto è stato chiaramente quando continuavamo a perdere e basta, perchè non riuscivamo a trovare una soluzione che fosse una. Il momento migliore, senza ombra di dubbio, è adesso: abbiamo trovato la chiave, (“we clic as a team” dice così). Come viene vissuto da voi giocatori un cambio di allenatore? Non vuoi mai che qualcuno perda il suo lavoro, chiunque sia: un giocatore, un allenatore, un membro dello staff. Non è per forza una sconfitta di noi atleti, però come squadra devi necessariamente guardarti dentro e rivalutare il lavoro che hai fatto fino a quel momento. E quando è l’allenatore a essere cacciato, all’interno dello spogliatoio si pensa: «Non è lui il problema, siamo noi, e dobbiamo fare per forza qualcosa di diverso». Si trova bene con i suoi compagni di squadra? Io amo i miei compagni di squadra. Trascorro il tempo con loro quando siamo fuori dal campo, giocando ai videogames o rilassandomi un po’, specialmente con Eric Maynor. E Varese, le piace? La città è bella, piccola, quasi una tana. Le persone ed i tifosi sono molto amichevoli e cercano di aiutarmi, perché non so l’italiano. Sono nato ad Antigua e Barbuda, però sono cresciuto in California: casa mia è Long Beach. Ecco, arriva da un posto un po’ sperduto come Antigua e Barbuda: tanti lettori non sapranno nemmeno dove sia... Ci racconti un po’ com’è. È una piccola isola, un posto bellissimo. Mia nonna, alle spalle di casa sua, ha una spiaggia privata: è fantastico. Antigua si può comparare molto alla Jamaica, è simile. Io non ci torno da parecchio tempo, forse dieci anni, perchè quando non sto giocando vado in California, oppure a New York. Però sento costantemente la parte della famiglia che è rimasta lì, mi manca molto. Anche se so che loro sono contenti ed eccitati per quello che sto facendo qui. Come si trova nel basket italiano dopo aver giocato a Taiwan ed in Libano? Il basket italiano è sicuramente differente rispetto agli altri in cui ho militato. È molto più tecnico, molto più basato sui fondamentali, più fisico. Se lo paragoniamo ai campionati di Taiwan e del Libano, questa è assolutamente una top league. Com’era vivere in quei Paesi? A Taiwan camminavo per strada e la gente mi guardava in maniera molto strana per via della mia statura. Mentre il Libano sembra una piccola America: consiglio a tutti di andarci perché è un posto favoloso. Come immagina il suo futuro professionale? Ho ancora due anni di contratto qui, innanzitutto. Poi, chissà: se continuo a lavorare e a giocare come sto facendo ora, tutto può accadere. E per il resto della stagione invece cosa si augura? Vorrei semplicemente continuare a vincere, continuare a fare quello che stiamo facendo ora: perché fermarci proprio adesso? Solo alla fine vedremo dove saremo arrivati, chi lo sa? Magari conquisteremo i playoff... Tra due partite c’è il derby con Cantù: qualcuno le ha raccontato il significato che ha questa partita per la città ed i tifosi? So che c’è una forte rivalità perché sono due posti molto vicini tra loro, e so che di queste gare si parla per una stagione intera, soprattutto quando si vincono. Stavolta, prometto, li batteremo. Sappiamo che è come chiederle chi preferisce tra fratello e sorella, però ci proviamo: è meglio una stoppata o una schiacciata, Norvel? Entrambe (ride) Però mi piace davvero tanto stoppare e poi guardare negli occhi il mio avversario, per vedere la sua reazione dopo che il suo tiro è finito chissà dove. Alberto Coriele e Fabio Gandini
  16. Quattro perle, un unico - vero - filo conduttore: la difesa. Il resto sono modi diversi di vincere, protagonisti che si alternano sul palco, un’affidabilità di fondo di alcune pedine e la fragorosa sorpresa di altre. La somma fa una crescita collettiva che le cifre certificano in maniera evidente: nelle ultime partite Varese ha tirato con il 55,7% da 2, il 41,5% da 3, ha segnato 84,3 punti di media, preso 37,1 rimbalzi, smazzato 16,3 assist, perso 11,5 palloni, conseguito un 94,3 medio di valutazione e subito 75 punti a gara. Prima la situazione era questa: i punti segnati erano 75,6, frutto di un 48% al tiro da 2 e di un 32,9% in quello da 3, corredati dallo stesso numero di rimbalzi (37,1), da 13,2 assist, da 15,6 palle perse, da un misero 73,7 di valutazione media e soprattutto da 81,7 punti subiti ad allacciata di scarpe. Un’altra vita, in un solo mese fa. Riviviamo le 4 vittorie che l’hanno cambiata Pistoia Quello contro Pistoia è un successo sudato al cospetto dei propri fantasmi: la Openjobmetis, prima di entrare in campo nel posticipo del lunedì, è ultimissima, staccata da Pesaro e Cremona. Sul parquet regna la paura, fino al tiro di Johnson che frustra ogni ulteriore tentativo di recupero di una The Flexx risalita fino al -4. Il gioco ne risente: Varese tira con il 26% da 3, segna solo 75 punti, perde 14 palloni ed è vittima di alcuni fuori giri offensivi personali di Eyenga e Maynor. Però difende - a uomo, in modo generoso, cambiando su tutti i blocchi, “volando” sugli aiuti - costruendo in tal modo il suo vantaggio e mantenendolo fino alla sirena. Individualmente spiccano i 15 rimbalzi di Anosike, i 7 assist di Maynor e i 23 cristallini punti del Dominique ex Alba Berlino. Avellino In Campania si va con speranze relative: i segnali di vita mostrati contro i prodi di Esposito confortano, ma non parrebbero sufficienti a spaventare la seconda in classifica. Invece la Openjobmetis riesce a sorprendere, partendo ancora una volta da una retroguardia avvincente. Stavolta è la tattica a farla da padrone: si va a zona e c’è tanta attenzione nelle transizioni difensive. Per la squadra di Sacripanti la trappola è servita: nel secondo tempo la Sidigas segna 26 punti in 20 minuti, subendo un parziale di 3-17 che cambia volto al match. L’attacco è corsa quando possibile e un uso magistrale dei giochi a due, con Maynor (16 punti e soprattutto 9 assist) che innesca la prova offensiva di Anosike (19 punti). Johnson, per una domenica, è spuntato dall’arco: ci pensano i suoi compagni, trovando un clamoroso 60% da 2, conseguito - tra l’altro - contro il centro più ingombrante e temibile della serie A (Fesenko). Pesaro Si ritorna al PalA2A ed arriva la vittoria della consapevolezza. Sudata ma alla fine assai convincente. Chi si aspetta la zona ad asfissiare gli avversari, trova invece una “uomo” che si esalta nelle prestazioni personali di Johnson ed Eyenga e che riduce Pesaro al lumicino nella ripresa: 9 punti concessi nel terzo quarto, 18 nell’ultimo, dopo averne subiti 51 nel primo tempo. Dall’altra parte della luna l’attacco funziona a meraviglia, sull’arco, all’interno di esso, a difesa schierata e in transizione: Varese tira ancora con il 60% da 2, ma stavolta ci aggiunge il 41% da tre e l’incredibile dato di solo 6 perse. Per Johnson sono altri 20, Maynor scrive 15+8 assist, Anosike ne fa 18, Eyenga 15 senza forzature. E mentre il mostruoso Ferrero ritorna semi-normale (ma il suo lo fa sempre in maniera encomiabile) si rivede Kangur, che suona la carica per tutti nel momento della rimonta. Brescia Per il ratto di Montichiari non servono tante parole: il ricordo è ancora fresco. E’ un successo che riassume tutti gli altri, come se Varese, dopo aver studiato, fosse riuscita a superare un esame complesso e multidisciplinare. C’è la zona che si alterna sapientemente alla uomo, c’è la difesa dedicata ad anestetizzare i pick and roll di Vitali con cambi rigorosi e ben portati, c’è l’attacco a due punte (Johnson e Maynor) con tanti piccoli ma importanti cammei a dare supporto. E c’è la solidità mentale acquisita che permette ai biancorossi di scappare prima e di non farsi recuperare del tutto in un palazzetto caldissimo poi. Da sottolineare a dovere, oltre alle “evidenti” 18 “bombe” di una squadra in stato di grazia, anche i 17 assist e i 39 rimbalzi, a vincere - ancora una volta - il duello sotto le plance. Quattro vittorie, quattro grandi Varese: la squadra di Attilio Caja, ora, sa fare (quasi) tutto. Fabio Gandini
  17. L'Openjobmetis si avvicina a vele spiegate al traguardo salvezza, ma per programmare un 2017-18 che a meno di improbabili tracolli la vedrà nuovamente al via della serie A c'è bisogno di tempo. Il poker di vittorie post-Coppa Italia ha permesso alla squadra di anticipare i tempi della missione salvezza, passando il testimone alla società nella costruzione delle strategie future che passano da un paio di snodi vitali sul piano economico. Portafoglio contratti a parte, a oggi l'unica certezza inossidabile sembra legata alla posizione di Attilio Caja: l'architetto della ricostruzione di Varese sta guadagnandosi settimana dopo settimana una riconferma tanto meritata quanto inconfutabile. Chi si sentirebbe di mettere in discussione l'uomo della svolta, "scaricandolo" come già accaduto nel 2015? Il contratto già in esssere - l'OJM ha penale di uscita entro metà maggio - pare preludio ad una continuità auspicabilmente da estendere anche al parco-giocatori, alla luce dell'ottimo feeling che Artiglio ha sviluppato con alcuni giocatori cardine della rinascita (Maynor e Anosike su tutti). Ma per qualsiasi ragionamento futuro ci sarà da aspettare gli sviluppi della "campagna-conferme" delle sponsorizzazioni in scadenza e dell'apertura al "socio forte" deliberata dall'assemblea della scorsa settimana di "Varese nel Cuore". Gli scenari per il 2017-18 sono essenzialmente due: senza aggiunte all'attuale assetto societario e con la necessità di verificare l'interesse del main sponsor Openjobmetis a proseguire il rapporto, evidente la necessità di allestire un progetto economicamente meno impegnativo e più sostenibile. Dunque lo schema 5+5 - che rispetto al 3+4+5 con 12 professionisti della stagione attuale garantirebbe un risparmio di oltre 200mila euro - cercando qualche italiano emergente a supporto di Cavaliero e Ferrero (contratto in scadenza, ma la conferma di Caja e il feeling con la piazza lo rendono l'unico possibile rinnovo da mettere a fuoco in tempi rapidi) e scommettendo su Pelle come titolare sarebbe una strategia obbligata, con la salvezza come obiettivo primario e il sogno di fare jackpot con gli incastri per ripetere le imprese di Cremona 2015-16 e Capo d'Orlando 2016-17. Se invece dovessero arrivare uno o più "soci forti", allora le prospettive potrebbero non essere dissimili da quelle iniziali della stagione attuale, provando a convincere anche qualcuno dei big attuali a iniziare da Dominique Johnson (che però ha costi importantissimi e senza una vetrina europea - comunque solo FIBA Europe Cup nella migliore delle ipotesi - non prenderebbe in considerazione nessuna proposta). Due strade comunque divergenti, sia pur entrambe compatibili con la gestione Caja, che andranno percorse in un senso o nell'altro a seconda delle risorse disponibili. E mentre la squadra cercherà di onorare al meglio le 7 giornate ancora mancanti per chiudere il 2016-17, starà alla società operare affinchè entro il 7 maggio - data conclusiva della regular season - si possa stabilire con quale budget, e di conseguenza con quali strategie, costruire la prossima edizione di Varese. Giuseppe Sciascia
  18. Attilio Caja ha portato al termine la sua cura e dato un'identità chiara e ben definita all'Openjobmetis. E nel finale dello "spareggio" vinto con Pesaro - il terzo hurrà consecutivo dopo tanti mesi di sofferenza - la Curva Nord ha chiaramente identificato nel tecnico pavese il condottiero che ha dato un volto definito alla squadra. «Ringrazio i ragazzi della curva per l'attestato di stima che fa ovviamente molto piacere. Però, senza la collaborazione dei giocatori non si va da nessuna parte: io ho proposto delle situazioni, ma è la condivisione che fa la differenza. Per capirsi e andare in sintonia ci vuole tempo: a questo servono i 50 giorni di precampionato. Ho trovato grande disponibilità e il lavoro svolto sta pagando». Sono i frutti della cultura del lavoro che ha impostato fin dal primo giorno a Varese? «È un concetto basilare dello sport: se i risultati arrivassero dall'oggi al domani sarebbe lecito chiedersi che cosa avevi fatto fino a ieri. Quando sono arrivato, ero consapevole che sarebbe stata solo questione di tempo. Il malato era più grave del previsto: se trascuri i primi sintomi, poi la cura dev'essere più robusta. Sono contento soprattutto per i giocatori, che sono stati messi in croce a lungo per quel che non riuscivano a fare. Le mie richieste in allenamento non sono semplici né lo è il loro impegno: il rispetto e l'apprezzamento che stanno ricevendo in queste settimane, dopo che tutto sembrava sbagliato e da rifare, è la miglior gratificazione per i sacrifici che hanno compiuto». Ora la squadra ha un'identità, ma ci è voluto tempo e lavoro... «Rispetto a due anni fa le problematiche erano più grosse. Mi ha aiutato molto la vicinanza di Claudio Coldebella e Toto Bulgheroni e la collaborazione dello staff. Io mi sento il regista che coordina tutto il sistema, ma alla base c'è un'analisi minuziosa e un lavoro quotidiano. Prendiamo l'8/8 ai liberi contro Pesaro di Anosike: a fine allenamento O.D. si ferma con Vanoncini e lavora sulla sua tecnica in lunetta». Come è riuscito a far sposare al gruppo un'identità corale e operaia? «Non era né facile né scontato che gli stranieri accettassero questo sistema. Il percorso prevede anche degli ostacoli: con Eyenga ci sono stati momenti di confronto forte, d'altra parte è facile dire sempre sì e girarsi dall'altra parte, ma è una soluzione di comodo. Per condividere la tua ricetta si passa anche da fasi di scontro». Si riconosce nella definizione di "aziendalista" legata al fatto di aver utilizzato il roster già presente senza interventi sul mercato? «Far rendere al meglio le risorse disponibili fa parte della professione dell'allenatore: bisogna saper mettere le mani quando ci sono elementi che non parlano lo stesso linguaggio cestistico e tattico. Ogni giocatore ha la sua chiave: sarebbe troppo facile dire "questo non va, dunque cambiamo". Allora sei uno scout e non un coach...». Dove può arrivare l'Openjobmetis? E vale la pena ragionare sulla continuità futura del gruppo attuale? «Vogliamo vincere il più possibile per chiudere in fretta il discorso salvezza. All'intervallo di domenica ho ricordato alla squadra dove eravamo 4 settimane fa e quanto abbiamo sofferto per uscirne: bisognava ribellarsi all'idea di tornare indietro e rivivere quei momenti difficoltosi. E la risposta dei ragazzi nella ripresa è stata super. Continuità con questo gruppo? Gli ultimi due mesi direbbero di sì, ma ogni partita è un investimento sul futuro e ogni indicazione può essere aggiornata e migliorata. Dunque, è nell'interesse di tutti dare il massimo sino alla fine». Giuseppe Sciascia
  19. La notizia migliore per completare il quadro positivo in casa Openjobmetis Varese, dopo le due vittorie consecutive contro Pistoia ed Avellino, sarebbe stata il ritorno in campo di Luca Campani. Peccato che per il lungo emiliano non sembra essere ancora giunto il tempo per rimettere piede sul parquet. Il numero 12 della formazione biancorossa ha giocato la sua ultima partita ufficiale il 16 novembre scorso, andando a referto in Champions League contro i polacchi del Rosa Radom. Nella settimana successiva, dopo una partita vista dalla panchina contro Brescia, è stata comunicata la sua indisponibilità per un periodo stimato di circa quaranta giorni. L’ultima apparizione concreta in campionato risale al 13 novembre, proprio contro Pesaro, un girone fa. Come ampiamente raccontato poi nei mesi successivi, il problema al ginocchio del lungo classe 1990 si è rivelato più serio del previsto, tanto da costringerlo ad aumentare di molto i tempi di recupero. In un’intervista con lui a fine gennaio, ci aveva confidato che «osservare da fuori i propri compagni è faticoso. Ma io soffrirei a stare fuori anche in un momento positivo. Mi piacerebbe poter dare una mano alla squadra: non vedo l’ora di rientrare. È importante che lo faccia quando starò bene, perché al contrario potrebbe essere deleterio per me e per la squadra». Inutili terapie La realtà attuale parla però di un recupero che si allontana sempre di più, tanto che un rientro in campo potrebbe anche non esserci: stagione finita. Non c’è ancora la sicurezza che sia così ma è probabile che già oggi la società biancorossa dirami un comunicato ufficiale per fare chiarezza sulla situazione e sugli eventuali tempi di recupero. La situazione non è comunque positiva perché il rientro non è dietro l’angolo e dopo i cicli di terapie a cui si è sottoposto nelle ultime settimane, i risultati attesi non si sono visti. Questo non ha fatto altro che, come è normale che sia, intaccare l’umore del giocatore, ormai ai box da quasi quattro mesi. Ed in questi quattro mesi, in realtà, Campani non si è mai allenato in gruppo, alternando varie attività di rieducazione e terapie, con un percorso simile a quello affrontato già nella stagione scorsa. Dopo il tendine la guaina In questi giorni l’atleta si è sottoposto ad alcune visite di controllo per valutare i miglioramenti del ginocchio: tali visite hanno però messo in luce una situazione non proprio rosea. Oggi in calendario c’è un’altro appuntamento dal medico, dopo il quale la società dovrebbe chiarire pubblicamente il destino del lungo e chiarire quali saranno gli step da percorrere da qui ai prossimi giorni. Fermo restando che, ormai alla metà di marzo, il recupero entro la fine della stagione sembra una ipotesi ormai tramontata. E per tale motivo anche coach Attilio Caja dovrà fare di necessità virtù, rinunciando ad un giocatore che non ha mai avuto a disposizione, anche perché al momento del suo insediamento (il 23 dicembre scorso) Campani era già fuori causa da oltre un mese. Molto probabilmente ci saranno degli ulteriori controlli ed altre visite specialistiche per entrare ancora più nel dettaglio del problema: certo è che la sfortuna non ha smesso di perseguitare Campani, che nel maggio scorso aveva deciso di operarsi a Reggio Emilia per ridurre la lesione al tendine rotuleo e per cercare di porre fine alle sofferenze che gli procurava proprio il ginocchio. I dolori sembravano spariti del tutto, ma tra ottobre e novembre il ginocchio è tornato a bussare prepotentemente a causa di un’infiammazione alla guaina sinoviale, costringendo Luca allo stop, che ora potrebbe addirittura prolungarsi fino al termine dell’annata sportiva. Alberto Coriele
  20. Daniele Cavaliero non si accontenta dell'impresa del PalaDelMauro. Dopo aver consumato la vendetta dell'ex contro la Sidigas, il capitano dell'Openjobmetis vuole ripetersi anche domenica contro Pesaro, di cui ha vestito la maglia nel 2011/'12. «Con tutto il rispetto che nutro per Avellino e Pesaro, dovrò dare assolutamente un altro dispiacere alla seconda mia ex squadra in sette giorni: la vittoria del PalaDelMauro è stata importantissima ma lo scontro diretto che ci aspetta domenica lo è altrettanto. Contro la Consultinvest dobbiamo vincere per forza, per non vanificare l'impresa dell'altro ieri». Una vittoria che dà ragione alla cultura del lavoro con cui Attilio Caja ha dato un'identità difensiva alla squadra... «Di lavoro quotidiano che stiamo facendo è di alto livello e sono felicissimo che stia finalmente pagando: i rimorsi arrivano se hai la sensazione che non stai facendo il meglio, però adesso arriviamo stanchissimi alla fine di ogni allenamento perché l'impegno è massimo. Si erano già visti spunti positivi contro Sassari e Milano, poi avevamo preso un po' di paura a Brindisi perché è stata l'unica partita nella quale abbiamo giocato senza lottare, come ci chiede di fare sempre coach Caja. Contando su un'identità da battaglia e sulla difesa si può invece sopperire alle serate di scarsa vena al tiro». Dunque, ora Varese ha trovato la quadratura del cerchio per sfruttare appieno il suo potenziale? «Merito all'allenatore e allo staff che dando regole importanti sono riusciti a far capire che cosa serviva a questa squadra per tirar fuori le sue potenzialità. Il talento l'abbiamo sempre avuto ma non riuscivamo a concretizzarlo: ora il sistema di gioco e le regole danno la possibilità agli elementi di maggior classe di rendere al meglio. Ma l'aspetto fondamentale è che ora tutti sono in grado di dare una mano facendo una cosa utile per la squadra». Come accaduto nel 2015/'16, la sensazione è che la pausa per la Coppa Italia abbia fatto bene alla squadra. «L'anno scorso la vittoria dopo la pausa a Torino fu il segnale della svolta, spero proprio che il match di Avellino abbia lo stesso impatto sulla nostra stagione: ci sono effettivamente delle similitudini, l'auspicio è che come accaduto 12 mesi fa si vada a tavoletta fino al 7 maggio. Già a Caserta e contro Pistoia avevamo mostrato progressi importanti: lunedì scorso era una partita complicata perché non potevamo sbagliare, ora il colpo di domenica dimostra che giocando di squadra non esistono partite perse in partenza». E dopo due vittorie in fila, due giorni di pausa come premio in vista dello spareggi con Pesaro... «Dobbiamo cancellare dalla mente ma tenere nel cuore quel che è accaduto nelle ultime due settimane: serve continuare a lavorare con la stessa voglia di presentarci al massimo della preparazione tattica, fisica e mentale contro Pesaro. Dobbiamo rimanere umili e tenere la testa bassa, evitando di pensare che una volta capito come si fa, da oggi in poi non ci saranno più problemi. Davanti al nostro pubblico dovremo mettere in campo un atteggiamento grintoso sin dall'avvio che accenda i tifosi e ci permetta di sfruttare il grande vantaggio del fattore campo». Giuseppe Sciascia
  21. Varese non va sul mercato, ma il mercato bussa alle porte di Varese. L'argomento non è stato oggetto di discussione nel CdA di Pallacanestro Varese, come ribadito dal delegato all'area tecnica Toto Bulgheroni: ieri mattina i vertici del club hanno "abbozzato" le prime ipotesi sulla stagione ventura, sebbene è evidente che nessuna decisione strategica potrà essere presa fino a quando il club di piazza Monte Grappa non avrà maturato sul campo il diritto di iscriversi alla serie A o alla A2. Nel pomeriggio però ci sarebbe stato un sondaggio da parte di Scafati, club attualmente al penultimo posto della classifica del girone Ovest dell'A2, sul conto di Aleksa Avramovic: il team campano, in cerca di un nuovo regista titolare con punti nelle mani dopo l'addio per motivi personali dell'israeliano Naimv, avrebbe chiesto a Varese la disponibilità dell'esterno serbo, passato dai 9.5 punti e 1.7 assist in 18.6 minuti dell'era Moretti ai 3.3 punti e 0.5 assist in 10.0 minuti nella gestione Caja. Opportunità da cogliere per trovare spazio da protagonista ad un capitale futuro del club (contratto fino al 2019) al momento però "disfunzionale" ad un sistema più rigido, reinvestendo le risorse liberate su un giocatore più adatto a giocare con e per Maynor, oppure una delle tante ipotesi destinate a non concretizzarsi in un mercato nel quale la media delle trattative condotte fino in fondo non supera il 20 percento rispetto a quelle abbozzate? La sensazione è che non se ne farà nulla, così come accaduto nelle scorse settimane quando la società biancorossa aveva respinto le richieste pervenute per Matteo Canavesi (Cento in B e Lucca in C); di mezzo ci sono un contratto pluriennale (ma si potrebbero girare in prestito i 4 mesi residui fino al 30 giugno) e lo scarsissimo appeal per la serie A2 da parte dell'agenzia di un giocatore che nell'attuale contratto con Varese ha escape per l'Eurolega. In soldoni, anche l'eventuale mercato in uscita sembra destinato a rimanere chiuso: il match contro Pistoia ha dimostrato che tutti i giocatori sono sintonizzati sulle necessità dello spirito operaio predicato da Attilio Caja, auspicando di non dover correre ai ripari in fretta e furia se l'OJM dovesse fallire i prossimi test dopo aver imboccato la strada giusta al primo bìvio. Intanto Carlo Recalcati torna vicinissimo a Cantù: dopo la prima fumata nera, il club brianzolo parrebbe deciso a proporre all'ex et. un contratto fino al 2018. In mattinata nuovo incontro per ratificare l'accordo. Giuseppe Sciascia
  22. Varese e Legnano studiano ulteriori forme di collaborazione dopo quella in nome del "Ponte del Sorriso" che assieme alla Banca di Credito Cooperativo di Busto Garolfo e Buguggiate ha raccolto 1 Ornila euro con l'amichevole ufficiale di martedì sera. Solo il primo atto formale di un rapporto di collaborazione agevolato dalla stima risalente ai precedenti comuni in Lega Nazionale Pallacanestro tra il d.g. biancorosso Claudio Coldebella e il presidente degli Knights, Marco Tajana. Il primo e imminente punto di contatto è quello tra i rispettivi sponsor e soci: dopo l'aperitivo congiunto che ha preceduto martedì la BCC Cup, i membri della "famiglia" che contribuisce economicamente ai destini della Pallacanestro Varese saranno invitati al workshop organizzato dal Legnano Basket in aprile per i suoi partner commerciali. PARTNERSHIP & ALTERNANZA «Operando sullo stesso territorio è facile creare delle sinergie che possono renderci vicendevolmente più appetibili ampliando la rete dei contatti: è un discorso commerciale ma non solo, penso anche al bacino d'utenza del pubblico» afferma Marco Tajana, che con Coldebella sta studiando la fattibilità di chiedere alla FIP di introdurre un'alternanza tra le partite casalinghe di Varese e Legnano per non creare sovrapposizioni tra eventi che costringono i tifosi ad una scelta obbligata: «Fra poco più di due settimane noi giocheremo in casa contro Pesaro e praticamente in contemporanea la TWS ospiterà Biella: è un peccato avere due eventi a 25 chilo metri di distanza, a mio avviso la sinergia con Legnano dev'essere portata avanti perché noi e loro abbiamo tante cose in comune» conferma il d.g. dell'Openjobmetis. «C'è una fetta di pubblico che segue entrambe le società, ipotizzare politiche di scontistica per i rispettivi abbonati non può prescindere dall'alternanza delle partite casalinghe - ribadisce Tajana -. L'esito felice dell'evento di martedì che ha creato unanime entusiasmo per noi, Varese e la BCC, dev'essere lo spunto da cui partire per creare una sinergia». ASSE TECNICO Ma il massimo dirigente degli Knights va al di là del discorso commerciale e lancia l'idea di un vero e proprio asse tecnico tra Varese e Legnano: «Parto dal presupposto che nelle attuali condizioni non abbiamo velleità di disputare la serie A e che l'A2 è la nostra NBA: possiamo dunque proporci come laboratorio di crescita per un club come l'Openjobmetis, che invece ha ovviamente il campionato professionistico come habitat naturale». Una proposta già lanciata nel 2016 a Milano, che però ha chiaramente un target molto più elevato, che prevederebbe la possibilità di ospitare prospetti futuribili non ancora pronti per la serie A in una realtà limitrofa dove Varese potrebbe tenerli sotto controllo: «Per noi sarebbe uno sbocco naturale e la possibilità di dare ulteriore stabilità ad un progetto che ormai si è consolidato in tre stagioni di A2 - spiega Tajana -. Al di là di un'ipotetica prelazione sui rispettivi giovani più interessanti, Legnano potrebbe essere la naturale palestra di sviluppo per i prospetti, italiani o stranieri, non ancora pronti per la serie A che Varese potrebbe girarci in prestito per farli maturare. Mi sembra una sinergia naturale tra due club vicini e con interessi complementari e non concorrenziali». Un'idea che trova favori in piazza Monte Grappa, ma che passa ovviamente attraverso la tappa obbliga- ta della salvezza dell'Openjobmetis: senza la certezza della categoria da disputare nel 2017/'18, qualsiasi ipotesi di programmazione futura resterà in sospeso... Giuseppe Sciascia
  23. Mercato sempre aperto? Gli occhi dei manager non si chiudono di certo. Ma da qui a ipotizzare concrete chance operative il passo è lungo e pieno di controindicazioni. Recte: di impossibilità. Oggettive, verrebbe da scrivere. La Openjobmetis Varese ultima in classifica si interroga al suo interno sulla scelta di ricorre a un correttivo nel roster in vista del rush finale verso la salvezza, traguardo da conquistare nelle ultime undici giornate di campionato partendo dalla posizione peggiore possibile: il fondo del gruppo. I conti Su un argomento tanto delicato occorre almeno un tentativo di fare chiarezza. L’area tecnica biancorossa è al momento vigile sui movimenti dei giocatori nei quattro angoli del globo cestistico, pienamente consapevole della “perfettibilità” (eufemismo...) dell’organico attuale. Un intervento sul mercato è chiesto a gran voce anche dai tifosi, oltre che dai risultati conseguiti finora, ma si scontra con una realtà “di cassa” che dovrebbe sconsigliare alla società ulteriori esborsi economici da qui al termine della stagione. Piazza Monte Grappa è stata chiara - anche su queste colonne - sulla situazione economico-finanziaria che si è trovata a gestire nella stagione corrente come eredità di quelle passate, situazione che sta richiedendo sforzi enormi di dirigenti e consorziati per trovare una definitiva risoluzione. Riservare risorse per il mercato - che al momento comunque non ci sono e si potrebbero trovare solo tramite un contributo “ad personam” di un consorziato, di uno sponsor o di un qualunque altro “benefattore” - significherebbe toglierne al risanamento dei conti. La coperta è corta: se metti da una parte, sei costretto a scoprirti dall’altra. Varese, questa Varese, può permettersi di farlo senza mettere in pericolo - per l’ennesimo anno - la sua sopravvivenza? La risposta del cda, che rispetto al passato è oggi pienamente operativo e decide a maggioranza, è stata finora un “no” secco e poco confutabile, almeno analizzando con razionalità i conti di cui sopra. Il campo Il campo e la sua parabola spingerebbero, è inutile nasconderlo, in una direzione diversa. E di questo ne è consapevole anche lo staff capitanato da coach Attilio Caja, che mai si sognerebbe di bloccare l’arrivo di un eventuale rinforzo. “L’Artiglio” è un “aziendalista”, ovvero una persona che non si mette a puntare i piedi nel momento in cui non viene accontentato nei suoi desiderata tecnici, conscio del fatto di essere arrivato ad allenare in una realtà costretta a fare sacrifici per chiudere con un passato economicamente sconsiderato. Da qui a far passare Caja come “colui che ferma il mercato”, però, ce ne passa. Potesse, il coach, attingerebbe a piene mani ai correttivi: sotto le plance, dove si è letteralmente inventato un Giancarlo Ferrero ala forte ed è costretto a rinunciare all’apporto di un Kangur impresentabile; o nello spot “3”, dove sarebbe utile un giocatore con tiro e punti nelle mani, spostando Eyenga in ala forte; o in guardia, mettendo tra Maynor e Johnson, che diventerebbe ala piccola, un atleta che possa essere loro complementare Ma non è lui a poter dare il via libera al “messia” della salvezza: lui, come sempre ha fatto, lavora con quello che ha. Morale? Si resta così, a meno di trovare lungo il cammino occasioni irripetibili (leggi un’entrata che possa essere coperta da una transazione favorevole con uno dei dodici attualmente nel roster: difficilissimo, alle porte di marzo...) o di cambiare l’intendimento del cda. In un contesto così complicato, a costare caro potrebbe essere stato un errore, tale ovviamente con il benedetto senno del poi: l’avvicendamento dei “Johnson” quindici giorni prima di esonerare Paolo Moretti, privando il subentrante dell’unica “mossa” a disposizione in virtù delle reali disponibilità economiche della Pallacanestro Varese. Fabio Gandini
  24. L'Openjobmetis modifica da "se" a "chi" i suoi intenti riguardo all'opzione mercato. Sondaggi in corso da parte dell'area tecnica biancorossa in cerca di quell'uomo della svolta per il quale la proprietà sarebbe disposta a compiere un ulteriore sforzo per mettere in sicurezza la serie A, strategica per qualsiasi futuro il consorzio disegnerà negli Stati Generali del 16 marzo. I rinforzi delle dirette concorrenti rischiano di mutare gli equilibri di una lotta salvezza che sta cambiando volto dopo l'arrivo del califfo Johnson Odom a Cremona e le correzioni di Pesaro (dopo la guardia Hazell il club marchigiano cerca anche un nuovo playmaker). A questo punto Varese valuta l'ipotesi di rispondere a tono, dovendo però interrogarsi prima di tutto sull'area nella quale effettuare l'eventuale intervento. Rispetto all'era Moretti sono cambiate le priorità: se Maynor è l'insostituibile leader scelto da Attilio Caja per guidare la navicella biancorossa, e Anosike è passato da problema principale a insostituibile perno della difesa, in discussione ci sono tutti gli altri spot. Se aggiunta dovrà essere qual è l'emergenza maggiore alla quale fare fronte? Meglio aggiungere una guardia capace di costruire gioco per sgravare Maynor - a oggi unico giocatore in grado di innescare i compagni - dalle attenzioni feroci delle difese avversarie, come accaduto a Brindisi? Oppure la soluzione potrebbe essere quella di inserire un'ala piccola di raccordo, con capacità creative dal palleggio, per spostare un Eyenga pesce fuor d'acqua nei panni della prima punta del gioco a metà campo nel ruolo di ala forte più consono alle sue doti atletiche? O invece il problema maggiore è quello del "numero 4", dove la crisi di identità di Kangur ha rag-giunto livelli preoccupanti e la lungodegenza di Campani lascia nelle mani del pur ammirevole Ferrero l'intero peso del ruolo? Scelta complessa comunque legata a filo doppio a quel che il mercato proporrà più che alle scelte del club biancorosso. Si guarda al miglior giocatore disponibile più che al ruolo effettivo: nell'attuale situazione di classifica e di disponibilità economica, il margine di errore è azzerato, con la necessità di andare a colpo sicuro su un elemento che garantisca un salto di qualità e soprattutto un rendimento immediato. Solo a queste condizioni la proprietà si è detta disponibile ad allargare nuovamente i cordoni della borsa, affidando all'area tecnica la grossa responsabilità di scegliere bene, cogliendo al volo, eventuali occasioni che però a oggi sono ancora in fase di analisi. In soldoni: Varese è attenta a qualsiasi evoluzione nel settore guardie e ali, valutando però con priorità assoluta giocatori possibilmente già rodati in Italia, meglio ancora se direttamente conosciuti dallo stesso coach Attilio Caja. Profilo difficile da scovare in tempi rapidi, quantomeno in vista del prossimo impegno di lunedì 27 febbraio contro Pistoia. Per piegare i toscani si conterà sul fattore campo e sul recupero di Bulleri ed Anosike, unico a tornare negli Usa per un intervento dentistico programmato da mesi nei tre giorni di pausa concessi dal coach pavese. Nel frattempo il monitoraggio è costante, auspicando che sulle frequenze di "radiomercato" possa spuntare quella soluzione in grado di garantire all'Openjombetis di pareggiare l'impatto dei colpi recenti effettuati da Pesaro e Cremona. Giuseppe Sciascia
  25. Varese, il regno delle porte girevoli. O almeno così è stato negli ultimi 4 anni di serie: nessun club che ha militato continuativamente nel massimo campionato dal 2013-14 ha operato più correttivi della società di piazza Monte Grappa. Il conto complessivo parla di 12 giocatori e 3 allenatori "suppletivi" rispetto ai roster e agli staff tecnici allestiti con le risorse estive: partendo con l'obiettivo play off sin dal post-Indimenticabili, ricorrere al mercato di riparazione è stato necessario 4 volte su 4 (e non è detto che sia finita...) per mantenere la serie A. Il conto dei correttivi coinvolge Adrian Banks, Linton Johnson e Terrell Stoglin più Stefano Bizzozi nel 2013-14; Chris Eyenga, Eric Maynor, Johndre Jefferson, Antero Lehto più Attilio Caja nel 2014-15; Roko Ukic, Rihards Kuksiks, Kristjan Kangur e Chris Wright nel 2015-16: Dominique Johnson più Attilio Caja in versione 2.0 nella stagione corrente. Tutte entrate corrispondenti ad altrettante uscite (Coleman, Hassell e Clark nel 2013-14; Robinson, Jefferson e Deane nel 2014-15; Shepherd, Thompson e Molinaro nel 2015-16; Melvin Johnson nel 2016-17) con l'eccezione di Eyenga due anni fa e dell'extra da 50mila euro per due mesi di Roko Ukic, comunque ampiamente ripagato dal licenziamento di Faye per l'affaire-doping. Ma alla luce di questo poco invidiabile record, è facile risalire alla causa dell'attuale situazione debitoria che induce alla massima prudenza nel ragionare su ulteriori correttivi del roster attuale (ieri sera è scattato il rompete le righe, la squadra tornerà in palestra lunedì confidando di riattivare O.D. Anosike). Le spese extra - con entrate per uscite nel roster mai effettivamente a somme zero - sono state obbligate dalla necessità di scongiurare la retrocessione in A2 già rischiata nel 2015 e nel 2016. E i risultati deludenti delle ultime 4 stagioni sono stati frutto degli errori in sede di costruzione del roster; considerando inoltre come per una società retta da una "multiproprietà" come Varese, qualsiasi sforzo extra sia più delicato e problematico rispetto a club dove il proprietario unico può mettere mano al portafogli in qualsiasi momento. Ora toccherà all'area tecnica indicare alla proprietà se la contingenza della salvezza renderà necessario un eventuale e ulteriore sforzo extra, ma dall'estate 2017 è necessaria una svolta decisa in termini di programmazione e allocazione delle risorse. Negli ultimi tre anni Varese ha sfiorato il milione netto per gli stipendi netti e superato i 4 totali per l'intera gestione del club, chiudendo stabilmente nella metà bassa della classifica (decimo, undicesimo e nono posto dal 2013 al 2016), chiudendo alle spalle di squadre il cui monte stipendi superava di poco i 500mila euro (vedi i casi attuali di Capo d'Orlando e Pistoia). E c'è il caso Trento, da 3 stagioni consecutive tra le prime otto con 700mila circa di netto e meno di 3 milioni di budget; insomma conta più come di quanto si investe. E che meglio si spende in estate, anche se budget e monte stipendi dovessero ridursi rispetto all'ultimo triennio, e meno si dovrà spendere durante la stagione, evitando di alimentare il vortice delle porte girevoli per i correttivi e dei conseguenti ripianamenti dei soci... Giuseppe Sciascia