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I nuovi americani sono come le uova di Pasqua, le devi rompere per vedere che cosa c'è dentro, osservò una volta l'ex varesino nonché ''giemme'' di Cantù, Bruno Arrigoni, nell'atto di schermirsi simpaticamente ai tanti complimenti per le sue scelte azzeccate.

Dunque, sono sorprese. Figuriamoci allora quei giocatori di primo pelo, freschi di college, grondanti di virtuosismi atletici alla pari dei loro coetanei, anch'essi puri e selvatici, catapultati qui, alle nostre rigide latitudini, in un campionato di cui sono padroni vecchi marpioni dagli artigli maligni, tutta gente che non regala scene aperte ad alcuno perché gloria e carriera si devono meritare e conquistare.

L'avventura di Justin Hurtt assomiglia a quella di tanti scolaretti americani rimasti fuori della porta Nba, quindi alla scoperta del Vecchio Continente, Italia compresa, speranzosi nel proprio avvenire nonché consapevoli - se non sono degli incoscienti - di una sfida ardua, anche umana e culturale. Hurtt è un ragazzo a modo, anche timido se per ogni cosa che fa chiede il permesso, come osservava tempo fa Recalcati il quale, per spingerlo oltre eventuali limiti psicologici, lo ha sempre incoraggiato a mostrare più sfacciataggine, se non prepotenza, in campo naturalmente, a costo di infischiarsi degli schemi se, in un dato momento, lo avessero represso. Come dire: gioca come sai, dimostra chi sei, vai e spacca il canestro. L'arrivo di sua mamma (foto Blitz 1) in città parve salutare, avendo Justin dato l'impressione contro Montegranaro di beneficiare di una così cara e rassicurante presenza e d'essersi liberato dalla paglia che lo tratteneva... caratterialmente. Fu una pia illusione, anche se va ricordato un suo canestro che a Roma fu decisivo per la Cimberio e che fa ancora classifica, e buona.

Nell'ultimo match, già sconsolante per i soliti noti, si sono perse addirittura le sue tracce nelle nebbie di Casalecchio.

Una brutta faccenda. Come lo è per un club il cui americano segna la miseria di due punti e sta in campo una dozzina di minuti, preso allora - di soprassalto - dalla tentazione di trovare un'alternativa.

Non è il caso di rivangare il passato ricordando un ''usato sicuro'' come Goss (foto Blitz 2), essendo caduta la scelta di Varese, pur discutibile, su ben altra strategia in fatto di assetti e ruoli. E non senza, crediamo, un evidente rischio, proprio d'una scommessa. Se la si vince o la si perde, lo si sa sempre dopo averla affrontata, occorrendo però e sempre, come prescrizione del caso, una pazienza infinita e non a tempo pur in mancanza di un determinato apporto e nonostante la pressione di gare e risultati.

Ora la Cimberio si trova a dover operare una scelta delicata, fors'anche costosa, rischiando di spendere più di quanto aveva messo in conto, in ogni caso attraverso strade funzionali alla propria filosofia di bilancio e di gruppo onde evitare che una scommessa tiri l'altra. Sarà il vecchio e familiare Thomas o un altro? Staremo a vedere, dovendo dar coraggio sin d'ora al giovane Justin affinché, sin quando rimarrà, possa estrarre dal proprio ''sottosuolo'' di risorse anche quel po' d'orgoglio che deve pur avere.

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