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Varese, la culla dello sport ora lo fa morire


Lucaweb

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di Andrea Confalonieri

Appena passata la frontiera con la Francia, dove gli sciuri varesini svernano nelle case con piscina sotto le palme della Costa Azzurra, ci sono più campetti di calcio e palestre che abitanti, piscine olimpiche anche senza squadre in serie A nel raggio di 400 chilometri. E persino un palaghiaccio anche se da quelle parti non hanno mai visto la neve.

Quando tornano nella loro città natale, però, le cose per gli sciuri con casa in Costa Azzurra cambiano. E anche se si vantano di aver vinto dieci scudetti, non gliene può fregare di meno che il palazzetto sia seppellito di rovi e tra due anni verrà escluso dalle competizioni europee. Loro figlio, poi, per giocare deve costruirsi un canestro di pezza e metterlo in giardino perché, in una delle culle mondiali di questo sport, palestre nisba.

A Varese i campetti per giocare a pallone sono in sabbia (al Bosto, alle Bustecche, a Masnago): e la chiamano città giardino. Oppure non ci sono, così capita che la prima squadra cittadina (7 volte in A, 16 in B) si debba costruire un terreno sintetico a sue spese e non possa allargare il vivaio, a meno di non emigrare nell'amena Cassinetta, oppure di spedire le squadre di troppo a giocare nel giardino di villa Sogliano. Il palaghiaccio, dove pattinano centinaia di piccoli mastini e dove hanno vinto due titoli, ha il tetto di carta velina e i vetri rotti: una società di Milano ha vinto la gara per rimodernarlo otto mesi fa: poi, più nulla. La piscina? Quella comunale dove gioca una squadra di A1 femminile (che si autotassa o racimola i fondi con una lotteria di Capodanno) è da terzo mondo.

Ci sono le squadre e gli atleti, c'è fame di sport e tradizione, manca la materia prima: campi, palestre, piscine, piste ghiacciate. Manca la cultura: perché su quei campi cresce la città, e i giovani diventano uomini. E gli sciuri, i loro soldi, li spendono in Costa Azzurra. -

Se poi capita che arrivino forestieri con un pacco di euro per costruire cittadelle come quella del nuovo stadio, apriti cielo: ci si aggrappa al moralismo delle strade che mancano o dei centri commerciali che incombono, e intanto il futuro ci passa sopra la testa.

Restiamo al calcio: Varese ha tra le mani un potenziale di competenza, idee, uomini e soldi (i finanziatori) superiore a quello di Empoli, Ascoli e Chievo che sono in A o dell'Albinoleffe e del Crotone (B). Dorme e non se ne accorge, oppure lo snobba e lo ostacola.

Varese, invece di ricoprire d'oro e di permessi il sciur Castiglioni (rimetterebbe a nuovo l'ex area dismessa dell'Aermacchi: appartamenti o negozi, embè, cosa aspettiamo a farglielo fare?), e lo tratta come un visionario. I suoi soldi prima o poi prenderanno un'altra strada, come la squadra di basket.

Questa è l'unica città al mondo che ha ottenuto i Mondiali di ciclismo con i fondi pubblici (Reguzzoni e Provincia, mille volte grazie): poi, invece di contare su una fila di imprenditori locali disposti a investire nell'evento, ha pensato bene di varare un mastodontico comitato organizzatore che pensa solo a una cosa: chiederne altri, di soldi. Battere cassa: tangenziali, ippodromi, marciapiedi. Il ciclismo e lo sport, in tutto ciò, dove sono? Varese vuole tutto, senza spendere niente. Varese ha tutto, ma lo butta

via.

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