Lucaweb Posted June 1, 2008 Posted June 1, 2008 di Mauro della Porta Raffo Inaugurato nell'autunno del 1964, il Palazzetto dello Sport di Masnago non è mai stato il 'mio' palazzetto. La pallacanestro (o, addirittura, come si diceva una volta, la pallacesto), per coloro che hanno sessanta o più anni, a Varese resta quella che si giocava, sempre all'arma bianca, nella vecchia palestra di via XXV Aprile. Colà i posti a sedere lungo i bordi erano davvero contati così come quelli dell'unica tribuna in legno sistemata infondo, dietro uno dei canestri (ragione per la quale era necessario arrivare almeno un'ora prima dell'inizio delle punite per trovare una sedia libera). Là, volendo, si poteva seguire il match in piedi dalla balconata che, quasi sospesa in cielo, contornava metà del campo e dalla quale, se l'incontro volgeva al peggio, pioveva di tutto sulle teste degli arbitri e dei 'nemici'. E, del resto, come non essere affezionati, come non amare il vecchio parquet sul quale il basket varesino, dopo un'effimera stagione sul finire degli anni Venti, si batteva fin dal 1945 e che aveva portato alla conquista addirittura di due scudetti nazionali il secondo dei quali festeggiato proprio nell'ultima partita ivi giocata contro la Stella Azzurra di Roma al termine del campionato 1963/1964? Finito vittoriosamente l'incontro non si sapeva se gioire visto che la Virtus Bologna, prima con noi a pari merito, ospitava il Simmenthal Milano. Toccava tifare per le odiatissime 'scarpette rosse' che, arrivò finalmente la conferma, avevano vinto... In via XXV Aprile, decenne o pressappoco, avevo visto per la prima volta e subito amato quella che all'epoca si chiamava Storm (il primo sponsor, mi pare una catena di negozi d'abbigliamento) Varese. In formazione nientemeno che un greco di Salonicco, lo 'straniero' Tony Flokas. Si trattava, per il vero, del secondo 'straniero' approdato al basket varesino. Il primo - ma all'epoca neppure conoscevo la pallacesto - era stato, nei campionati 1949/50 e 1951/52, un certo John Moscioni. Era un militare italo americano (e quindi, come allora si diceva, un 'oriundo'), i cui genitori avevano raggiunto gli USA partendo da Azzio o da Orino paesi a poco più di un tiro di schioppo dal capoluogo. Di stanza con le truppe statunitensi a Trieste, John, arrivato in provincia per conoscere le terre avite, era venuto a sapere che a Varese si giocava a basket e, gratuitamente ed anzi pagando di tasca propria i per lui continui viaggi (naturalmente, doveva spostarsi anche quando giocavamo in casa), si era aggregato al team. Alla vecchia palestra sono legati ovviamente quasi infiniti ricordi, per la maggior parte belli. Tra gli altri, indimenticabile, il debutto del livornese Sauro Bufalini, inevitabilmente detto 'Bufalo'. Si era nel 1962 ed ecco che nel girone di ritomo arriva in città una specie di giovane ercole che subito diventa l'eroe di quella nutrita schiera di ragazzetti e giovanotti che, immacabilmente, si posiziona dietro il canestro di fondo campo, sulla gradinata in legno. 'Bufalo' era enorme, largo davvero come un armadio, potente oltre ogni dire e, in una parola, fortissimo. Naturalmente, all'epoca era acerbo, ma, perché lo si sappia, con il trascorrere degli anni, sarebbe diventato uno dei più bravi giocatori italiani, probabilmente il migliore della sua generazione. A quei tempi - e ci andava bene così - era un picchiatore coi fiocchi e i controfiocchi. Ricordo che se ci capitava vicino gli gridavamo "Bufalo, sangue" e che lui, sorridente e, sembrava, a zanne spianate, si voltava verso di noi per lanciarci il suo "ok". E c'è qualcuno che si rammenta di Alocen? Forse nessuno...e dire che per la storia della pallacanestro mondiale è un personaggio importantissimo. Siamo ancora nel 1962. In casa, gara di andata della Coppa dei Campioni, la prima per l'Ignis (dal 1956, la squadra è del 'cumenda' Giovanni Borghi e si chiama così). Avversario ritenuto imbattibile, nientemeno che il mitico Real Madrid. Dopo un inizio favorevole agli spagnoli che hanno in formazione due ottimi americani, il nero Hightower (le cui broccia tentacolari sotto canestro arpionano tutte le palle) e il bianco Morrison, ecco che, gradatamente, nel secondo tempo, il team varesino viene fuori. Pareggiamo a cinque secondi dalla fine. Si prospetta un supplementare nel quale sembra possibile dare una bella mazzata agli spagnoli che sono sulle ginocchia. Magari riusciamo ad andare a Madrid per il ritomo con un buon vantaggio e poi... Sognarne tutti. Fernandiz, è lui l'uomo che ci sveglia: è l'espertissimo allenatore iberico. Sostituisce Morrison con il panchinaro Alocen, uno che non ha mai giocato un minuto in prima squadra. Questi, ricevuto il pallone sulla rimessa dal fondo, lo scarica nel proprio canestro e poi fa la scena: si dispera, come se, in un momento do follia, si fosse sbagliato. Euforia generale, non stiamo più nella pelle: abbiamo sconfitto il Real Madrid, il mitico Real per ottantadue a ottanta! Non ci rendiamo conto se non molto dopo che ci hanno fregato. L'autocanestro impedisce che si giochi il tempo supplementare! A loro, in casa, basterà vincere di quattro punti per buttarci fuori. Si tratta dell'unico autocanestro a livello di Coppa dei Campioni, di mondiale o di Olimpiade mai realizzato e l'ho visto io con questi miei occhi a Varese in via XXV Aprile!! Magra conseguente consolazione: di lì a pochi giorni la Federazione Internazionale stabilirà che "l' autocanestro segnato negli ultimi secondi in una partita che sembra chiudersi in parità comporterà l'immediata radiazione della squadra cui appartiene il giocatore autore dell'autocesto". Ok,Ok, ma i buoi erano già fuggiti dalla stalla. E come non ricordare il secondo 'oriundo' Tony Gennari o il nostro 'rivoluzionario' ungherese Lajos Toth arrivato appunto dopo la sfortunata rivoluzione d'Ungheria del 1956 della quale, proprio per questo, a Varese sapevamo tutto? Due splendidi tipi e due ottimi tiratori. Stranamente, da sempre, in squadra i veri varesini non erano mai mancati: Alesini, Galli, Morelli, Checchi, Gualco... fino ad arrivare ovviamente a Ossola, Rusconi e Meneghin. Una vera fucina di campioni era la Robur et Fides, la compagine formatasi all'oratorio della centralissima via San Francesco, che, per anni ed anni, praticamente senza spendere una lira, visse tra la serie A e quella cadetta magnifici campionati. E' lì che gli ultimi tre grandi campioni citati mossero i loro primi passi con mille e mille altri.
Recommended Posts