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Vezzi privati degli americani a Varese nel racconto di Raffaella


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di MASSIMO TURCONI

Esterno: notte, ore due circa. Interno: casa, immersa nel buio. Scena: telefonino che squilla. Dall’altra parte del filo una voce stridula, decisamente alterata nei toni che, dialogo tradotto dall’inglese, dice: «Raffaella, abbiamo bisogno di pentole e tegami». Ora, che diavolo faccia una persona normale, a quell’ora di notte, di pentole e tegami è, ancora adesso, un mistero. Tuttavia, questa conversazione, semplicissima ma, in qualche modo, degna del teatro dell’assurdo, ci catapulta in un ambiente che crediamo di conoscere ma che sfugge alla comprensione dell’adattamento dei giocatori stranieri, americani in particolare, per mesi fuori del loro mondo. A raccontare una tribù a parte è Raffaella Demattè, ovvero colei che, per la Pall. Varese, segue da anni con passione e, talvolta, materno accudimento, le avventure di omoni o giovincelli paracadutati in un “pianeta”, per loro, tutto da esplorare, talvolta persino ostile, quasi sempre di ardua comprensione.

«La mia collaborazione con la proprietà Castiglioni – spiega Raffaella - cominciò quasi per caso, nel dicembre del 2001, allora Dodo Rusconi cercava una persona che, capace di parlare russo, fosse in grado di aiutare Pavel Podkolzine nei primi passi del suo percorso italiano. Già insegnavo russo alla Scuola Corsi di Lingue, così risposi affermativamente e con entusiasmo per insegnare italiano al giovane siberiano. In realtà mi bastarono pochi mesi di frequentazione con Pavel per capire che, con questi atleti, e per molte ragioni, non poteva essere instaurato il classico rapporto tra insegnante e allievo».

- Pavel, in questo senso, dev’essere stato per lei una bella “palestra”...

«Assolutamente sì perché Podkolzine, mi si passi il paragone letterario, ai miei occhi ha rappresentato l’impersonificazione reale di “Venerdì”, il famoso personaggio creato da Stevenson. Pavel mi è sembrato come un “buon selvaggio”, arrivato da noi, dopo aver vissuto sin lì la sua vita su un’isola deserta: bisognoso di tutto, curioso di tutto, ingenuo di tutto. I primi mesi con lui furono quasi da “baby sitter” e, non a caso, ancora Pavel, ragazzo veramente a modo, mi chiama la “sua sorellina”».

- Proprio la sua esperienza con Pavel servì a far scattare una molla diversa in società…

«Mario Oioli che, poveretto, si districava da anni, e da solo, in mezzo a tante vicende, buffe ma anche serie, comprese che una diversa strategia nei confronti dei giocatori stranieri avrebbe potuto essere utile. Così, prima parlando con il compianto Cesare Fermi, poi con la famiglia Castiglioni, mi propose una collaborazione più ampia: non più solo insegnante di italiano “part-time”, per “studenti” generalmente poco interessati, ma una figura professionale in grado di occuparsi a 360 gradi di tutte le problematiche, non poche, ve l’assicuro, che accompagnano quotidianamente la vita di un atleta straniero in Italia».

- Ma qual era e qual è l’obiettivo principale di questa nuova figura?

«Più che un traguardo – continua Demattè -, un’idea: quella che un giocatore, seguito con attenzione, soddisfatto nelle esigenze sue e della sua famiglia, dentro e fuori del campo, possa offrire un rendimento più elevato. Dopo qualche anno di attività posso aggiungere che, in tanti casi, l’idea di base è risultata un po’ utopistica: le nostre “cure” non hanno però sempre sortito, sotto il profilo strettamente sportivo, grandi risultati».

- Quali sono i suoi adempimenti più importanti?

«Ci sono, innanzitutto, quelli inevitabili, legati alle normative che riguardano la permanenza di cittadini stranieri sul nostro territorio. Quindi, in sintesi, tutti passi da fare per ottenere il permesso di soggiorno cui, noi, appena il contratto è stato siglato, “attacchiamo” gli altri movimenti: la richiesta per l’assistenza sanitaria, quella per la patente internazionale, le pratiche per un’eventuale cittadinanza italiana. Un’“avventura” burocratica lunga che, in particolare per gli statunitensi, è diventata assai complessa al punto che, come in tanti hanno già potuto verificare, è meglio arrivare in Italia su un gommone, che non corredare l’arrivo con documenti in regola e in perfetto ordine. E’ un paradosso, magari un po’ brutale, ma assolutamente vicino alla realtà».

- Esaurite le pratiche, come procedete?

«Si passa a incombenze più pratiche - spiega la signora Dematté -, prima di tutto, e spesso è una questione spinosa, viene la casa. Eccoci poi alle pratiche bancarie (conto corrente e carta di credito), quindi al telefonino, all’ asilo e scuola per i bambini, alla ricerca del pediatra, dell’automobile. Aggiungo i corsi in piscina e, chi più ne ha, più ne metta. Non temo d’essere smentita nell’affermare che gli americani siano i “clienti” più difficili da accontentare. L’atleta Usa, che arriva da noi, soprattutto se alle prime esperienze all’estero, nel 99% dei casi, non ha la minima intenzione di entrare in contatto con il mondo che lo ospiterà. Vuole pensare, parlare, mangiare, vedere programmi televisivi, guidare solo in stile americano. E, qui da noi, si stupisce di tutto. Del fatto che i negozi, supermercati compresi, non siano aperti 24 ore su 24, che siano chiusi il lunedì o durante la pausa pranzo, che ci siano poche lavanderie a gettone. Si lamentano del traffico, della scarsa disciplina e di tante cose ancora. Ma, aggiungo, passato lo stupore, in generale fanno ben poco per integrarsi. Anche fra di loro».

- Nella sua ormai lucida esperienza professionale avrà, probabilmente, tanti aneddoti da raccontare…

«Sicuramente a centinaia. Ma ne citerò alcuni, in modo assolutamente sparso per rendere l’idea. A parte la richiesta, da parte della signora Nesby, di pentole e tegami in piena notte, i giocatori Usa hanno diverse stranezze nei loro comportamenti. Potrei dire, a proposito di Shawnelle Scott, della mania di sigillare le finestre con lo scotch per avere dentro casa temperature equatoriali: intorno ai 30 gradi. Un’abitudine davvero poco salutare, contraddetta, poi, nei fatti dai comportamenti dello stesso Scott che, come ben ricordano anche i tifosi, girava per Varese con una magliettina di cotone in pieno inverno. Ma nessuno potrà mai battere Kimmani Ffriend che, fuori del parquet, in ogni occasione, ho sempre visto in ciabatte da piscina. Ricordo anche - è sempre Raffaella a parlare - una bella festa del Ringraziamento (ultimo giovedì del mese di novembre) celebrata a casa di Nesby con tutti gli americani: tacchino gigante ripieno di castagne, gelatina, succo d’acero e così via. Peccato che, tre mesi dopo, quando i Nesby lasciarono Varese, tacchino, gelatina e cibi vari erano ancora in frigorifero con evidenti mutazioni genetiche provocate da vari tipi di muffe. Non dimenticherà mai la tenerezza suscitata da Cal Bowdler che, col suo aspetto vagamente hippy, si presentò all’aeroporto con tre borsoni, la chitarra e la sua bambina e mi disse: “Questa è tutta la mia vita.” Oppure, sempre riguardo a Cal, la sua intenzione di dare “pennellate” di colore viola alle pareti del suo appartamento e una festicciola con i compagni d’asilo della figlia organizzata perfettamente, salvo poi accorgersi che le uniche bevande disponibili fossero gin, rum, whisky e così via… O, ancora, il fastidio epidermico di De Juan Collins per il nostro “ciao”, cui lui replicava, arrabbiato: “Don’t tell me ciao (non salutarmi così e, sempre parlando di Collins, il suo disappunto per vedere così pochi taxi in città, nemmeno fossimo a New York.

Merita una sottolineatura la curiosità di Garnett che, passando tutti i giorni davanti al cimitero di Bobbiate, vedeva davanti al camposanto i chioschi che vendevano frutta e altri alimentari. Marlon pensava che noi italiani usassimo comprare arance e mandarini per offrirli ai defunti.

La signora Dematté ne ha ancora da raccontare: «Mi colpì il carattere decisamente problematico di Boris Gorenc cui faceva da contraltare la perfezione assoluta di Rusty La Rue e famiglia. In tutti questi anni Rusty è stato l’unico a riconsegnare alla società l’appartamento in condizioni migliori di quelle in cui l’aveva ricevuto. E ricorderò sempre l’incombente presenza della moglie di Digbeu e, infine, la gravidanza della moglie di Garnett che, ovviamente, ho seguito passo dopo passo. Per me fu come un secondo parto, sfiancante ma tutto da vivere».

- Quale lezione si può trarre da queste esperienze?

«Credo che, talvolta, i tifosi varesini dovrebbero provare a immedesimarsi con i problemi di questi ragazzi per i quali, comunque, la vita non è tutta rose e fiori. Certo, guadagnano molti soldi, svolgono un’attività divertente e ben retribuita ma vivere lontano da casa, ogni anno, in un Paese diverso, non è semplice. Chi è stato all’estero per un lungo periodo, può testimoniare questi disagi. Poi, quasi tutti, hanno un’etica di lavoro e – conclude Raffaella -, anche per questo dovrebbero essere apprezzati».

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